giovedì 19 aprile 2018

Il velo squarciato

Alla bacchetta di Juraj Valčuha e alla regia di Martin Kušej si deve un'edizione memorabile del capolavoro di Šostakovič, che sonda nel profondo l'essenza stessa del teatro.
NAPOLI, 18 aprile 2018 - “Partitura mostruosa in cui la musica gracchia, ulula, ansima, soffoca (…) schegge di caos musicale si trasformano in cacofonia”. In sintesi, opera formalista. “In arte il formalismo è l'espressione dell'ideologia borghese ostile al popolo sovietico. Il partito non ha mai cessato di vigilare e combatte ogni manifestazione per quanto piccola di formalismo. Contro coloro che fossero accusati di essere formalisti, l'autorità poteva far ricorso ad ogni sorta di punizione, compresa l'eliminazione fisica”. È  un vero e proprio fulmine quello che si abbatte su Dmitri Šostakovič il 28 gennaio del 1936: sulla Pravda appare un articolo - Caos anziché musica - non firmato, ma sicuramente “suggerito” da Stalin stesso, che stigmatizza senza appello Lady Macbeth del Distretto di Mtsensk.
Una condanna dell’opera che è una ammonizione al compositore al quale la vita fu sconvolta, almeno fino alla morte di Stalin (1953): dopo gli attacchi della Pravda, infatti, Šostakovič visse con l’incubo dell’arresto e pensò anche al suicidio. L’articolo della Pravda è anche il manifesto di ciò che, nelle intenzioni del regime sovietico, deve essere la musica per il popolo.
Una donna oppressa, adultera e assassina, prigionieri deportati: gli elementi per turbare il sonno del regime ci sono tutti. E Šostakovič è dalla loro parte, anche da quella di Katerina: la sua empatia si percepisce.
Creare scandalo e suscitare animate discussioni è nel DNA del capolavoro operistico di Šostakovič: la ripresa al San Carlo dello spettacolo del National Opera Ballet Amsterdam firmato da Martin Kušej è stata preceduta da vivaci polemiche, sui social (sempre più la versione 2.0 dei vecchi loggioni) e sulla stampa locale: molto si è parlato su alcune trovate registiche, giudicate preventivamente troppo ardite e oscene, già durante le prove dello spettacolo. Eppure le scene incriminate - lo stupro della vecchia, l’amplesso tra Sergej e Katerina, la scena dell’ubriaco - sono nel libretto e, soprattutto, nella partitura così come il regista le ha trasposte sulla scena. Quello di Martin Kušej è certamente uno spettacolo dal crudo ed estremo realismo, un viaggio nella notte dell’abiezione umana. È però teatro, inteso nella sua accezione etimologica: théaomai, vedo, indago. Uno squarcio nel velo di ipocrisia che troppo spesso nasconde la realtà.
Uno spettacolo dunque che induce a “vedere”, a indagare ciò che di torbido c’è nell’animo umano, ciò che si nasconde dietro le convenzioni matrimoniali e familiari. Tutto è messo a nudo, come alcune figuranti, come la cuoca stuprata o, in ogni caso, ridotto all’osso, come i coristi in mutande, come l’essenzialità della scenografia: una regia che scava in profondità procedendo con sottrazioni.
Violenza, ipocrisia, rancore, desiderio di libertà, noia: tutto è presente in questo spettacolo. Uno specchio del mondo di Katerina, ma anche del nostro, contemporaneo e violento come quello di ieri: rendersi conto di ciò che si è piuttosto che di ciò che si vorrebbe essere, lacera, scandalizza. Da ciò, probabilmente, la discussione intorno alla scena dello stupro, della biancheria, dell’ubriaco che urina sul palcoscenico, degli invitati alle nozze che si appartano e copulano: si tratta di uno spettacolo che induce a porsi interrogativi; e le risposte quasi mai sono rassicuranti, anzi.
Il Teatro nasce per porre domande e dà risposte, a volte, che sarebbe stato meglio non aver ascoltato: questo è il suo compito.
L'opera è immersa in parallelepipedo delimitato dall’angusta scenografia di Martin Zehetgruber, che evoca con efficacia il senso di oppressione che aleggia sull’intero dramma. All’interno di questo spazio c’è la casa degli Izmajlov: l’onnipresenza dell’autorità patriarcale di Boris, del tedio, è racchiusa tra mura di vetro. La vita noiosa di Katerina, l’ipocrisia del suo matrimonio è visibile a tutti, così come la ricchezza della famiglia: numerose paia di scarpe costituiscono l’unico orpello della casa, l’unico indice del lusso. Il forte impatto emotivo si deve anche alle luci stroboscopiche di Reinhard Traub, che raggiunge la sua acme nel quarto atto: il doppio piano scenico crea un senso di profonda claustrofobia.
I prigionieri non hanno un precisa connotazione storica: sono gli oppressi di ogni epoca, ridotti a fantasmi, privati anche della loro identità, erranti in marce senza senso; sono schiacciati dal tetto della loro prigione, guardati a vista dai loro aguzzini con tanto di pastore tedesco al seguito, illuminati da torce elettriche.
Un’atmosfera di desolazione senza via d’uscita, resa scenicamente con il ricorso a una squallida struttura metallica, priva di elementi naturali. Neppure il lago nel quale annegano le rivali in amore Katerina e Sonjetka c’è: la giovane morirà strozzata da Katerina con le sue calze.
Per Šostakovič e per il regista questa "Lady Macbeth" è una donna tanto assetata di sesso e amore quanto quella shakespeariana lo è di potere; Katerina lancia urla di libertà che scardinano mondo oppressivo, divenendo prima carnefice e poi vittima. La vicenda è narrata indubbiamente con crudo realismo, ma senza autocompiacimenti fini a se stessi. Violenze, gli omicidi, il veneficio, i soprusi, gli amplessi furtivi costituiscono le tessere di un mosaico di desolazione, realismo e abiezione, come la musica (e il libretto) impone.
Se lo spettacolo stupisce per la profondità di contenuti, per l’intelligenza, e, malgrado ciò che può a prima vista apparire, per la devota aderenza alla spirito della partitura, l’aspetto musicale è a tratti sbalorditivo.
Merito di Juraj Valčuha, fresco vincitore del Premio Abbiati quale miglior direttore dell’anno 2017. La sua è una concertazione tesa, serrata, analitica, che esalta la ritmica ossessiva della partitura, i suoi lati grotteschi, graffianti, la violenza ossessiva, i tratti dal sapore espressionistico, la spigolosità dell’armonia.
Il quarto atto è immerso in una cupa e gelida atmosfera di desolazione e disperazione senza speranza: le sonorità orchestrali si assottigliano, i colori ingrigiscono, l’esplosione vitalistica della sessualità debordante di Katerina cede il passo a una elegiaca trenodia. Il gesto del direttore è tanto misurato quanto eloquente: asciutto, essenziale, chiaro negli interludi, sintesi delle atmosfere dei quadri dell’opera.
La fusione tra orchestra - in una delle migliori prove della stagione in corso - e coro è sorprendente. Un senso di pietà aleggia tra golfo mistico e palcoscenico: una gemma in una concertazione di rara sensibilità e precisione nel perfetto controllo di tutte le sezioni. Questa grande prova di affidabilità, compattezza ritmica e sonora quella delle maestranze orchestrali e corali (coadiuvate dal coro maschile del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo diretto da Andrei Petrenko) induce ad auspicare nella riproposizione costante dei capolavori musicali del Novecento.
Il cast vocale è eccellente in tutte le sue parti.
La Katerina Izmajlova di Elena Mikhailenko è una donna ribelle, determinata a rovesciare un’agiata ma noiosa vita di provincia: voce dal discreto volume, aggressiva, a proprio agio nel canto a voce spiegata, così come in quello più lirico e introspettivo, la Mikhailenko disegna una Lady Macbeth sottile, luciferina, insofferente, anche grazie alle qualità d’attrice.
Ludovit Ludha, invece, è uno Zinovi Izmajlov, succube del padre, tanto credibile scenicamente per la sua pusillanimità, per il timbro vocale poco virile che quasi induce a giustificare l’adulterio della moglie e la sua criminale ribellione! Interprete più adatto per la parte di Zinovi sarebbe difficile da immaginare. Del pari, il Sergej di Ladislav Elgr ha carisma scenico e voce stentorea, seppur priva di squillo; il personaggio approfittatore e perennemente arrapato è delineato con plastica evidenza.Dmitry Ulianov, dalla voce di ben timbrata, è il perfido Boris Izmajlov, padre padrone, emblema della meschinità imperante in casa Izmajlov.
Completano il cast la Sonjetka di Julia Gertseva, voce dal timbro scuro e seducente e dalla figura scenica teatralmente sensuale e il vecchio prigioniero di Vladimir Vaneev, basso dalla voce profonda, navigato specialista del repertorio russo; tutte degne di lode le parti secondarie, essenziali per un’opera “corale” come questa.
Al termine il pubblico apprezza - e molto - questa produzione, con applausi calorosi e prolungati (nessuna corsa al taxi questa volta) a tutti i protagonisti dello spettacolo e, in modo particolare, a Juraj Valčuha, il quale, produzione dopo produzione (al San Carlo ha diretto l’inaugurazione della stagione 2017 - 2018 con La fanciulla del West) si conferma essere una delle risorse più interessanti del teatro, per qualità delle esecuzioni e per la scelta del repertorio.
E chi, anche stavolta, forse spaventato dalla difficoltà dell’opera  e dalla scabrosità del soggetto, ha disertato (e, purtroppo, sono stati in molti, visti i “buchi” nei palchi...) ha sbagliato, e di grosso.

Pubblicata in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/43-opera/opera2018/5990-napoli-una-lady-macbeth-del-distretto-di-mtsensk-18-04-2018

Chez Rossini

Napoli, 5 aprile 2018 - Entrare nella casa-museo di Sergio Ragni è un po’ come incontrare Rossini.
Partiture autografe, caricature, lettere, occhialini, incisioni, ritratti di Rossini, della Colbran e delle grandi stelle dell’opera della prima metà dell’800 fanno da contorno a questa conversazione. Tutto è esposto con grande gusto e raffinatezza. Una casa che è un tempio del belcanto italiano.
La presenza di Rossini si avverte; sembra che debba entrare nel bel mezzo della conversazione e fermarsi sornione ad ascoltarci.
Il prof. Sergio Ragni, studioso di fama mondiale della vita e delle opere di Rossini, autore di una monumentale biografia su Isabella Colbran (Isabella Colbran Rossini, 2 volumi, Zecchini Editore, 2012, prefazione di Philip Gosset) e collezionista instancabile di cimeli rossiniani, è una sorta di “erede” del pesarese.
Quell’erede naturale che mancò al compositore ha trovato un “custode” della sua memoria, delle sue lettere e di tanti altri suoi oggetti in questo autentico signore napoletano (espressione con la quale all’ombra del Vesuvio si qualifica la commistione tra signorilità d’animo, generosità, umiltà, profonda cultura, simpatia e savoir-faire) che è Sergio Ragni.
Pochi possono vantare una conoscenza così profonda dell’epistolario rossiniano come lui (è curatore, insieme a Bruno Cagli delle Lettere e documenti di Rossini per la Fondazione Rossini di Pesaro).
Abbiamo pensato, quindi, in questo anno di celebrazioni rossiniane, di pubblicare un resoconto di una conversazione tenutasi con il prof. Ragni sull’uomo Rossini, su un compositore molto più enigmatico di ciò che possa apparire.
Prof. Ragni, partiamo dal luogo in cui ci troviamo, Napoli. Rossini vi arriva nel giugno 1815. Chi è in quell’anno Rossini e che città trova ad accoglierlo?
Rossini a Napoli trova una situazione ottimale per la sua ricerca, soprattutto nel campo dell’opera seria, l’unico genere che poteva rappresentarsi al San Carlo.
Possiamo dire che a Napoli appronta una sorta di “manuale per il melodramma moderno”. Rossini stesso dice di aver trovato il pubblico più colto d’Italia. È significativo che mentre compone il Mosè in Egitto si domanda “non so se questi mangia macheroni (sic, n.d.r.) lo capiranno. Io però scrivo per la mia gloria e non curo il resto”. Si ricrederà e, quando l’opera avrà riscosso un grande successo, affermerà che soltanto a Napoli potevano capire questo lavoro. Una bella soddisfazione per noi napoletani!
L’ambiente musicale napoletano lo accolse bene, anche se, appena giunto nella capitale borbonica, venne pubblicato un articolo che ironizzava sull’arrivo in città di un “certo Signor Rossini”, malgrado i precedenti successi veneziani e milanesi.
Rossini viene accolto alla “corte” di Domenico Barbaja il quale aveva dotato il San Carlo di tutte le meraviglie per un compositore: compagnia di canto che migliore non poteva immaginarsi, ottima orchestra e, successivamente alla ricostruzione del teatro, macchine sceniche all’avanguardia.
Parte invece in sordina il rapporto tra Rossini e re Ferdinando: alla prima di Elisabetta regina d’Inghilterra il sovrano non applaude subito, accordando in questo modo la sua approvazione, anche in ragione della pregressa simpatia politica di Rossini per Gioacchino Murat.
A Bologna, infatti, nel 1815, dopo il Proclama di Rimini, aveva scritto  l’ Inno dell'Indipendenza (“Sorgi, Italia, venuta è già l'ora”).
Rossini però in una lettera ci dice che il sovrano, resosi conto dell’entusiasmo del pubblico, uscì dal teatro e ne derivò una “rivoluzione di applausi”.
A Napoli Rossini diventa il personaggio più ricercato, data anche l’importanza che la musica rivestiva per la città; imparò anche a parlare bene il napoletano, così come aveva imparato il veneziano.
Sempre a Napoli inizia la relazione amorosa con Isabella Colbran, grande cantante, grande musicista e allieva di uno degli ultimi grandi castrati, Girolamo Crescetini.
Sostengo anche nel mio libro che il rapporto sentimentale tra Rossini e la Colbran si interrompe quando il soprano madrileno smette di cantare: la relazione tra i due nasce in ambito lavorativo-musicale.Con il declinare della carriera della moglie diminuisce l’amore tra i due.
Oltre alla Colbran, Barbaja, quale impresario del San Carlo, aveva una “scuderia” di artisti di prim’ordine, legati a lui da contratti d’esclusiva, utili a sottrarli a teatri “concorrenti”.
Rossini è sempre stato molto abile e scaltro nella gestione dei suoi “diritti economici”, riuscendo a fronteggiare anche un impresario scaltro come Barbaja, diventandone perfino socio in affari nell’Impresa dei giochi d’azzardo! Ovviamente tra i due non mancarono dissidi per motivi economici, ma successivamente seppero trovare il modo per ricomporli senza incrinare la loro profonda amicizia.
È quindi comprensibile che Barbaja si troverà in difficoltà quando Rossini e la Colbran lasceranno Napoli (1822) e cercherà, invano, di convincerli a tornare. In un sol momento Barbaja perde due capisaldi della sua “scuderia” artistica.
Come reagì Barbaja alla “soffiata” della Colbran per mano di Rossini?
In realtà non ci sono testimonianze che la Colbran fosse l’amante di Barbaja! È Stendhal, da buon pettegolo, ad insinuare ciò, ma non c’è nessuna prova a riguardo. Anzi, sappiamo che la Colbran viveva nel Palazzo Barbaja di via Toledo (che non è quello, contraddistinto dal numero civico 205, dove da qualche anno è stata apposta una targa commemorativa del soggiorno di Rossini. Il Palazzo di Barbaja si trovava poco più avanti, dove ora sorge la Galleria Umberto I. Proprio per consentire la costruzione della Galleria il palazzo di Barbaja fu abbattuto, n.d.r.) dove possedeva un appartamento nel quale risiedeva insieme al padre.
Del pari è infondata l’altra diceria sul conto della Colbran, cioè quella secondo la quale sarebbe stata l’amante di re Ferdinando: impossibile, anche perché la spagnola era stata murattiana e una protetta dalla famiglia Bonaparte. Possiamo immaginare una “devozione” della Colbran per la corte bonapartista, non certo per quella borbonica!
Quali furono i rapporti di Rossini con i genitori?
Dalle lettere emerge un Rossini molto rispettoso dei genitori, pur imponendo sempre la sua volontà, così come doveva accadere con tutti quelli che entreranno in contatto con lui, fatta salva l’eccezione della seconda moglie Olympe Pélissier.
Dopo aver cantato da ragazzo con la mamma nei piccoli teatri delle Marche, Rossini diventa il sostegno economico per i genitori e si riveste dunque di autorità nei loro confronti. Il rapporto epistolare con i genitori è fitto, soprattutto con il padre: Giuseppe Rossini rilega le lettere del figlio, raccoglie gli articoli dei giornali che parlano del figlio e, quando non può, addirittura copia gli articoli su Gioacchino dai giornali nei caffè. Tuttavia il padre, il Vivazza, non riuscì mai a scrollarsi di dosso l’aura di umile provinciale, anche quando il figlio diventerà un personaggio di mondo.
La madre Anna Guidarini sarà la confidente dei suoi (pochi) fiaschi e dei tanti successi, così come delle esperienze amorose.
Il lutto per la perdita dei genitori viene elaborato da Rossini in modo diverso.
Alla morte della madre (1827) Rossini è nel pieno vigore artistico, è impegnato nella preparazione del Moïse et Pharaon, è preso totalmente dal nuovo lavoro per l’ Académie Royale de Musique di Parigi; non pensa quindi di recarsi a Bologna per un ultimo saluto.
Elaborerà diversamente il lutto per la morte del padre (1839): in quell’epoca Rossini ha smesso di comporre per il teatro, inizia a soffrire di crisi depressive, non ha più la “distrazione” del teatro lirico.
La Pélissier riferisce che il marito incominciava a piangere non appena gli si parlava del padre o vedeva qualcosa riconducibile a lui.
Rossini diventò un compositore ricchissimo: quale era il suo rapporto con il danaro?
A Parigi Rossini diventa amico di grandi banchieri, si dedica ad investimenti finanziari - alcuni con la supervisione dei suoi amici magnati - anche nell’impresa delle odiate ferrovie!
Si dimostra un uomo molto esperto e oculato nella gestione della sua enorme ricchezza, una persona molto concreta, un po’ avara, pur non privandosi di nulla.
Possiamo dire che tutte le sue spese erano ben calcolate!
Prestò soldi anche alla famiglia Hercolani, nobili bolognesi, per un importo elevatissimo.
La famiglia tuttavia non riuscì ad onorare il prestito, ma possedeva una importante pinacoteca, pervenuta alla Città di Pesaro con l’eredità di Rossini, dopo un contenzioso, quale risarcimento della mancata restituzione del prestito stesso.
Riuscì a strappare ottimi contratti agli impresari, grazie anche al binomio Rossini-Colbran: a Venezia, per la Semiramide (1823), il contratto dei coniugi Rossini costò al Teatro La Fenice quanto l’intera stagione precedente!
È evidente che il rapporto con la Colbran fosse fondato anche su una innegabile convenienza economica.
Qual è la sua ipotesi sul silenzio di Rossini?
Rossini si rende conto che la sua musica (per quanto il Guillaume Tell sia un caposaldo della storia dell’opera), il suo tempo, la “moda” per la sua musica dovevano venir meno.
Si definisce l’ultimo dei classici; il mondo inizia a diventare poco attuale per uno che adorava e venerava Haydn e Mozart (sul salisburghese diceva: “Egli fu l'ammirazione della mia giovinezza, la disperazione della mia maturità, e la consolazione della mia vecchiaia”).
Mozart è percepito quale massimo esempio di una civiltà musicale nella quale la forma aveva il predominio.
La situazione storica muta e Rossini inizia a non riconoscersi più nell’epoca delle barricate.
Si pensi che la carriera italiana si chiuderà con Semiramide, un soggetto legato al classicismo e che, nelle intenzioni di Rossini, doveva rappresentare la codificazione dell’opera italiana perfetta.
A me piace fare un confronto, forse azzardato, tra la Semiramide e il Mozart estremo de La clemenza di Tito: dopo le NozzeDon Giovanni, ecc anche Mozart avverte il bisogno di tornare alle forme ideali del classicismo.
Avverto in Guillaume Tell la consapevolezza da parte di Rossini di aver dimostrato, dopo aver scritto farse, opere buffe, serie, il massimo della propria espressione musicale.
Lo sforzo creativo di una vita sicuramente avrà contribuito al logorio nervoso.
Del resto, come abbiamo detto prima, aveva guadagnato molto, aveva ottenuto anche i beni della Colbran tra i quali la villa di Castenaso; a Parigi riesce a farsi concedere anche una pensione dal re Carlo X, minacciando di non consegnare al Sovrano la partitura del Guillaume Tell finché non avrà ottenuto una pensione “per tutti i miglioramenti apportati alla scena francese!”.
A Parigi Rossini diventa quel “monumento” omaggiato e rispettato da tutti i compositori; perfino Wagner, sempre sprezzante verso i colleghi, sentirà il bisogno di incontrarlo!
Ad un certo punto quindi Rossini avverte la necessità, dopo aver tanto divertito gli altri, di divertire se stesso; al padre scriveva di aver deciso di smettere di comporre nel 1830, probabilmente per non impazzire!
Sulla decisione di smettere di comporre per il teatro influirono anche disturbi fisici di varia natura. In questo periodo è curato amorevolmente dalla seconda moglie OlympePélissier, la quale fu l’unica a riuscire a imporre la sua volontà a Rossini, uomo autoritario, ai limiti della prepotenza, con tutto il genere umano!
Mi piace dire scherzando che, pur adorando e “convivendo” con Rossini, certamente non mi avrebbe fatto piacere conoscerlo di persona! (Ride)
Per concludere, ritorniamo dal luogo di partenza.
Rossini soggiorna di nuovo a Napoli nel 1839, ma sono cambiate molte cose rispetto al settennato 1815-1822.
Nel 1839 è una persona molto cambiata rispetto ai felici anni napoletani: ritorna nella città che lo aveva visto nel pieno del fervore creativo e della giovinezza.
Guarderà a Napoli, città che gli sta a cuore, con molta malinconia.
Esiste una arietta Le lazzarone (in Péchés de vieillesse, Vol II, Album français, n. 8, n.d.r.) dalla quale traspare la nostalgia per Napoli, per la propria gioventù.
Il soggiorno del 1839 nella villa di Barbaja a Mergellina, dura solo poche settimane; la Pélissier descrive in alcune lettere dirette a Bologna la stravaganza di Barbaja e degli arredi della sua villa.
Ritiratosi definitivamente a Parigi, grazie anche ai saggi consigli della moglie, Rossini approda alla sua tranquillità; la situazione politica in Italia iniziava ad essere troppo turbolenta per un uomo alquanto pavido e poco (o per nulla) incline a rivoluzioni come era Rossini.
Negli ultimi anni parigini si rianimò: il salotto era uno dei più importanti di Francia ed era gestito dalla moglie; le serate musicali erano sempre frequentate dalla cerchia di amici e da musicisti.
La Pélissier, ormai signora Rossini, riuscirà finalmente ad imporsi nella grande società, riscattandosi dai suoi trascorsi imbarazzanti.
Un’ultima domanda: quando e come è nata la sua passione per Rossini?
La passione per Rossini è nata fin da quando mi sono appassionato alla musica, molto presto.
Da ragazzino mi feci regalare dai miei genitori un magnetofono con il quale registravo la musica dalla radio.
Ho iniziato a collezionare registrazioni musicali.
Rossini mi ha colpito da subito per il suo ritmo, per la sua forza fisica che mi prende e mi invade ogni volta che lo ascolto.
Poi ho iniziato a leggere la biografia di Stendhal dove c’è molta Napoli, ma anche molta immaginazione…
Successivamente ho iniziato a collezionare cimeli: ricordo l’emozione di quando, ragazzo, acquistai la prima lettera di Rossini. Non pensavo di poter avere tra le mani qualcosa appartenuto a Rossini!
Da lì è iniziata la raccolta certosina dei libretti delle prime di Rossini e poi… tutto il resto!
Si chiude con questa nota biografica la lunga conversazione su Rossini con Sergio Ragni – che ringrazio per il tempo dedicatoci – riportata qui in sintesi.
Da un tempio rossiniano… buone celebrazioni rossiniane!
Ricordiamo, per finire, che al MEMUS del Teatro San Carlo è allestita un’interessantissima mostra su Rossini, Furore napoletano, curata proprio da Sergio Ragni (http://memus.squarespace.com/furore-napoletanoragni )

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