NAPOLI, 20 e 21 ottobre 2026 - Chi sarebbe oggi Cenerentola? Forse un’addetta al bancone, con tanto di contratto a termine e part-time, in un bar malandato? Probabilmente, sì.
È questa la risposta che Damiano Michieletto affida alla sua lettura della Cenerentola rossiniana, ambientata ai nostri giorni, nei quali la precarietà del lavoro, le vessazioni e le differenze sociali sono purtroppo accidenti ancora ricorrenti e che in questo spettacolo diventano coordinate del racconto. Tutto è spiegato, preceduto dal video di Roland Horvath con citazioni alla Magritte, con efficacissimo senso del teatro, durante la Sinfonia introduttiva.
E la stessa scelta del regista, dopo il primo impatto, si rivela tutt’altro che arbitraria: già Rossini e Jacopo Ferretti, del resto, si allontanano dalla lettera della fiaba di Charles Perrault, rinunciando, tra le varie, alla zucca trasformata in carrozza e alla scarpetta di cristallo per incentrare la trama sul trionfo della bontà d’animo, sul riconoscimento del valore della persona al di là della maschera e sul rovesciamento delle gerarchie sociali.
La Cenerentola, spettacolo coprodotto dalla Semperoper Dresden e dal Théâtre des Champs-Élysées, abbandona, ma solo parzialmente, il côté fiabesco: Alidoro, come gli angeli Damiel e Cassiel del film Il cielo sopra Berlino (1987) di Wim Wenders, vigila su Angelina/Cenerentola e mantiene vivo il collegamento con l’elemento soprannaturale.
La descrizione, in breve. Angelina lavora in un bar prossimo al fallimento; il palazzo di Don Ramiro, principe di Salerno diventa un elegante loft.
Paolo Fantin restituisce il contrasto attraverso ambienti essenziali, dominati dal bianco, mentre le luci di Alessandro Carletti introducono variazioni cromatiche e suggestioni atmosferiche che movimentano la scena e sottolineano i momenti cruciali della narrazione. I costumi di Agostino Cavalca, coerentemente riferiti alla moda contemporanea, sottolineano differenze sociali e caratteriali: da lavoro gli abiti di Angelina; eccentrici quelli delle sorellastre; casual ed eleganti quelli di Dandini e del principe.
Metabolizzata l’ambientazione, il disegno registico si sviluppa con coerenza, intelligenza, dominio tecnico e gusto, sostenuto da una recitazione vivace, mobile e molto ben preparata. La figura di Alidoro assume un rilievo particolare: non è soltanto il precettore che orienta gli eventi, ma una sorta di puparo del dramma giocoso, il motore mobile di un meccanismo teatrale che governa movimenti, relazioni e prossemica.
Damiano Michieletto, al contrario di quanto una percezione sommaria dello spettacolo potrebbe far ipotizzare, rispetta lo spirito dell’opera, il suo messaggio - pur rielaborandone radicalmente l’estetica - e la sostanza della drammaturgia.
Rimane, tuttavia, un’ombra nell’epilogo che contrasta con l’assunto, evidentemente troppo tenero, della “bontà in trionfo”: all’emancipazione/liberazione di Angelina segue la subordinazione degli altri personaggi, come se il riscatto della protagonista comportasse la condanna degli ex dominatori a vivere lo stato di servitù e sottomissione un tempo inflitto a Cenerentola.
Se lo spettacolo convince, coinvolge e far riflette, molti dubbi li semina l’aspetto musicale.
A Speranza Scappucci si intesta il primato di essere la prima direttrice d’orchestra sul podio per un’opera al Teatro di San Carlo; affronta la partitura con una conduzione agogica discontinua, talvolta, soprattutto nei concertati, dai tratti quasi parossistici. Se le trentuno battute del Maestoso della Sinfonia e, in particolare, il duetto “Un soave non so che”sono improntati a eccessiva rilassatezza dei tempi, nel corso dell’opera vi sono numerose accelerazioni che conducono troppo spesso verso un’esasperazione convulsa del ductus. Il risultato è una concertazione che mette sotto pressione cantanti, coro e orchestra, soprattutto nei concertati, dove la rapidità dei tempi costringe talvolta le voci, in debito di fiato e con dizione incomprensibile, a cercare stare al passo dell’orchestra. Squilibri dinamici e frequenti asincronie tra buca e palcoscenico, purtroppo, incidono sulla precisione e linearità dell’esecuzione. Le dinamiche non risultano sempre ben calibrate, gravano così sulla freschezza del flusso musicale da cui dovrebbero scaturire quei sulfurei brio e leggerezza tipici del Cigno di Pesaro: la vivacità ritmica, l’eleganza e la nitidezza della scrittura pagano dazio a una lettura che stenta a trovare una rotta sicura.
L’Orchestra del Teatro San Carlo non si presente in una delle sue serate migliori: molti attacchi “sporchi”, imprecisioni al suo interno e uniformità di colori tra le sezioni.
Il coro si distingue soprattutto per l’ottima prova attoriale (esilarante il travestimento in abiti femminili in “Scegli la sposa” che precede la cavatina di Dandini “Come un’ape nei giorni d’aprile”) ma mostra precisione e rifinitura inferiori al solito; si riscontrano varie asincronie, a causa dei tempi serratissimi, con l’orchestra.
Per questa produzione il cast vocale prevede un’alternanza di interpreti per le parti di Angelina/Cenerentola e Don Ramiro. In quello della prima rappresentazione, il mezzosoprano britannico-russo Aigul Akhmetshina, recentemente acclamato al San Carlo in un recital molto articolato ( la recensione), affronta la parte di Angelina, ad avviso di chi scrive, in una condizione vocale che appare sin dalle prime battute - prima dell’inizio dello spettacolo non è stata annunciata alcuna indisposizione - alquanto precaria e notevolmente al di sotto delle sue notevoli potenzialità. Ipotizzata un’evidente e transitoria difficoltà, l’emissione, almeno inizialmente, fatica a trovare proiezione e volume; qualche miglioramento si avverte nel corso della serata, ma la resa della scena finale “Nacqui all'affanno” in particolare, con il finale “Non più mesta”, resta estremamente problematica e discontinua. Giocoforza qualsiasi opzione interpretativa rimane allo stato embrionale e manca una spiccata identità.
Jack Swanson, negli abiti di Don Ramiro, risolve con professionalità le difficoltà della parte; il registro acuto, pur sicuro, appare però talvolta esile; adeguata la caratterizzazione del personaggio.
Convince Florian Sempey, un Dandini di notevole presenza scenica e di adeguate risorse vocali per consistenza e proiezione. Il timbro scuro, la risonanza anche nelle note più gravi malgrado un’emissione non adeguatamente in maschera, le colorature nitide e la capacità di sostenere lunghe arcate di fiato (lodevole quella dimostrata sulla frase “un boccone squisito per me”) concorrono a creare una prova di grande efficacia. Il baritono francese domina la scena con carisma e senso del ritmo teatrale.
Al netto di soprattutto iniziali incertezze d’intonazione, Giulio Mastrototaro disegna un Don Magnifico centrato dal punto di vista teatrale; la prova musicale, tuttavia, non si traduce in una caratterizzazione incisiva.
Laura Ulloa e Sayumi Kaneko, rispettivamente Clorinda e Tisbe, sono vivaci, vezzose e briose, ben inserite nel ritmo della regia, ma la loro messa a fuoco vocale è decisamente perfettibile.
Il personaggio di Alidoro, stasera vestito da Gianluca Margheri, è centrale nell’impianto di Michieletto, fulcro incontrastato e onnipresente del sofisticato meccanismo teatrale. Da lodare la sua prova scenica. L’attacco dell’aria “Là del ciel nell’arcano profondo”, musicalmente insidiosissima, è problematica e infelice, così come la gestione del prosieguo, articolato su una linea vocale accidentata.
La seconda rappresentazione del 21 ottobre permette di apprezzare, nella parti di Angelina e Don Ramiro, due artisti che convincono per la familiarità con il linguaggio rossiniano. Aleksandra Meteleva, ex allieva dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”, affronta Cenerentola con correttezza, bella presenza scenica e buon senso dello. La vocalità denota buona omogeneità nei registri e un colore non particolarmente scuro, ma ben timbrato; l’emissione, pur con un vibrato piuttosto pronunciato che tende a caratterizzarne il suono, le consente un fraseggio misurato ed appropriato; le colorature risultano in genere nitide. Sul piano interpretativo, la sua è un’Angelina venata di malinconia, con un’adeguata credibilità espressiva.
Il di lei Don Ramiro è César Cortés, tenore colombiano convincente per la qualità del timbro e per l’emissione fluida. Gli difettano una dose aggiuntiva di consistenza, maggiore sicurezza e controllo degli acuti nella micidiale aria “Sì, ritrovarla io giuro”.
Al termine della prima rappresentazione, applausi prolungati per tutti gli artefici dello spettacolo. Michieletto non è presente in teatro: al suo posto si presenta sul palcoscenico la regista collaboratrice Eleonora Gravagnola e il resto del gruppo creativo.
Stessa accoglienza viene riservata a tutti artisti impegnati nella successiva replica del giorno 21 ottobre.
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