NAPOLI, 6 dicembre 2025 - Due prime in una: Medea di Luigi Cherubini va in scena per la prima volta in assoluto al Teatro San Carlo e inaugura, con enorme successo di pubblico, la stagione lirica 2025 – 2026 del Massimo napoletano.
Negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando grazie a Maria Callas l’opera di Cherubini riprese a circolare - seppur nella traduzione italiana; l’originale, Médée, del 1797 è, com’è noto, nella forma dell’opéra comique -, Napoli non ebbe la fortuna di ascoltare il declamato drammatico del soprano greco.
Né al San Carlo si videro le altri grandi interpreti di Medea: Leyla Gencer, Magda Olivero, Shirley Verrett. Dal 1797 Medea a Napoli non è mai stata rappresentata. Come a voler recuperare le occasioni e il tempo perduti, stasera al San Carlo il capolavoro di Cherubini viene rappresentato nella versione italiana di Carlo Zangarini, quindi con i recitati musicati - per la versione in tedesco - da Franz Lachner i occasione della rappresentazione a Francoforte del 1854. Insomma, Medea è uno stratificato e suggestivo “falso”, che grazie alla titanica interpretazione di Maria Callas ha conquistato autonomia estetica e forza teatrale ancora oggi di straordinaria presa sul pubblico, benché la musicologia contemporanea e il gusto contemporaneo privilegino, a ragione, l’originaria Médée francese.
Ma a dare senso alla scelta di Medea in luogo di Médée è anche la presenza - favorita dal Coordinatore Area Artistica e Casting Director del San Carlo Ilias Tzempetonidis - della protagonista, Sondra Radvanovsky, che ha già sostenuto la parte al Metropolitan Opera inaugurando la stagione 2022-2023 e, più recentemente, alla Lyric Opera di Chicago.
È intorno al grande soprano statunitense che produzione e spettacolo si costruiscono: la sua personalità scenica, la scolpita tempra drammatica, la vocalità poderosa aderiscono alla Medea italiana, assai più che alla più rarefatta Médée francese.
L’interpretazione di Radvanosky, poi, risulta impreziosita e approfondita dallo scavo psicologico che compie la regia di Mario Martone, il quale firma uno spettacolo elegante, profondo, coerente e, soprattutto, coinvolgente. Partendo dalle radici del dramma atemporale di Medea, il regista napoletano, più che ricostruirne l’antichità, fa emergere, con processo maieutico e con chiarezza tragica, la dimensione introspettiva della protagonista: scava nel magma emotivo di Medea e lo riporta al presente. Da qui, scelte sceniche sobrie, abolizione della quarta parete per aumentare la partecipazione del pubblico. Il teatro è ripensato come agorà greca, luogo di incontro e, soprattutto, di discussione e riflessione. Le scene eleganti e curate di Carmine Guarino diventano specchio dei moti della psiche dei personaggi e del dramma vissuto grazie anche alle pertinenti e efficaci video proiezioni di Alessandro Papa e al raffinato e suggestivo gioco delle luci di Pasquale Mari.
L’attualizzazione del dramma voluta da Mario Martone, pur nel rispetto della drammaturgia, ci conduce in un raffinato ambiente novecentesco, dove troneggia un aristocratico edificio di età vittoriana, adagiato su un curatissimo prato all’inglese adornato da alberi topiati, solcato da numerose figure vestite elegantemente (i costumi, assai belli nella loro sobrietà, sono di Daniela Ciancio): Medea è invece una barbara, entra in scena mascherata, in abito essenziali dai colori cupi; proviene da un “altrove” che incrina il mondo che Giasone, Glauce e Creonte si illudono di poter costruire. Il mare, presente dall’atto II, è ciò che segna il distacco tra il mondo di Creonte e quello della maga della Colchide: in esso si riflettono i conflitti interiori dei personaggi; in quello plumbeo e in tempesta imploderà il dramma, dopo un apocalittico scontro di pianeti, riferimento dichiarato di Martone stesso al film Melancholia di Lars von Trier.
Spazio scenico dilatato, dicevamo: c’è un’osmosi equilibrata tra palcoscenico e platea assicurata dalle passerelle sul perimetro della buca orchestrale, che amplifica la partecipazione e la kátharsis degli spettatori.
Rispetto, dunque, del senso autentico del dramma antico, seppur mediato da un’opera di fine Settecento, “reinventata” nell’Ottocento e riscoperta nel Novecento, attraverso una trasposizione spazio-temporale che ancora una volta dimostra la tragica attualità del mito/dramma di Medea.
C’è da lodare l'attenzione con la quale Martone indaga le relazioni tra i personaggi: prossemica curatissima e gestualità ben calibrata. Medea eccede in qualche affondo, qualche pianto e risata che suonano troppo iper-realistici, ma che si giustificano con la scelta interpretativa, marcatamente drammatica e introspettiva, del regista.
Se lo spettacolo scava nel dramma, scolpendo una Medea tormentata, dilaniata - emblematici sono il suo agitarsi e vagare sulla scena sulle note dell’introduzione orchestrale all’atto III - la direzione musicale, affidata a Riccardo Frizza, procede su un terreno meno frastagliato e profondo.
Concertazione solida, precisa, che assicura buon equilibrio dei volumi tra buca, palcoscenico e, all’occorrenza, coro in sala, ma che però tiene troppo a freno la bruciante drammaticità che Medea, nella sua versione italiana, così scolpita nel suo declamato, quasi beethoveniana nell’orchestrazione, richiederebbe.
Una lettura troppo apollinea e poco dionisiaca, che sottrae alla partitura di Medea l’energia, quel côté di colori, contrasti e drammaticità che danno nerbo all’opera e che furono le ragioni dell’apprezzamento da parte di Beethoven e Brahms.
L’Orchestra del Teatro di San Carlo si presenta nel complesso disciplinata e in ottima forma, condotta con mano sicura e saldo controllo da Riccardo Frizza, che ha l’indubbio merito di saper gestire con sapienza tecnica uno spettacolo complesso dal punto di vista musicale, per la gestione dei piani sonori e delle dinamiche.
Convince anche il Coro del San Carlo, preparato da Fabrizio Cassi, che - pur con qualche lieve asperità nel settore femminile - offre un suono compatto, incisivo e sempre ben plasmato, sia in scena sia negli interventi “esterni” dietro le quinte. Particolarità di questa produzione è inoltre il coinvolgimento, come anticipato, del coro lungo il perimetro della platea: una disposizione complessa da gestire, soprattutto nel dialogo con l’orchestra, ma affrontata da Cassi e Frizza con competenza e sicurezza ammirevoli.
Il cast vocale è catalizzato dalla Medea di Sondra Radvanovsky: acuti folgoranti, voce di imponente peso specifico, presenza scenica magnetica, gesto cesellato, fraseggio analitico e carisma fanno della sua interpretazione un autentico punto di riferimento delle recente storia interpretativa di Medea. Peccato solo per una dizione non sempre limpida e chiara e per un’idiomaticità talvolta sfocata; la sua Medea appare come una donna ferita, divorata da un desiderio di vendetta accecante e sospinta da una cupio dissolvi implacabile.
In scena Radvanovsky sprigiona un’intensità musicale e d’attrice che impressionano: assottiglia l’emissione fino al sibilo, poi incalza, simula, chiede misericordia, solca e divora gli ampi spazi del palcoscenico, dà affondi nel registro grave, talvolta persino eccede, ma sempre mettendo al servizio del personaggio la potenza della sua vocalità e l’acume della sua interpretazione. Il risultato è una Medea scultorea, ombrosa, tormentata, modellata con mano sicura da binomio Martone - Radvanovsky.
Francesco Demuro, invece, nei panni di Giasone è l’opposto della Medea di Radvanovsky: dizione ed idiomaticità limpide, voce dal timbro luminoso; tuttavia sin dall’inizio dell’opera l’organizzazione vocale denota un peso specifico non adeguato alla parte: più volte la tenuta della linea di canto è messa a dura prova e incrinata. L’interpretazione, animata da slanci veementi, è tuttavia convincente, la recitazione sempre molto appropriata.
Reduce dal successo riscosso come Attila al San Carlo lo scorso mese di aprile (la recensione), Giorgi Manoshvili vi ritorna per vestire i panni di Creonte, parte giocata tra la tessitura di basso e di baritono, che qualche volta finisce per incrinare la solidità, l’eleganza e la bellezza timbrica della vocalità nobile del basso georgiano. Fraseggio incisivo e curato, presenza scenica dal forte impatto e mezzi vocali rigogliosi delineano ugualmente un Creonte validissimo e autorevole anche dal punto di vista attoriale.
Più che una promessa Désirée Giove si conferma una realtà: già apprezzata lo scorso giugno come Carolina nel Matrimonio segreto (la recensione: la recensione), ex allieva dell’Accademia del San Carlo, il giovane soprano disegna una Glauce di notevole qualità. La voce è limpida e luminosa, dal timbro gradevole, con un’emissione fluida e una proiezione sicura; qualità che, unite a un’interpretazione accuratamente cesellata, a una recitazione centrata e appropriata, la bellezza della figura - di forte impatto l’incedere a scatti e zoppicante prima del crollo finale – danno il giusto risalto a una parte breve ma cruciale come quella della figlia di Creonte, restituendole spessore, incisività teatrale e fluidità della linea di canto.
Cupa e ombrosa è la Néris di Anita Rachvelishvili, che torna al San Carlo dopo aver interpretato, in occasione della precedente inaugurazione di stagione, la strega Ježibaba in Rusalka (la recensione: la recensione): qualche affondo nel registro grave risulta stilisticamente non appropriato, tuttavia il mezzosoprano georgiano (la Georgia corrisponde all’antica Colchide: questa produzione schiera due georgiani, Anita Rachvelishvili e Giorgi Manoshvili) sfoggia mezzi vocali poderosi per volume e incisività; l’interprete, poi, nella magnifica aria con fagotto obbligato “Solo un pianto”governa adeguatamente i registri vocali, scolpisce la linea vocale e restituisce un’interpretazione di intensa suggestione molto apprezzata dal pubblico.
Nei ruoli secondari si distinguono le due ancelle di Glauce, affidate a Maria Knihnytska - della quale si ricorda la brillante Carolina nel Matrimonio segreto degli Allievi dell’Accademia (la recensione) - e ad Anastasiia Sagaidak: entrambe provenienti dalla cantera del San Carlo, che ancora una volta si conferma fucina di talenti. Le due giovani artiste sfoggiano vocalità ben organizzate e presenza scenica sicura. Da segnalare anche il Capo della guardia del re interpretato da Giacomo Mercaldo, artista del Coro del San Carlo.
Al termine, circa nove minuti di applausi scroscianti coronano l’inaugurazione della stagione lirica 2025 - 2026: consensi calorosi per tutti gli artefici dello spettacolo da parte della sala gremita e ovazioni calorose per la carismatica Medea di Sondra Radvanovsky.
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