NAPOLI, 27 settembre 2026 - Glinka, Čajkovskij, Šostakovič: poco più di un secolo di musica russa in tre partiture che, pur lontanissime per linguaggio, epoca e contesto storico, hanno in comune una straordinaria vitalità teatrale. Dalla brillante Ouverture dall’opera Ruslan y Ljudmila al Concerto in re maggiore per violino e orchestra, op. 35 di Čajkovskij, vertice del romanticismo russo, fino alla Sinfonian. 9 in mi bemolle maggiore, op. 70 di Šostakovič, capolavoro di ironia e disincanto composto nel 1945, il programma del Teatro di San Carlo costruisce un arco nel quale la Russia musicale sembra passare dall’affermazione ilare della propria identità al sorriso sardonico con cui Šostakovič guarda ai terribili fatti storici appena attraversati. Il percorso aperto dalla vivacità di Glinka trova una sorprendente continuazione nella leggerezza di Šostakovič; centro e cuore del programma è la grande parentesi drammatica, tormentata, lirica e virtuosistica di Čajkovskij, con il violino chiamato a confrontarsi con una delle più impegnative, emozionanti e celebrate scritture solistiche dell’intero repertorio concertistico ottocentesco.
Programma dunque tutt’altro che casuale quello affidato a Riccardo Frizza e all’Orchestra del Teatro di San Carlo, che vede il ritorno, dopo quindici anni, dell’acclamatissimo violinista greco Leonidas Kavakos, protagonista assoluto del Concerto di Čajkovskij.
L’ouverture da Ruslan e Ljudmila, composta da Glinka per l’opera tratta dal poema di Puškin e rappresentata nel 1842, è una pagina che in pochi minuti condensa tutta l'esuberanza del nascente teatro musicale russo: ritmi incalzanti, colori brillanti, energia propulsiva e una scrittura che fonda sulla rapidità quasi rapsodica la propria caratterizzante forza espressiva. Riccardo Frizza la affronta con brio e giusta dose di verve; l’Orchestra del San Carlo si presenta in buona forma, denotando un’articolazione tendenzialmente precisa, duttilità nelle dinamiche, bei colori e una brillantezza che pervade lo spirito della pagina.
Ma il clou della serata è però il Concertoper violino di Čajkovskij, composto nel 1878 durante il soggiorno del compositore a Clarens, sul lago di Ginevra. Giudicato ineseguibile dal violinista Leopold Auer, al quale era stato dedicato, fu Adolf Brodsky a tenere a battesimo la prima esecuzione viennese nel 1881. Proprio perché la difficoltà tecnica della parte solistica è indissolubilmente legata alla necessità di mantenere una continuità lirica e un’incandescente tensione narrativa, il concerto è diventato uno dei grandi banchi di prova del violinismo di ogni tempo.
Non poteva sfuggire al richiamo di questa pagina, Leonidas Kavakos che sceglie proprio il temibile concerto per ripresentarsi al pubblico del San Carlo. Il suo approccio non concede nulla allo sterile esibizionismo: trasforma la parte solistica, obiettivamente esposta al rischio della retorica, in un saggio di controllo, di consapevolezza stilistica e di naturale virtuosismo. La sua eccelsa tecnica è discreta, al servizio della musica. Impressiona anzitutto per l’assoluto dominio dell’arco e per la varietà della “cavata”. I colpi d’arco, e in particolare i picchiettati e gli spiccati sono di una precisione eccezionale, gli attacchi hanno una nitidezza quasi chirurgica, mentre la potenza del suono permette al suo magnifico Stradivari Willemotte del 1734 di proiettare nella sala una voce (è proprio il caso di dirlo, una voce!) ampia, di velluto, calda, avvolgente, brunita sulla III e IV corda, capace tuttavia di assottigliarsi improvvisamente sino a farsi impalpabile, penetrante, quasi un sibilo. È una delle caratteristiche più affascinanti dell’arte di Kavakos: la capacità di passare da cavate possenti alla rarefazione estrema senza che venga mai meno il controllo del ductus melodico, e sempre con un fraseggio controllatissimo. L’interpretazione del Concerto di Čajkovskij potrà deludere chi si attende un interprete immerso nell’incandescenza della materia emotiva della pagina, nei gorghi melodici della sua scrittura; ma Kavakos è violinista ateniese, la sua arte si sviluppa partendo da un’innata σωφροσύνη (sophrosyne), dal controllo delle passioni, dall’autocontrollo. Le stesse postura e prossemica che si evince dal suo vivere il palcoscenico fa del violinista greco quasi un’autorevole declinazione violinistica della scultura dell’Auriga di Delfi.
E proprio nel primo movimento, quello più turbinoso, questa concezione emerge con particolare evidenza. Il magma emotivo di Čajkovskij non viene assecondato in senso epidermicamente passionale, ma composto all’interno di una visione nitida, misurata, che a tratti può sembrare persino oggettiva. Ma al netto di qualche appena percepibile problema di messa a fuoco della linea melodica nelle prime battute, l’intero primo movimento è un saggio di interpretazione unita all’illustrazione dello smisurato bagaglio tecnico.
La compostezza dell’interprete, poi, fa apparire ancora più incisivo il lirismo del secondo tema del violino del primo movimento, modellato su una linea struggente, sottilissima, che non perde mai di vista la tensione architettonica della frase. La sensualità del suono, assottigliato e pur sempre proiettato, diventa in questo punto astrazione metafisica.
La Canzonetta del secondo movimento introduce una diversa temperatura espressiva. Con la sordina, il suono si fa più raccolto e quasi cinereo; Kavakos mette al bando i languori della pagina valorizzandone invece la dimensione sospesa, malinconica, intimamente cantabile. Poi il Finale – del quale il severissimo viennese Eduard Hanslick avvertiva addirittura “il puzzo di acquavite scadente di un’orgia russa”! (per inciso, a chi volesse ridere a crepapelle delle cantonate collezionate dai critici si consiglia vivamente la lettura di Nicolas Slonimsky, Invettive musicali, Adelphi, 2025) – riporta in primo piano la vertiginosa difficoltà della scrittura: salti di posizione, articolazioni rapidissime, doppie corde, passaggi di agilità e continui cambi di registro vengono affrontati con una sorprendete naturalezza che rende quasi invisibile l’enorme apparato tecnico necessario a sostenerli.
Rispetto a quasi perfezione solistica, l’Orchestra del Teatro San Carlo mostra qualche momento meno rifinito e imprecisione soprattutto nel primo movimento, dove qualche passaggio denota una tornitura dell’insieme non del tutto adeguata a quella richiesta dalla complessità della scrittura di Čajkovskij. Nel complesso, tuttavia, la compagine sancarliana offre un’esecuzione di buona qualità, per colori e duttilità, sostenendo con efficacia il solista.
Il successo tributato a Kavakos è tale da richiedere prima dei saluti due bis, entrambi tratti da quella Summa Theologiae del credo violinistico che risponde al nome delle Sonate e partite per violino solo BWV 1001-1006 di Johann Sebastian Bach: la Gavotte en Rondeau dalla Partita n. 3 BWV 1006 e l’Andante dalla Sonata n. 2 BWV 1003. Qui il violinista riduce la materia all’essenziale: nitore, controllo polifonico, luminosità, precisione dell’articolazione. L’assoluta padronanza tecnica diventa semplicemente chiarezza del discorso musicale e paradigma di interpretazione.
Si resta in Russia, e si entra nel “secolo breve”, subito dopo il suo evento più tragico: la Seconda guerra mondiale e, per i sovietici, la Grande Guerra Patriottica.
La Sinfonia n. 9 in mi bemolle maggiore, op. 70 di Dmitri Šostakovič, fu composta a conflitto terminato, tra il luglio e l’agosto del 1945 ed eseguita nel novembre di quello stesso anno dall’allora Orchestra Sinfonica di Leningrado diretta da Evgenij Mravinskij.
Benché questa sinfonia dovesse rappresentare il terzo e ultimo pannello di un trittico artistico volto a celebrare la resistenza eroica, il bagno di sangue e il riscatto della nazione sovietica reduce dal conflitto contro il Terzo Reich, in luogo dei toni solenni e marziali imposti dai dettami del regime, dalla partitura promana un’energia festosa ed effervescente, tanto da dipingere un giubilo quasi irriverente nella sua spontaneità.
La sinfonia riporta quindi il programma alla leggerezza dell’inizio, ma con sostanziale distinguo: quella di Glinka è esuberanza primigenia; quella di Šostakovič è una leggerezza conquistata con dolore, ironica, talvolta perfino corrosiva.
Šostakovič costruisce una partitura breve, trasparente, dai tratti quasi cameristici, nella quale il modello classico di Haydn è attraversato da visioni grottesche. Frizza è molto attento a coglierne pienamente il carattere. La sua lettura è spigliata, ironica, dissacrante, percorsa da un brio che rende l’esecuzione travolgente.
Il direttore lascia correre la musica, ne esalta gli scarti improvvisi, la mobilità ritmica e dinamica, il gioco delle citazioni e delle deformazioni, garantendo un eccellente amalgama tra le diverse famiglie orchestrali.
Da lodare risultano gli interventi delle prime parti: il breve ma significativo innesto del primo violino di spalla Fabrizio Falasca, gli interventi incisivi e dal bellissimo suono della prima tromba di Fabrizio Fabrizi, il gioco delle percussioni, particolarmente sollecitate in questa sinfonia, affidate alla precisione di Franco Cardaropoli e del timpanista Guillem Ruiz Brichs, il canto del primo clarinetto di Luca Sartori, solo per citarne alcuni. Tra le molte voci solistiche che popolano questa partitura la cui scrittura dà l’impressione di procedere “a sezioni”, una “menzione speciale”, come proclamano le giurie dei concorsi e dei premi, se l’aggiudica il magnifico primo fagotto della giovanissima Sofia Bartolini, da poco nell’organico dell’orchestra, protagonista del lungo e straniante solo che apre il breve ma significativo Largo del quarto movimento: una tinta cinerea, quasi spettrale - al quale si aggiunge l’altrettanto valido primo flauto, quasi gelido nella sonorità, di Silvia Bellio - che interrompe improvvisamente il clima di gioia e introduce una zona di inquietudine destinata a proiettarsi anche sull’Allegretto conclusivo, la cui vivacità e incisività ritmica danno la stura a calorosi e prolungati applausi per Riccardo Frizza, l’Orchestra del San Carlo e le sue prime parti, che in questa pagina si ricoprono di meritato apprezzamento.
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