POMPEI 18 luglio 2026 - Ci sono concerti che si ascoltano e concerti che si raccontano. Quello proposto da Riccardo Muti e dall’Orchestra Luigi Cherubini all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei sfugge alla precedente secca alternativa: è un’opera senza parole, nella quale il canto cede il passo all’orchestra e la parola torna, affidata al direttore.
Prima ancora di impugnare la bacchetta, Muti parla al pubblico. Introduce ogni pagina del programma, restituisce dignità a compositori troppo spesso confinati ai margini del repertorio (Alfredo Catalani, Nino Rota, la scuola musicale napoletana, ad esempio) e, soprattutto, trasforma il concerto in una riflessione sul presente della musica italiana e sul futuro di chi sarà chiamato a custodirla e a farla vivere.
Così, il programma non costituisce una semplice successione di celebri pagine strumentali operistiche, ma l’occasione per ribadire un’idea di cultura, non priva di doverose strigliate all’insipienza e al pressapochismo della politica, nella quale interpretazione, insegnamento e responsabilità civile finiscono per coincidere.
Muti sceglie di far rivivere il teatro d’opera senza il teatro, affidando all’Orchestra Luigi Cherubini e agli oltre ottanta studenti dei Conservatori campani e delle istituzioni musicali coinvolte nella tournée - dopo Pompei, ci saranno le tappe di Lucca e Ostuni - un itinerario che attraversa Verdi, Puccini, Rossini, Catalani, Mascagni, Leoncavallo e Rota. Ouverture, intermezzi e pagine sinfoniche diventano così autentici compendi drammaturgici.
Le parole pronunciate dal maestro prima del concerto chiariscono immediatamente la natura dell’iniziativa. L’Orchestra Cherubini, ricorda, è nata oltre vent’anni fa non soltanto per formare eccellenti strumentisti, ma per trasmettere ai giovani il “senso etico” dell’essere professore d’orchestra, investito di una missione culturale e spirituale nei confronti della società.
Con il consueto alternarsi di ironia, sarcasmo e severità - si va dalle frecciate a un pubblico che troppo spesso scambia il fragore per la grande musica fino alle stoccate, per nulla velate, ai mezzi di comunicazione che relegano la cultura ai margini - Muti ribadisce il principio secondo il quale la musica non è intrattenimento, ma strumento di crescita civile.
Da questa convinzione nasce anche la scelta di affiancare all’Orchestra Cherubini gli studenti dei Conservatori Nicola Sala di Benevento, Giuseppe Martucci di Salerno, San Pietro a Majella di Napoli, Domenico Cimarosa di Avellino, dell’Orchestra Nazionale Universitaria e dell’associazione Musica Libera Tutti di Scampia, che, come ribadisce, “mi è particolarmente cara”. La loro è una partecipazione piena: gli studenti si alternano nei diversi brani del programma, condividono il palcoscenico con i giovani professori dell’orchestra. È un’immagine della musica come patrimonio vivo e proiettato verso il futuro.
L’Ouverture dal Nabucco inaugura la serata con un’esplosione di energia. Il gesto di Muti, con slancio, tensione ed economia dei mezzi, scolpisce le frasi musicali. I tempi scelti da Muti, calibrati sul peso drammaturgico dei temi anticipati nell’ouverture, non sacrificano mai l’ampiezza del respiro. L’orchestra, sorretta dall’amplificazione, al netto di una incertezza iniziale, risponde con compattezza esemplare, sfoggiando sonorità luminose, prive di qualsiasi enfasi ridondante. L’eloquenza verdiana emerge così dalla chiarezza dell’articolazione, dalla precisione degli accenti, dall’equilibrio fra energia ritmica e cantabilità.
L’Intermezzo da Manon Lescaut conferma una delle qualità più riconoscibili dell’arte interpretativa di Muti: la capacità di far cantare l’orchestra. La melodia si distende con naturalezza, senza indulgere in sentimentalismi, sostenuta da un fraseggio nobile e intenso. È una lezione di stile e di articolazione musicale che trova nell'orchestra giovanile una compagine attenta, capace di seguire con ammirevole duttilità ogni flessione del gesto.
La complessa Ouverture del Guillaume Tell costituisce probabilmente il banco di prova più impegnativo dell’intero programma. Le quattro sezioni (L’alba; la tempesta; la pastorale; la marcia dei soldati svizzeri), tanto differenti per carattere e linguaggio, trovano piena coesione nella reductio ad unum del direttore. L’introduzione affidata all’ottimo primo violoncello della Cherubini (non è stato distribuito il programma di sala, quindi non è individuabile correttamente il nome) vibra con intensa concentrazione; la tempesta si staglia con la potenza drammatica che Rossini le conferisce; la distensione pastorale è impregnata di lirismo di limpida eleganza; mentre il celeberrimo galop conclusivo rinuncia alla facile spettacolarità - stigmatizzata, quale preferenza estetica dei pubblici di oggi, da Muti nel discorso introduttivo - per privilegiare nitidezza ritmica e chiarezza costruttiva. La sinfonia si impone come organismo unitario, nel quale ogni sezione prepara inevitabilmente la successiva.
Tra un brano e l’altro, le brevi introduzioni di Riccardo Muti diventano parte integrante del concerto. Particolarmente toccanti sono quelle dedicate ad Alfredo Catalani, del quale ricorda il talento spezzato da una morte prematura che privò l’opera italiana di uno dei suoi più promettenti protagonisti. E proprio l’intima e nostalgica Contemplazione si rivela il vertice poetico del concerto. Muti quasi ne sospende il tempo senza mai irrigidirlo, lasciando che il “canto” sussurrato emerga dall’impasto orchestrale con struggente naturalezza. La nostalgia che attraversa la pagina si traduce in un flusso sonoro di straordinaria trasparenza, sorretto da archi morbidi e da un controllo dinamico di crescente intensità. È uno di quei momenti nei quali il silenzio, le pause diventano musica più che le note stesse.
Gli Intermezzi da Cavalleria rusticana e dal “gemello” (copyright di Muti) Pagliacci trovano un’interpretazione priva di compiacimento e affondo verista. Il ductus melodico resta sempre sorvegliato, sostenuto da tempi piuttosto spediti, nei quali l’intensità germoglia dalla qualità del fraseggio e il respiro melodico conserva una continuità che rifugge da ogni cedimento alla retorica. Emerge la concezione, tipica delle letture di Muti, della linea musicale, costruita non per episodi, ma come sviluppo organico e fluido del discorso.
L’Ouverture della Forza del destino rappresenta il volto più drammatico del Verdi maturo. Il celebre motivo del destino apre la sinfonia con una presenza perentoria, ineluttabile, quasi beethoveniana. È un’interpretazione di impressionante compattezza, sostenuta da un’orchestra che denota un’ottima affidabilità tecnica in simbiosi con l’idea interpretativa del direttore.
Prima della Suite dal Gattopardo di Nino Rota, il direttore sottolinea come sia riduttivo ricordare il compositore milanese solo come autore di magnifiche colonne sonore destinate al cinema. È stato, continua Muti, anche e soprattutto un prolifico autore di musica “colta”: ha composto musica sacra, opere liriche di rilievo e numerosi concerti solistici (per violoncello, trombone, arpa, pianoforte e fiati), ben noti ai professori d’orchestra ma spesso dimenticati dal grande pubblico e dalla critica. Ma le parole più toccanti, cariche di affetto e gratitudine, sono riservate al ricordo personale: fu proprio il compositore a notare il giovane Riccardo Muti quando viveva ancora in Puglia, spingendolo a trasferirsi dal Conservatorio di Bari a quello di Napoli (dove Rota fu insegnante e direttore) e segnando così l’inizio decisivo della sua carriera musicale.
Dando la parola alla musica, Muti si immerge con evidente partecipazione nelle ampie volute melodiche della Suite, restituendo tutta la raffinatezza di una scrittura che trascende la dimensione della musica per film. Il lirismo dei brani si dispiega con eleganza, senza mai indulgere alla nostalgia di maniera, con una cura melodica di stupefacente intensità, confermando quanto Nino Rota appartenga alla grande tradizione della musica italiana del Novecento.
Al termine del concerto Riccardo Muti richiama ai piedi del palco tutti gli studenti che tutti gli studenti che hanno partecipato alla serata affiancando l’Orchestra Cherubini.
Nelle parole conclusive, auspica la creazione di nuove orchestre, in modo da offrire prospettive ai giovani diplomati dei Conservatori e chiede di considerare la musica un investimento culturale. Ricorda come in altri Paesi il tessuto orchestrale rappresenti una ricchezza diffusa e denuncia implicitamente il paradosso di una nazione che ama definirsi “Paese della musica”, ma troppo spesso dimentica chi quella musica dovrà continuare a farla vivere.
E sotto il cielo afoso dell’Anfiteatro di Pompei scorrono prolungati e calorosi applausi per Riccardo Muti e l’Orchestra Luigi Cherubini.
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