NAPOLI, 9 ottobre 2026 - “Ah! mio cor! Schernito sei!”: nel grido di Alcina, tradita dall’uomo sul quale ha riversato il proprio amore, Händel concentra il dramma di una donna che scopre, dietro il potere degli incantesimi, la propria irrimediabile fragilità: in quel momento, squarciato il velo della magia, il teatro degli affetti settecentesco rivela tutta la sua forza. Ma se la partitura trasforma la disperazione in un organismo musicale straordinariamente intenso e pulsante, qual è appunto Alcina, la concertazione di Iván López-Reynoso fatica a restituire, a causa di una lettura uniforme e scolorita, mobilità, fantasia e giusta articolazione a un’opera che invece vive di contrasti, metamorfosi e improvvise accensioni.
Eppure questa Alcina segna per il Teatro di San Carlo una prima “storica”: è il debutto di un’opera di Händel nella sala del Niccolini. Precedenti händeliani non mancano, ma si collocano in altri spazi: nel Novecento (1950 e 1975) Giulio Cesare approda al Teatro Grande di Pompei; nel 2022 Amadigi di Gaula va in scena al Teatro Politeama.
Stasera Georg Friedrich Händel, che visitò Napoli tra il 1707 e il 1708, fa il suo ingresso trionfale al San Carlo: non proprio un debutto monumentale, poiché Alcina, forse l’opera più teatralmente scenografica del compositore, viene presentata in forma di concerto, ma è pur sempre un inizio da ricordare.
Il debutto operistico di Händel al San Carlo, tuttavia, rende evidente la difficoltà insite nella scrittura barocca, fondata sulla trasparenza delle linee e sulla varietà degli affetti degli accenti, sul contrasto dinamico e agogico, sull’efficace e corretta realizzazione del basso continuo. Come già osservato in occasione del recente Mitridate, re di Ponto mozartiano (la recensione), l’Orchestra del San Carlo, per formazione, caratteristiche proprie e consuetudini di repertorio, non affronta abitualmente questo linguaggio secondo la “prassi esecutiva storicamente informata” (in inglese Historically Informed Performance), come si suole oggi indicare: le compagini napoletane - orchestrale e corale, quest’ultima diretta con la consueta professionalità e cura dal Fabrizio Cassi - non possono acquisire da sole e non posseggono al momento, anche alla luce della rara frequentazione del repertorio settecentesco, spiccate competenze che investono la preparazione stilistica e l’impostazione complessiva di questa tipologia di esecuzioni. Spetterebbe, pertanto, soprattutto al direttore/concertatore il compito di individuare, pur nei ristretti tempi delle prove, una visione esecutiva capace di restituire alla partitura credibilità, elasticità d’articolazione e fantasia di interpretazione.
López-Reynoso opta infatti una lettura d’antan, che riporta l’orologio a concezioni esecutive ormai superate. Tempi sostanzialmente uniformi, anche nella ripresa delle Arie col da capo, dinamiche poco differenziate e una tavolozza timbrica avara di contrasti finiscono per smorzare la tensione teatrale, producendo in più punti appannamenti e cali di tensione. Alla prova dell’ascolto, l’impressione è quella di una partitura affrontata senza approfondire la peculiarità delle singole arie, laddove ognuna dovrebbe rappresentare una diversa condizione emotiva e ogni ripresa offrire l’occasione per approfondire, variare, trasformare. Non mancano nella resa orchestrale, tendenzialmente abbastanza puntuale, momenti di interesse: si apprezzano il contributo dei flauti dolci di Alessandro De Carolis e Lorenza Maio, del primo violino di spalla, che risolve con luminosità l’intervento del violino obbligato con Morgana in “Ama, sospira”. Sono tuttavia episodi isolati, incapaci di riscattare la visione interpretativa di López-Reynoso complessivamente grigia e eccessivamente distante dagli odierni approdi esecutivi e interpretativi di Händel.
A risollevare le sorti della serata per fortuna provvede la compagnia di canto, a cominciare da Mariangela Sicilia, chiamata a sostituire la prevista Lisette Oropesa, ritiratasi per un’improvvisa indisposizione a tre giorni dalla prima.
Ad ogni modo a raccogliere più che degnamente il testimone è un soprano che conosce bene la parte, affrontata al Teatro dell’Opera di Roma nel 2025 (la recensione), e che arriva all’appuntamento napoletano reduce dal recente successo riscosso nella parte di Sifare in Mitridate (la recensione).
Anche stasera Mariangela Sicilia dimostra un’ottima padronanza nella gestione dell’emissione e denota un temperamento che trova nel repertorio settecentesco terreno a lei congeniale. La sua idea interpretativa punta sulla costruzione di un personaggio credibile, carnale, per nulla astratto e racchiuso in sortilegi, nel quale la forza della fascinazione concede progressivamente spazio alla sofferenza. Già nelle arie del primo atto, fra la sicurezza iniziale di “Di’, cor mio, quanto t’amai” e la consapevolezza di “Sì, son quella, non più bella”, il soprano italiano, complice la perfetta idiomaticità, delinea i diversi volti psicologici della maga, donna seducente e insieme vulnerabile. Ma è soprattutto nel secondo atto che il ritratto acquista profondità e vigore: con “Ah! mio cor” l’interpretazione passa efficacemente dall’incredulità alla disperazione; il recitativo accompagnato e “Ombre pallide” conducono la protagonista sull’orlo del disfacimento. Sicilia affronta queste pagine con partecipazione, con fraseggio vario, ampia gamma dinamica e attenzione agli accenti. Nel terzo atto, “Mi restano le lagrime” suggella la sconfitta emotiva della protagonista.
La serietà dell’interprete e l’elevato livello della sua interpretazione meritano inoltre un ulteriore encomio e ringraziamento per aver di fatto salvato, a seguito dell’indisposizione di Oropesa, l’intera produzione.
Franco Fagioli, che ritrova in Ruggiero lo smalto vocale apparso un po’ appannato nel recente Mitridate, si conferma interprete carismatico, dotato di una padronanza tecnica che gli consente di affrontare fioriture, colorature, messe di voci e rapidi passaggi di registro con una naturalezza ammirevole. “Di te mi rido”, “Mi lusinga il dolce affetto” fanno apprezzare agilità, precisione, brillantezza e soprattutto carisma del controtenore argentino; con “Verdi prati”, poi, sospende il funambolico virtuosismo a favore della contemplazione estatica della bellezza votata a svanire: la linea di canto diventa essenziale accrescendo l’intensità emotiva.
Convince meno la Bradamante di Varduhi Abrahamyan, non per come il talentuoso mezzosoprano armeno amministra i propri notevoli mezzi, ma per la poca aderenza stilistica della sua linea di canto al repertorio settecentesco. In “È gelosia” e “Vorrei vendicarmi del perfido cor” si ha la sensazione che l’interprete, oggi abituata a frequentare repertori differenti, compia un ritorno tardivo in quello händeliano evidenziando le tracce di quello verdiano ormai impresse sulla propria vocalità.
Erin Morley delinea Morgana con precisione, nitore nelle agilità e con maniacale attenzione alla purezza della linea di canto. “Tornami a vagheggiar” è affrontata con scrupolo e con colorature sgranate; tuttavia, la perfezione tecnica dell’esecuzione, anche per un peso specifico talora non adeguato, rischia talora di cedere il passo a un’insolente meccanicità di fondo.
Le note meno felici del cast sono inaugurate dall’Oronte di Sun Tianxuefei, eccessivamente e perennemente stentoreo nell’emissione, e con problemi di dizione; mentre Sayumi Kaneko si disimpegna con precisione come Oberto. Molto poco a fuoco la linea di canto di Yunho Eric Kim nei panni di Melisso: imprecisioni d’intonazione e distanza stilistica dalla parte compromettono l’esecuzione della sua aria “Pensa a chi geme d’amor piagata”.
Al termine, il pubblico - al cui interno si nota e si ascolta una folta presenza internazionale, evidentemente attirata dal nome di Lisette Oropesa, presente nell’originaria locandina - tributa a tutti gli artefici dello spettacolo un successo caloroso, con circa dieci minuti di applausi convinti.
L’ingresso di Händel nella sala del San Carlo è stato dunque accolto con giubilo: “Dopo tante amare pene / già proviam conforto all’alma; / ogni mal si cangia in bene, / ed alfin trionfa... Händel”!
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