NAPOLI, 21 febbraio 2026 - Negli ultimi trentasette anni, dal 1989 ad oggi, Rudolf Buchbinder è tornato per quattro volte al Teatro di San Carlo con il Concerto n. 5 in mi bemolle maggiore op. 73 “Imperatore” (1811) di Ludwig van Beethoven, l’ultima nel 2014. Quella del pianista austriaco è una fedeltà al più celebre concerto beethoveniano per pianoforte e orchestra evidentemente non casuale: l’Imperatore è terreno congeniale a un artista che della chiarezza strutturale, della purezza del tocco e della verità stilistica ha fatto la propria cifra interpretativa.
Sin dalle tre cadenze iniziali - concepite da Beethoven come affermazione tematica integrata nel tessuto orchestrale - Buchbinder espone un discorso di esemplare nitidezza.
Il suono è adamantino, terso, privo di compiacimenti e di dilatazioni tra opposti scarti di volume; l’uso del pedale, quasi azzerato, consente alle linee armoniche di emergere con evidenza quasi grafica. Non c’è spazio né traccia di quell’aura iper-romantica, dai tratti plumbei e muscolari, che una certa tradizione interpretativa ha affibbiato a Beethoven; viceversa, qui il compositore di Bonn è restituito da Rudolf Buchbinder alla sua naturale tensione classica, alla sua logica formale, alla sua energia luminosa, allo sbalzo dei contrasti ricomposti nella chiarezza e nel culto della forma.
Nel primo movimento, Allegro, Buchbinder articola i grandi archi tematici con lucidità analitica, ma senza sacrificare la tensione drammatica. Le scale ascendenti e discendenti non sono fuochi d’artificio, non cercano l’effetto muscolare, ma mirano ad autentica espressività.
Il fraseggio respira composto, aristocratico: ogni sviluppo è condotto con progressione interna chiarissima. È un Beethoven “pensato”, ma non cerebrale; rigoroso, ma vibrante.
L’Adagioun poco mosso in si maggiore, tonalità come “sospesa”, è una lezione di stile ed eleganza. La linea cantabile è scolpita con un legato naturale, fluido; il pianissimo non è rarefazione e compiacimento sentimentale, ma concentrazione timbrica. L’episodio centrale mantiene una purezza quasi cameristica, mentre la transizione al Rondò. Allegro del terzo movimento avviene preparata dosando sapientemente la tensione che pulserà nel movimento finale. Qui la gestione dell’agogica è magistrale: nessuna indulgenza, nessuna enfasi, ma un fluire organico che rende inevitabile l’esplosione gioiosa del Rondò.
In quest’ultimo movimento la leggerezza e la purezza del tocco si coniugano a una precisione ritmica impeccabile: viene evidenziata la natura quasi danzante del tema principale, sottolineandone l’articolazione interna senza irrigidirne il fluire.
Il dialogo con l’Orchestra del San Carlo, guidata con garbo attento e incisività da Karel Mark Chichon, è sempre equilibrato, scolpito e franco nella struttura: il direttore accompagna esaltando trasparenza e coesione orchestrale.
La compagine orchestrale, in forma più che eccellente, risponde con suono compatto e deciso negli archi, brillante negli ottoni, netto nei legni; tendenzialmente precisa nell’articolazione ritmica e salda nella tenuta generale, con un fraseggio screziato e vario; si apprezza la sintonia esecutiva ed espressiva con Rudolf Buchbinder, il quale offre un’interpretazione che convince, illumina e, soprattutto, “scrosta” l’Imperatore: il suo Beethoven è liberato da incrostazioni retoriche, riportato a una verità storica e strutturale che suona ancora sorprendentemente moderna. Il suo è un pianismo che non stupisce con affondi dinamici né con dilatazioni agogiche, ma che conquista con coerenza stilistica, compostezza classica e profondità espressiva, levità sonora.
Al termine, un tripudio di applausi accoglie Buchbinder che a dicembre festeggerà gli ottanta anni; regala un encore, dal suo amatissimo Beethoven: il terzo movimento, Allegretto, della Sonata per pianoforte in re minore n. 17 “La Tempesta” il cui tema iniziale è staccato con un tempo vorticosamente sostenuto: il movimento, infatti, appare un moto perpetuo nervoso, dominato da un controllo assoluto dell’articolazione e dalla chiarezza armonica esemplare.
Ancora nel segno di Ludwig van Beethoven, della sinfonia con l’incipit più bruciante e celebre che vi sia, si apre la seconda parte del concerto: la Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 (1808) sotto la bacchetta esperta di Chichon ribadisce la linea interpretativa della serata. Un Beethoven asciutto, teso, dinamicamente sbalzato, ben delineato nel fraseggio, dal suono bruciante, sferzante. I tempi scelti sono generalmente rapidi, talvolta travolgenti; dal respiro sostenuto, e fraseggiato con cura e gusto, l’Andante con motodel secondo movimento, per chi scrive, il momento più alto della lettura. Il celebre attacco non viene appesantito da gravitas fatale, ma scagliato improvviso, non ancora sopiti gli applausi di sortita del pubblico, con uno scatto di energia propulsiva, elemento che sarà una costante dell’intera esecuzione: “più moto che peso” potrebbe sintetizzarsi la lettura di questa Sinfonia.
Nel primo movimento, Allegro con brio, la coerenza del disegno tematico è mantenuta con chiarezza; le sezioni dialogano con buona compattezza, e la tensione non si allenta mai.
Il secondo movimento, Andante con moto, come anticipato, si apprezza per la qualità e la tornitura del fraseggio: Chichon evita ogni eccesso retorico, modellando le variazioni con eleganza e continuità narrativa.
L’Allegro del terzo movimento, con i pizzicati degli archi nel fitto dialogo con i legni, presenta qualche sporadica asincronia, ma il carattere misterioso e preparatorio all’esplosione luminosa della tonalità di do maggiore dell’ultimo movimento è ben reso. Il Finale, Allegro, esplode con energia radiosa, sostenuto da un’orchestra partecipe, dal suono compatto e dalla ritmica salda, con solo qualche lieve scarto d’intonazione che affiora episodicamente dal settore dei fiati, ma che non intacca la solidità complessiva e la suggestione dell’esecuzione.
Questa diretta da Karel Mark Chichonè una Quinta attraversata da uno spirito vitale dionisiaco, che ha galvanizzato il pubblico. Una fitta e prolungata pioggia di applausi da parte della sala del San Carlo, gremita in ogni ordine di posti, per il direttore, l’Orchestra e le sue prime parti sanciscono il successo di una serata in cui Beethoven, pur all’ennesimo ascolto di due tra le sue composizioni più celebri ed eseguite, troneggia ancora per l’attualità eroica del suo messaggio, per la titanica potenza espressiva, per l’equilibrio formale della sua arte.
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