NAPOLI, 9 maggio 2026 - Il Teatro Sannazaro di Napoli è stato cancellato da un devastante incendio lo scorso 17 febbraio. Oggi ciò che resta del teatro è sottoposto a sequestro probatorio. L’ingresso è sbarrato e sigillato. All’esterno il teatro appare ancora vivo: la locandina dello spettacolo - Qualcosa è andato storto!, ironia della sorte - che sarebbe dovuto andare in scena giusto dieci giorni dopo quel maledetto 17 febbraio è ancora affissa sull’ingresso. Dietro di essa, il cratere aperto dal fuoco che ha divorato il teatro che vide recitare, giusto per citarne alcuni, Eduardo Scarpetta, Titina, Eduardo e Peppino De Filippo, che qui nel 1934 incontrarono Luigi Pirandello, Nino Taranto, Luisa Conte.
In attesa che l’immobile - o, più correttamente, ciò che resta - sia acquisito dallo Stato per poter procedere alla sua ricostruzione, il Teatro San Carlo organizza un concerto per mantenere viva l’attenzione attorno al Sannazaro. Si punta ad andare ben oltre l’appuntamento musicale: non è una serata celebrativa, né soltanto un gesto di solidarietà culturale verso i lavoratori, ma è una sorta di presidio civile attorno a uno dei luoghi più identitari della memoria teatrale napoletana.
La serata si è aperta con gli interventi delle autorità presenti - il sovrintendente del Teatro di San Carlo Fulvio Macciardi, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, l’assessore regionale alla cultura Ninni Cutaia e il notaio Dino Falconio, Lara Sansone, attrice e gestrice, insieme al marito Salvatore Vanorio, del teatro - tutti accomunati dall’insistenza sul valore storico e simbolico della “bomboniera” di via Chiaia nel tessuto culturale cittadino. Toni partecipi, nei quali la commozione per la perdita materiale si intrecciava alla volontà di immaginare una rinascita futura.
Poi, la musica. E quella del programma del concerto è sospesa fra Napoli e l’Europa del secondo Settecento: autori di scuola napoletana e il sinfonismo di W.A. Mozart.
Ad aprire il programma è la Sinfonia n. 5 in Sol minore di Nicola Antonio Zingarelli, pagina appartenente al gruppo delle cosiddette “sinfonie milanesi”, composte negli anni Ottanta del Settecento, in cui l’uso del modo minore enfatizza il carattere drammatico. La scrittura, pur rivelando mestiere e solidità costruttiva, lascia tuttavia trapelare un certo accademismo di fondo: la buona fattura dell’elaborazione non riesce sempre a tradursi in autentica inventiva. Dal podio Giulio Prandi - apprezzato e assiduo frequentatore del repertorio settecentesco - ne ha tuttavia valorizzato la trama dinamica, ottenendo dall’Orchestra del Teatro di San Carlo un’esecuzione compatta e ben scolpita nei contrasti agogici e timbrici.
Più interessante e vivida appare invece The Periodical Overture in 8 parts n. 14 (1766) di Niccolò Jommelli, composizione nata per il mercato editoriale londinese della seconda metà del Settecento. La scrittura è connotata da maggiore slancio teatrale e una più marcata inventiva espressiva, qualità che Prandi e l’Orchestra del San Carlo hanno restituito con precisione e con apprezzabile estro, valorizzando la limpidezza della trama strumentale e ben calibrando il dialogo fra le sezioni.
Ma è stata la Sinfonia funebre per la morte del pontefice Pio VI (1799) di Giovanni Paisiello a costituire la pagina più interessante del programma. Di austera solennità, dolorosamente stridente, rivela quanto il musicista tarantino appaia epigono di Mozart e precursore di Rossini. Colpisce anzitutto l’uso dei legni - e del clarinetto in particolare - trattati come autentici protagonisti del discorso; colpisce la raffinatezza della trama sonora, l’eleganza dell’eloquio, la capacità con cui Paisiello sa articolare il materiale orchestrale, pur destinato a un’occasione solenne (i funerali solenni di Pio VI, strenuo avversario della Rivoluzione francese e morto prigioniero di Napoleone in Francia), senza ingabbiarlo in formule convenzionali. Qui Prandi ha mostrato il lato migliore della propria concertazione, lavorando minuziosamente sulle dinamiche, sugli scarti chiaroscurali e sul respiro affannoso delle frasi, sul colore caliginoso e funereo del brano, ottenendo dall’orchestra un’esecuzione apprezzabile per precisione e pulizia e di notevole rilievo espressivo.
Dopo un simile percorso, come a voler evidenziare la reciproca osmosi tra la scuola napoletana e il genio assoluto, inimitabile e paragonabile soltanto con sé stesso di W.A. Mozart si approda alla Sinfonia n. 38 in re maggiore K. 504 “Praga” (1787) del compositore salisburghese.
Eppure proprio la sinfonia mozartiana evidenzia i limiti più evidenti della resa esecutiva. Il primo movimento, in particolare nell’Adagio che precede l’Allegro, appare ben poco a fuoco: alcune imprecisioni d’insieme e imperfezioni nell’articolazione interna delle sezioni dei violini hanno steso un velo sulla trasparenza, precisione, pulizia e nitore che questo repertorio richiede in misura assoluta. Dal secondo movimento - Andante - in poi Prandi e l’Orchestra del San Carlo sono riusciti progressivamente a gestire con maggiore linearità l’esecuzione, trovando maggiore equilibrio e coesione.
Il direttore opta per una lettura animata, vitale, privilegiando, soprattutto Presto dell’ultimo movimento, energia propulsiva e tensione ritmica. Una scelta, improntata a una tendenziale meccanicità, che sacrifica troppo i rubati e la cantabilità, caratteristiche che costituiscono il respiro più intimo e teatrale della scrittura mozartiana.
Al termine della serata, applausi prolungati, calorosi e sinceramente partecipi. Tuttavia, accanto al successo della serata, una considerazione si rende necessaria.
Da anni, soprattutto all’interno dei “foyer virtuali” che oggi sono i social, le pagine e i gruppi dedicati al San Carlo, si moltiplicano appelli, invocazioni, richieste pressanti affinché si dedichi maggiore spazio al repertorio settecentesco napoletano; non mancano geremiadi sulla presunta marginalizzazione di questo patrimonio musicale. Eppure, non si può non constatare che ogni volta che questo repertorio viene effettivamente programmato (si pensi al concerto per San Gennaro del 2022, al Matrimonio segreto nel 2025, a Don Chisciotte di Paisiello sempre nel 2025, eventi recensiti su questa rivista), come accaduto anche stasera, la risposta del pubblico si rivela assai meno convinta rispetto agli auspici di ascoltare Paisiello, Cimarosa, Traetta, Jommelli, Pergolesi, Piccinni, ecc..
Si registra un paradosso che accompagna il Settecento napoletano al San Carlo: la percentuale di riempimento della sala è inversamente proporzionale all’intensità delle doglianze sulla sua scarsa presenza nella programmazione. Da una parte si invoca - giustamente! - il recupero di questo repertorio, lo si rivendica - a ragione! - come elemento imprescindibile della tradizione cittadina, ma, dall’altra, quando poi quella musica viene proposta ed eseguita, il sostegno concreto del pubblico resta quantitativamente modesto.
Forse proprio qui che si misura la difficoltà di operazioni culturali come questa: non tanto nel programmare il repertorio, quanto nel costruire attorno ad esso una partecipazione reale, stabile, motivata. La memoria musicale napoletana, così come quella del Teatro Sannazaro, al di là delle dichiarazioni d’intenti, necessita in primo luogo di un pubblico disposto ad accorrere e abbracciare i suoi teatri per tener vive la proprie tradizioni.
Chi volesse contribuire a sostenere la ricostruzione del Teatro Sannazaro potrà effettuare, come indicato nel sito web del Teatro San Carlo (https://www.teatrosancarlo.it/spettacoli/per-il-sannazaro/), una donazione a:
COMITATO PER LA RINASCITA DEL TEATRO SANNAZARO
IBAN: IT97F0711003400000000015634 - BIC: ICRAITRRUU0
BCC Napoli – Banca di Credito Cooperativo di Napoli
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