NAPOLI, 14 giugno 2026 - Se Floria Tosca visse d’arte e d’amore, Adriana Lecouvreur vive di parole e musica. Pochi titoli del repertorio italiano del primo Novecento possiedono la capacità di trasformare la declamazione teatrale in canto e quest’ultimo in teatro, rendendo la protagonista un’artista che porta sulla scena il suo stesso dramma umano. Attrice che vive recitando e recita vivendo, Adriana attraversa una vicenda in cui a dominare sono amore, gelosia, ambizione e morte, filtrati attraverso il velo dell’illusione scenica, in un continuo gioco di rimandi tra verità e finzione. Metateatro, dunque, in cui il teatro e la vita non sempre sono la stessa cosa.
La ricerca di autenticità che si respira in Adriana Lecouvreur rende ancora oggi moderna la sua tragedia e spiega perché, a oltre centoventi anni dalla prima rappresentazione (Milano, Teatro Lirico, 6 novembre 1902), Adriana è opera che esula dai confini del melodramma verista nel quale troppo frettolosamente viene annoverata.
In realtà, il capolavoro di Francesco Cilea sembra appartenere a una categoria tutta sua. Se Mascagni e Giordano affidano il proprio linguaggio alla concitazione dell’azione e all’urgenza melodica, Cilea costruisce un teatro della sfumatura, della parola e del colore, a partire da quello, curatissimo, dell’orchestrazione per proseguire con quello, cesellato e smussato, della parola e del canto. La musica non travolge mai il testo del libretto di Arturo Colautti, ma ne amplifica il significato; il canto nasce dalla declamazione - si pensi al monologo di Adriana che chiude l’atto III - e vi ritorna continuamente, in una scrittura oscillante tra la genuinità immediata della tradizione italiana e la raffinatezza distillata della cultura francese. Il momento culminante dell’opera, infatti, non è un’aria nel senso tradizionale del termine, ma un brano di teatro recitato, la scena di Fedra, il monologo nel quale l’attrice e la donna finiscono per identificarsi.
Da questo processo di progressiva identificazione sembra partire l’allestimento - coproduzione tra Opéra de Montecarlo, Opéra de Saint-Étienne e Opéra de Marseille - firmato da Davide Livermore: è uno spettacolo di notevole intelligenza drammaturgica, e di indubbio fascino visivo che rinuncia a una sterile e provocatoria attualizzazione per costruire invece una trasposizione storica perfettamente coerente con l’universo poetico dell’opera.
La Francia settecentesca evocata dal libretto lascia infatti il posto alla Belle Époque, ovvero a quell’ultimo sussulto di felicità vissuta dall’Europa prima della Grande Guerra, epoca sospesa tra splendore e decadenza. Una scelta particolarmente azzeccata, perché l’atmosfera liberty che impernia il melodismo del compositore calabrese trova corrispondenza naturale nelle coordinate storiche ed estetiche dello spettacolo. L’intuizione più interessante consiste nel trasformare la protagonista in Sarah Bernhardt che interpreta a sua volta Adriana Lecouvreur, sovrapponendo così attrice storica e personaggio teatrale in un raffinato gioco di specchi. E i richiami non mancano: nel quarto atto Sarah/Adriana si appoggia a delle stampelle. È un chiaro riferimento all’amputazione della gamba destra subita dalla grande attrice parigina; nel finale si allude al film (del 1913 e quasi integralmente perduto) in cui la Bernhardt interpreta Adrienne Lecouvreur (1692 - 1730). Insomma, più che teatro nel teatro, attrice nell’attrice: finzione che ingloba altra finzione.
Sullo sfondo, poi, la presenza, discreta ma costante ed evidente, della Grande Guerra. La Belle Époque evocata da Livermore non è quella luminosa e spensierata dei manifesti pubblicitari, bensì quella di una civiltà che si sta impantanando nel fango delle trincee, votata a un’inesorabile dissoluzione: alcune proiezioni ispirate all’immaginario bellico insinuano il senso di una tragedia collettiva che si sovrappone a quella individuale. La morte della protagonista diventa non soltanto l’epilogo di una vicenda amorosa, ma un simbolo della fine di un mondo.
Visivamente lo spettacolo, qui ripreso da Alessandra Premoli, possiede una vitalità cinetica fin troppo febbrile. Il teatro sulla scena ruota incessantemente, i personaggi si muovono su pedane girevoli e l’intero impianto scenico sembra animato da un moto perpetuo che traduce concretamente il vortice emotivo e l’intreccio della vicenda. Talvolta il rischio di un cinetismo ridondante affiora, ma i movimenti scenici sono costruiti con precisione e funzionali a una drammaturgia ben calibrata.
Determinante è il contributo delle suggestive luci di Nicolas Bovey, capaci di scolpire ambienti e stati d’animo, così come quello delle scene e delle proiezioni video - qui utilizzate con misura e intelligenza - firmate da Davide Livermore e Giò Forma. Di grande impatto risultano inoltre i sontuosi costumi di Gianluca Falaschi, particolarmente efficaci nel delineare il profilo delle due protagoniste femminili; le coreografie di Eugénie Andrin trovano nei tersicorei del San Carlo interpreti eccellenti per eleganza e precisione.
Ne emerge uno spettacolo coerente, curato nel dettaglio e capace di mantenere intatta la propria forza evocativa dall’inizio alla fine, senza cedimenti.
Sul versante musicale, Pinchas Steinberg affronta la partitura privilegiandone la dimensione sinfonica: la sua lettura si caratterizza per un suono ampio, turgido, generoso, spesso attraversato da una notevole ricchezza cromatica. Più che il teatro della parola sembra interessargli il respiro orchestrale della scrittura di Cilea, la densità della strumentazione, il peso specifico di una tavolozza timbrica che viene valorizzata privilegiando l’opulenza sonora.
È una scelta che produce risultati spesso affascinanti, ma non immuni da criticità: alcuni affondi risultano eccessivamente fragorosi, mettendo talvolta a rischio il delicato equilibrio fra buca e palcoscenico. Persino una voce imponente come quella di Elīna Garanča finisce occasionalmente per scontare l’eccessivo peso sonoro orchestrale. Anche il rapporto e il sincrono tra scena e buca appare suscettibile di ulteriore affinamento, sperando che i meccanismi dell’opera risultino “rodati” nel corso delle repliche.
Da lodare l’Orchestra del Teatro di San Carlo, protagonista di una prova di notevole qualità per compattezza, varietà di colori e pienezza del suono. Molto ben calibrati gli interventi del primo violino di spalla Gabriele Pieranunzi, il cui fraseggio accompagna più volte la vicenda con partecipazione narrativa; raffinato il suono caldo e “liquido” del clarinetto di Luca Sartori; impeccabile l’arpa di Elèna Ellebona, che cesella e sottolinea i propri interventi con un timbro rotondo, levigato e, all’occorrenza, luminoso o cinereo; incisivi e dal puro timbro argentino gli interventi della poderosa prima tromba di Fabrizio Fabrizi.
Positiva anche la prova del Coro preparato da Fabrizio Cassi, che pur chiamato a un impegno relativamente contenuto si apprezza per compattezza, precisione, perentorietà e qualità sonora tanto nelle sezioni maschili quanto in quelle femminili.
Di rilievo e molto ben assortito è il parterre vocale di questa produzione di Adriana al San Carlo, teatro che può vantare - a giudizio personalissimo di chi scrive - di aver allestito la migliore edizione ipotizzabile, ad oggi insuperata e probabilmente insuperabile, del capolavoro di Cilea: correva l’anno 1959, e sul podio c’era Mario Rossi, sul palcoscenico Magda Olivero, Franco Corelli, Giulietta Simionato ed Ettore Bastianini.
Ritornando al 2026, stasera Aleksandra Kurzak costruisce un’Adriana che cresce progressivamente nel corso della serata. La voce possiede volume, proiezione e un timbro di notevole qualità, ma nella prima parte della rappresentazione l’interprete sembra trattenuta da una certa tensione che finisce per riflettersi anche sulla caratterizzazione del personaggio, più distante e algida del necessario. Progressivamente però, trova maggiore sintonia con la parte e la sua interpretazione acquista profondità, in particolare nel quarto atto con un “Poveri fiori” partecipato e ben cantato. Convince anche la declamazione della scena di Fedra, pur con margini di miglioramento sul piano della dizione e nel contenimento di qualche accento marcatamente verista. In un’opera nella quale parola e canto procedono parallelamente, la cristallina articolazione della parola resta infatti elemento centrale della caratterizzazione del personaggio.
Accanto a lei, Brian Jagde affronta Maurizio di Sassonia con mezzi vocali indubbiamente considerevoli. La pasta timbrica è bella e omogenea, il registro acuto si impone per sicurezza, luminosità e squillo, mentre il canto trova naturale efficacia nei momenti di maggiore slancio eroico. Convince meno, invece, il versante interpretativo, caratterizzato da una certa genericità espressiva, unita a una dizione non sempre precisa e idiomatica.
Si staglia dal cast la Principessa di Bouillon di Elīna Garanča, interprete dalla classe indiscutibile. Le basta l’esordio di “Acerba voluttà” per imporre la sua presenza vocale magnetica, capace di dominare la scena persino nei momenti in cui l’orchestra tende a sopraffarla. La sua è una Principessa aristocratica, elegantissima, costruita sul controllo dell’emissione, sulla nobiltà dell’accento, sull’incisività interpretativa (si pensi allo scontro con Adriana nel finale dell’atto II) più che sull’enfasi passionale. Una lettura di grande coerenza stilistica e di grande pregio vocale, questa della Garanča,che si impone tra le interpreti di riferimento della diabolica principessa di Bouillon.
Pietro Spagnoli, artista dalla lunga carriera e vasta esperienza, offre invece una lezione di canto e di teatro nella parte nobile e paterna di Michonnet. Più che sui mezzi vocali, da artista della parola, costruisce il personaggio attraverso un fraseggio eloquente, una linea di canto “morbida”, legata, e una costante attenzione al significato del testo, malgrado qualche isolato smarrimento mnemonico. La sua prova conferma l’autorevolezza di un artista capace di mostrare quanto la peculiarità del canto italiano risieda nell’equilibrio fra suono, parola e scavo interpretativo.
Non del tutto convincente risulta il Principe di Bouillon di Antonio Di Matteo, penalizzato da un’emissione talvolta eccessivamente ingolata e da una vocalità che tende ad assumere sonorità troppo cavernose. Convince, invece, Roberto Covatta, che delinea un Abate di Chazeuil insinuante e mellifluo, sostenuto da una vocalità generalmente salda e ben proiettata. Positivo e funzionale alla riuscita dello spettacolo, infine, il contributo dei comprimari Paweł Horodyski (Quinault), Matteo Macchioni (Poisson), Anna Grotto (Mad.lla Jouvenot), Monica Bacelli (Mad.lla Dangeville) e Salvatore De Crescenzo (un maggiordomo), tutti efficacemente inseriti all’interno di un cast complessivamente ben assortito.
Al termine della serata il pubblico - purtroppo sparuto: la scelta di collocare la prima nel pomeriggio di una domenica di metà giugno ha evidentemente scoraggiato il pubblico dal recarsi nella pur climatizzata sala del San Carlo - tributa agli interpreti e agli artefici dello spettacolo quasi dieci minuti di applausi, con punte di particolare entusiasmo per Elīna Garanča e Aleksandra Kurzak. Un successo convinto che premia una produzione che con ogni probabilità troverà ulteriore maturazione e margini di miglioramento nel corso delle tre repliche previste (16, 18 e 20 giugno).
Infine, chi non potrà essere a Napoli potrà seguire il prossimo 20 giugno a partire dalle ore 19, sulle frequenze di Radio 3 RAI, la diretta radiofonica dello spettacolo.
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