giovedì 17 maggio 2018

Delitto d'artista

FIRENZE, 12 maggio 2018 - Cardillac è la storia di un’ossessione, un thriller dal taglio quasi cinematografico e una riflessione sul ruolo e sulla solitudine dell’artista nella società moderna. L’orafo parigino René Cardillac ama le sue sublimi creazioni più di sua figlia, non riesce a separarsi da loro, uccide sistematicamente gli acquirenti dei suoi gioielli pur di ritornarne in possesso, vive senza affetti, in uno stato di profonda incomunicabilità anche con la stessa ragazza, che è tutta la sua famiglia. Intorno a lui una schiera di personaggi senza nome: la Dama, l’Ufficiale, il venditore d’oro, neppure la figlia ha un nome proprio.
Aleggia molta violenza in quest’opera composta in Germania tra il 1925 e il ’26; dopo qualche anno il nazismo sarà una tragica realtà.
L’artista è chiuso in se stesso; non riesce a liberarsi delle sue creazioni, non prova amore: “Io amo soltanto quel che è interamente mio”, afferma Cardillac.
Per descrivere questa fosca vicenda di omicidi seriali Hindemith adopera un linguaggio musicale alieno da eccessi espressionistici, preferendo ricorrere a rassicuranti forme “neo barocche”, a densi contrappunti, alla passacaglia, alla fuga di matrice bachiana, al catartico canto finale. Un linguaggio “oggettivo” che racchiude il materiale sonoro e la trama in pezzi chiusi e in architetture contrappuntistiche codificate. Forme musicali antiche che, sottoposte a un processo di oggettivazione, diventano moderne: l’influenza del linguaggio e dell’organico strumentale delle “neo barocche” Kammermusiken sono quanto mai evidenti in questa opera.
Il Festival del Maggio Musicale Fiorentino, nell’inaugurare la ottantunesima edizione, sceglie questo titolo poco rappresentato del repertorio novecentesco (a Firenze era già apparso nel 1991, diretta da Bruno Bartoletti e con la regia di Liliana Cavani), ma dalla notevole fattura musicale, affidando la messa in scena dello spettacolo a Valerio Binasco, da poco direttore del Teatro Stabile di Torino e debuttante nella regia lirica.
La vicenda è trasportata dalla Parigi del ‘600 a una non definita città moderna. Sin dal preludio si assiste a un omicidio di Cardillac: la sera di Natale (sulla scena, all’interno di una casa borghese, appare un albero natalizio illuminato) entra una famiglia, padre, madre e figlia. L’uomo regala un gioiello alla moglie; la figlia è nella stanza adiacente. Cardillac li ha seguiti, si introduce nella stanza, uccide la donna e poi il marito dopo essersi impossessato della propria creazione. L’effetto spiazzante dei tragici omicidi è assicurato, un po’ meno la suspense: le fattezze del serial killer vengono immediatamente svelate.
Lo spettacolo è improntato alle tinte scure; le luci di Pasquale Mari e le scenografie di Guido Fiorato evocano grattacieli metropolitani in disfacimento, raffigurano interni con precisione calligrafica, immergendo il tutto in un’atmosfera cupa. I costumi di Gianluca Falaschi vestono elegantemente persone senza una precisa identità, privi del loro stesso nome: l’unico ad averlo è Cardillac.
La regia appare però alquanto statica, concedendo una limitata e non proprio originale libertà di movimento agli interpreti e al Coro,deuteragonista dell’opera, eccessivamente inerte durante lo snodarsi della vicenda. Probabilmente, dato il soggetto, il regista avrebbe potuto osare di più, limitando il descrittivismo dell’ambientazione per meglio indagare i meandri della psicologia criminale, ossessivo-compulsiva di Cardillac.
Sul piano musicale lo spettacolo si fonda sulla sorprendente direzione, analitica, cesellata e raffinata di Fabio Luisi, il quale, con un controllo totale dello strumento orchestrale, tratteggia linee melodiche vivide, “oggettive”, immediatamente individuabili nel groviglio contrappuntistico; sbalza le architetture musicali della partitura con opera di cesello degna - per rimanere in tema ed essendo a Firenze - della più raffinata arte orafa.
L’orchestra, composta da diciassette fiati, diciotto archi, pianoforte e percussioni, è una compagine di solisti, sempre precisa e dal suono sbalorditivo: mirabile la pantomima per due flauti del Quadro II. Quella del Maggio è un’orchestra che emana suoni limpidi dalla prima all’ultima nota, perfettamente “suonata” dal proprio direttore. Fabio Luisi, infatti, appartiene alla schiera di quei concertatori che danno l’impressione di “suonare” l’orchestra più che dirigerla, tanto è profondo il controllo di ogni sezione, di ogni cellula ritmica, così come immediata la risposta a ogni gesto.
Al coro, che commenta i crimini, giudica e lincia il protagonista, è assegnato un ruolo di primaria importanza; è diretto da Lorenzo Fratini in sintonia e sincronia con le indicazioni del direttore, attestandosi la sua prova sullo stesso livello qualitativo della compagine orchestrale.
Il Cardillac di Martin Gantner è un uomo rude, dalla voce dal buon volume e dal timbro non molto scuro, abile nel delineare scenicamente e musicalmente un uomo senza affetti, ossessionato dalle proprie creazioni e tremendamente solo. La figlia di Gun-Brit Barkmin ha voce fresca, sicura negli acuti, timbrata in tutti i registri, presenza scenica aderente al ruolo; non sembra dotato di voce particolarmente interessante, né di spiccata personalità musicale, invece, il Commerciante d’oro di Pavel Kudinov. L’Ufficiale di Ferdinand von Bothmer ha voce squillante, svettante negli acuti, dal timbro chiaro e generico: nel finale dell’opera l’interprete emerge con maggiore evidenza.
La Dama di Jennifer Larmore non ha lo smalto timbrico e la consistenza vocale di un tempo, apparendo eccessivamente sfocata in basso, ma l’interprete non latita, la figura e l’interpretazione, seppur nella brevità del ruolo, sono sensuali e coinvolgenti.
Johannes Chum è un Cavaliere molto lirico, dalla voce chiara e ben sostenuta; ben incastonato nel cast vocale il Comandante della polizia militare di Adriano Gramigni.
Il pubblico, non proprio folto, apprezza molto l’opera indubbiamente di non immeditata empatia, applaudendo tutti i protagonisti dello spettacolo e riservando numerosi e calorosi “bravo!” al neo direttore musicale della Fondazione Fabio Luisi.

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Le nozze di Fadinard, o la folle journée

NAPOLI, 11 maggio 2018 - Una bella dose di Rossini, un po’ del Verdi disincantato del Falstaff, aggiungere le incandescenti sillabazioni rossiniane e donizettiane, squarci di lirismo melodico alla maniera del Gianni Schicchi, echi di Offenbach, del café-chantant, del vaudeville, qualche accenno di verismo, non dimenticare un pizzico della roboante cavalcata delle Valchirie, che non guasta mai e dà sempre la carica giusta, i contrattempi di una “folle giornata” matrimoniale, ed ecco Il cappello di paglia di Firenze. Un caleidoscopio di citazioni musicali, reinventate con lo stile leggero e onirico di Nino Rota, e qualche autoimprestito cinematografico costituiscono l’ossatura di questo capolavoro comico del ‘900, probabilmente il più riuscito musicalmente, quanto a schiettezza e inventiva, dopo lo Schicchi di Puccini.
Fedele D’Amico paragonò la musica di Nino Rota a “una farfalla sul pianoforte”: la definizione appare appropriata anche al caso del Cappello.
La farsa musicale approda al San Carlo, con inspiegabile ritardo rispetto alla prima palermitana del 1955, nell’allestimento della Fondazione lirico sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari e firmato da Elena Barbalich, con le scene e costumi di Tommaso Lagattolla, e le luci di Marco Giusti. Uno spettacolo leggero, frizzante, in sincrono con lo scintillio e la pulsazione ritmica della musica di Rota, curato nella recitazione, e, in sintesi, estremamente divertente.
La vicenda, una sorta di pochade francese che ben potrebbe attagliarsi a una farsa di Eduardo Scarpetta, è ambientata nella Parigi della Belle Époque, in opulenti ambienti alto borghesi. C’è qualche stilizzazione (il cavallo sostituito da un biciclo con testa equina sul manubrio), ci sono pattinatori e un felliniano trombettista. La scena è incorniciata da lampadine che alludono al frivolo mondo dell’operetta. I cambi di scena a vista, con giochi d’ombra su fondali colorati e illuminati, strizzano l’occhio alle raffinate e astratte silhouette strehleriane: citazioni teatrali per una farsa che ha nel rimando musicale la sua originale ed evidente cifra stilistica.
Lo spettacolo procede con leggerezza e ironia, senza inciampare in grevi frizzi e lazzi o in manierismi esasperati; la recitazione degli interpreti, sempre curata, è esaltata dal dominante senso della misura.
Complementare alla messa in scena è la concertazione di Valerio Galli, che imprime alla narrazione musicale un passo dinamico, leggero e scoppiettante; l’orchestra lo asseconda con precisione, con suono nitido e vivido in tutte le sezioni; si dimostra all’altezza del compito il coro diretto da Marco Faelli.
Il giovane direttore d’orchestra viareggino esalta le volute melodiche dal sapore pucciniano, l’effervescenza ritmica dei concertati, la plastica concitazione del temporale di derivazione rossiniana. Una lettura che ben individua lo stile e il fascino di questa luminosa farsa musicale, esaltandone gli aspetti ironici e lirici.
Un’affiatata compagnia di cantanti - attori contribuisce alla buona riuscita dello spettacolo: Filippo Adami è un Fadinard dalla voce gradevole, emessa con naturalezza e tendenzialmente a suo agio nel registro acuto, adatto a interpretare un giovane colto in una concitata e interminabile giornata matrimoniale. Il Nonancourt di Gianluca Buratto è un provincialotto simpatico, seppur rozzo e petulante con quel suo minacciare continuamente di mandare all’aria le nozze della figlia; ha voce dal notevole peso vocale, ben timbrata e proiettata. Matteo D’Apolito è un Beaupertuis dalla voce dal volume esiguo, dal timbro ordinario, ma comunque efficace nella scena del pediluvio. È lirica e innamorata l’Elena di Zuzana Marková, dal bel timbro, ma con qualche asprezza in alto. Anna Maria Sarra è una Anaide di bella presenza e bel timbro, scaltra e appassionata. Eufemia Tufano è una baronessa Champigny dal timbro brunito, aristocratica e incalzante come il personaggio richiede.
Un cameo la modista della grande Daniela Mazzuccato, la quale conserva intatta la propria innata simpatia e musicalità.
Il cast è completato dallo zio Vézinet di Marco Miglietta, efficace nel delineare lo zio sordo di Fadinard, e da Dario Giorgelè, nei panni di Emilio, amante di Anaide, il quale sfoggia voce squillante e personalità spavalda. Sergio Valentino e Antonio Mezzasalma, artisti del coro del San Carlo, interpretano, rispettivamente, il caporale e una guardia.
Dai complessi artistici del San Carlo è reclutato il violinista Minardi di Salvo Lombardo, professore d’orchestra tra i più raffinati dell’orchestra del San Carlo: dalla platea, prosecuzione scenica del salone della baronessa di Champigny, dà un breve compendio di agguerrita tecnica violinistica.
Al termine dello spettacolo un pubblico molto divertito tributa convinti applausi a tutti.

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