martedì 24 luglio 2018

In punta di bacchetta

NAPOLI, 20 luglio 2018 - Dopo Rigoletto (leggi la recensione) prosegue all’insegna della tradizione e del calligrafismo scenografico la stagione d’opera del San Carlo con una romanissima Tosca.
Lo spettacolo, come per Rigoletto, si avvale della regia di Mario Pontiggia, sfuocata e confusa, priva di un’originale e riconoscibile idea guida; all’assenza di regia suppliscono le scene, di ottima fattura, di Francesco Zito, e i costumi, appropriati ed eleganti come sempre, di Giusi Giustino.
Lo scenografo immerge lo spettatore negli interni della Basilica di Sant’Andrea della Valle, irradiati dalla calda luce del pomeriggio romano, con l’enorme cupola posizionata obliquamente sul palcoscenico in modo da far godere al pubblico della fedele riproduzione dei bellissimi affreschi di Giovanni Lanfranco. Nel secondo atto ricrea gli ambienti sfarzosi di Palazzo Farnese affrescati dal Carracci; meno calligrafici gli spalti di Castel Sant’Angelo, dominati dall’oppressiva presenza delle insegne pontificie.
La punta di diamante di questa produzione di Tosca è tuttavia la direzione di Juraj Valčuha: una concertazione piena di fantasia, analitica, con agogica variabile e con appropriati rubati, connotata dalla giustapposizione di drammaticità teatrale e musicale, con colori orchestrali ora evanescenti e languidi, ora tellurici. Un Puccini, quello di Valčuha, a pieno titolo inserito nella temperie culturale del ‘900: negli squarci sinfonici dell’opera (penso, ad esempio, all’alba dell’Atto III) il direttore slovacco evidenzia i nessi armonici e strumentali del compositore lucchese con i contemporanei europei.
Il lavoro di Valčuha al San Carlo, a mio parere, stupisce di produzione in produzione per la sua capacità di esprimere qualcosa di innovativo anche con le partiture più conosciute e frequentate, tenendosi a distanza di sicurezza dalla noiosa e trita routineinterpretativa.
L’orchestra e il coro del San Carlo rispondono perfettamente alle intenzioni del direttore: precisione, ottima qualità del suono e magnifici assoli strumentali. Un plauso al primo clarinetto per la bellissima introduzione orchestra a “E lucevan le stelle..”, al primo flauto per il suo intervento nell’aereo ingresso di Tosca e al primo violoncello.
Il coro, dal suono compatto e potente nel "Te Deum", ha fornito una delle migliori prove della stagione; da dietro le scene si percepisce assordante e opprimente durante l’interrogatorio di Mario Cavaradossi. Marco Faelli si congeda da direttore del coro del San Carlo con questa eccellente prova; buona anche la prestazione delle Voci Bianche guidate da Stefania Rinaldi.
All’inizio dello spettacolo viene annunciata l’improvvisa indisposizione del tenore titolare Brian Jadge, sostituito da Francesco Pio Galasso: il suo è un Cavaradossi che, dopo una eccessivamente tesa e misurata "Recondita armonia", si scioglie e riscalda con il procedere dello spettacolo, fino a riscuotere calorosi applausi nell’ultima aria. Dotato di buon volume, dal bel timbro, mezzi complessivamente corretti, tranne qualche nota leggermente indietro in qualche passaggio legato, è un Mario Cavaradossi innamorato, a tratti eroico.
La Tosca di Ainoha Arteta convince scenicamente grazie al physique du rôle e alle doti d’attrice: è civettuola, assalita da una improvvisa tempesta ormonale, innamorata e divorata da “sciocca gelosia” nel primo atto, una donna tormentata nel secondo e tragicamente illusa nel terzo. La voce è corposa, il vibrato è nel suo ingresso (“Mario! Mario! Mario!”) eccessivamente pronunciato, le note ci sono tutte, la “lama” è uno squarcio sonoro ben preparato e altrettanto risolto. "Vissi d’arte" è intenso, con partecipazione emotiva, ben cantato malgrado quale nota in basso non proprio messa a fuoco.
Un successo personale meritatissimo, dunque, per il soprano spagnolo che torna al San Carlo a poco più di un anno da una buona Manon Lescaut (leggi la recensione).
Roberto Frontali è uno Scarpia d’ordinaria amministrazione: dalla sua interpretazione non traspaiono il sottile sadismo del feroce capo della polizia, la laidezza dell’uomo; non si avverte la lascivia di “A doppia mira tendo il voler...” durante l’ossessione sessuale commista all’odor di incensi e inni del "Te Deum". Il volume non appare sempre adeguato nei momenti più concitati, il timbro ormai eccessivamente prosciugato e anonimo.
Nei ruoli secondari si distinguono l’Angelotti di Carlo Cigni, il Sagrestano, simpatico e con notevoli doti di attore, di Roberto Abbondanza; Nicola Pamio, nei panni di Spoletta, dopo una sortita non proprio felice per precisione e intonazione alquanto periclitante, prosegue con maggiore sicurezza e con giusta cattiveria.
Dal timbro limpido il Pastore di Pina Acierno si giova anche del bellissimo tappeto orchestrale che stende Valčuha.
Applausi molto calorosi e convinti, al termine, premiano tutti.

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La potenza di Rigoletto

NAPOLI, 17 luglio 2018 - D’estate, l’opera lirica al chiuso di un teatro può apparire un matrimonio infelice. Eppure, senza zanzare, umidità, rumori, acustica (quasi) sempre pessima («All’aperto si gioca a bocce!», diceva “qualcuno” che di musica se ne intendeva...) godere di un titolo operistico “popolare” in un teatro ben climatizzato («troppo, troppo freddo!”» secondo qualche perennemente insofferente signora della platea, ma semmai comunque pronta a condire la partitura con il ticchettìo del proprio rumorosissimo ventaglio) può rappresentare una valida alternativa alla calura estiva cittadina.
Da qualche anno al San Carlo, durante il mese di luglio, propone un paio di titoli d’opera conosciuti e apprezzati dal grande pubblico e un balletto, a prezzi più economici rispetto a quelli della ordinaria stagione d’opera, con l’ intento di avvicinare turisti e, magari, nuovo pubblico.
La scelta quest’anno è caduta, per quanto concerne l’opera, su Tosca e Rigoletto e, per il balletto, su un omaggio a Rudolf Nureyev.
«Rigoletto è come il maiale: non si butta via niente!»; la plastica, genuina e ruspante definizione l’ho sentita dal colto e simpatico giornalaio (purtroppo ne ignoro il nome) titolare dell’edicola posta proprio di fronte alla casa natale di Giuseppe Verdi, a Roncole di Busseto. Riascoltando per l’ennesima volta il capolavoro verdiano ho ripensato spesso a quel giudizio: «Non si butta via niente!».
Nel caso di Verdi non è raro imbattersi in opere così perfette dal punto di vista drammaturgico, nelle quali l’azione si dipana in modo incalzante dalla prima all’ultima scena e nelle quali i personaggi sono sbozzati con forza espressiva paragonabile a quella dei Prigioni di Michelangelo. E anche questa esecuzione di Rigoletto complessivamente corretta, discretamente cantata, ma certamente non di quelle che si imprimono nella memoria, è in grado fornire spunti interessanti anche per un’opera ascoltata centinaia di volte. «Potenza della lirica».
Il nuovo allestimento del San Carlo è di quelli estremamente “tradizionali”, “rassicurante” anche per il pubblico più conservatore. L’azione è collocata nella Mantova del ‘500; Francesco Zito firma le belle scene dipinte e che rimandano direttamente alle architetture rinascimentali di Palazzo Ducale e al verone della cosiddetta casa di Rigoletto, all’armonico profilo della città dei Gonzaga sul Mincio, alla locanda, questa solo abbozzata, di Maddalena e Sparafucile nella corrusca notte sul Mincio illuminata dal plenilunio. Le luci di Bruno Ciulli, anonime ed eccessivamente minimal durante il climax drammatico della tempesta dell’atto III, non aggiungono granché, né valorizzano la scenografia. I costumi di Giusi Giustino, ovviamente complementari alla scenografia, sono di quella eleganza e raffinatezza alla quale la costumista napoletana ha abituato il “suo” pubblico sancarliano.
Purtroppo la regia di Mario Pontiggia appare fin da subito rinunciataria: si ha la sensazione che i singoli interpreti siano lasciati a loro stessi nella scelta dei movimenti - che, nel caso di Rigoletto, sono eccessivamente plateali se non addirittura goffi -, mentre il coro è relegato al ruolo di inerte spettatore sulla scena; a mancare è proprio una visione riconoscibile dello spettacolo.
Sul piano musicale la direzione di Pier Giorgio Morandi è fluida, equilibrata nel gestire i pesi sonori tra buca orchestrale e palcoscenico (al netto del duetto Rigoletto – Sparafucile dell’atto I, laddove i violoncelli sono apparsi eccessivamente predominanti rispetto alle voci), accompagna egregiamente i cantanti, tiene sotto controllo orchestra, coro e cantanti, procede con agogica sempre appropriata; ciò che a volte latita è la fantasia, l’illuminazione della preziosità e dell’atmosfera strumentale (notturno e tempesta dell’atto III, ad esempio).
Corretto e disciplinato il coro maschile diretto da Marco Faelli durante la festa iniziale, mentre appare poco incisivo nell’intervento a bocca chiusa dietro le quinte durante la tempesta.
George Petean è un Rigoletto convincente vocalmente, meno scenicamente. Voce di volume ragguardevole, dal bel timbro, non molto scuro, ben proiettata e con attitudine a sfumare, ad alleggerire l’emissione; esegue - e abbastanza bene - anche i trilli (troppo sbrigativamente omessi anche da interpreti blasonati) posti su delirio e ore nella frase «Qual vi piglia or delirio…a tutte l’ore di vostra figlia a reclamar l’onore?» nell’atto I. Il suo è un buffone lacerato, paternamente innamorato della figlia, probabilmente troppo buono per ordire la vendetta; dal punto di vista scenico qualche movimento è eccessivamente manierato, goffamente agitato.
Convince poco lo Sparafucile George Anduguladze dalla voce eccessivamente ingolata, dal timbro troppo poco scuro per il ruolo del sicario borgognone.
Per chi la ricorda agli esordi dispiace constatare l’usura dello smalto timbrico di Patrizia Ciofi: la tecnica c’è, e le consente di superare o, almeno, affrontare le oggettive difficoltà della forma vocale. La sua è una Gilda dolente, fino a diventare flebile ed eterea nelle battute finali che, nella interpretazione del soprano senese, ricordano gli ultimi istanti di Violetta, ruolo tante volte interpretato.
Nino Surguladze è una Maddalena accattivante, dal bel timbro brunito, spigliata in scena, appropriata e convincente nella sua parte.
Il Monterone di Gianfranco Montresor possiede voce di discreto volume, discretamente proiettata.
Saimir Pirgu è da tempo una garanzia nel panorama lirico internazionale; ritorna al San Carlo dopo il successo personale riscosso come Gabriele Adorno (leggi la recensione ) dell’ottobre scorso. Voce ben proiettata, dall’emissione fluida e sfumata, timbro fresco e luminoso e con incipienti screziature brunite, perfetta dizione gli consentono di delineare un Duca giovanile, baldanzoso e convincente anche scenicamente. La sua è una prestazione in crescendo: se la ballata iniziale appare eccessivamente trattenuta, l’aria del secondo atto e la successiva cabaletta hanno passionalità e impeto. L’intero terzo atto è scanzonato come il Duca, con acuti timbrati e luminosi nella canzone «La donna è mobile» che si fanno sempre più squillanti durante il carnale gioco di seduzione del celebre quartetto.
I ruoli secondari sono tutti ben assortiti, qualitativamente in linea con la produzione.
Al termine il pubblico apprezza e applaude, ma, a dispetto della stagione estiva, senza mostrare eccessivo calore.

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