giovedì 19 dicembre 2019

L'ineluttabile sorriso della festa

NAPOLI, 18 dicembre 2019 - È una travolgente esecuzione dell’Ouverture da Die Fledermaus di Johann Strauss ad aprire il tradizionale Concerto di Natale al Teatro San Carlo.
All’Orchestra del San Carlo e a Juraj Valčuha bastano i vorticosi accordi iniziali e poche frasi musicali per far capire alla sala del San Carlo - gremita in ogni ordine di posti - che stasera c’è voglia di sorridere e di divertirsi, pur non rinunciando a quella precisione musicale istituzionalmente riservata ai concerti di cd. “musica seria”.
E così si ascolta una Ouverture da Die Fledermaus suonata benissimo, con l’orchestra che si districa con sicurezza tra crescendirallentandi e rubati, dal suono compatto e luminoso in tutte le sezioni. L’attacco di Valčuha è deciso, la scelta dei tempi serrata al punto giusto.
Il colore vellutato e morbido dell’orchestra emerge nell’introduzione del celebre Kaiser-Walzer del 1889, con quell’inciso melanconico affidato all’ottimo primo violoncello di Pierluigi Sanarica, per poi cedere il passo al suono netto e deciso degli ottoni, precisi e dal sapore militaresco-prussiano.
Dopo l’assaggio di atmosfera festiva (in fondo mancano pochi giorni al tradizionale Concerto di Capodanno da Vienna) è il turno di un altro Strauss, di Richard Strauss, soltanto omonimo della famiglia Strauss, fecondi artigiani viennesi di musica da ballo, tacciata, con eccessiva disinvoltura, come musica da intrattenimento, leggera e frivola.
In realtà la sensibilità interpretativa del ‘900 ha dimostrato che sui Valzer, Polke e Galop danza freneticamente un mondo in equilibrio precario, che si rifiuta di vedere il crinale sospeso sull’abisso sul quale è adagiato. Johann Strauss figlio è, probabilmente inconsapevolmente, il cantore degli ultimi spensierati ruggiti di una società, di un Impero, che, senza rendersene conto, lentamente va a incunearsi nell’imbuto di quel processo di dissoluzione iniziato con gli spari di Sarajevo e che si concluderà con la caduta degli Imperi centrali.
È dunque il Concerto n. 1 in mi bemolle maggiore op. 11 per corno e orchestra (1885) di Richard Strauss a sospendere momentaneamente lo scambio di auguri musicali: è una composizione giovanile del compositore di Monaco di Baveria, fresca, ricca di inventiva, nella quale, nella ricerca di uno stile proprio, si notano reminescenze brahmsiane e schumanniane.
Questo concerto giovanile di Richard Strauss appare ancora lontano dal fascino compiuto delle successive pagine per corno e orchestra, quali il successivo Concerto n. 2 per corno e orchestra, sempre in mi bemolle maggiore - scritto nel 1942, in piena Guerra - e la struggente introduzione alla scena finale di Capriccio affidata al corno. Nel Primo concerto lo stile compositivo è acerbo, figlio tardivo del romanticismo tedesco.
Il cornista croato Radovan Vlatkovic ha dalla sua un suono caldo, potente, ma che sa assottigliarsi, diventare dolce e intimistico, sempre preciso e in perfetta sintonia con l’orchestra. Una prova che viene premiata da convinto applauso; simpaticamente Valčuha si posiziona tra i corni dell’orchestra per augurare Buon Natale! al pubblico suonando una ritmata versione per soli corni di Jingle Bells.
Dopo l’intermezzo dedicato a Richard Strauss si ritorna allo Johann Strauss della polka francese Im Krapfenwald'l (Nel bosco di Krapfen), eseguita con leggerezza, ricorrendo all’imitazione dei suoni della natura attraverso l’ocarina, con Valčuha insolitamente disteso e compiaciuto, che lascia procedere la sua orchestra assicurando la completa tenuta ritmica.
L’attacco della successiva polka veloce Éljen a Magyar! (Viva gli ungheresi!) è vorticoso e staccato con un tempo rapidissimo: gli archi sono incisivi e scintillanti, perfetto il rinforzo ritmico assicurato dalle percussioni, così come lo scintillio dei legni e degli ottoni; il contrasto dinamico all’interno della breve polka è ben assicurato. Pregi esecutivi che si ritrovano nella successiva Persischer-Marsch (Marcia persiana), travolgente e sbalzata negli staccati e con repentini crescendo, sontuosa nel suono dell’intera orchestra.
Il celeberrimo valzer An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) è un compendio dell’ottima prova orchestrale della serata: i colori e le dinamiche si fanno ancor più mobili e cangianti. Estremamente suggestivo è l’impasto timbrico tra archi e flauto. Valčuha crea un valzer elegante e vitale, che rifugge dalla tentazione di indugiare in rallentando: si procede quasi senza esitazione, con convinta leggerezza.
La successiva Tritsch-Tratsch-Polka è un tripudio di virtuosismo orchestrale per brillantezza ed effervescenza sonora e ritmica.
Con la polka rapida Unter Donner und Blitz (Sotto tuoni e fulmini) Valčuha si abbandona a deflagrazioni sonore e, in un crescendo sonoro, evoca, con fragore forse eccessivo, la tempesta estiva alla quale il brano allude.
Terminato il programma ufficiale del concerto, seguono due bis: si parte con la Jokey-Polka di Josef Strauss e si chiude, ovviamente, con la Radetzky-Marsch di Johann padre con i battimano di rito: pur non essendo al Musikverein, Valčuha ammicca al pubblico, sorride, chiede di diminuire e di intensificare gli applausi ritmici.
Visi sorridenti e una calorosa atmosfera festiva fanno da cornice a un convinto successo di pubblico, accorso numerosissimo per festeggiare il Natale in uno dei luoghi più carichi di suggestione di Napoli.
Buon Natale!

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/49-concerti2019/8683-napoli-concerto-valcuha-vlatkovic-18-12-2019

martedì 17 dicembre 2019

Musica nelle tenebre

Napoli, 12 dicembre 2019 - Tri kartitri kartitri karti. Tre note più volte ripetute, un’unica ossessione, quella del gioco.
È possibile affermare che Pikovaja Dama germini da questa microcellula musicale di tre note che a mo’ di ossessione appare mefistofelicamente nel corso dell’opera? In parte sì; ma ciò è solo parzialmente vero, perché nel dramma di Čajkovskij c’è anche altro, tanto altro. C’è il destino, forza ineluttabile e malvagia che travolge chiunque volesse solo ipotizzare di poterla controllare. Una visione della vita dominata dal Fato - inteso, secondo l’accezione dello stesso Čajkovskij, “forza nefasta che impedisce il nostro slancio verso la felicità” - al quale si inchinò e di cui traspose in musica i trionfi anche lo stesso compositore russo, anzi, “il compositore più russo di tutti i musicisti del mio paese” (definizione di Igor Stravinskij).
E nell’altro che compone il polittico di Pikovaja Dama c’è la rievocazione del mondo musicale settecentesco, principalmente quello espresso da quel Mozart, grande amore della vita del compositore; è un mondo ideale, lieve, pieno di grazia e luce, un rifugio dalla realtà. Ma è soprattutto un’oasi di ordine, di armonia, prepotentemente contrapposta alle passioni arroventate e schizofreniche che pervadono l’opera.
Il ‘700 musicale mozartiano (o, più correttamente, alla Mozart) entra nell’opera per rischiarala momentaneamente, così come l’Allegro con grazia dell’ultima Sinfonia “Patetica” è un refolo di effimera serenità che irrompe nella vita, che volge al termine, del compositore russo.
E, in ultimo, come non includere nell’ altro presente in Pikovaja Dama la genuina anima della Santa Madre Russia che pulsa nei canti popolari intonati dal coro?
Purtroppo lo spettacolo di Willy Decker, prodotto dall’Opera di Stato di Amburgo, e ripreso al San Carlo da Stefan Heinrichs, formisce una lettura unidirezionale e monolitica del dramma: l’attenzione è posta esclusivamente sull’ossessione distruttiva di Hermann, omettendo volutamente tutto ciò che dovrebbe (anzi, deve) esserci nel contorno, mai tanto necessario come per Pikovaja Dama.
La regia scaraventa, infatti, nel buio tutta l’azione, in un mondo nel quale non v’è neppure una flebile speranza di redenzione, dominato dalla ossessione del gioco, dalla morte, percorso da fantasmi/allucinazioni. Tutto l’altro di cui si è accennato semplicemente è omesso, in aderenza a una visione cupa, disperata, greve, allucinata, nella quale non aleggia né malinconia, né quel sognare una vita migliore.
Lo spettacolo è costruito su un impianto scenico - di Wolfgang Gussmannche cura anche costumi e le luci  dominato da tinte scurissime, claustrofobico, con al centro il tavolo da gioco, crocevia del dramma. Pochi altri elementi: una bara, la Nera Signora con tanto di falce, tante carte, maschere, effigi di teschi. Perfino Caterina la Grande, dopo il suo sontuoso ingresso alla festa, indossa una maschera che allude chiaramente a un teschio. Insomma, per un’inaugurazione di una nuova stagione lirica e di balletto non proprio il viatico più beneaugurante!
Non manca nella costruzione registica una cura quasi maniacale dei dettagli della recitazione: Stefan Heinrichs ha a disposizione degli straordinari attori-cantanti ed è bravissimo a farne emergere tutte le potenzialità, curando anche gli aspetti minimi. In scena i protagonisti si muovono, si scrutano intensamente: in una parola, recitano e cantano, fanno teatro. Appare molto curata anche la mimica facciale, soprattutto quella, allucinata e venata di follia, di Misha Didyk/Herman.
Purtroppo una lettura così cupa del dramma determina l’eliminazione di ogni riferimento alla luce, alla primavera, stagione che fa da cornice iniziale all’intreccio: a farne le spese è il coro iniziale dei bambini nel Giardino d’Inverno finalmente illuminato dal sole primaverile e, addirittura, l’intero Intermezzo “La sincerità della pastorella” con annessa sarabanda dell’atto secondo.
In questi stessi giorni alla Scala si ripropone la Tosca del 1900 con una manciata di battute in più, al Teatro dell’Opera di Roma vanno in scena Les vêpres siciliennes in versione integrale, mentre al San Carlo Pikovaja Dama viene anacronisticamente mutilata. La scelta di tagliare queste due scene, seppur conseguenziale alla (discutibilissima) lettura registica, appare comunque musicalmente inspiegabile. Francamente stupisce che sia stata avallata da un direttore scrupoloso e attento ai minimi particolari qual è Juraj Valčuha.
Non è affatto “poco male!” che non sia stata ascoltata l’opera nella sua interezza, perché la resa musicale complessiva è ottima, grazie orchestra e coro in stato di grazia.
Valčuha scava la partitura nei meandri, cavandone i colori e i più sottili giochi melodici e armonici; quello del direttore slovacco è un calligrafismo che però non perde mai di vista il filo del discorso musicale e la sua unitarietà, in un procedere magnetico ed elettrizzante dell’azione. 
L’orchestra merita un encomio per la bellezza dei suoni, la compattezza dell’organico, la precisione delle sezioni, l’ottimo suono degli archi e degli ottoni, precisi e coesi, tanto in buca quanto fuori scena: sicuramente una delle prove orchestrali più convincenti degli ultimi anni, la conferma che direttori del calibro di Valčuha riescono a far emergere le tante potenzialità della compagine. La sua è un’orchestra che palpita, sempre aderente alla drammaturgia, livida, inquietante e incalzante, ma che sa ben abbandonarsi al fluire che si aggroviglia del melodizzare di Čajkovskij.
Di grande intensità è il tema d’amore che chiude l’introduzione all’Atto primo, così come le note ribattute che dipingono l’attesa frenetica della Contessa da parte di Herman; toccante, infine, il velo musicale che cala, quasi un Requiem, sulla fine di Herman, laddove Valčuha, la sua orchestra e il coro trovano accenti e colori di sentita compassione e commozione.
Fa benissimo, infatti, anche il coro, il quale si presenta compatto, con voce piena, soprattutto nel settore maschile, prodigo di movimenti, partecipe, ben amalgamato con l’orchestra, a proprio agio nell’intonare canzoni dal sapore popolaresco, così nel contribuire a creare l’atmosfera arroventata della sala da gioco.
Benissimo anche il cast vocale, che vede Misha Didyk impegnato nella parte di Herman: il suo è un personaggio tormentato, in pieno disfacimento psicologico. Didyk  affronta e risolve la temibile e insidiosissima scrittura con sicurezza, sfoggiando voce robusta, dal colore scuro, sicura negli acuti e, soprattutto, crea un Herman espressivo, ottimamente recitato e cantato.
Si fa notare per il bel timbro e capacità di recitazione il Conte Tomskij di Tomas Tomasson, così come il Principe Eleckij, sempre elegante nella linea di canto, di Maksim Aniskin.
Appassionata e disperatamente innamorata è la Liza di Anna Nechaeva, dalla voce corposa, ben timbrata, squillante, bene emessa, espressiva e dalla bella figura; la Nechaeva si dimostra immediatamente degna coprotagonista dell’Herman di Misha Didyk , dando vita, nel primo atto, a un trascinante duetto d’amore.
La Polina di Aigul Akhmetchina riesce a trovare la giusta cifra interpretativa della romanza del secondo atto, intrisa com’è di intimismo, dolcezza e melanconia anticipatrice di quella cechoviana.
Julia Gertseva, nei panni della Contessa, corre il rischio di subire l’involontario quanto automatico paragone con Raina Kabaivanska, la quale nell’ultima riproposizione dell’opera al San Carlo (gennaio 2005) interpretò magistralmente la cruciale quanto breve parte della ex “Venere moscovita”. Quasi quindici anni fa il grande soprano bulgaro, pur in presenza di una organizzazione vocale ormai al capolinea, scolpì una Contessa che per magnetismo e carisma, per il peso drammatico conferito ad ogni singola parola scandita, resta nella memoria di chi scrive tra le più vive e indimenticabili emozioni vissute a teatro. La Gertseva ha dalla sua una voce compatta, dal bellissimo timbro ambrato; canta bene, anzi fin troppo, tanto da apparire poco convincente - pur accantonando, con difficoltà, il ricordo della Kabaivanska - nella nenia, tutta in bilico tra sonno e veglia, del "Je crains de lui parler la nuit".
Tutti in linea con l’alto livello musicale della produzione i ruoli secondari, così essenziali nell’economia drammaturgica e musicale di Pikovaja Dama: fanno bene il Čekalinskij di Alexander Kravets, il Surin di Alexander Teliga, la Governante di Anna Viktorova, la Maša di Sofia Tumanyan, il Čaplickij/Il cerimoniere di Gianluca Sorrentino, il Narumov di Seung Pil Choi.
Una menzione per il bravissimo Roberto Moreschi al pianoforte in orchestra che ha saputo accompagnare con tocco leggero e melanconico il duetto di Liza e Polina così come la bellissima romanza di quest’ultima nel Quadro secondo dell’Atto primo. 
Il giudizio finale del pubblico del San Carlo - il quale al termine dello spettacolo, fa piacere notare, resta seduto ad applaudire - è lusinghiero per tutti, premiando gli artefici musicali dello spettacoli con applausi calorosi, convinti e prolungati che diventano ovazione per Juraj Valčuha, festeggiato con fragorosi battiti di piedi anche dall’orchestra schierata nel golfo mistico.
Miglior ouverture di stagione, almeno per quanto attiene all’aspetto musicale, appare difficile immaginare.


venerdì 6 dicembre 2019

La voce del violino

Al teatro Sannazaro di Napoli, il gradito ritorno nella stagione dell'Associazione Scarlatti di Suyoen Kim e del suo violino Stradivari Lord Newlands per un programma tutto dedicato a Bach.
NAPOLI, 5 dicembre 2019 - L’incertezza che aleggia intorno alla genesi compositiva delle Sonate e Partite per violino solo di J.S. Bach e le ipotesi sulla loro destinazione svaniscono in un colpo solo dinanzi una considerazione banale e a un’eventualità non affatto scontata: è possibile cogliere il loro altissimo valore musicale soltanto se interpretate da un artista attento ad ogni minima sfumatura dello spartito e, in particolare, capace di intelligere tra il complesso ordito strumentale, facendo emergere il profondo mondo poetico e musicale adombrato nella filigrana della scrittura bachiana. In assenza di ciò, tra le sublimi Sonate di Bach e gli studi per violino di Czerny e Kreutzer la differenza, almeno dal punto di vista espressivo ed emozionale, rischierebbe di essere estremamente esigua.
Occore, poi, un altro irrinunciabile elemento per avvicinarsi a questi capolavori della letteratura violinistica (e non solo): assicurarsi di impugnare uno strumento che abbia una voce tale poter scandagliare e imitare la scrittura semi orchestrale delle composizioni del genio di Eisenach.
Ebbene, nel nostro caso i fondamenti indefettibili per un approccio proficuo e interessante a queste pagine ci sono entrambi.
Suyoen Kim, giovane violinista tedesca di origine coreana, e il suo meraviglioso Stradivari “Lord Newlands”del 1702 (gentilmente messo a sua disposizione dalla Nippon Foundation) con questo concerto concludono con convinto successo di pubblico l’esecuzione integrale delle Sonate e Partite per violino solo di J.S. Bach.
La Kim, nel tornare a Napoli a quasi un anno dal suo primo concerto (leggi la recensione), convince e conquista immediatamente con una scintillante esecuzione della Partita n. 1 in si minore BWV 1002. Quella della giovane artista, primo violino del Quartetto Artemis e del Konzerthausorchester di Berlino, è una lettura fluida, limpida, estremamente pulita, improntata a una rigorosa compostezza ritmica, a un suono luminoso, terso sul cantino e particolarmente robusto e ombroso sulla quarta corda.
Si parte con la solenne Allemande per poi infiammare il gioco agogico nelle successive Double e Courante; la meditativa Sarabande e la successiva Double preparano alla deflagrazione ritmica e armonica della Bourrèe, eseguita con impeto e incedere convinto e perentorio. La voce - violini come lo Stradivari di Suyoen Kim non suonano, ma cantano - del “Lord Newlands” muta registri sonori e cromatici all’interno di una tinta dominata da una madreperlacea iridescenza sonora, in linea con la connotazione mondana e danzante della composizione.
Il clima espressivo cambia radicalmente con la successiva Sonata n. 2 in la minore BWV 1003 e, ancor più, con la terza Sonata in do maggiore BWV 1005. Suyoen Kim e il suo Stradivari optano per un suono sbalzato, più tormentato, figlio di quel contrasto di dinamiche che conferisce plasticità, monumentalità e profondità espressiva alle Sonate, composizioni dall’andamento sospeso tra il ripiegamento interiore e la magistrale costruzione delle poderose architetture musicali delle Fughe. Sin dal Grave della seconda Sonata si avverte il mutato approccio interpretativo rispetto alla precedente Partita n. 1: il suono si fa più cupo, ogni nota è cesellata, il vibrato diventa più intenso e largo, la cavata dell’archetto più possente, il suono della corda sol si irrobustisce e incupisce ancor di più. In confronto alla Partita introduttiva Suyoen Kim tende ad esasperare, con notevole risultato in termini di espressività, i contrasti dinamici, in modo da esaltare lo sbalzo delle linee melodiche. La Fuga della seconda sonata è eseguita con una chiarezza tale che rende individuabili, pur nel profluvio di bi e tricordi, i soggetti e il loro sviluppo, ammantata com’è di un suono oscillante tra il brunito e la luce vespertina. Nel successivo Andante Suyoen Kim immerge il pubblico in una meditazione dolorosa, scandita dall’ossessiva pulsazione ritmica del do ribattuto sulla quarta corda, dal suono scuro, robusto, in contrasto perfetto con la linea melodica.
L’intenso raccoglimento di Kim e del “Lord Newlands”, sempre più complementari, prosegue con la ancor più metafisica e “religiosa” nello spirito Sonata n. 3 in do maggiore, nel cui Adagio introduttivo la violinista accentua le sonorità cupe del suo strumento strappando accordi sempre più lancinanti, appena mitigati dalla solennità della linea melodica che fluisce come un fiume carsico nelle armonie. La successiva Fuga alla breve è un miracolo di pulizia melodica per precisione e tenuta ritmica, nel quale i soggetti risultano evidenti e visibili come i contorni delle pitture toscane del ‘400: pulizia, rigore e nitore in ogni nota. Souyen Kim ritrova gli accenti meditativi e dolorosi nel Largo, staccato con tempo giusto, che permette di cogliere di sfumature dinamiche, gustare il silenzio delle pause di semicroma senza appesantire e illanguidire il fluire musicale. L’ Allegro assai conclusivo, impetuoso e di immediata luminosità sonora, sgombra il passo dalla precedente introspezione per condurre gli ascoltatori in un turbinio di semicrome, gioioso e liberatorio e nel quale Suyoen Kim, celando le difficoltà tecniche di esecuzione, dopo la penombra caravaggesca dei LargoGrave e Adagio delle due Sonate, illumina l’ultimo tempo della Sonata.
Il pubblico dell’Associazione Scarlatti apprezza molto e tributa applausi prolungati e calorosi.
Un nota informativa conclusiva: l’11 dicembre sarà inaugurata nella splendida cornice di Villa Pignatelli a Napoli un’interessante mostra che ripercorre, attraverso le sue stagioni e i tantissimi artisti ospitati, la storia dei primi 100 anni dell’Associazione Scarlatti. Chi si trovasse a Napoli farebbe bene a non perderla, visto il ruolo che questa istituzione ha svolto e svolge per la cultura musicale a Napoli.

mercoledì 27 novembre 2019

Anni ruggenti

Napoli, 21 novembre 2019 - In Lady, Bìbe Good! - musical dei fratelli George (musica) e Ira (parole) Gershwin rappresentato al Liberty Theatre di Broadway nel 1924 - lo spirito Roaring Twenties, quello che affiora tra le pagine di quel piccolo capolavoro che è The Great Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, aleggia prepotentemente, prendendo forma negli accenni di danza, nei sincopati, nel jazz, nel Blues e nel charleston; si è investiti da una forza propulsiva ed esotica, almeno per le orecchie yankee, di grande fascino, abilmente reinventata da quell’indiscusso genio musicale, assimilatore e contaminatore che risponde al nome di George Gershwin.
Mancano pochi anni al terribile crollo della Borsa di Wall Street che gettò mezzo mondo nella Grande depressione. Il resto, purtroppo, è ciò che chiamiamo con rassegnazione storia.
Lady, be Good!, comunque, profuma ancora di candido ottimismo; scritto a quattro mani dai due fratelli Gershwin, è modellato per altri due fratelli, Fred e Adele Astaire. Più che naturale, dunque, che il ductus musicale generale sia connotato da un marcato quanto elegante andamento danzante.
Gershwin riesce, pur in presenza di una trama insulsa quanto avviluppata, a creare un musical godibile, nel quale coesistono songs dal melodismo genuino e accattivante, esplosivi ritmi sincopati. Un lavoro teatrale dal linguaggio musicale innovativo, figlio di quella crasi tra generi musicali che in Rhapsody in Blue - composta proprio nel 1924, stesso anno di Lady, be Good! - trova uno dei migliori esempi.
Lo spettacolo del San Carlo - importato dal Teatro de la Zarzuela di Madrid e firmato da Emilio Sagi - coglie la leggerezza che innerva il musical, il suo procedere spedito, esaltando l’elemento danzante. Le scene di Daniel Bianco, i costumi sgargianti di Jesús Ruiz e le luci di Eduardo Bravo ricreano, pur senza sfarzo eccessivo, quell’atmosfera di festa perenne, topos letterario della letteratura degli “Anni ruggenti”.
Quella di Sagi è una messinscena sicuramente godibile e garbata, alla quale, però, sembra mancare quel pizzico di vento travolgente che emana la musica. Gli sparuti coro e corpo di ballo non danno l’impressione di riempire a sufficienza la scena.
Sul versante musicale la concertazione di Timothy Brock assicura il buon equilibrio tra cantanti (ovviamente, trattandosi di un musical, microfonati) e l’orchestra, ma latita il guizzo musicale, il “lasciarsi andare” sulla scia dei ritmi di Gershwin e il “lasciarsi prendere” dal raffinato melodismo delle canzoni. L’orchestra del San Carlo è precisa e compatta, dimostra ancora un volta di possedere versatilità nell’affrontare, per qualità sonora e ritmica, il repertorio del musical. Molto bene, nell’imprimere la giusta tinta jazz, fanno il primo clarinetto e la prima tromba.
Appare prosciugato nel numero dei suoi componenti e nel suono il Coro diretto da Gea Garatti Ansini: una compagine più nutrita avrebbe assicurato maggior compattezza e spessore, a tratti carente.
Coesa e omogenea la compagnia di canto, con i protagonisti ben calati nelle loro parti e particolarmente bravi ad accennare i tanti passi di danza di cui è disseminata la partitura. Su tutti si impone la Susie Trevor di Jeni Bern, per qualità vocali e per abbandono lirico: toccante il magnifico song The Man I Love, un tempo espunto dal musical e recuperato, fortunatamente, in questa ripresa sancarliana.
Stilisticamente elegante è la prova di Nicholas Garrett nella parte di Dick Trevor, sempre affiatato con la sorella Susie. Troy Cook è un Watkins che interpreta un Oh, Lady, be Good! perfettamente cantata, con impostazione lirica in maschera e bel timbro scuro. Emana simpatia il Jeff White di Carl Danielsen, perfetto nel cantare e nel recitare il famoso Fascinating Rhythm, tra i temi più famosi del musical ed epitome dell’andamento travolgente della musical.
Il resto del cast, tra i quali si notano il Jack Robinson di Dominic Tighe, il Jeff White di Carl Danielsen, la Josephine Wanderwater di Manuela Custer, la Bertie di Jonhathan Gunthorpe, la Daisy Parke di Susanna Wolff, si dimostra funzionale alla buona riuscita e alla godibilità della spettacolo per qualità canore e attoriali.
Al termine del musical non appare molto divertito il già non numeroso pubblico in sala, il quale tributa solo applausi poco più che tiepidi a tutti.


giovedì 21 novembre 2019

Con Rossini nel cuore

Il mezzosoprano Teresa Iervolino, a soli trent'anni, è già un punto di riferimento per gli appassionati di Belcanto, applaudita da Pesaro a Salisburgo. In occasione del debutto come Andromaca in Ermione, ci racconta i pilastri del suo repertorio e le prospettive future, il rapporto con la sua voce e i suoi personaggi, con i colleghi e con la vita fuori dalle scene.
Napoli, 5 novembre 2019 - Abbiamo incontrato la Teresa Iervolino al termine della prova generale di Ermione, una nuova produzione dell’opera di Rossini andata in scena al Teatro San Carlo di Napoli dal 7 al 10 novembre, dove ha interpretato la parte di Andromaca (leggi la recensione)
La chiacchierata con la simpaticissima ed estroversa Iervolino è stata l’occasione per alcune riflessioni su questo personaggio, sulle eroine rossiniane, sui prossimi approdi artistici dell’apprezzato mezzosoprano italiano.
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Partiamo dal presente: in questi giorni Teresa Iervolino è Andromaca - dall’opera Ermione di Rossini - al Teatro San Carlo di Napoli; è una nuova produzione dell’opera di Rossini che mancava dalla scene del San Carlo dal lontano 1988.
Come vede questo personaggio e quanto è adatto alla sua vocalità?
Per mia fortuna Rossini ha scritto tantissime parti per il “mezzosoprano scuro”, per il cosiddetto contraltino, una voce dal timbro molto ambrato, quasi da contralto, ma con estensione da mezzosoprano molto ampia. La parte di Andromaca, collocandosi quanto a scrittura  tra il cosiddetto contraltino e il mezzosoprano, la percepisco affine alla mia vocalità; inoltre, dal punto di vista drammaturgico, mi attrae molto la complessità psicologica di Andromaca. Rossini indaga la femminilità, il carattere e il potere delle sue eroine con un’analisi dettagliata e approfondita: le donne di Rossini possono sembrare delle sconfitte - qual è appunto Andromaca -, ma, se notiamo bene, in realtà sono delle vincitrici, e ciò accade sia nel repertorio buffo sia in quello drammatico.
Proprio questo aspetto di Andromaca mi attira maggiormente: apparire una vinta, ma non esserlo. In più, adoro interpretare personaggi connotati da una spiccata drammaticità.
In questo spettacolo - d’accordo con il regista Jacopo Spirei - abbiamo puntato a sviluppare il lato materno di Andromaca - che c’è, ovviamente -, ma evidenziando soprattutto l’aspetto di una madre che, conservando il proprio portamento da ex principessa, ha un rapporto distaccato, quasi algido con il proprio figlio; anche da prigioniera, Andromaca non dimentica di essere stata una principessa. È una donna tormentata, che vive nel ricordo del marito scomparso; in Astianatte scorge continuamente Ettore. Nel secondo atto questo personaggio subisce un’evoluzione: da donna vinta, ridotta quasi a un oggetto, riesce ad ingannare Pirro facendogli credere di amarlo pur di conservare la vita al figlio: ed è in questo momento che si manifesta la sua natura di donna vincitrice!
Dal punto di vista strettamente vocale quella di Andromaca ha una scrittura che, frequentando assiduamente il repertorio rossiniano, percepisco adatta alla mia vocalità, come ho detto in precedenza.
Rossini è dunque uno dei capisaldi della sua carriera.
Certamente! Rossini è fondamentale per me! Posso dire che il mio repertorio ha attualmente tre pilastri: Händel, Rossini, Donizetti. Nel mio futuro, neppure tanto lontano, vedo anche il repertorio francese nel quale mi sto addentrando. Recentemente, inoltre, c’è stata una breve incursione nel repertorio verdiano: ho debuttato nella Messa da Requiem e in Falstaff (Mrs Quickly). Per Verdi però nutro tanta devozione che voglio aspettare la mia maturità artistica e vocale per affrontarlo al meglio! Ogni tanto mi concedo delle incursioni in questo repertorio che mi godo appieno!
Per me l’importante è cantare le parti giuste al momento giusto. Occorre assecondare la propria evoluzione vocale e artistica per ampliare il repertorio, senza abbandonare quanto si è fatto. Ed io difficilmente abbandonerò il mio amato Rossini, di questo sono sicura! La mia carriera è iniziata a 21 anni, proprio all’insegna di Rossini. Sono stati proprio i suoi personaggi a farmi comprendere, senza esitazioni, di essere un mezzosoprano. Come potrei abbandonarlo?
Colgo l’occasione per ringraziare la bravissima logopedista Stefania Porcaro, la quale mi ha accompagnato - e tuttora lo fa - nel mio percorso vocale, consentendomi di mettere a fuoco la mia voce, di lavorare molto su me stessa. Il canto, infatti, è uno strumento atipico: non è uno “strumento” esterno, ma si trova in noi stessi. È di fondamentale importanza saper “toccare con mano” i suoi componenti. La voce non è composta soltanto dalle corde vocali, ma è l’intero corpo di una persona; la “voce” comprende laringe, faringe, polmoni, respirazione, seni nasali, muscolatura, palato molle, bocca, zigomi, diaframma, ecc: tutte queste cose fanno la voce! Grazie alla dott.ssa Porcaro ho capito come farla risuonare bene, cos’è l’emissione, come respirare, come tenere il proprio strumento in perfetta salute; e tuttora lavoro su questo.
In fondo noi cantanti ci dobbiamo esercitare costantemente; in fondo, coinvolgendo il canto organi e muscolatura, noi cantanti siamo degli atleti.
Il corpo cambia e così anche la propria voce e bisogna imparare a percepirla ed assecondarla.
Quindi si può dire che adegua il repertorio all’evoluzione naturale della sua voce?
Certamente! Quando sentirò il bisogno e avrò la possibilità di inoltrami in un determinato repertorio lo farò, ma solo se potrò. Al momento posso dire che la mia voce si è sviluppata e conseguentemente anche il repertorio si sta ampliando. A breve ci sarà un’altra “incursione” nel repertorio verdiano con Fenena (in cui debutterò all’Arena di Verona e poi a Monaco di Baviera): lavorerò molto sull’emissione continua del fiato e sul fraseggio.
Due anni fa al Teatro Verdi di Salerno ho interpretato Adalgisa, parte che ho amato moltissimo (leggi la recensione)
Mi godo ciò che sto facendo, perché sento che fisiologicamente posso affrontarlo.
Per rimanere in tema, qual è il personaggio dei suoi sogni, quello che in assoluto le piace di più, a prescindere dal fatto che un giorno potrebbe affrontarlo o meno?
Il mio sogno è... cantare Amneris! Vedremo se un giorno si realizzerà..
Mi piacerebbe interpretare di nuovo Tancredi, che è il mio personaggio preferito tra quelli di Rossini. Lo amo, lo adoro, mi sento perfettamente a mio agio interpretandolo! Devo ammettere che amo i ruoli en travesti come Arsace, Tancredi; mi piacerebbe affrontare Malcolm un giorno. A Roma, nel 2014, ho debuttato come Calbo nel Maometto II e lo riprenderò proprio al San Carlo il prossimo anno.
Qual è stata la personalità artistica, conosciuta personalmente o attraverso registrazioni, che l’ha impressionata maggiormente?
Quanto alle incisioni, io ascolto tutto ciò che non devo cantare: non amo imitare le grandi interpreti. Devo però ammettere che da sempre due personalità musicali mi hanno impressionato: sono Ewa Podleś e Lucia Valentini Terrani. Quest’ultima, in particolare come Angelina, per me è un punto di riferimento costante, per l’anima che sapeva infondere al personaggio. Ho osservato i video di queste straordinarie artiste per capire come emettevano i suoni.
Ho avuto la fortuna di conoscere nel corso degli anni tanti grandi colleghi e ognuno di loro mi ha lasciato sempre qualcosa: mi viene in mente Daniela Barcellona, persona che ammiro e che adoro anche osservare per capire tante cose su come si canta, come si gestisce l’emissione. In questa produzione di Ermione ho modo di confrontarmi con il carissimo Antonino Siragusa al quale non esito a chiedere consigli.
Per me anche il canto è un lavoro di squadra: da un collega che hai accanto puoi imparare il modo per risolvere tante difficoltà. Bisogna avere l’umiltà di imparare sempre!
Colleghi come Juan Diego Florez e Krassimira Stoyanova sono persone squisite; con loro mi sono confrontata su tanti aspetti ricevendo consigli preziosissimi. Anche questo è un aspetto estremamente interessante del nostro lavoro d’artisti: confrontarsi, mai sentirsi arrivati a un punto fermo!
Ciò denota grande umiltà da parte sua. Chi è Teresa Iervolino quando non è in scena?
Una ragazza molto estroversa alla quale piace tanto viaggiare, cucinare e mangiare!! . Da poco su Instagram curo una pagina che si chiama timandateresa - il cui motto è “Viaggia, ama, danza ma pensa sempre alla panza!” - nella quale do consigli culinari...ultimamente mi sono dedicata a fare dei biscotti.
Sono una ragazza alla quale piace stare con gli amici, divertirsi, ridere della vita. Sono sempre me stessa, fingo solo sulle scene. E so che resterò sempre così.
Ritorniamo al San Carlo e a Rossini: che effetto le fa cantare nel teatro dove Rossini, dal 1815 al 1822, fu il dominatore musicale assoluto, e in un’opera che nacque proprio su questo palcoscenico giusto duecento anni fa?
Al San Carlo ho debuttato qualche anno fa nel Pulcinella di Stravinskij, ma Ermione è la prima opera che interpreto qui. È un teatro che mi ha sempre impressionato, un po’ perché è quello della mia terra, e perché - spero che non me ne vogliano - è il teatro più bello del mondo! Ho cantato in tanti teatri in giro per il mondo, ma il San Carlo resta il più bello di tutti! Qui si respira la storia: si avverte la presenza di Rossini e di Donizetti nei palchi di proscenio... si percepiscono i fantasmi del passato... la Callas, la Tebaldi... è una grande emozione cantare qui... indescrivibile!
Un’ultima domanda a conclusione di questa chiacchierata. Quali sono i suoi prossimi impegni?
Ce ne sono molti: a gennaio sarò Rosina alla Staatsoper Unter den Linden, poi, alla Bayerische Staatsoper di Monaco La Cenerentola con la storica regia di Jean-Pierre Ponnelle; all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia debutterò, in aprile, con il maestro Pappano nella Messa di Gloria di Rossini.
Sarò Arsace al Liceu di Bacellona in una Semiramide che vedrà Joyce DiDonato nel ruolo della protagonista.
A Venezia sarò Rinaldo, poi ci sarà il debutto come Fenena accanto al grande maestro Domingo nelle vesti di Nabucco e poi... di nuovo qui al San Carlo per Maometto II... cosa volere più dalla vita?!
Una agenda piena di impegni molto interessanti! La ringrazio per la disponibilità e le faccio gli in bocca lupo da parte mia e dell’Ape musicale!
Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/interviste/8554-interviste-teresa-iervolino-2


lunedì 18 novembre 2019

La gioia del canto

Disponibile e cordiale, il soprano georgiano si racconta: l'evoluzione della sua voce, l'importanza dell'assecondare la propria natura e di mantenere la gioia di cantare e salire sul palcoscenico, ma anche la famiglia, leradici in un paese che ha vissuto enormi difficoltà pur mantenendo sempre viva la tradizione musicale, l'impegno nell'insegnamento e in iniziative benefiche, le emozioni legate all'arte e alla vita, il rapporto con i social network.
Napoli, 08 novembre 2019 - Siamo all’Opera Café del San Carlo con Nino Machaidze, nella insolita veste di spettatrice d’eccezione: il marito, il baritono Guido Loconsolo, è impegnato in questi giorni nella parte di Fenicio nella nuova e attesa produzione di Ermione di Rossini nella quale ha riscosso un lusinghiero successo personale (leggi la recensione).
Abbiamo quindi colto l’occasione per fare una chiacchierata con il grande soprano georgiano e per fare il punto sull’evoluzione della propria voce, sugli sviluppi del proprio repertorio e su qualche aspetto della sua vita privata.
Signora Machaidze, è di nuovo al San Carlo, seppur nella veste di spettatrice, dopo il grande successo personale ottenuto nel marzo scorso (leggi la recensionele) interpretando Antonia in Les contes d’HoffmannLei ha debuttato al San Carlo nei panni della Desdemona rossiniana del 2016, poi, nel 2018, è stata Violetta e ultimamente una Antonia particolarmente intensa ed emozionante. Si è notato, nell’arco di queste tre opere interpretare al San Carlo, un naturale irrobustimento della sua voce, che è diventata più corposa e brunita, più “matura”. Come spiegherebbe l’evoluzione della sua voce?
Ho iniziato a notare cambiamenti nella mia voce da quando è nato mio figlio: è dunque vero che a seguito della maternità la voce cambia! Sono sempre stato un soprano lirico leggero, mai soltanto un soprano leggero, mai! La mia voce ha sempre avuto un registro centrale corposo e, per fortuna, acuti, facilità nelle agilità, ma la mia natura è sempre stata quella di soprano lirico.
Se si ha una tecnica giusta e solida, si assicura alla voce uno sviluppo naturale che la rende più matura, purché non ci siano forzature e artifici. Ora sto notando che il timbro della mia voce si sta scurendo sempre di più, senza che io abbia fatto niente in tal senso, eh! È un processo naturale che assecondo.
Sono arrivata in Italia nel 2005, a 21 anni, ed ero concentrata a cantare parti del repertorio belcantistico come LuciaElvira dei Puritani, ecc; ho poi aggiunto parti liriche e, ora che ho 36 anni, sento di andare verso la maturità e, soprattutto, avverto l’irrobustimento vocale e lo scurirsi del timbro.
Ciò che canto ora mi rende felice e dà soddisfazione: posso mostrare i colori che voglio, e, soprattutto, posso seguire la mia natura!
Attualmente amo cantare principalmente le parti liriche; però, a breve. dopo ben dodici anni, riprenderò nuovamente Amina all’Opéra Royal de Wallonie di Liegi. È una parte che avevo accantonato per qualche anno e ora sono contenta di ritornare a questo personaggio dopo tutti questi anni, proprio per vedere come posso reinterpretarlo dopo aver cantato di Massenet e Luisa Miller.
Mi piace esplorare il repertorio con molta calma: quest’anno festeggio venti anni di carriera. Ho debuttato a sedici anni al Georgian National Opera Theater di Tbilisi, la mia città natale, interpretando Zerlina, poi Gilda, Norina, Rosina, e così via. Se a trentasei anni ho già venti anni di carriera alle spalle, significa che mi piace andare piano ma...lontano, per non rovinare la mia voce! E vorrei cantare almeno per altri venti anni!! Adoro questo lavoro e voglio che duri il più possibile!
Ho rifiutato tante offerte: Tosca, per esempio. È una parte del tutto inadeguata per la mia voce. Non puoi cantare per quindici anni il belcanto e poi improvvisamente Tosca, perché in mezzo c’è un mondo musicale da esplorare, da cantare. Chissà, magari un giorno potrebbe arrivare anche il momento di cantare Tosca, ma non dopo solo quindici anni di belcanto: tra Juliette e Tosca direi che nel mezzo ci sono un bel po’ di ruoli!
Juliette è il personaggio che le ha dato successo e fama internazionale: come ricorda di quel debutto a Salisburgo nel 2008?
Salisburgo mi ha dato successo a notorietà, anche se avevo già cantato molto alla Scala. Il giorno dopo quel rocambolesco debutto a Salisburgo era davvero famosa! È stata l’occasione della vita, che potevo sfruttare a mio favore, oppure a sfavore.
Mi offrivano ciò che avevo sempre sognato e così ho accettato la sfida; tra me pensavo che la parte mi si addiceva perfettamente, avevo provato… eravamo in diretta con mezzo mondo… e allora perché avere paura? E così mi sono divertita dall’inizio alla fine dell’opera!
Devo ammettere che non ho mai provato paura del palcoscenico, forse perché già ad otto anni ho cantato in un concerto: quando ho debuttato a sedici anni, già cantavo da otto. No, il palcoscenico non mi ha mai fatto paura!
Per questo motivo accetto solo le parti di cui sono certa: voglio essere felice e divertirmi quando salgo in palcoscenico.
Se penso che un ruolo potrebbe mettermi in difficoltà - perché non si addice alla mia voce - non lo accetterò mai, per nessun teatro del mondo, neppure se me lo proponesse un teatro importante! Ho detto “No!” a teatri importanti nei quali non torno da alcuni anni, perché non posso accettare le loro proposte. Non voglio assolutamente togliermi la gioia che provo nell’andare in palcoscenico!
Per questo motivo ho rifiutato Tosca, I due Foscari.Invece ho accettato Simon Boccanegra, la Desdemona di Verdi, Marguerite nel Faust di Gounod.
Juliette attualmente non è in programma, ma non l’abbandonerò mai!
Ah, canterò anche come Fiordiligi, una parte molto bella; non ho cantato molto Mozart, perché mi sono dedicata molto al belcanto. E così, appena mi hanno offerto di cantare nel Così fan tutte, ho accettato con gran piacere, perché è un personaggio che mi piace.
Attualmente i ruoli che amo di più sono quattro: Mimì, Luisa, Thaïs, e Manon di Massenet, interpretata recentemente a Parigi e a Vienna, insieme a Juan Diego Florez.
Ti senti particolarmente vicina a questi personaggi?
No, in realtà non mi sento vicina a nessun personaggio, anzi, devo ammettere che non credo all’immedesimazione con i personaggi che si interpretano.
L’opera, pur essendo basata su emozioni naturali, resta una finzione, quindi una brava attrice deve saper fingere e immedesimarsi, ma mai fino in fondo da annullare se stessa.
Ovviamente ci sono parti, singoli passaggi che mi fanno piangere, venire la pelle d’oca quando li canto. Penso a “Sono andati? Fingevo di dormire..”, oppure a quella bellissima frase della Traviata in cui Violetta canta “Ma se tornando non m’hai salvato, a niuno in terra salvarmi è dato”: sono momenti che mi emozionano sempre tanto.
Personalmente ricordo la recente Antonia di Les contes d’Hoffmann, qui al San Carlo, particolarmente emozionante e palpitante: quanto c’è del suo vissuto in quella parte?
Proprio per la mia storia personale - l’aver perso mia madre quando ancora ero molto giovane - non è stato facile avvicinarmi a questo personaggio. Ho dovuto distaccarmi, perché rischiavo di essere troppo coinvolta emotivamente; l’emozione può giocarti brutti scherzi dal punto di vista vocale. Ho deciso quindi di non dover pensare a quello che dicevo quando cantavo "Ma mère! Ô ma mère! Je t’aime!..." alla prima: pur essendo molto, molto coinvolta, sono riuscita a mantenere il controllo.
Che rapporto ha con la sua Georgia?
Conservo gelosamente la mia cittadinanza georgiana! È il mio Paese e lo amo! In Georgia esiste una grande tradizione musicale, per il canto e non solo. Nella famiglia si cerca di dare un’educazione musicale ai figli, facendo loro studiare il pianoforte, violino, la chitarra, il canto...
Io, come tanti altri miei colleghi, non provengo da una famiglia di musicisti, quindi qualcuno potrebbe chiedermi: “ma tu da dove salti fuori?” Ebbene, in Georgia capita spesso che i genitori capiscano il talento musicale dei figli: se un bambino ama cantare e suonare, assecondano la sua natura - ed ecco che torniamo alla natura di cui parlavo prima - fino a fare della musica un vero e proprio lavoro!
In Georgia la musica è tenuta in grande considerazione, amata e apprezzata, perciò emergono tanti giovani talenti, e già a venti anni, non a quaranta!
Io ho iniziato molto presto a seguire le lezioni di canto; ho sempre cantato, sin dagli inizi, da solista. Vorrei che anche in Italia ci fosse tanta attenzione verso l’educazione musicale: ciò aiuterebbe molto i ragazzi a crescere.
Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia che mi ha sempre incoraggiato: mia mamma era appassionata d’opera. Quando i miei genitori mi sentivano cantare in casa, hanno compreso che probabilmente avevo del talento e così, pur affrontando grandi sacrifici, mi hanno fatto studiare. Noi in Georgia abbiamo trascorso degli anni bruttissimi di buio totale. “Buio” nel vero senso della parola: mancava l’illuminazione nelle strade. Ricordo che quando avevo quattordici anni la situazione era davvero molto difficile: mancava la luce, il gas, avevamo l’acqua e l’elettricità in casa solo per un’ora al giorno... mancava il riscaldamento nelle case... Noi vivevamo in una zona collinare di Tblisi: ricordo che io e mio padre, per andare alla scuola di musica, facevamo un’ora e mezza di cammino a piedi nella neve e al vento all’andata e altrettanto al ritorno. Quanto deve essere motivato un genitore per affrontare questi sacrifici!
Ho sempre sentito che sarei diventata una cantante d’opera, per me non esisteva altro.
Ho anche suonato il flauto per quattro anni, ma allo scopo di aiutare il canto. Devo ammettere che mi ha aiutato molto per la respirazione, contribuendo allo sviluppo dell’elasticità del diaframma.
Torna spesso nel suo Paese?
Sì, tendenzialmente per partecipare a concerti di beneficenza per il mio Paese.
Essendo molto conosciuta in Georgia, mi invitano, le sale da concerto registrano il sold out, il ricavato viene utilizzato per costruire ospedali, aiutare i bambini autistici e quelli malati di cancro. Sono molto coinvolta in queste iniziative, appena posso torno per dare una mano. Mai dimenticare le proprie origini!
In che modo si avvicina ai personaggi che porta sul palcoscenico?
Per me la cosa fondamentale è capire cosa ha scritto l’autore. Basta leggere le parole, ascoltare la musica e il personaggio arriva da sé.
Come studia le parti nuove?
Le studio da sola, e così faccio da anni! Imparo le parti in circa una settimana. Per fortuna riesco a memorizzare spartiti da 500 pagine in una settimana!
Ogni anno ho almeno tre debutti; qualche tempo fa ben nove in un solo anno. Mentre canto una parte studio quella che devo interpretare successivamente! Il cervello è molto allenato: penso che sia una fortuna, un dono... non dipende da me!
Quali sono state le persone fondamenti nella sua vita artistica?
Sicuramente la mia maestra di canto, Dodo Diasamidze, che mi ha seguita sin da quando avevo otto anni. Sono stata fortunata ad avere lei come insegnante: mi ha indirizzato sulla strada giusta, così non ho avuto bisogno di cercare altro. Quello che ho imparato da lei con riguardo all’appoggio, il diaframma, la respirazione, la posizione, mi serve anche oggi! Questo è l’ABC del canto. Se conosci bene le basi, puoi crescere e affrontare tutto.
La signora Dodo Diasamidze, quando ho iniziato a studiare canto, aveva solo 22 anni, si era appena diplomata al Conservatorio. Sono stato la sua prima allieva, siamo cresciute insieme. È stato un percorso meraviglioso. Oggi è una bellissima signora che insegna al conservatorio, e per me rimane sempre la mia insegnante; quando torno in Georgia non manco di andarla a trovare.
Sono successivamente entrata al conservatorio, a 16 anni, subito dopo aver cantato in un recital arie da Lucia, Puritani, Sonnambula, tanto che ho ottenuto 10 e lode quale voto di ammissione, proprio perché due giorni prima dell’esame avevo cantato in questo concerto nella stessa sala nella quale poi ho sostenuto l’esame di diploma.
Il mio insegnate di conservatorio è stato un tenore molto bravo, Temuras Gugushvili (che insegna al conservatorio ed è tenore solista nel nostro teatro di Tblisi), il quale mi ha portato a teatro e mi ha fatto cominciare a studiare il repertorio; tecnicamente ero già pronta, con lui ho iniziato a studiare varie parti.
Considero questi due i miei insegnanti.
Quando sono arrivata in Italia, nel 2005, nella mia vita è entrata una persona importante: la Signora Leyla Gencer.
Appena sono stata ammessa all’Accademia della Scala, la Signora Gencer mi ha ascoltato e mi ha detto: “Brava! Mi piace molto come canti e sono sicura che farai delle grandissime cose!” Io non credevo alle mie orecchie! All’Accademia della Scala la Signora Gencer è stata la mia insegnante di interpretazione.
Poiché possedevo già una buona impostazione vocale, durante gli anni dell’Accademia mi sono concentrata sull’interpretazione: posso dire di aver studiato per diventare una artista. C’è una grande differenza tra cantante e artista: si può cantare bene, ma senza riuscire a trasmettere niente. L’artista, invece, quando lo ascolti e lo vedi, deve necessariamente lasciarti qualcosa, una emozione..
Quindi l’incontro con la Gencer ha segnato il momento in cui da cantante è diventata artista?
Proprio cosi! Con la Signora Gencer sono passata dall’essere una brava cantante a un’artista!
Quando cantavo davanti a lei mi diceva: “Brava! Adesso però voglio avere la pelle d’oca!” Perciò, quando mi dite che son riuscita ad emozionarvi, per me è il compimento più grande che possa ricevere. Vuol dire che il mio scopo è stato raggiunto. Io devo trasmettere emozioni!
La Signora Gencer mi ripeteva: “Non basta cantare bene, Nino! Canti bene, adesso aggiungi qualcos’altro, per cortesia! Voglio una emozione in più!”
E finché lei non era soddisfatta rimanevo lì a studiare. È stato grazie alla Signora Gencer che ho compreso che cantare solo bene non è sufficiente. Se vuoi che il pubblico si ricordi di te, devi riuscire a impressionare e a trasmettere emozioni!
Con la Signora Gencer ho studiato varie arie, frase per frase. Per lei era importante non il brano in sé, ma il modo in cui veniva interpretato.
Sono questi insegnamenti che punto a trasmettere anche ai miei allievi. Anche io chiedo sempre: “fatemi emozionare!”.
Lei è un soprano molto attivo sui social media: cosa pensa di queste forme di comunicazione e quanto possono essere utili alla diffusione dell’opera tra i più giovani?
Al giorno d’oggi siamo circondati dai social media: perché non usarli a nostro favore? Con i social si può rompere quella barriera, quel ghiaccio che prima c’era tra il cantante e i propri fans. In questo modo l’opera diventa più accessibile per chiunque, non viene considerata più qualcosa di elitario
L’opera, del resto, è prodotta da persone comuni, che postano anche foto, video e post sui social come tutti, non da divinità irraggiungibili! Per me i social possono quindi essere utili ad avvicinare pubblico giovane all’opera. Quando dal palcoscenico vedo molti giovani in sala sono molto felice!
Infatti lei, Anna Netrebko, Sonya Yoncheva siete dive della lirica che però amate mostrare anche l’aspetto quotidiano della vostra vita sui social.
Esattamente! Questo è l’aspetto innovativo dei social che trovo estremamente interessante e positivo!
Al di fuori delle scene chi è Nino Machaidze? Come si definirebbe?
Una persona sempre allegra e sorridente, molto leale e fedele verso tutti!
Anche a casa mi piace molto ascoltare la musica latino - americana e ballare secondo i suoi ritmi. Sono una donna molto, molto positiva, e cerco di circondarmi di persone positive!
Da poco ha iniziato anche a insegnare canto: qual è il consiglio che dà ai suoi allievi?
Premetto che mi piace molto insegnare, nel poco tempo libero a disposizione, perché noto che i miei allievi sono contenti!
Il mio insegnamento è sempre molto chiaro, per non confondere gli allievi. Indico quali sono le basi del canto e così il nostro percorso parte da quei punti fermi.
Mi rende felice vedere i progressi degli allievi, i loro risultati e, soprattutto, i loro visi felici! Se mi dicono "Grazie!Ho trovato la gioia di cantare!" sono davvero felice!
Sono una persona molto buona, mi piace far del bene, dare una mano, condividere ciò che ho imparato con l’esperienza; ci sono cose che si acquisiscono solo così.
Il consiglio che mi sento di dare è questo: state alla larga da tutto ciò che è vocalmente artificiale, seguite la vostra natura, amate la propria voce! Non cercare MAI di “fare un’altra voce”, non cantate parti che non vi appartengono!
Ultima domanda: quali sono i suoi prossimi impegni?
A breve canterò in un gala a Karlsruhe l’atto di Antonia da Les contes d’Hoffmann, poi debutterò a Tokyo con la mia amata Mimì, poi ci sarà La sonnambula a Liegi; a maggio sarò a Siviglia per La traviata. Ad agosto debutterò all’Opera House di Pechino come Marguerite nel Faust di Gounod.
E poi... a settembre 2020, tornerò qui a Napoli per due mesi, per cantare nella Vedova allegra e nella Traviata. Sono molto contenta di tornare al San Carlo: lo considero in assoluto il più bel teatro al mondo e, insieme al Metropolitan di New York, quello con l’acustica migliore.
Grazie per questa interessante e piacevole chiacchierata, in bocca al lupo per tutti i suoi prossimi impegni e...arrivederci a presto!