lunedì 24 giugno 2019

Inno alla gioia

NAPOLI, 22 giugno 2019 - Si deve ricorrere all’abusato termine di evento per definire correttamente, e senza timore di esagerare, la Maratona Beethoven, l’esecuzione integrale delle sinfonie del genio di Bonn in una sola giornata. Cinque distinti concerti (dalle undici del mattino alle nove si sera), due orchestre che si alternano sul palco - quella del San Carlo e quella Sinfonica della RAI -, il Coro del San Carlo, un unico direttore, Juraj Valčuha, che conosce bene entrambi i complessi.
Un’audace prova di atletismo musicale organizzata dal San Carlo e realizzata grazie al Progetto Concerto d'Imprese che fa da prologo alle imminenti Universiadi sportive, che si svolgeranno a Napoli dal 3 al 14 luglio, e alle celebrazioni per i 250 anni dalla nascita di Beethoven che cadranno nel 2020.
E così in un afoso sabato estivo, fin dal primo concerto delle ore undici, il San Carlo viene preso d’assalto da un pubblico attento, appassionato, gioioso e rispettosissimo, con un tasso di partecipazione di giovani ben al di sopra della media consueta. L’entusiasmo, l’informalità e il pubblico eterogeneo per un attimo danno la sensazione di partecipare a uno dei Proms alla Royal Albert Hall di Londra.
La maratona parte: il primo “passo” è per l’orchestra di casa che esegue la Sinfonia n. 1 in do maggiore, op. 21 e la n. 7 in la maggiore, op. 92.
L’orchestra del San Carlo dimostra di essere da subito pronta alla prova e di essere arrivata al ciclo concertistico - mutuando espressioni sportive - in buona forma fisica e con la giusta concentrazione: compattezza, precisione e leggerezza costituiscono la cifra interpretativa che Valčuha imprime alla Prima sinfonia, composta tra il 1799 e il 1800, quella che maggiormente risente dell’ascendenza haydniana e settecentesca.
Una lettura che si snoda attraverso la varietà di accenti, il perfetto gioco delle dinamiche e le pulsazioni ritmiche, la diffusa levità e liricità dell’Andante cantabile con moto, il brio dal sapore mozartiano dell’Allegro molto vivacefinale che apre a quell’“apoteosi della danza” (Richard Wagner) che è la Settima in la maggiore: di questa sinfonia Valčuha dà una lettura serrata, articolata su tempi giusti e mai spinti al parossismo, neppure nel turbinoso Allegro con brio finale; senza perdere di vista l’energia e il ribollio ritmico della sinfonia, stacca l’Allegretto del secondo movimento, secondo le indicazioni metronomiche della partitura, dipingendo, grazie al colore scuro impresso dai violoncelli e le viole, un quadro in penombra di profonda interiorità, angosciosa, ma aliena da effetti tragici.
Per la Seconda e Quinta sinfonia Valčuha passa il testimone alla “sua” ex orchestra della RAI.
Sin dall’attacco della Seconda sinfonia in re maggiore, op. 36 risulta subito evidente la caratura della compagine torinese, lo smalto e la rotondità timbrica, la coesione tra le famiglie strumentali, la luminosità degli archi, il sincrono all’intero organico.
Valčuha conosce bene la sua ex orchestra e si sente: accompagna gli attacchi, chiede, suggerisce colori che puntualmente si materializzano. La prima viola, Luca Ranieri, è fenomenale nell’imprimere slancio all’intero settore, posto alla destra del direttore; alla sinistra, invece, il magnifico violino di spalla di Alessandro Milani tiene perfettamente salda la fila, in una lettura arroventata nella ritmica e negli accenti, ma improntata a grazia, nitore delle linee melodiche e pulizia delle forme.
Rigore esecutivo che si ritrova anche nella Quinta: il Destino bussa alla porta di casa e i suoi rintocchi sono decisi, asciutti e puntuali, come il perentorio e le celeberrime quattro note che aprono, con uno squarcio, la sinfonia.
Valčuha e l’orchestra della RAI fanno emergere, nell’arco teso della sinfonia, quel lento passaggio dal buio della tonalità minore alla esplosione di luminosità del do maggiore conclusivo che precede l’incipit dell’Allegrodell’ultimo movimento.
Nel concerto successivo la Sesta in fa maggiore, Op. 68 Pastorale tocca all’orchestra del San Carlo. Quella di Valčuha è una Pastorale immersa, per sonorità e grazia del fraseggio, in un’atmosfera bucolica, incrinata soltanto dalla perentorietà e rotondità sonora dei timpani nel temporale, per poi giungere alla quiete dopo la tempesta orchestrale del canto pastorale finale, intenso e conciliativo proprio secondo le intenzioni di Beethoven.
Dal 1808 che vide nascere la Sesta si torna indietro al 1807 per la Quarta si bemolle maggiore, Op. 60, improntata a snellezza, asciuttezza, gioia ritmica: caratteristiche tutte ben evidenziate da Valčuha e l’orchestra del San Carlo che risponde perfettamente al gesto eloquente e assertivo, perfetto nel dosare e nell’accarezzare le dinamiche, nel splasmare con chiarezza ogni particolare della partitura.
L’Orchestra ospite della RAI si congeda dalla Maratona Beethoven con due Sinfonie, l’Ottava in fa maggiore, op. 93 e la Terza in mi bemolle maggiore, Op. 55 Eroica.
Ancora una volta si ha modo di apprezzare le qualità orchestrali che rendono la compagine uno strumento duttile e affidabile, dal suono luminoso e pulito. In una prova di assoluto pregio le si perdonano - così come all’orchestra del San Carlo - qualche isolata e comprensibile pecca dei corni nella quale facilmente si può inciampare nel corso di maratona musicale tanto impegnativa dal punto di vista strettamente fisico e per concentrazione mentale.
Nell’Ottava viene evidenziato il tratto di sottile umorismo che innerva l’intera partitura; e, sin dall’Allegro vivace e con brio del primo movimento, si avverte lo scintillio ritmico, il contrasto di dinamiche, la snellezza delle forme, elementi che segnano un ritorno ideale alle atmosfere delle sinfonie di Franz Joseph Haydn.
Si torna indietro nel tempo per affrontare la Terza in mi bemolle maggiore, Op. 55 Eroica: è, esclusa la Nona, la sinfonia di più grandi dimensioni: Valčuha e l’Orchestra della RAI la affrontano con solennità priva di magniloquenza.
Magistrale, per pulizia, forza drammatica e nitore delle linee contrappuntistiche, è la celebre Marcia funebre del secondo movimento. Tutta l’orchestra, in un perfetto amalgama strumentale, procede alla celebrazione dell’Eroe della Terza.
Lo Scherzo successivo è pieno di brio, oggettivo nelle sonorità, ricco di accenti.
Le prime parti dei legni si distinguono in questo movimento e nel successivo Finale - Allegro molto per il bel colore sonoro e per precisione.
La maratona si chiude con la Nona, affidata all’Orchestra e al Coro del San Carlo e ai quattro solisti Vida Miknevičiūtė (soprano), Yulia Gertseva (mezzosoprano), Saimir Pirgu (tenore), Goran Juric (basso).
Alla Nona è affidato il messaggio più alto del genio di Beethoven, uno dei vertici del pensiero e della spiritualità umana. Si registra per la sinfonia il tutto esaurito in Teatro, la soddisfazione per l’ottima riuscita del ciclo musicale è stampata sui visi dei musicisti: l’esecuzione è la degna conclusione di una giornata di musica di gran pregio, che i presenti avranno difficoltà a dimenticare.
Anche per la Nona Valčuha ha un approccio oggettivo e misurato alla partitura; probabilmente nell’ Adagio cantabile del terzo movimento una minore geometricità interpretativa avrebbe giovato all’espandersi del percorso melodico.
L’interpretazione di Valčuha dà forza e oggettività immediata alla cellula melodica del tema del primo movimento, fa sprigionare tutta l’energia ritmica e strumentale dello Scherzo, dipinge le arcate melodiche, il loro intrecciarsi, dell’Adagio cantabile con precisione architettonica e tratto pulito, per poi deflagrare nelle sonorità turgide e corrusche dell’ultimo movimento, declinandolo secondo le precise annotazioni agogiche e dinamiche di Beethoven.
Fanno bene il Coro e i quattro solisti, chiamati da Beethoven a tradurre in musica assoluta il messaggio di fratellanza e gioia di Schiller. L’incipit dell’Ode alla Gioia intonata dal basso Goran Juric è timbrata, assertiva e cantata con perentorietà.
Dopo l’ultima nota della Sinfonia seguono ben quindici minuti di applausi scroscianti; la gioia si impossessa del teatro, in una di quelle serate in cui si realizza un’alchimia perfetta tra musicisti, direttore e pubblico. Valčuha viene festeggiato dal pubblico e da tutta la sua orchestra, con la quale la simbiosi appare sempre più salda.
La convinzione di aver partecipato a un evento si rafforza. La pregevole qualità delle esecuzioni, l’aver ascoltato, in alternanza, due grandi orchestre italiane - diverse per suono, storia e per reperto d’elezione - sotto la guida di un unico direttore che è riuscito a condividere con entrambe le compagini la propria visione interpretativa ha del prodigioso.
Il pubblico, dal canto suo, è stato spettatore della maratona, “ha tifato” per gli atleti musicali con palpabile entusiasmo e gioia che sembrano aver positivamente contagiato le due orchestre: nel corso dell’intera giornata non si è avvertito alcun pur comprensibile cenno di stanchezza o di perdita di concentrazione da parte dei “musicisti/atleti”.
Le ovazioni e i festeggiamenti finali ci testimoniano che la gioia di far musica è contagiosa e, se non è in grado di cambiare il corso di una vita, quello di una giornata, senza alcun dubbio, sì.
È proprio questa la sintonia tra pubblico e musicisti che chi ama il teatro vorrebbe vivere ad ogni spettacolo!


domenica 9 giugno 2019

Tragica profezia

NAPOLI, 8 giugno 2019 - A svelare gli enigmi della Sinfonia n. 6 in la minore Tragica di Gustav Mahler è la moglie Alma Mahler Schindler che ricorda come il marito “…nell'ultimo tempo descrive se stesso e la sua fine o, come ha detto più tardi, quella del suo eroe. L'eroe che viene colpito tre volte dal destino, il terzo colpo lo abbatte, come un albero...” Una sinfonia che costituisce, dunque, una profezia.
La Sesta - “l’unica Sesta” affermava Alban Berg - composta tra il 1903 e il 1904 è il culmine del soggettivismo tragico del compositore boemo: il suo Io, in particolare quello futuro, si fa musica. Sarebbe riduttivo, però, intendere la Sesta soltanto come una profezia - tragica, è il caso di dire - sul futuro personale del compositore: aleggia nella sterminata partitura una lugubre premonizione sulla fine di quel mondo al quale il compositore appartiene. La Finis Austriae e l’implosione dell’assetto politico e sociale europeo al quale Mahler è inscindibilmente legato verranno a breve. Mahler, scomparendo nel 1911, non assisterà alla dissoluzione dell’Impero asburgico, eppure in questa sinfonia la decomposizione violenta di quel “mondo di ieri” magistralmente cantato da Stefan Zweig assume una plasticità ossessiva, sin dalla iniziale rude e spettrale marcia iniziale. Das Ende è presente dall’inizio fino all’ultima battuta della composizione.
Un azzardo interpretativo: la vis profetica di Mahler, il compositore che, rispetto ai suoi contemporanei, con maggiore nitidezza e acume ha intravisto il futuro, arriva a indicarci con la Sesta, con la sua irrazionale carica di violenza dei movimenti estremi, probabilmente anche le successive catastrofi che attanaglieranno l’Europa a partire dalla fine della Grande Guerra.
Meine Zeit wird kommen (“Il mio tempo verrà”), diceva Gustav Mahler, intendendo che “verrà un tempo in cui i viventi si accorgeranno di essere rappresentati, descritti e identificati dalla mia musica, e capiranno che essa è in loro da sempre”. E il tempo, quello di Gustav Mahler, è poi effettivamente arrivato, puntuale; il compositore “tre volte senza patria: un boemo tra gli austriaci, un austriaco tra i tedeschi e un ebreo tra i popoli di tutto il mondo” ha tragicamente visto lontano.
Dopo il successo personale per l’ottima direzione di Die Walküre (leggi la recensione),  Juraj Valčuha ripropone al San Carlo (l’ultima esecuzione risale al febbraio 2007 con la direzione di Jerzy Semkow) una interessantissima lettura della sinfonia di Mahler che costituisce uno dei migliori concerti della stagione sinfonica, la quale ha riservato non poche sorprese positive.
L’Orchestra del San Carlo si mostra immediatamente, sin dai secchi, ruvidi e marziali accordi iniziali, affidabile come di consueto, in ottima forma, salvo qualche sporadica incertezza proveniente dagli ottoni. Stupiscono la compattezza e il bel colore degli archi, soprattutto nel malinconico Andante moderato che Valčuha sceglie  come secondo movimento, secondo la originaria versione della Sinfonia oggetto della citata esegesi della moglie Alma.
Il direttore musicale del San Carlo, intimamente affine per nascita e formazione al repertorio sinfonico tedesco e mitteleuropeo, attacca la Sinfonia, quell’Allegro energico, ma non troppo, con piglio barbarico, tragico sin dai primi accordi e, pur staccando tempi serrati, rinuncia ad addentrarsi in quel parossismo agogico che sempre più è di moda. Anzi, con l’introduzione del “tema di Alma” l’orchestra respira, si dilata e diventa lirica, appassionata, prima di ritornare alle grevi atmosfere iniziali. Le percussioni, di importanza vitale per sostegno e rafforzamento delle linee melodiche, sono in perfetto sincrono con il procedere musicale e il loro peso sonoro risulta ben calibrato e mai sovrabbondante.
L’ Andante moderato - eseguito come secondo movimento, come detto - è immerso da Valčuha in un’atmosfera sospesa, dilatata, a tratti onirica: il suo gesto chiede (e ottiene) agli archi un suono leggero, evanescente che imprime una patina di nostalgia a tutto il movimento. Sempre perfetti per qualità del suono e precisione interpretativa, in questo movimento come negli altri, sono gli assoli dell’ottimo primo violino dell’orchestra Cecilia Laca: interventi, pur nella loro brevità, ben inseriti nella “tinta” musicale scelta da Valčuha.
Il terzo movimento della Sinfonia, lo Scherzo. Wuchtig, è, a parere di chi scrive, la gemma di una interpretazione di per sé di grande pregio. Valčuha riesce nell’impresa di rendere la mastodontica orchestra mahleriana un complesso cameristico perfettamente assemblato e affiatato: si avverte la ricerca di sonorità trasparenti e leggere; il soggettivismo tragico della Sinfonia cede momentaneamente il passo a un’oasi scherzosa, nella quale il dialogo delle sezioni orchestrali, trattate con nitore sonoro cameristico, lascia trasparire in controluce il mai sopito ghigno beffardo che si materializzerà nel successivo e conclusivo movimento. Uno Scherzo che nella sua contrapposizione di echi e ricordi appare quale un sospiro sospeso su un abisso. Le prime parti dell’orchestra meritano un sincero plauso per la perfetta riuscita del sottile gioco d’incastri musicali che innerva l’intero movimento e per la capacità di fraseggiare con stile appropriato e di “respirare” con l’intera compagine.
L’elemento tragico della Sinfonia deflagra nell’ampio conclusivo Finale. Allegro moderato - Allegro energico: gli efficaci quanto insoliti colpi di martello (due nella versione definitiva; nelle precedenti Mahler ne aveva previsti in un primo tempo cinque e, successivamente, tre) arrivano all’acme di un  movimento arroventato, cupo e avviluppato nella costruzione.
Valčuha riesce agevolmente a evidenziare, nella scelta del colore orchestrale, dei pesi sonori e della linea interpretativa, il contrasto con i precedenti movimenti (Andante moderato e Scherzo). Ora non c’è più spazio neppure per un’illusoria speranza, il ghigno satanico e beffardo del Destino, che in precedenza spuntava improvviso nel trillo dei legni, domina l’ultimo movimento, aprendo la strada al trionfo dei due colpi di martello: “L'eroe che viene colpito tre volte dal destino, il terzo colpo lo abbatte, come un albero”.
Il gesto di Valčuha si fa particolarmente eloquente nell’indicare i crescendo e i diminuendo che preparano la terrificante esplosione emotiva dei colpi delle percussioni: le famiglie strumentali, sempre in perfetto sincrono tra loro, sono sempre serrate, il suono si fa sempre più corposo e dinamico.
L’Eroe/Mahler di cui parla Alma è abbattuto.
Dopo il riapparire dell’evanescente tema introduttivo dei violini, non resta che una mesta e spettrale chiusura, gravida di pessimismo senza speranza. Il flebile assolo del primo violino appare un ultimo sussulto in un’atmosfera desolata, su un mondo ridotto in cocci e sul quale le percussioni intonano il loro inconsueto e personalissimo De profundis.
È  proprio l’imperante senso della fine il filo conduttore della lettura di Valčuha: il discorso musicale dei precedenti movimenti, nell’alternarsi tra luci e ombre, confluisce nel cono d’imbuto dell’ultimo movimento, attraverso una cura miniaturistica dei particolari strumentali, figlia di un’analisi come sempre approfondita della partitura. Nessun particolare è lasciato al caso, ma, anzi, entra a far parte del tutto, rafforzando la tinta e il discorso generale.
Quanto di profetico v’è in questa Sinfonia la storia non tarderà a confermarlo.
Il pubblico, numeroso, tributa un successo caloroso per l’orchestra, le prime parti e per il direttore musicale Valčuha, il quale non finisce di stupire per la sintonia instaurata con la sua orchestra, per acume e interesse delle sue letture, tanto nel repertorio sinfonico, quanto in quello a lirico a lui congeniale. Quello di stasera è stato senza dubbio uno dei migliori - se non proprio il migliore! - concerto dell’Orchestra sancarliana nel corso della stagione sinfonica che volge al termine.
Tra pochi giorni (22 giugno) Juraj Valčuha sarà impegnato al San Carlo in un’impresa titanica: una “Maratona Beethoven”, l’esecuzione in un solo giorno delle nove sinfonie. Cinque concerti che vedranno alternarsi sul palco del San Carlo l’orchestra di casa e quella Sinfonica Nazionale della RAI.
Da non perdere!