lunedì 23 settembre 2019

Lo splendore nei debutti

BERLINO, 20 settembre 2019 - Si apre con un omaggio alla sua terra il debutto di Santtu-Matias Rouvali alla testa dei mitici Berliner Philharmoniker. Il giovane direttore - finlandese, classe 1985 - alla Philharmonie di Berlino dà inizio alla serata con due brani (Cradle Song for Lemminkäinen e The Forging of Sampo) tratti dalla Kalevala Suite, op. 23, composta tra il 1933 e il 1943 dal poco conosciuto compatriota Uuno Klami (1900 -1961) e ispirato all’omonimo poema epico finnico.
Tra raffinate atmosfere strumentali e armoniche di impianto tonale e di marcata derivazione tardo romantica si dipana l’intima ninna nanna Cradle Song for Lemminkäinen in un clima di soffuso raccoglimento orchestrale. La tensione del debutto su quello che legittimamente può considerarsi il podio più ambito al mondo non tradisce Santtu-Matias Rouvali: il suo gesto disegna sinuose forme nell’aria, come ad accarezzare la nenia orchestrale dal colore plumbeo.
Elogiare la qualità del suono e la compattezza dell’orchestra quando si parla dei Berliner Philharmoniker rischia di far cadere nel già detto e nel banale: stupisce ancora una volta l’immediatezza con la quale direttore e orchestra trovino la “tinta” del brano, l’appropriatezza dell’andamento cantilenante del primo pezzo in programma, la creazione di un microcosmo sonoro nel quale i legni innestano gemme sonore di raffinata bellezza, che ricordano l’acquerello sonoro Pavane pour une infante défunte (1910) di Maurice Ravel.
Il successivo The Forging of Sampo, sin dagli assoli iniziali del clarinetto e del corno inglese su tremolo degli archi, è un crescendo fonico che dà forma a quelle improvvise e travolgenti “accelerazioni sonore” che ci fanno immediatamente capire, anche bendati, di trovarci al cospetto dei Berliner Philharmoniker.
Santtu-Matias Rouvali dimostra di saper gestire la potenza sonora della compagine berlinese, in un perfetto dosaggio dei pesi e contrappesi, fino alla deflagrazione  suggellata dalle percussioni e dall’intero organico. Un brano, quello che chiude la Kalevala Suite, di diretta derivazione stravinskyiana per il sapiente uso della strumentazione e di una ritmica marcata.
Il secondo brano in programma, il Concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra (1932) di Maurice Ravel, segna il secondo debutto della serata: la trentunenne pianista tedesco-giapponese Alice Sara Ott ha l’onore di essere accompagnata dai Berliner Philharmoniker in una magistrale e scintillante esecuzione. Giovanissima, affascinante ed estroversa, entra immediatamente in sintonia con l’orchestra, facendo musica insieme, divertendosi, voltandosi spesso verso i musicisti e dialogando con i singoli strumenti (magistrale il “dialogo” con il corno inglese del secondo movimento!).
Dotata di tocco cristallino, suono nitido e rotondo, domina le dinamiche grazie a un uso sapiente del pedale (la Ott suona abitualmente a piedi nudi), fornendo una lettura scintillante nei colori e nel ritmo del primo movimento (Allegramente) del concerto, così travolgente da indurre perfino la Philharmonie a sciogliersi già in un fragoroso applauso. La nobile e scarna melodia, tipicamente raveliana, del secondo movimento (Adagio assai) è un magnifico fluire di suoni eterei, a tratti quasi impalpabili che si intrecciano con gli assoli del flauto e del corno inglese: una rievocazione, nei colori di Ravel, della purezza degli adagi mozartiani. Il tocco di Alice Sara Ott diventa impalpabile nell’ultima nota, che si spegne su quella tenuta dal primo violino. Il Presto che chiude il concerto è frenetico, un turbinio ritmico che dà la possibilità alla Ott di mettere in evidenza la perfezione tecnica, lo scintillio del tocco, l’esuberanza ritmica. Emergono la forza e la determinazione che vivono in una minuta e bellissima ragazza alla quale la Natura ha donato talento, sensibilità, acume interpretativo, ma, purtroppo - come ha dichiarato pubblicamente lei stessa nello scorso febbraio - anche una terribile malattia neurodegenerativa.
Alla fine del Concerto, la Philharmonie di Berlino esplode per gli applausi; Alice Sara Ott simpaticamente porge il bouquet di fiori ricevuto al corno inglese, si siede al pianoforte e regala un bis: una lancinante lettura della Gnossienne n. 3 di Erik Satie, dall’andamento tormentato, con sonorità evanescenti che quasi evaporano nella grande sala berlinese.
Il concerto, così come si era aperto, si chiude omaggiando la Finlandia con la Sinfonia n. 1, op. 39 (1899) di Jean Sibelius.
Nell’intricato e arroventato mondo sonoro della Prima sinfonia - nella quale emergono riconoscibili reminescenze di Čajkovskij, Borodin e Grieg - Santtu-Matias Rouvali si getta a capofitto: la sua è una lettura incalzante, elettrizzante, precisa, di quelle che si dirigono in medias res, senza orpelli. Il gesto, rispetto alla Kalevala-Suite dell’apertura, si fa preciso e perentorio: scolpisce più che dipingere la musica. Perfetto il controllo della orchestra, delle dinamiche; crea una cattedrale sonora in perenne vibrazione, dove non è lasciato spazio alla stasi, né sonora, né ritmica.
L’orchestra - e i Berliner ne sono maestri! - “si incendia” subito dopo la melopea del clarinetto che apre il primo movimento (Andante, ma non troppo. Allegro energico). Da quel momento Rouvali e i Berliner creano un universo sonoro drammatico, corrusco, a tratti livido, ma dominato e rischiarato dalle ansimanti e čajkovskijanissime melodie introdotte dagli archi dei Berliner in evidente (e udibile!) stato di grazia.
Il secondo movimento (Andante) è introdotto dalla sospensione lirica degli archi: l’occasione per godere - ancora una volta - del loro calore e colore.
Rouvali esalta il ritmo spigliato del Terzo movimento della Sinfonia (Scherzo), per poi immergersi nei fendenti orchestrali dell’ultimo tempo (Andante. Andante assai), dominato dal canto appassionato, intensamente espressivo e trascinante, degli archi che si stagliano sul sostegno dei fiati: è difficile descrivere l’intensità con la quale cantano i primi violini, guidati dal konzertmeister Daishin Kashimoto.
Alla deflagrazione orchestrale finale segue quella di applausi della Philharmonie gremita: Santtu-Matias Rouvali e Alice Sara Ott difficilmente avrebbero potuto immaginare di debuttare con i Berliner Philharmoniker in modo più felice e convincente.



venerdì 13 settembre 2019

Un mondo in musica

NAPOLI, 11 e 12 settembre 2019 - Una doppia serata segna il ritorno al San Carlo - dopo ventuno anni: nel 1998 Lorin Maazel dirigeva la Sinfonia n. 5 di Gustav Mahler - della prestigiosa Israel Philharmonic Orchestra: due concerti che, dalla Sinfonia concertante in si bemolle maggiore Hob:I:105 di Franz Joseph Haydn a La Valse di Maurice Ravel, passando per il gigantismo orchestrale della Symphonie fantastique di Hector Berlioz e della Sinfonia n. 3 di Gustav Mahler, consentono di apprezzare le evidenti e indiscusse qualità tecniche della compagine israeliana, la sua versatilità nell’affrontare repertori eterogenei.
La prima serata (11 settembre) si apre con un fragoroso e calorosissimo applauso appena Zubin Mehta si presenta sul palco e guadagna, con passo lento e sorreggendosi con il bastone, il podio: un vero e proprio abbraccio sonoro del pubblico napoletano verso il proprio Direttore Onorario.
L’apertura è affidata alla Sinfonia in si bemolle maggiore Hob:I:105 di Franz Joseph Haydn,per violino, violoncello, oboe, fagotto e orchestracomposta nel 1792 a Londra: composizione dal carattere brillante, spiritosa conversazione tra gli strumenti concertanti; un saggio di virtuosismo ed espressività per i quattro solisti impegnati in un dialogo garbato con l’orchestra.
Bastano poche battute alla Israel Philharmonic Orchstra per sfoderare i suoi gioielli, le prime parti impegnate nel ruolo di solisti: il giovane David Radzynski, violino di spalla dell’orchestra, il violoncellista italiano Emanuele Silvestri, l’oboe di Christopher Bouwman, Daniel Mazaki, primo fagotto. Tutti perfetti a disegnare le nitide trame strumentali della raffinata conversazione strumentale haydniana, lo speculare gioco di richiami melodici. Si ha la sensazione che Mehta lasci spazio ai quattro solisti, staccando tempi improntati alla moderata dilatazione delle forme e del discorso: il meraviglioso Guadagnini di David Radzynski è libero di cantare espressivamente, di mettere in luce la rotondità e la profondità della sua voce.
Nei tre tempi della sinfonia (Allegro – Andante – Allegro con spirito) si dipana questa conversazione perfetta a quattro, nella quale si innesta il suono caloroso e morbido, dal colore ora lucente, ora più bruno dell’Israel Philharmonic.
Dai sorrisi ironici della Sinfonia di Haydn si passa alla rievocazione, dal sapore spettrale, del valzer viennese di La Valse (1920) di Maurice Ravel. La visione di Zubin Mehta alterna sonorità evanescenti, turgide, cariche di mistero e presagi lugubri; l’andamento è marcato, incisivo, contraddistinto da percussioni enfatiche, che amplificano l’atmosfera torbida e avvolta dalla nebbia del poema coreografico. L’orchestra diventa un caleidoscopio di sonorità calde, di sensuali ed estenuati impasti timbrici strumentali, nel rispetto dell’equilibrio tra le famiglie strumentali: sembra proprio di vedere quelle “nubi tempestose” di cui parla Ravel stesso e nelle quali si intravedono “coppie che danzano il valzer”, la folla e l’accendersi dei grandi lampadari nella deflagrazione orgiastica finale.
Il valzer che evoca la bacchetta di Zubin Mehta è decadente, stanco, proveniente da un mondo tramontato, ma che combatte per imporsi, con la forza che hanno certi ricordi; il suo gesto è estremamente misurato: dà l’impressione più di “togliere qualcosa”, di scarnificare, che di “aggiungere”. L’orchestra dimostra saper come rispondere ad ogni suo minimo cenno.Stupiscono la qualità del suono, la precisione degli ottoni, la varietà dei colori, la rotondità e luminosità del primo flauto, il perfetto sincrono dell’intera compagine, che procede sicura compulsata dalla sottostante ritmica ossessiva del compositore francese.
Si resta nel territorio della raffinatezza orchestrale tipicamente francese con la Symphonie fantastique, op. 14 (1830)di Hector Berlioz: “un'immensa composizione strumentale d'un genere nuovo, con cui cercherò d'impressionare fortemente gli ascoltatori”, secondo le parole del compositore. E sicuramente, in quel 1830, la complessità dell’orchestrazione, le alchimie sonore del compositore - autore di un trattato di strumentazione e di orchestrazione - stupirono; così come il “programma” musicale dell’opera: scene musicali che nascono dai sogni di un giovane che per amore tenta di avvelenarsi con l’oppio.
L’episodio Visions et passions che apre la sinfonia è staccato da Mehta con tempi dilatati, immerso nell’atmosfera onirica che lo contraddistingue; il successivo Un bal: Valse, scivola danzando elegantemente sul suono morbido e avvolgente degli archi; nella Scène au champ si apprezza la tarsia sonora dei flauti, dei legni e dei corni che evocano una sera d’estate con sottofondo di una nenia di pastori. L’allucinata la Marche au supplice conduce al Songe d'une nuit du Sabbat, dove, in un’atmosfera sonora da inferno dantesco, la Israel Philharmonic Orchestra si mostra nel pieno della propria opulenza sonora: ottoni impeccabili, legni - meraviglioso il demoniaco e grottesco assolo del clarinetto piccolo! - incisivi e dal suono caldo, terrificanti le campane, tube e tromboni nella parodia del Dies irae che sfocia nella Ronda del Sabba.
Nel finale, un’agogica improntata alla dilatazione sembra far smarrire a Mehta quel refolo demoniaco che aleggia negli episodi finali della sinfonia, affidandone l’evocazione al solo sontuoso spessore fonico orchestrale: l’edonismo sonoro è tanto abbacinante da oscurare la pulsazione parossistica del finale.
Il primo concerto si chiude con un successo tanto caloroso e prolungato che costringe, malgrado il programma impegnativo, a concedere un bis: la polka Unter Donner und blitz, op. 324 (1868) di Johann Strauss (figlio), staccata da Mehta con impeto sonoro e ritmico che travolge il pubblico in un accesso di ilarità.
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Il programma del concerto del 12 settembre è affidato alla Sinfonia n. 3 in re minore per contralto, coro femminile, coro di bambini e orchestra (1896) di Gustav Mahler, uno degli autori più amati e frequentati dal binomio Israel Philharmonic - Zubin Mehta, compositore congeniale alla potenzialità tecniche ed espressive della compagine israeliana.
Una cosmogonia musicale, la Terza sinfonia di Gustav Mahler: un poderoso organismo musicale, generato dalla giustapposizione di stati d’animo, atmosfere sonore, materiali musicali eterogenei, ricomposti dalla penna e dalla sensibilità di Mahler, stupefacente cantore di un mondo in dissoluzione e, al tempo stesso, profeta di quello futuro.
Mehta e la “sua” orchestra (la tournée europea segna la fine della collaborazione cinquantennale del direttore indiano con la Israel Philharmonic) catturano l’attenzione sin dal lugubre primo movimento - Kräftig entschieden (Forte e risoluto) - dal passo grave e dalle sonorità corrusche, rasserenate a tratti dalle incursioni del Guadagnini della spalla David Radzynski e poi sconvolte dall’irrompere delle danze popolaresche e grottesche, sfocianti di deflagrazioni sonore.
Il successivo Tempo di Minuettosehr mässig (tempo di minuetto: molto moderato) ha una spiccata connotazione cameristica: è l’occasione per apprezzare, come avvenuto per la Sinfonia concertante di Haydn, il virtuosismo delle prime parti, la precisione e il nitore dell’orchestra che “si fa piccola”, rincorrendo sonorità cesellate timbricamente, sottili, adagiate sul manto sonoro disteso dagli archi.
Quasi didascalica è l’evocazione degli uccelli nel Comodo, Scherzando, Ohne Hast (comodo, scherzando, senza fretta): incisivo e dall’incedere danzante.
Il Sehr langsam, Misterioso "O Mennsch! gib acht (Molto lento, Misterioso “Uomo sta’ attento”), Lied su testo tratto da Also sprach Zarathustra di F. Nietzsche, ha colore notturno, ammantato di attesa e mistero grazie alla espressiva interpretazione del contralto Gerhild Romberger e alla fusione sonora tra la voce umana, le volute orchestrali e gli assoli del violino; la cupa meditazione è rischiarata dal successivo Lustig im Tempo und keck im Ausdruck “Es sungen drei Engel” (Allegramente nel ritmo e vivace nell'espressione “Cantarono tre Angeli”) che vede la partecipazione del disciplinato Coro di Voci Bianche diretto da Stefani Rinaldi e di quello femminile del San Carlo guidato da Gea Garatti Ansini.
L’ultimo movimento - Langsam, Ruhevoll, Empfunden (Lento, Tranquillo, Sentito) - è tra gli adagi più intensi scritti da Mahler, un lungo e tormentato ripiegamento interiore. Gli archi mostrano ancora una volta la pastosità del loro suono, l’intensità del fraseggio, la cantabilità raffinata, la potenza della cavata, in un crescendo di emotività che coinvolge l’intera orchestra. Questo finale è una salita verso - parole di Mahler - “la sommità, il più alto livello dal quale si può ammirare il mondo”: la contemplazione del mondo musicale appena creato da parte del compositore? Può darsi. Il mistero della musica non contempla spiegazioni, lasciando aperte tutte le supposizioni.
Alla fine, una sala purtroppo non gremita così come la qualità del concerto avrebbe meritato, tributa applausi prolungati, convinti e calorosi all’orchestra, al Coro di Voci Bianche e a quello femminile e, ovviamente,un’ovazione a Zubin Mehta.