giovedì 19 dicembre 2019

L'ineluttabile sorriso della festa

NAPOLI, 18 dicembre 2019 - È una travolgente esecuzione dell’Ouverture da Die Fledermaus di Johann Strauss ad aprire il tradizionale Concerto di Natale al Teatro San Carlo.
All’Orchestra del San Carlo e a Juraj Valčuha bastano i vorticosi accordi iniziali e poche frasi musicali per far capire alla sala del San Carlo - gremita in ogni ordine di posti - che stasera c’è voglia di sorridere e di divertirsi, pur non rinunciando a quella precisione musicale istituzionalmente riservata ai concerti di cd. “musica seria”.
E così si ascolta una Ouverture da Die Fledermaus suonata benissimo, con l’orchestra che si districa con sicurezza tra crescendirallentandi e rubati, dal suono compatto e luminoso in tutte le sezioni. L’attacco di Valčuha è deciso, la scelta dei tempi serrata al punto giusto.
Il colore vellutato e morbido dell’orchestra emerge nell’introduzione del celebre Kaiser-Walzer del 1889, con quell’inciso melanconico affidato all’ottimo primo violoncello di Pierluigi Sanarica, per poi cedere il passo al suono netto e deciso degli ottoni, precisi e dal sapore militaresco-prussiano.
Dopo l’assaggio di atmosfera festiva (in fondo mancano pochi giorni al tradizionale Concerto di Capodanno da Vienna) è il turno di un altro Strauss, di Richard Strauss, soltanto omonimo della famiglia Strauss, fecondi artigiani viennesi di musica da ballo, tacciata, con eccessiva disinvoltura, come musica da intrattenimento, leggera e frivola.
In realtà la sensibilità interpretativa del ‘900 ha dimostrato che sui Valzer, Polke e Galop danza freneticamente un mondo in equilibrio precario, che si rifiuta di vedere il crinale sospeso sull’abisso sul quale è adagiato. Johann Strauss figlio è, probabilmente inconsapevolmente, il cantore degli ultimi spensierati ruggiti di una società, di un Impero, che, senza rendersene conto, lentamente va a incunearsi nell’imbuto di quel processo di dissoluzione iniziato con gli spari di Sarajevo e che si concluderà con la caduta degli Imperi centrali.
È dunque il Concerto n. 1 in mi bemolle maggiore op. 11 per corno e orchestra (1885) di Richard Strauss a sospendere momentaneamente lo scambio di auguri musicali: è una composizione giovanile del compositore di Monaco di Baveria, fresca, ricca di inventiva, nella quale, nella ricerca di uno stile proprio, si notano reminescenze brahmsiane e schumanniane.
Questo concerto giovanile di Richard Strauss appare ancora lontano dal fascino compiuto delle successive pagine per corno e orchestra, quali il successivo Concerto n. 2 per corno e orchestra, sempre in mi bemolle maggiore - scritto nel 1942, in piena Guerra - e la struggente introduzione alla scena finale di Capriccio affidata al corno. Nel Primo concerto lo stile compositivo è acerbo, figlio tardivo del romanticismo tedesco.
Il cornista croato Radovan Vlatkovic ha dalla sua un suono caldo, potente, ma che sa assottigliarsi, diventare dolce e intimistico, sempre preciso e in perfetta sintonia con l’orchestra. Una prova che viene premiata da convinto applauso; simpaticamente Valčuha si posiziona tra i corni dell’orchestra per augurare Buon Natale! al pubblico suonando una ritmata versione per soli corni di Jingle Bells.
Dopo l’intermezzo dedicato a Richard Strauss si ritorna allo Johann Strauss della polka francese Im Krapfenwald'l (Nel bosco di Krapfen), eseguita con leggerezza, ricorrendo all’imitazione dei suoni della natura attraverso l’ocarina, con Valčuha insolitamente disteso e compiaciuto, che lascia procedere la sua orchestra assicurando la completa tenuta ritmica.
L’attacco della successiva polka veloce Éljen a Magyar! (Viva gli ungheresi!) è vorticoso e staccato con un tempo rapidissimo: gli archi sono incisivi e scintillanti, perfetto il rinforzo ritmico assicurato dalle percussioni, così come lo scintillio dei legni e degli ottoni; il contrasto dinamico all’interno della breve polka è ben assicurato. Pregi esecutivi che si ritrovano nella successiva Persischer-Marsch (Marcia persiana), travolgente e sbalzata negli staccati e con repentini crescendo, sontuosa nel suono dell’intera orchestra.
Il celeberrimo valzer An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) è un compendio dell’ottima prova orchestrale della serata: i colori e le dinamiche si fanno ancor più mobili e cangianti. Estremamente suggestivo è l’impasto timbrico tra archi e flauto. Valčuha crea un valzer elegante e vitale, che rifugge dalla tentazione di indugiare in rallentando: si procede quasi senza esitazione, con convinta leggerezza.
La successiva Tritsch-Tratsch-Polka è un tripudio di virtuosismo orchestrale per brillantezza ed effervescenza sonora e ritmica.
Con la polka rapida Unter Donner und Blitz (Sotto tuoni e fulmini) Valčuha si abbandona a deflagrazioni sonore e, in un crescendo sonoro, evoca, con fragore forse eccessivo, la tempesta estiva alla quale il brano allude.
Terminato il programma ufficiale del concerto, seguono due bis: si parte con la Jokey-Polka di Josef Strauss e si chiude, ovviamente, con la Radetzky-Marsch di Johann padre con i battimano di rito: pur non essendo al Musikverein, Valčuha ammicca al pubblico, sorride, chiede di diminuire e di intensificare gli applausi ritmici.
Visi sorridenti e una calorosa atmosfera festiva fanno da cornice a un convinto successo di pubblico, accorso numerosissimo per festeggiare il Natale in uno dei luoghi più carichi di suggestione di Napoli.
Buon Natale!

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/49-concerti2019/8683-napoli-concerto-valcuha-vlatkovic-18-12-2019

martedì 17 dicembre 2019

Musica nelle tenebre

Napoli, 12 dicembre 2019 - Tri kartitri kartitri karti. Tre note più volte ripetute, un’unica ossessione, quella del gioco.
È possibile affermare che Pikovaja Dama germini da questa microcellula musicale di tre note che a mo’ di ossessione appare mefistofelicamente nel corso dell’opera? In parte sì; ma ciò è solo parzialmente vero, perché nel dramma di Čajkovskij c’è anche altro, tanto altro. C’è il destino, forza ineluttabile e malvagia che travolge chiunque volesse solo ipotizzare di poterla controllare. Una visione della vita dominata dal Fato - inteso, secondo l’accezione dello stesso Čajkovskij, “forza nefasta che impedisce il nostro slancio verso la felicità” - al quale si inchinò e di cui traspose in musica i trionfi anche lo stesso compositore russo, anzi, “il compositore più russo di tutti i musicisti del mio paese” (definizione di Igor Stravinskij).
E nell’altro che compone il polittico di Pikovaja Dama c’è la rievocazione del mondo musicale settecentesco, principalmente quello espresso da quel Mozart, grande amore della vita del compositore; è un mondo ideale, lieve, pieno di grazia e luce, un rifugio dalla realtà. Ma è soprattutto un’oasi di ordine, di armonia, prepotentemente contrapposta alle passioni arroventate e schizofreniche che pervadono l’opera.
Il ‘700 musicale mozartiano (o, più correttamente, alla Mozart) entra nell’opera per rischiarala momentaneamente, così come l’Allegro con grazia dell’ultima Sinfonia “Patetica” è un refolo di effimera serenità che irrompe nella vita, che volge al termine, del compositore russo.
E, in ultimo, come non includere nell’ altro presente in Pikovaja Dama la genuina anima della Santa Madre Russia che pulsa nei canti popolari intonati dal coro?
Purtroppo lo spettacolo di Willy Decker, prodotto dall’Opera di Stato di Amburgo, e ripreso al San Carlo da Stefan Heinrichs, formisce una lettura unidirezionale e monolitica del dramma: l’attenzione è posta esclusivamente sull’ossessione distruttiva di Hermann, omettendo volutamente tutto ciò che dovrebbe (anzi, deve) esserci nel contorno, mai tanto necessario come per Pikovaja Dama.
La regia scaraventa, infatti, nel buio tutta l’azione, in un mondo nel quale non v’è neppure una flebile speranza di redenzione, dominato dalla ossessione del gioco, dalla morte, percorso da fantasmi/allucinazioni. Tutto l’altro di cui si è accennato semplicemente è omesso, in aderenza a una visione cupa, disperata, greve, allucinata, nella quale non aleggia né malinconia, né quel sognare una vita migliore.
Lo spettacolo è costruito su un impianto scenico - di Wolfgang Gussmannche cura anche costumi e le luci  dominato da tinte scurissime, claustrofobico, con al centro il tavolo da gioco, crocevia del dramma. Pochi altri elementi: una bara, la Nera Signora con tanto di falce, tante carte, maschere, effigi di teschi. Perfino Caterina la Grande, dopo il suo sontuoso ingresso alla festa, indossa una maschera che allude chiaramente a un teschio. Insomma, per un’inaugurazione di una nuova stagione lirica e di balletto non proprio il viatico più beneaugurante!
Non manca nella costruzione registica una cura quasi maniacale dei dettagli della recitazione: Stefan Heinrichs ha a disposizione degli straordinari attori-cantanti ed è bravissimo a farne emergere tutte le potenzialità, curando anche gli aspetti minimi. In scena i protagonisti si muovono, si scrutano intensamente: in una parola, recitano e cantano, fanno teatro. Appare molto curata anche la mimica facciale, soprattutto quella, allucinata e venata di follia, di Misha Didyk/Herman.
Purtroppo una lettura così cupa del dramma determina l’eliminazione di ogni riferimento alla luce, alla primavera, stagione che fa da cornice iniziale all’intreccio: a farne le spese è il coro iniziale dei bambini nel Giardino d’Inverno finalmente illuminato dal sole primaverile e, addirittura, l’intero Intermezzo “La sincerità della pastorella” con annessa sarabanda dell’atto secondo.
In questi stessi giorni alla Scala si ripropone la Tosca del 1900 con una manciata di battute in più, al Teatro dell’Opera di Roma vanno in scena Les vêpres siciliennes in versione integrale, mentre al San Carlo Pikovaja Dama viene anacronisticamente mutilata. La scelta di tagliare queste due scene, seppur conseguenziale alla (discutibilissima) lettura registica, appare comunque musicalmente inspiegabile. Francamente stupisce che sia stata avallata da un direttore scrupoloso e attento ai minimi particolari qual è Juraj Valčuha.
Non è affatto “poco male!” che non sia stata ascoltata l’opera nella sua interezza, perché la resa musicale complessiva è ottima, grazie orchestra e coro in stato di grazia.
Valčuha scava la partitura nei meandri, cavandone i colori e i più sottili giochi melodici e armonici; quello del direttore slovacco è un calligrafismo che però non perde mai di vista il filo del discorso musicale e la sua unitarietà, in un procedere magnetico ed elettrizzante dell’azione. 
L’orchestra merita un encomio per la bellezza dei suoni, la compattezza dell’organico, la precisione delle sezioni, l’ottimo suono degli archi e degli ottoni, precisi e coesi, tanto in buca quanto fuori scena: sicuramente una delle prove orchestrali più convincenti degli ultimi anni, la conferma che direttori del calibro di Valčuha riescono a far emergere le tante potenzialità della compagine. La sua è un’orchestra che palpita, sempre aderente alla drammaturgia, livida, inquietante e incalzante, ma che sa ben abbandonarsi al fluire che si aggroviglia del melodizzare di Čajkovskij.
Di grande intensità è il tema d’amore che chiude l’introduzione all’Atto primo, così come le note ribattute che dipingono l’attesa frenetica della Contessa da parte di Herman; toccante, infine, il velo musicale che cala, quasi un Requiem, sulla fine di Herman, laddove Valčuha, la sua orchestra e il coro trovano accenti e colori di sentita compassione e commozione.
Fa benissimo, infatti, anche il coro, il quale si presenta compatto, con voce piena, soprattutto nel settore maschile, prodigo di movimenti, partecipe, ben amalgamato con l’orchestra, a proprio agio nell’intonare canzoni dal sapore popolaresco, così nel contribuire a creare l’atmosfera arroventata della sala da gioco.
Benissimo anche il cast vocale, che vede Misha Didyk impegnato nella parte di Herman: il suo è un personaggio tormentato, in pieno disfacimento psicologico. Didyk  affronta e risolve la temibile e insidiosissima scrittura con sicurezza, sfoggiando voce robusta, dal colore scuro, sicura negli acuti e, soprattutto, crea un Herman espressivo, ottimamente recitato e cantato.
Si fa notare per il bel timbro e capacità di recitazione il Conte Tomskij di Tomas Tomasson, così come il Principe Eleckij, sempre elegante nella linea di canto, di Maksim Aniskin.
Appassionata e disperatamente innamorata è la Liza di Anna Nechaeva, dalla voce corposa, ben timbrata, squillante, bene emessa, espressiva e dalla bella figura; la Nechaeva si dimostra immediatamente degna coprotagonista dell’Herman di Misha Didyk , dando vita, nel primo atto, a un trascinante duetto d’amore.
La Polina di Aigul Akhmetchina riesce a trovare la giusta cifra interpretativa della romanza del secondo atto, intrisa com’è di intimismo, dolcezza e melanconia anticipatrice di quella cechoviana.
Julia Gertseva, nei panni della Contessa, corre il rischio di subire l’involontario quanto automatico paragone con Raina Kabaivanska, la quale nell’ultima riproposizione dell’opera al San Carlo (gennaio 2005) interpretò magistralmente la cruciale quanto breve parte della ex “Venere moscovita”. Quasi quindici anni fa il grande soprano bulgaro, pur in presenza di una organizzazione vocale ormai al capolinea, scolpì una Contessa che per magnetismo e carisma, per il peso drammatico conferito ad ogni singola parola scandita, resta nella memoria di chi scrive tra le più vive e indimenticabili emozioni vissute a teatro. La Gertseva ha dalla sua una voce compatta, dal bellissimo timbro ambrato; canta bene, anzi fin troppo, tanto da apparire poco convincente - pur accantonando, con difficoltà, il ricordo della Kabaivanska - nella nenia, tutta in bilico tra sonno e veglia, del "Je crains de lui parler la nuit".
Tutti in linea con l’alto livello musicale della produzione i ruoli secondari, così essenziali nell’economia drammaturgica e musicale di Pikovaja Dama: fanno bene il Čekalinskij di Alexander Kravets, il Surin di Alexander Teliga, la Governante di Anna Viktorova, la Maša di Sofia Tumanyan, il Čaplickij/Il cerimoniere di Gianluca Sorrentino, il Narumov di Seung Pil Choi.
Una menzione per il bravissimo Roberto Moreschi al pianoforte in orchestra che ha saputo accompagnare con tocco leggero e melanconico il duetto di Liza e Polina così come la bellissima romanza di quest’ultima nel Quadro secondo dell’Atto primo. 
Il giudizio finale del pubblico del San Carlo - il quale al termine dello spettacolo, fa piacere notare, resta seduto ad applaudire - è lusinghiero per tutti, premiando gli artefici musicali dello spettacoli con applausi calorosi, convinti e prolungati che diventano ovazione per Juraj Valčuha, festeggiato con fragorosi battiti di piedi anche dall’orchestra schierata nel golfo mistico.
Miglior ouverture di stagione, almeno per quanto attiene all’aspetto musicale, appare difficile immaginare.


venerdì 6 dicembre 2019

La voce del violino

Al teatro Sannazaro di Napoli, il gradito ritorno nella stagione dell'Associazione Scarlatti di Suyoen Kim e del suo violino Stradivari Lord Newlands per un programma tutto dedicato a Bach.
NAPOLI, 5 dicembre 2019 - L’incertezza che aleggia intorno alla genesi compositiva delle Sonate e Partite per violino solo di J.S. Bach e le ipotesi sulla loro destinazione svaniscono in un colpo solo dinanzi una considerazione banale e a un’eventualità non affatto scontata: è possibile cogliere il loro altissimo valore musicale soltanto se interpretate da un artista attento ad ogni minima sfumatura dello spartito e, in particolare, capace di intelligere tra il complesso ordito strumentale, facendo emergere il profondo mondo poetico e musicale adombrato nella filigrana della scrittura bachiana. In assenza di ciò, tra le sublimi Sonate di Bach e gli studi per violino di Czerny e Kreutzer la differenza, almeno dal punto di vista espressivo ed emozionale, rischierebbe di essere estremamente esigua.
Occore, poi, un altro irrinunciabile elemento per avvicinarsi a questi capolavori della letteratura violinistica (e non solo): assicurarsi di impugnare uno strumento che abbia una voce tale poter scandagliare e imitare la scrittura semi orchestrale delle composizioni del genio di Eisenach.
Ebbene, nel nostro caso i fondamenti indefettibili per un approccio proficuo e interessante a queste pagine ci sono entrambi.
Suyoen Kim, giovane violinista tedesca di origine coreana, e il suo meraviglioso Stradivari “Lord Newlands”del 1702 (gentilmente messo a sua disposizione dalla Nippon Foundation) con questo concerto concludono con convinto successo di pubblico l’esecuzione integrale delle Sonate e Partite per violino solo di J.S. Bach.
La Kim, nel tornare a Napoli a quasi un anno dal suo primo concerto (leggi la recensione), convince e conquista immediatamente con una scintillante esecuzione della Partita n. 1 in si minore BWV 1002. Quella della giovane artista, primo violino del Quartetto Artemis e del Konzerthausorchester di Berlino, è una lettura fluida, limpida, estremamente pulita, improntata a una rigorosa compostezza ritmica, a un suono luminoso, terso sul cantino e particolarmente robusto e ombroso sulla quarta corda.
Si parte con la solenne Allemande per poi infiammare il gioco agogico nelle successive Double e Courante; la meditativa Sarabande e la successiva Double preparano alla deflagrazione ritmica e armonica della Bourrèe, eseguita con impeto e incedere convinto e perentorio. La voce - violini come lo Stradivari di Suyoen Kim non suonano, ma cantano - del “Lord Newlands” muta registri sonori e cromatici all’interno di una tinta dominata da una madreperlacea iridescenza sonora, in linea con la connotazione mondana e danzante della composizione.
Il clima espressivo cambia radicalmente con la successiva Sonata n. 2 in la minore BWV 1003 e, ancor più, con la terza Sonata in do maggiore BWV 1005. Suyoen Kim e il suo Stradivari optano per un suono sbalzato, più tormentato, figlio di quel contrasto di dinamiche che conferisce plasticità, monumentalità e profondità espressiva alle Sonate, composizioni dall’andamento sospeso tra il ripiegamento interiore e la magistrale costruzione delle poderose architetture musicali delle Fughe. Sin dal Grave della seconda Sonata si avverte il mutato approccio interpretativo rispetto alla precedente Partita n. 1: il suono si fa più cupo, ogni nota è cesellata, il vibrato diventa più intenso e largo, la cavata dell’archetto più possente, il suono della corda sol si irrobustisce e incupisce ancor di più. In confronto alla Partita introduttiva Suyoen Kim tende ad esasperare, con notevole risultato in termini di espressività, i contrasti dinamici, in modo da esaltare lo sbalzo delle linee melodiche. La Fuga della seconda sonata è eseguita con una chiarezza tale che rende individuabili, pur nel profluvio di bi e tricordi, i soggetti e il loro sviluppo, ammantata com’è di un suono oscillante tra il brunito e la luce vespertina. Nel successivo Andante Suyoen Kim immerge il pubblico in una meditazione dolorosa, scandita dall’ossessiva pulsazione ritmica del do ribattuto sulla quarta corda, dal suono scuro, robusto, in contrasto perfetto con la linea melodica.
L’intenso raccoglimento di Kim e del “Lord Newlands”, sempre più complementari, prosegue con la ancor più metafisica e “religiosa” nello spirito Sonata n. 3 in do maggiore, nel cui Adagio introduttivo la violinista accentua le sonorità cupe del suo strumento strappando accordi sempre più lancinanti, appena mitigati dalla solennità della linea melodica che fluisce come un fiume carsico nelle armonie. La successiva Fuga alla breve è un miracolo di pulizia melodica per precisione e tenuta ritmica, nel quale i soggetti risultano evidenti e visibili come i contorni delle pitture toscane del ‘400: pulizia, rigore e nitore in ogni nota. Souyen Kim ritrova gli accenti meditativi e dolorosi nel Largo, staccato con tempo giusto, che permette di cogliere di sfumature dinamiche, gustare il silenzio delle pause di semicroma senza appesantire e illanguidire il fluire musicale. L’ Allegro assai conclusivo, impetuoso e di immediata luminosità sonora, sgombra il passo dalla precedente introspezione per condurre gli ascoltatori in un turbinio di semicrome, gioioso e liberatorio e nel quale Suyoen Kim, celando le difficoltà tecniche di esecuzione, dopo la penombra caravaggesca dei LargoGrave e Adagio delle due Sonate, illumina l’ultimo tempo della Sonata.
Il pubblico dell’Associazione Scarlatti apprezza molto e tributa applausi prolungati e calorosi.
Un nota informativa conclusiva: l’11 dicembre sarà inaugurata nella splendida cornice di Villa Pignatelli a Napoli un’interessante mostra che ripercorre, attraverso le sue stagioni e i tantissimi artisti ospitati, la storia dei primi 100 anni dell’Associazione Scarlatti. Chi si trovasse a Napoli farebbe bene a non perderla, visto il ruolo che questa istituzione ha svolto e svolge per la cultura musicale a Napoli.