venerdì 28 febbraio 2020

Più di Mozart, poté Bartòk (con Ravel)

Il debutto partenopeo del quartetto van Kuijk, per la stagione dell'Associazione Scarlatti, inizia con qualche perplessità destata dalla lettura mozartiana, mentre il Novecento di Béla Bartòk e Maurice Ravel si mostra decisamente più congeniale alle caratteristiche dell'ensemble.
NAPOLI, 27 febbraio 2020 - È il drammatico e intenso Quartetto in re minore K 421 di Wolfgang Amadeus Mozart a segnare il debutto del Quartetto van Kuijk a Napoli: scritto nella cupa tonalità di re minore, la stessa del Don Giovanni e del Concerto per pianoforte e orchestra K 466, il secondo dei sei Quartetti dedicati a Franz Joseph Haydn è uno dei più audaci e innovativi del compositore salisburghese.
Il Quartetto van Kuijk non evita l’insidia dell’apparente semplicità della scrittura mozartiana: sin dalle prime battute la lettura è improntata a una eccessiva secchezza sonora e a una superficiale analisi interpretativa. L’esecuzione lascia perplessi: traspaiono aridità e inerzia espressive che prosciugano l’intero Quartetto di quella spontanea drammaticità che sgorga della scrittura di Mozart. Anche il suono del complesso cameristico appare troppo tagliente e poco tornito: è un suono, soprattutto quello del primo violino, che stenta a “riscaldarsi”, privando così l’intero Quartetto di quella nobile cupa cantabilità che ne costituisce la cifra connotativa.
Il van Kuijk dimostra di trovarsi decisamente a più agio con la ritmica barbarica e le sonorità stranite e fendenti tipicamente novecentesche del Quartetto n. 4 (1929) di Béla Bartòk, articolato in cinque movimenti: ben quattro sono scritti nel tempo di AllegroPrestissimoAllegretto e di nuovo Allegro, frazionati dall’enigmatico Non troppo lento centrale, gemma, per audacia di scrittura e sonorità, dell’intero Quartetto.
Se per il precedente Quartetto di Mozart l’immediatezza nell’approccio interpretativo e il ricorso a sonorità taglienti costituivano un limite, nell’affrontare il lavoro di Bartòk diventano pregi: a essere valorizzate sono l’anima della composizione e, in particolare, l’atmosfera sospesa e straniante del terzo movimento (Non troppo lento), un tenebroso canto notturno, ancora più carico di mistero e attesa in quanto incastonato tra le esplosioni agogiche del Prestissimo e dell’ Allegretto pizzicato. Da lodare proprio il pizzicato dei componenti del quartetto, che per rotondità e precisione quasi trasforma l’ Allegretto pizzicato in un concerto di chitarre.
Dalla asperità del Quartetto di Bartòk si passa, in chiusura, al sinuoso nelle melodie e ciclico nella forma Quartetto in fa maggiore (1904) di Maurice Ravel. Il van Kuijk si immerge immediatamente nella estenuata cantabilità del tema dell’Allegro moderato: il suono si fa più ricco, più duttile e incisivo; la dinamica e il fraseggio acquistano plasticità. Il risultato è una lettura vivida (il secondo movimento, Assez vif, très rythmé), contrastata, compiaciuta nell’edonismo sonoro che Ravel quantomeno chiede, variegata nell’articolazione del discorso musicale. Il Très lent del terzo movimento è costruito assai bene per mescolanza di timbri e ritmiche, e con adeguato risalto al pizzicato.
Al termine, il Quartetto van Kuijk riscuote un buon successo di pubblico; viene concesso un bis, di pregevolissima esecuzione: la trascrizione per quartetto d’archi del melanconico e francesissimo valzer Les Chemins de l’amour, mélodie composta nel 1940 da Francis Poulenc.


venerdì 21 febbraio 2020

Beethoven per due

NAPOLI, 20 febbraio 2020 - Sono il violino di Massimo Quarta e il pianoforte di Pietro De Maria a inaugurare, nell’anno dei 250 anni dalla nascita, l’esecuzione integrale delle Sonate per violino e pianoforte di Ludwig van Beethoven per Associazione Alessandro Scarlatti: due concerti nella stagione in corso (il prossimo è previsto al Teatro Mercadante il 21 maggio con il violinista Kristóf Baráti e il pianista Enrico Pace), i rimanenti nella prossima.
Aleggia ancora un refolo di grazia settecentesca di derivazione mozartiana nella Sonata n. 2 in la maggiore op. 12, composta tra il 1797 e il 1798 e dedicata ad Antonio Salieri, mitigato da ardite modulazioni che lasciano intravedere il Beethoven che ha da venire; il dialogo tra il violino e il pianoforte inizia ad essere serrato, il rincorrersi dei due strumenti già incalzante. Quarta e De Maria affrontano l’Allegro vivace con leggerezza; la sintonia tra loro è immediata: il suono del violino di Quarta è luminoso, il perfetto controllo dell’arco consente un ampio ventaglio di dinamiche. Il loro è un Beethoven improntato a una oggettività melodica e delle forme, dominate da pulizia e limpidezza di suono, talvolta tanto nitido da diventare essenziale e immediato per perentorietà sonora (in particolare per il pianoforte). L’elegiaco Andante più tosto del secondo movimento è affrontato con un sostenuto andamento cantabile che, ripulito da eccessi romantici, si impone per la fresca immediatezza delle frasi melodiche. Si ritorna allo spirito frizzante che si era manifestato nel primo movimento con l’ Allegro piacevole che chiude la sonata: qui il pianoforte di De Maria imprime al procedere musicale un tono colloquiante con il violino che si fa via via più insinuante.
Poco più di tre anni separano la Sonata per violino e pianoforte n. 7 in do minore, op. 30 n. 2 (1803) dalla seconda dell’op. 12, eppure sembra appartenere a un’altra era: composta nel 1802, anno in cui la sordità iniziò ad affliggere gravemente Beethoven, sin dalla battuta iniziale denota cupezza e l’attorcigliarsi melodico del breve tema iniziale. Acquisisce energia il dialogo contrastato tra violino e pianoforte; le sonorità si fanno più aspre e taglienti. Il tocco di De Maria e la cavata di Quarta diventano più imperiose: si avverte l’esigenza di maggiore concisione drammatica nell’esposizione dei temi e nel loro sviluppo. La tensione dinamica è in costante crescita, fino a deflagrare in quella sorta di “grido” del violino nelle ultime battute, inseguito da un pianoforte sempre più incalzante. Una momentanea serenità aleggia nell’ Adagio cantabile, dall’incedere elegante, a tratti lievemente danzante. Il pianoforte di De Maria si fa limpido, sostiene e controbatte alle melodie tornite e intense del violino. Eccessivamente secco, nelle aspre sonorità del violino e nel martellìo del pianoforte, appare lo Scherzo che comunque prepara adeguatamente l’esplosione di tensione espressiva dell’Allegro finale, laddove Quarta e De Maria portano ad esasperazione quella cupa atmosfera emotiva già preannunciata nel primo movimento della sonata: le dinamiche si fanno sempre più contrastanti, aumenta la tensione agogica ed emotiva.
La Sonata per violino e pianoforte n. 10 in sol maggiore, op. 96 è l’ultima composizione di Beethoven (composta nel 1812) per questa formazione cameristica e, sin dall’ Allegro moderato, appare pervasa da un soffio di serenità che la fanno accostare, almeno nello spirito, alla Sinfonia Pastorale. Sin dalle batture iniziali, si percepisce un ritorno, dopo anni di sperimentazione, alla rivisitazione dei modelli del passato: un ritorno alle origini dopo aver doppiato il capo, ardito e corrusco, della Sonata a Kreutzer (1802-1803). L’arcata di Quarta si fa più distesa, più sciolta, incline a smorzare tensioni e sonorità, abbandonandosi nella schietta cantabilità dell’Adagio espressivo, eseguito con suono tornito, corposo, particolarmente brunito e incisivo sulla III e IV corda del suo violino Giuseppe Antonio Rocca del 1840: il violinista salentino e il pianista veneziano si immergono in uno di quei meravigliosi idillii campestri di cui Beethoven è insuperabile demiurgo. Dalla serena cantabilità dell’adagio si transita, attraverso i ritmi e le sonorità ruvide dell’allegro dello Scherzo, alla gioiosità del Poco Allegretto finale, impreziosito dai tocchi ora martellanti, ora evanescenti (nella breve parentesi dell’Adagio) del pianoforte, prima di tornare al brio parossistico del “tempo I”, che rende ancor più plastica e muscolare la contrapposizione del dialogare tra violino e pianoforte. 
Al termine, Quarta e De Maria sono accolti da calorosissimi ai quali seguono due bis: lo Scherzo in do minore dalla Sonata F.A.E. di Johannes Brahms e l’Adagio dalla Sonata n. 3 in re minore, op. 108, sempre di Brahms, due brani eseguiti - per intensità e urgenza drammatica - nel solco della temperatura emotiva della sonata op. 30, n. 3 di Beethoven. Il secondo bis, l’adagio dalla Sonata n. 3 di J. Brahms, costituisce, poi, per Massimo Quarta l’occasione per sfoderare la potenza della cavata del proprio archetto e l’ampiezza del ventaglio delle dinamiche che il suo archetto ha in dote.
Per le prossime tre sonate, tra le quali la celeberrima “a Kreutzer”, l’appuntamento è per il 21 maggio al Teatro Mercadante, con il duo Baráti - Pace.


venerdì 14 febbraio 2020

Classici e barbari

Contrariamente a quanto tramandato da una consolidata iconografia scenografica, si è portati a vedere in Norma un’opera squisitamente “classicista”, una celebrazione della romanità che si assume conquistatrice e civilizzatrice di un preteso mondo barbarico. Niente di più falso. E per almeno due motivi.
Il primo: sono proprio i romani, e Pollione in particolare, a non fare bella figura nell’opera di Bellini. L’esaltazione del neoclassicismo, nel 1831, quando l’opera va in scena per la prima volta alla Scala, sembra già un lontano ricordo; anzi, in una suggestiva palingenesi dei valori, ai “barbari” Galli e Druidi viene conferita quella dignità e quel coraggio che manca ai “civili” romani.
Il secondo: Norma, è, quanto a sublimazione di sentimenti, un’opera “romantica”. Se poi si aggiungono l’invocazione alla luna che inargenta il querceto immerso nella notte oscura, il culto in onore di Irminsul, l’anelito alla liberazione dall’oppressore romano e il cuore della protagonista dilaniato tra amore e ragion di stato, il romanticismo, seppur rischiarato dal sole subalpino, è servito.
Insomma, al di là della purezza delle linee belliniane che pure si aprono all’ardita esacerbazione melodica pre-wagneriana del finale dell’opera, argomenti per sostenere che, al di sotto della solennità delle forme musicali, crèpitino inquietudini e topoi letterari romantici non mancano.
Da questo humus l’allestimento firmato per la regia da Lorenzo Amato e, per le scene e costumi, dalla collaudata e superlativa coppia Ezio Frigerio e Franca Squarciapino prende ispirazione e suggestione.
Norma, nella visione della triade Amato-Frigerio-Squarciapino, è ambientata in una dimensione atemporale, nella quale si impone prepotentemente l’elemento naturalistico, la genuina anima barbara del popolo gallico, la presenza del fuoco, gli effetti distruttivi della guerra: sullo sfondo, grazie al ricorso a bellissime e appropriatissime videoproriezioni, una sorta di tela dipinta 2.0, si ammirano foreste che alludono alle grandi cattedrali gotiche, costruzioni in rovina, la natura che si appropria degli spazi, il fuoco, prima distruttivo poi purificatore.
Parlare della bellezza dei costumi firmati da Franca Squarciapino rischia di far cadere nel banale: il premio Oscar disegna costumi che, pur nel rispetto della cifra atemporale dell’allestimento, rimandano al mondo nordico e romano: pellicce, pepli, mantelli, resti di armature si impongono, pur nella loro essenzialità, per la loro intrinseca bellezza. A tenere le scenografie in una costante penombra ci pensano le luci di Vincenzo Raponi.
Prodotto dal San Carlo nel 2016 e tenuto a battesimo musicale dal compianto Nello Santi, al quale è dedicata la produzione, è questo uno spettacolo che, in ossequio alle discutibili classificazioni registiche, potrebbe classificarsi come “tradizionale” per il sostanziale rispetto del libretto. In effetti, la regia di Lorenzo Amato si limita a muovere - non molto, in verità - le masse corali all’interno di uno scrigno scenografico, suggerendo maggiore mobilità e partecipazione scenica ai protagonisti: indicazioni, purtroppo, raramente raccolte.
Nessuna scena dal forte impatto teatrale, sebbene risulti interessante l’idea di mostrare all’inizio dell’opera il ritrovamento da parte dei figli di Norma del cadavere di un soldato romano: Norma è il racconto anche di una guerra, e quindi anche dei suoi aspetti più cupi e meno eroici.
Sul piano musicale la concertazione di Francesco Ivan Ciampa al capolavoro di Bellini mostra luci e ombre: l’attacco della Sinfonia appare eccessivamente pesante quanto a distribuzione dei volumi sonori, con le percussioni in eccessivo risalto. E’ un’ottica interpretativa poco adeguata al sempre elegante Bellini, benché la lettura di Ciampa non manchi di una tendenziale intensità drammatica.
La marcia che introduce l’ingresso di Norma nell’Atto I è eccessivamente ridondante nell’incedere militaresco; eccessi di corruschi clangori sono presenti anche nel coro "Guerra, guerra!" Una maggiore cura e tornitura musicale dei recitativi avrebbe contribuito, poi, a innestarli in una più compiuta unità drammaturgica, consentendo probabilmente ai cantanti di affinare il risultato espressivo. L’accompagnamento e il sostegno delle voci, nel sicilianissimo dipanarsi del tempo in 12/8 della Cavatina “Casta Diva”, è perfettamente calibrato, così come nella rievocativa gemma melodica del duetto "Sola, furtiva, al tempio" nel quale le voci di Maria Josè Siri e di Silvia Tro Santafè scivolano con disinvoltura sul morbido manto orchestrale.
Sembra invece mancare di quel crescendo di tensione il lungo dipanarsi melodico che sgorga da "Deh! non volerli vittime": la scintilla dell’olocausto di Norma scocca, ma l’incendio emotivo non deflagra.
Il neo più evidente della direzione musicale è da individuare negli anacronistici tagli (il da capo di "Me protegge, me difende", nel duetto Pollione e Adalgisa, e nel terzetto finale dell’Atto I "Fremi pure, e angoscia eterna pur m’imprechi il tuo furore!", giusto per citare quelli più evidenti) “di tradizione”, i quali, nell’epoca della filologia musicale e della ricerca dell’ Urtext, appaiono ingiustificabili.
Buona, nella complessiva affidabilità e nello spessore fonico, la prova del Coro diretto da Gea Garatti Ansini, malgrado alcuni suoni eccessivamente ruvidi e non perfettamente intonati provenienti dalla sezione femminile.
Sin dal recitativo "Sediziose voci" Maria Josè Siri dimostra di non avere le carte in regola per essere una Norma vocalmente credibile. Non è che canti male, anzi: la messa di voce è resa molto efficacemente. Però la natura di soprano lirico spinto, al quale il repertorio pucciniano è congeniale e frequentato con successo, si concilia poco con la scrittura vocale belliniana. Il suo "Casta Diva" è sicuramente cantato bene, molto lirico, il timbro è morbido, il volume adeguato, ma il legato è distante da quell’ideale di perfezione che Bellini pretende. Nel successivo "Ah! Bello a me ritorna" la Siri spiana con eccessiva superficialità le colorature.
Viceversa, buono per intensità drammatica e per abbandono lirico "Teneri, teneri figli", perfettamente accompagnato, sin dall’introduzione, dall’orchestra, dolente e accorata, guidata con molto garbo da Ciampa.
Sul versante interpretativo, quella della Siri, è una Norma poco temperamentosa, vocalmente e scenicamente, eccessivamente contenuta quando lancia invettive a Pollione, incline ad esaltare il lato lirico del personaggio, piuttosto che quello di donna ferita nel proprio onore.
Il sublime finale "Deh! non volerli vittime" è una lunga preghiera, una implorazione compassionevole, priva però dell’intensità e dell’eroicità che Norma deve possedere.
Silvia Tro Santafé, la quale per la première sostituisce Annalisa Stroppa, colpita da un’improvvisa indisposizione, subentrandole dal cast alternativo, è mezzosoprano dalla voce omogenea nell’intera tessitura, dal colore adeguatamente brunito, a suo agio nella scrittura vocale belliniana e in grado di sostenere con sicurezza il legato, di sfumare, conferendo così ad Adalgisa la giusta temperatura emotiva.
Una prova molto convincete, quella della Tro Santafé la quale dimostra di avere un’idea precisa di come si debba affrontare vocalmente questo repertorio, senza rinunciare a far emergere una tormentata visione interpretativa di Adalgisa, che le fa perdonare anche qualche acuto eccessivamente sforzato e tenuto.
Il Pollione di Fabio Sartori ha dalla sua una voce di grande volume, denota la consueta sicurezza nel registro medio-acuto, benché qualche suono in alto appaia eccessivamente spinto. La linea di canto è eccessivamente stentorea, robusta nel registro medio laddove si gioca gran parte della scrittura vocale (concepita da Bellini per il baritenore Domenico Donzelli). Sartori, però, appare poco incline ad approfondire interpretativamente un personaggio che già di suo non spicca per originalità: non traspaiono la spavalderia e la codardia del personaggio, né il suo tardivo rimorso.
L’Oroveso di Fabrizio Beggi ha voce possente e di bel timbro scuro, ma emessa con eccessiva ruvidezza.
Adeguati al cast vocale la Clotilde di Fulvia Mastrobuono e il Falvio di Antonello Ceron.
Al termine, il pubblico - in una serata particolarmente feconda di un rigoglioso e prolungato contrappunto di stizzosi e risonanti colpi di tosse che non hanno risparmiato neppure la meravigliosa introduzione orchestrale di "Casta diva" - tributa un tiepido successo, molto di cortesia, per tutti.

martedì 4 febbraio 2020

Un raggio di speranza

NAPOLI, 3 febbraio 2020 - La chiave di lettura di Ein deutsches Requiem di Johannes Brahms è rintracciabile nel versetto (Giovanni, 16:22) “Ora voi siete nella tristezza, ma io vi rivedrò e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno potrà più togliervi la gioia”: una meditazione musicale, profonda e consolatoria, intorno al mistero della morte, indagato da Brahms attraverso una personale silloge di testi tratti dalle Sacre Scritture, collazionati per far risuonare un convinto messaggio di conforto e speranza.
Il Requiem di Brahms è una composizione di difficile inquadramento, non riconducibile né all’oratorio, né alla Missa pro defuntis di rito cattolico; non c’è lo sgomento dell’Animula vagula blandula dinnanzi al pensiero della Morte e del Dies illa tremenda, ma, al contrario, ritroviamo raggi di luce che rasserenano il mondo interiore rattristato dalla morte.
Daniele Gatti, per la prima volta alla guida delle compagini orchestrali e corali del San Carlo, individua proprio l’anelito alla speranza e alla consolazione che aleggia nel corpo della composizione di Brahms e ne fa la propria cifra interpretativa. Sfronda di magniloquenza il Requiem tedesco per darne una lettura estremamente drammatica, asciutta, improntata a una spiccata mobilità agogica, che predilige scelte di tempi dall’andamento sostenuto (marcia funebre del secondo movimento).
Sin dalle prime battute Gatti dà l’impressione che la propria rivisitazione parta dalla fine della composizione, da quel messaggio di beatitudine finale che è Selig sind die Toten, Beati sin d’ora i morti.
Il raggio di luce conclusivo dell’ultimo accordo si propaga, a ritroso, prendendo il suono della melodia ascendete dell’oboe, dal suono assertivo, tondo e madreperlaceo che illumina l’affresco di composta mestizia del primo movimento (Selig sind, die da Leid tragen, Beati coloro che soffrono).
Gatti sfronda di gravosità, ma non di solennità, la successiva marcia funebre (Denn alles Fleisch, es ist wie Gras, Poiché tutta la carne è come l'erba), imprimendole un andamento sostenuto, teso, terso nelle sonorità, e rafforzata dal soffio vitale e palpitante del costante ribattere dei timpani, dalla intensità sonora ben dosata.
L’orchestra del San Carlo - in grande forma in tutte le sezioni - risponde perfettamente alle indicazioni del direttore, esibendo un suono deciso e tornito nel fugato del secondo movimento e nella fuga del terzo; è perfetta nel disegnare, con sonorità leggere e trasparenti, il bozzetto lirico e quasi pastorale del quinto movimento (Ihr habt nun Traurigkeit, Ora voi siete nella tristezza) nel quale si adagia la voce limpida di Roberta Mantegna, soprano dalla linea di canto elegante che sconta però qualche assottigliamento eccessivo, quanto a peso vocale, scalando la tessitura.
Markus Werba nel Herr, lehre doch mich (Fammi consapevole, o Signore) sfoggia una linea di canto cesellata, fraseggio analitico e vario, ma denota un timbro prosciugato in alto e dal peso non del tutto adeguato alla parte.
Il Coro del San Carlo, pur esibendo appropriati volumi sonori, sembra scontare l’oggettiva complessità e difficoltà della scrittura vocale: la compagine diretta da Gea Garatti Ansini fraseggia con gusto e cura, ma evidenzia, soprattutto nel settore femminile, la tendenza a emettere note acute e in pianissimo dall’intonazione a tratti periclitante e, non di rado, suoni improntati a un’eccessiva ruvidezza o, per quanto attiene al coro nella sua interezza, sfibrati e poco smaltati timbricamente.
Il settimo movimento - Selig sind die TotenBeati fin d’ora i morti - ha finalità consolatoria e conciliativa: Gatti assottiglia le sonorità, fa cantare con intenso lirismo i violini, per poi giungere alla sospensione, dal colore sonoro diafano e trasfigurato, della speranzosa esclamazione di beatitudine tratta dall’Apocalisse.
L’applauso di una parte del pubblico, come purtroppo sempre più frequentemente accade, irrompe prima che Gatti abbia fatto risuonare la coda del silenzio finale.
Al termine, applausi calorosissimi e prolungati per tutti.