domenica 25 ottobre 2020

Violetta c’è, nella buona e nella cattiva sorte

 NAPOLI, 23 ottobre 2020 - La Traviata, da anni saldamente in testa nella classifica delle opere più rappresentate al mondo, sembra conservare il proprio primato anche al tempo del Covid-19. Non c’è pandemia e coprifuoco - in Campania è in vigore da ieri - che possa offuscare l’amore di Violetta e Alfredo. Violetta resiste, come tutti noi in questo lungo  tempo sospeso e angoscioso. E dopo le recenti rappresentazioni a Milano, Modena e Savona, La traviata torna in scena, seppur in forma di concerto, anche al San Carlo di Napoli; Roma si prepara ad accoglierla nei prossimi giorni.

Questa ripresa sancarliana della Traviata - programmata ante Covid-19 in forma scenica e con numerose repliche - è un’edizione nel complesso pregevole ed entusiasmante.

La direzione è affidata a Stefano Ranzani, il quale, coadiuvato dall’ottima orchestra del San Carlo, dà del capolavoro verdiano una lettura estremamente pulita, sempre ben calibrata e attenta alle esigenze del canto. Ranzani ha il merito di saper scegliere agogiche appropriate, idonee ad assicurare una narrazione musicale tesa e coerente. La perfetta conoscenza della partitura (dirige a memoria, dalla prima all’ultima nota) gli consente di apprestare un costante e adeguato supporto alle esigenze dei cantanti: tutto è ben incastonato in una concertazione solida e sicura; raramente si lascia prendere la mano dall’enfatizzazione l’accompagnamento verdiano. L’Orchestra del San Carlo sfoggia suono tornito e compatto in tutte le sezioni ed è perfetta come sempre nel tradurre in suoni le indicazioni dinamiche, esaltando anche i più sensibili assottigliamenti fonici.

Ben partecipe di questa concertazione musicale orientata all’immediatezza e alla polpa della narrazione musicale è il Coro della Fondazione, diretto da Gea Garatti Ansini: la loro è una prova di grande professionalità, precisione e di buon amalgama sonoro tra sezioni maschile e femminile.

Nel cast a brillare è la Violetta di Nino Machaidze, che ritorna sul palcoscenico del San Carlo in dolce attesa. Al soprano georgiano basta il Brindisi iniziale per calare gli assi della propria vocalità: timbro brunito, voce corposa e ricca di armonici, robusta nel volume; possiede una tecnica agguerrita che le consente di dominare con estrema naturalezza le difficoltà di cui è disseminata la parte di Violetta. Gli acuti risultano sempre centrati, rotondi e ben emessi. Ma ciò che stupisce maggiormente, soprattutto se paragonata all’ampiezza della colonna di voce, è la capacità di assottigliare l’emissione, di emettere pianissimi sempre sostenuti dal fiato, l’intensità e l’analiticità del fraseggio, la precisione alle colorature dell’Atto I. Tutte doti che, unite a uno spiccato acume interpretativo, contribuiscono a fare della Machaidze un’artista nel pieno della maturità e consapevolezza vocale: la sua è una Violetta innamorata, ferita, dolente, carnale e passionale, che riesce con naturalezza a trasmettere emozioni. "È strano! È strano..." è un misto di stupore, meditazione e passionalità amorosa che sfocia nella vorticosa ebbrezza canora della successiva cabaletta "Sempre libera": le colorature sono affrontate con sicurezza, si ascoltano tutte le singole note, gli acuti sono rotondi e ben girati. Chiude l’Atto I guadagnandosi la prima meritatissima razione di applausi scrosciati della serata. Nel lungo duetto dell’Atto II con Germont padre, Machaidze dà voce e anima a una Violetta che appare una tigre ferita; prova a reagire alle imposizioni del perbenismo borghese incarnato da Giorgio Germont: il suo "Dite alla giovine", tutto in pianissimo e perfettamente accompagnato da Ranzani, è un flebile sussurro che nasconde una sanguinosa resa. Il suo "Amami, Alfredo" è un’esplosione catartica e dolorosa. L’evoluzione psicologica e vocale della Violetta di Nino Machaidze trova compimento nell’ultimo atto: la perla della serata è "Addio del passato". Qui, per esprimere il disfacimento del mondo di Violetta, Nino Machaidze fa leva su tutte le proprie potenzialità espressive e sul dominio del fiato: il risultato è una nenia sfumata, oscillante tra disperazione e ricordo.

Dotato di voce dal buon volume, dal bel timbro luminoso, di acuti sicuri e squillanti, Francesco Demuro è un Alfredo forse fin troppo passionale e generoso: canta molto bene il Brindisi e "Lunge da lei per me non v’ha diletto!", ma qualche forzatura nel registro acuto (in particolare nella cabaletta "Oh mio rimorso! Oh infamia!") rischia di incrinare una linea di canto di per sé elegante, raffinata e attenta al peso della parola.

Giovanni Meoni è un Giorgio Germont dalla solida professionalità, benché vocalmente alquanto ruvido, ma funzionale al ruolo: è efficace e imperioso nel duetto con Violetta. La sua "Di Provenza il mar, il suol" è cantata correttamente, ma il fraseggio risulta non molto scavato.

Di buon livello le parti secondarie, a cominciare dalla Flora Bervoix di Cinzia Chiarini e l’Annina di Marta Calcaterra.

Completano degnamente il cast Lorenzo Izzo (Gastone), Nicola Ebau (Il barone Douphol), Nicolò Ceriani (Il marchese d’Obigny) e il veterano Francesco Musinu nei panni del dottor Grenvil.

Al termine, il pubblico non numeroso - l’inizio del coprifuoco alle ore 23 deve aver scoraggiato dal recarsi a teatro il pubblico non residente a Napoli - tributa applausi calorosi e prolungati per tutti.

È questo un momento cupo per la vita dei teatri in Italia: su di loro aleggia, proprio in queste ore, lo spettro di una nuova temporanea chiusura.

Non resta che sperare di poter rivivere al più presto serate come queste, nella quali, malgrado tutte le limitazioni, appare ancor più sincero e tangibile l’affetto del pubblico nei confronti del proprio teatro.


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sabato 17 ottobre 2020

Spiccare il volo fra le avversità

 NAPOLI, 16 ottobre 2020 - Le avversità a spiccare il volo risiedono probabilmente nel corredo genetico di La rondine: dopo la genesi tormentata, questa commedia lirica ha dovuto attendere - a causa dell’infuriare della Grande Guerra - il 1917 per andare in scena al Grand Théâtre de Monte Carlo, a un anno dal termine della composizione. Inspiegabilmente fortuna e popolarità non hanno immediatamente arriso a un lavoro che pur rappresenta un unicum di originalità e squisitezza nella fattura della produzione del compositore lucchese.

Anche questa ripresa, inizialmente programmata per lo scorso mese di luglio e in forma scenica, viene posticipata a oggi e proposta in forma di concerto, a causa della pandemia. A mancare, però, non è solo l’elemento scenico, bensì anche quello corale, i cui interventi sono stati tutti sacrificati per scongiurare assembramenti in scena. Dal punto di vista musicale, una scelta esecrabile; giustificabile soltanto in nome della sacrosanta tutela della salute delle maestranze del teatro. Ovviamente a farne le spese non è tanto la già elementare drammaturgia dell’opera, ma il colore, la spensierata atmosfera di festa dell’Atto II. Si parva licet componere magnis, è come prosciugare da cori e marcetta l’affollatissimo Quadro II de La bohème: semplicemente inimmaginabile. Andando avanti, nell’Atto III, ci si sorprende per un altro taglio (per il quale non sono invocabili le norme antiassembramento!): a esserne colpita è la turbinosa quanto necessaria prima parte del duetto tra Lisette e Prunier ("Avanti, vile! Vieni! Fa’ presto!"), in mancanza del quale non si comprende la ragione del ritorno di Lisette da Magda.

Al netto di queste “sottrazioni” musicali, risulta un’esecuzione pregevolissima della raffinata partitura pucciniana: merito, in primo luogo, della direzione, come sempre attenta e ispirata, di Juraj Valčuha. Coadiuvato dall’Orchestra del San Carlo in una delle sue abituali serate di grazia, Valčuha concerta La rondine con sicurezza e fantasia: dall’orchestra, equilibrata in tutte le sezioni, cava suoni amalgamati, dai colori cangianti, evanescenti; sempre attento alle esigenze del canto, il suo gesto misurato comunica la sensazione di accarezzare orchestra e cantanti. Una lettura, quella di La rondine, che appare come cosparsa da una sottile patina sonora di rassicurante nostalgia: il rimpianto che Magda ha della propria gioventù risulta continuamente suggerito e addolcito dalla raffinata ed eterea orchestra di Valčuha. Il ricorso al rubato contribuisce ad acuire quell’evocazione melanconica del valzer che aleggia nella partitura: l’osmosi tra l’arte di Puccini e quella della civiltà musicale europea a lui contemporanea ne esce ancor più evidente.

Di pregio anche la compagnia di canto, che ha nella Magda di Ailyn Pérez la propria punta di diamante. Timbro vocale e figura seducenti e perfetta tecnica di canto consentono alla Pérez di smorzare e rinforzare perfettamente acuti sempre in avanti e ben proiettati. Ha quindi gioco facile nel delineare una Magda cantata benissimo e interpretata con nobile partecipazione, immersa nel ricordo del tempo passato, ma ferita, carnale e votata al sacrificio, come tutte le donne di Puccini, nel finale.

Ci si aspettava di più dal Ruggero di Michael Fabiano: pur dotato di bel timbro alquanto brunito, la linea di canto denota acuti sforzati, qualche nota eccessivamente aperta. Appare un po’ incolore nell’interpretazione, troppo attento a non distogliere lo sguardo dallo spartito, probabilmente non ancora metabolizzato a sufficienza. Nel finale Fabiano trova accenti veementi e uno slancio interpretativo più aderente allo sviluppo del dramma. Pur avendo subito un taglio alla sua parte, Ruth Iniesta è una Lisette ben cantata, simpatica e peperina come il personaggio impone. Marco Ciaponi è un Prunier dalla voce fresca, ben emessa e timbrata, elegante nella linea di canto, molto appropriato nel disegnare un poeta dagli insopportabili atteggiamenti snobistici. Baritono dall’emissione ben calibrata e morbida e in possesso di mezzi vocali corposi, Gezim Myshketa è un Rambaldo signorile, dall’atteggiamento altero e distaccato. Ben cantate e adeguatamente inserite nella funzionalità generale dell’opera le parti secondarie, a cominciare dal Périchaud di Paolo Orecchia, per poi proseguire con il Gobin di Orlando Polidoro e il Crebillon di Laurence Meikle; perfette nelle parti delle “comari” di Madga è il terzetto delle amiche Yvette, Bianca e Suzy, interpretate, rispettivamente, da Miriam Artiaco, Sara Rossini e Tonia Langella.

Al termine, prolungati applausi per tutti, con punte di maggior entusiasmo e calore per Ailyn Pérez, al suo debutto sancarliano, e per il sempre apprezzato Juraj Valčuha. Da Madga a Violetta il passo a ritroso è breve: la riorganizzata stagione del San Carlo prevede, il 24 e il 25 ottobre, La traviata, anch’essa proposta in forma di concerto.


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sabato 3 ottobre 2020

Voci nella mestizia

 NAPOLI, 2 ottobre 2020 - Quando nello scorso mese di marzo, a causa dell’avanzata inesorabile e spietata della pandemia in Italia, furono decretate le prime chiusure di teatri, cinema e di tutte le manifestazioni pubbliche al chiuso, al San Carlo erano in corso le prove di Die Zauberflöte: di colpo, quindi, artisti a casa, produzione annullata e rinviata “a data da destinarsi”.

Viene recuperata ora, in questo coraggioso scorcio della stravolta stagione lirica 2019 -2020, seppur soltanto per due date, proposta in forma di concerto e priva dei recitati.

Una mutilazione, quella dei dialoghi, al Singspiel di Mozart che, aggiunta alla privazione della componente scenica e registica, contribuisce a prosciugare la teatralità del capolavoro. Il risultato è una serata mesta, vuoi per le rigide e sacrosante regole anti Covid-19 che distanziano e riducono il pubblico, vuoi per la scelta di presentare Die Zauberflöte come una successione asettica di arie, concertati e cori, il tutto svuotato dal nesso drammaturgico che i recitati avrebbero assicurato.

Ma tant’è. Di questi tempi occorre fare di necessità virtù e saper accontentarsi.

In compenso, dopo la musica sinfonica (leggi la recensione), anche la lirica, seppur ancora priva della essenziale componente teatrale, ritorna nella sala del San Carlo.

Non è, però, un ritorno trionfale: la serata appare dominata da un alone di tangibile mestizia. Gli ingressi dei cantanti sul palcoscenico evocano un recital piuttosto che un’opera teatrale: guadagnano la scena con la mascherina opportunamente indossata, se liberano per cantare, la reindossano per dirigersi dietro le quinte. Un automatismo, questo, che nel corso della serata assume le fattezze di un rito ripetuto con inquietante automatismo.

Lo dicevamo e le abbiamo compreso, più o meno, tutti: sono regole imposte dal momento ed è bene che sia così, per la sicurezza degli artisti e del pubblico; ma tutto ciò ha oggettivamente poco a vedere con l’idea di opera che per secoli abbiamo costruito e coltivato. L’intervallo, momento di scambio di opinioni tra appassionati, è estremamente compresso nel tempo: solo pochi minuti e tutti al proprio posto. Poco più della durata di un siparietto, insomma.

Non contribuisce a diradare il velo di mestizia la direzione di Gabriele Ferro, la quale, sin dai primi accordi della sinfonia introduttiva, ammanta la meravigliosa, enigmatica e ambivalente fiaba musicale mozartiana di un velo grigio che copre il monco articolarsi della vicenda. Compare un tardivo guizzo di vitalità nel finale dell’opera, con la scatenata aria di Papageno, "Ein Mädchen oder Weibchen wünscht Papageno sich!", e il successivo duetto con Papagena, come a voler testimoniare che in Die Zauberflöte comunque scorre musica tra la più sorprendente mai scritta per genuinità, leggerezza e innocenza riconquistata.

Quella di Ferro è una conduzione bolsa, che spegne il brio della genuina anima popolaresca e fiabesca del Singspiel; né risultano adeguatamente esaltate le forme musicali corali che innervano l’illuministica e massonica religiosità dell’opera.

Insomma, si procede con lentezza, con poca attenzione all’unitarietà drammaturgica dell’opera - già inficiata dalla mutilazioni dei recitativi - e senza dare il giusto risalto a quella commistione di forme musicali che costituisce l’aspetto più affascinante del capolavoro di Mozart.

Peccato... perché la produzione schiera nel complesso un cast vocale di eccellente livello; l’orchestra e il coro del San Carlo confermano di essere in ottima forma.

L’orchestra, particolare, si dimostra duttile, pronta ad alleggerire le sonorità, dal suono tornito e curato (merita un plauso il primo flauto di Silvia Bellio); altrettanto bene fa il Coro diretto da Gea Garatti Ansini, il quale, seppur relegato nello fondo del palcoscenico e distanziato, supera egregiamente e con suono compatto la prova.

Le sorprese più interessanti della serata provengono da un cast vocale ben assortito, composto da artisti che con grande professionalità si spendono per conferire alla rappresentazione un minimo di teatralità.

È il caso del simpaticissimo e ben cantato Papageno di Roberto De Candia, perfettamente calato nelle vesti del buffo uccellatore. Artista dalla immediata comunicativa, la sua interpretazione denota grande esperienza vocale e teatrale che gli vale la simpatia del pubblico. Gli fa da contraltare la Papagena giovane e frizzante di Lara Lagni.

Antonio Poli ha vocalità generosa e probabilmente fin troppo debordante per il Principe Tamino: il timbro è suggestivo, la voce di robusto spessore, ma, soprattutto, il tenore viterbese è sempre incline ad alleggerire appropriatamente l’emissione, a sfumare. Il suo è un Tamino estremamente carnale, quasi eroico, ma di bell’effetto.

A dar voce (e che voce!) a Pamina è Mariangela Sicilia: stupisce immediatamente per la bellezza del timbro, per la linea di canto raffinata, gli acuti sempre morbidi, centrati e ben “girati”, perfettamente sostenuti dal fiato. È una Pamina aliena da moine, ma connotata da giovanile e autentica femminilità. Tutta la parte è ben cantata, con stile adeguato: Mariangela Sicilia immerge l’aria dell’Atto II, "Ach, ich fühl's, es ist verschwunden", in quell’aura di rimpianto del tempo passato di cui Mozart è maestro assoluto.

Il Sarastro di Konstantin Gorny, in possesso di voce dal discreto volume e dal timbro brunito, è autorevole e convincente; molto attento a ciò che resta dell’aspetto teatrale è il Monostatos di Cristiano Olivieri.

Riscuote un notevole successo personale la Regina della Notte di Daniela Cappiello: voce leggera e dal timbro di bel colore, grazie a un’ottima emissione, sfoggia con naturalezza acuti e sovracuti sicuri, sempre timbrati e a fuoco, che fanno quasi dimenticare le asperità siderali di cui è disseminata la parte di Astrifiammante.

A completare degnamente il cast, il Terzetto delle dame, composto da Emanuela Torresi, Prima dama dalla notevole freschezza vocale; Laura Cherici è brava nel conferire la propria esperienza vocale e teatrale alla Seconda dama; infine, Adriana Di Paola, brunita Terza dama.

Altrettanto bene i Tre Genietti di Fiorenza Barsanti, Antonella Petillo, Roberta Mancuso.

Di grande professionalità il Primo Armigero e Secondo Sacerdote, entrambi interpretati da Marco Miglietta, così come l’Oratore e Una Voce di Mariano Orozco, il Secondo Armigero di Gianfranco Montresor.

Al termine, la sala - quasi gremita in rapporto alla sua ridotta capienza - tributa un sincero e caloroso successo per tutti, salutando con punte di evidente entusiasmo il Papageno di Roberto De Candia, la Regina della Notte di Daniela Cappiello e la Pamina di Mariangela Sicilia, il Tamino di Antonio Poli.

Il prossimo appuntamento per l’opera, ancora in forma di concerto, è per il 16 e 18 ottobre, quando andrà in scena La rondine di Giacomo Puccini, originariamente prevista per il mese di luglio scorso.

Avanti tutta!

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