sabato 26 dicembre 2020

I colori di Natale

 Streaming da Napoli, 24 dicembre 2020 - Annales Anno Domini MMXX: anche il Natale deve essere all’impronta del distanziamento; come in teatro - ormai lo abbiamo ben imparato - anche a tavola, in famiglia, tra amici deve regnare il distanziamento. Non si rinuncia però ai tradizionali e beneauguranti concerti natalizi. Lo streaming sul web ancora una volta ci viene in soccorso. E così, dal 24 al 26 dicembre, sul sito MYmovies.it il San Carlo manda in onda il concerto dedicato alla festività natalizia, registrato lo scorso 26 novembre.

A differenza della mestizia e del grigiore che serpeggiano nelle nostre città, quasi prosciugando gli effetti esteriori del Natale, il concerto diretto da  Juraj Valčuha alla testa dell’Orchestra del Teatro San Carlo è uno sfavillio di colori, con rogramma imperniato sul binomio Nino Rota - Federico Fellini, e divagazioni, per nulla peregrine, verso il Rossini orchestrato da Respighi e la meravigliosa e poco eseguita Elegia per grande orchestra di Amilcare Ponchielli.

Procediamo con ordine.

La prima portata - siamo pur sempre reduci dai cenoni e pranzi di Natale: sia concesso l’uso di un termine di non stretta pertinenza musicale - del concerto è la Suite da Prova d’orchestra di Nino Rota, tratta dalla colonna sonora dell’omonimo film, ultima collaborazione tra il genio visionario di Fellini e quello musicalmente camaleontico e contaminatore di Nino Rota.

È una Prova d’orchestra che procede fluida, leggera, frizzante, in un ribollio ritmico e di colori orchestrali che fungono da perfetto antipasto per i successivi brani in programma. Il merito è innanzitutto da attribuire a un’orchestra vivida, dal suono preciso e netto, capace tanto di assottigliarsi quanto di diventare avvolgente; perfetto l’amalgama tra le varie sezioni, sempre rispondenti al gesto misurato e ispirato di Valčuha. Molto suggestivo il breve e significativo solo introduttivo dell’oboe nell’episodio Attesa.

Il passo da due geni quali Fellini e Rota (anche il compositore milanese lo è, malgrado ancora lo si consideri solo un ottimo compositore di colonne sonore) a quello di Rossini/Respighi è breve con la Suite dal balletto La boutique fantasque. Qui Ottorino Respighi dà il giusto colore orchestrale, figlio dei preziosi insegnamenti di Rimskij-Korsakov, a brani di Rossini tratti dai Péchés de vieillesse: alla vivida e immaginifica ispirazione dei brevi pezzi rossiniani, talvolta anticipatori anche delle distillazioni melodiche e ritmiche novecentesche, la sapienza di fine orchestratore di Ottorino Respighi conferisce colori ciakovskiani, nitidi e incandescenti, dalla spiccata connotazione russa. Valčuha appare quale un pittore che ha a disposizione una tavolozza ricca di cromie dinamiche da cui spande pennellate con intensità e precisione: ascoltando, si ha l’impressione di vedere riempiti di colori i disegni tracciati su carta da Rossini. Struggente il colore adoperato da Respighi per il Nocturne, il cui senso di mistero è reso meravigliosamente dagli accordi introduttivi dell’orchestra e dalla soffusa sintesi sonora di primo violino, primo violoncello, arpa e celesta.

L’Elegia per grande orchestra di Amilcare Ponchielli, tra i brani in programma, è quello meno noto ed eseguito; inspiegabilmente, verrebbe da aggiungere. Insieme a Contemplazione di Alfredo Catalani, il Notturno di Giuseppe Martucci, l’ Elegia avrebbe diritto di essere annoverata tra i più interessanti brani orchestrali dell’ottocento italiano. Si impone, qui, una tinta cupa, pastosa, intrisa di tristezza: gli archi del San Carlo, sui quali poggia la composizione, sono perfetti nel rimarcare il tema doloroso, dall’andamento quasi attorcigliato su se stesso. Non resta che sperare che il brano, amato e inciso da Riccardo Muti con la Filarmonica della Scala, entri stabilmente nel repertorio orchestrale italiano.

Il finale del concerto è affidato alla Suite dal balletto La strada di Nino Rota. Composizione tra le più celebri del compositore milanese, questa esecuzione consente alla compagine orchestrale, attraverso una lettura attenta ai dettagli, meticolosa nella concertazione, di calare i tanti assi nella manica: ottima qualità del suono, compattezza orchestrale, precisione, cura dei fraseggi e immediatezza nell’esposizione dei temi, musicalità delle prime parti impegnate negli solo. Cecilia Laca, primo violino di spalla dell’orchestra, è incantevole nel celebre e struggente assolo del Violino del “Matto”; analoga considerazione per lo stesso tema ripreso nel finale con nostalgica veemenza dalla ottima tromba di Giuseppe Cascone.

Una prestazione magistrale, da parte dell’orchestra tutta e delle due bravissime prime parti, a suggello di un concerto interessante: un profluvio di melodie e di colori che ammanta e dà calore a questo anomalo Natale.


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venerdì 11 dicembre 2020

Luci di Belcanto

 Al galà scaligero, in un ideale passaggio di testimone, risponde un altro galà stellare da Teatro di San Carlo. Con la bacchetta di Giacomo Sagripanti e le voci di Ildar Abdrazakov, Nadine Sierra, Pretty Yende, Maria Agresta e Francesco Demuro, sono ora Mozart, Rossini, Bellini e Donizetti a passarsi il testimone.

NAPOLI, 10.12.2020 - La Scala chiama, il San Carlo risponde. Dopo la parata di star della lirica immerse nella “realtà aumentata” del palcoscenico del Piermarini, il San Carlo schiera cinque star - una, Ildar Abdrazakov, in “condivisione” con il teatro meneghino - per un gala canoro il cui filo conduttore si dipana da Mozart al Belcanto. Al pari di quello scaligero, lo spettacolo napoletano è stato registrato - lo scorso 3 dicembre - all’interno della sala vuota: a Napoli, orchestra, artisti e direttore ai propri consueti posti, nessun effetto multimediale, ma solo tante panoramiche nel teatro in penombra. Il Gala, come è avvenuto per la Cavalleria rusticana che ha inaugurato la stagione 2020-21 (leggi la recensione ), viene trasmesso in diretta sulla pagina Facebook del Teatro San Carlo, previo acquisto di un biglietto di accesso virtuale dal prezzo simbolico di €1,09.

Ad aprire le porte alla maratona canora è l’Ouverture da Le nozze di Figaro, concertata da Giacomo Sagripanti alla testa dell’orchestra sancarliana con piglio deciso e spedito.

Tocca alla coppia Ildar Abdrazakov e Nadine Sierra aprire le danze vocali con "Là ci darem la mano" dal Don Giovanni: ad Abdrazakov bastano le note iniziali per diventare un burlador de Sevilla seducente. Ha dalla sua la consueta sicurezza, voce rotonda e ricca di armonici e morbida, duttile a ogni inflessione e sfumatura. Nadine Sierra, invece, è inizialmente manierata come una statuina di Capodimonte. Ma la sua serata sarà in crescendo e saprà riservare sorprese nel finale.

Da Mozart a Rossini la distanza è breve, artisticamente, cronologicamente e, seguendo la scaletta del programma, anche geograficamente: restiamo nella meravigliosa e assolata Siviglia. Amadeus passa il testimone a Gioachino.

Pretty Yende canta benissimo la cavatina "Una voce poco fa" da Il barbiere di Siviglia, farcendola di simpatia e tanti, tanti acuti: a voler essere pignoli, le si può rimproverare che stilisticamente la sua Rosina è troppo vicina alla Regina delle Notte mozartiana. Ma gli acuti sono rotondi, emessi e girati bene, dal bellissimo timbro e sicuri, quindi, bene così.

Al profluvio di acuti della Yende, Francesco Demuro oppone la girandola di Do di "Ah! mes amis" da La Fille du régiment: la sua è un’interpretazione generosa, gli acuti sono precisi e luminosi, qualcuno tende a risuonare un po’ sforzato, ma la tenuta generale è ottima; una maggiore tornitura della linea di canto dell’intera aria di Tonio avrebbe reso ancor più accattivante una lettura senza dubbio eccellente.

Facciamo un passo indietro: da Donizetti torniamo al Mozart, sublime per semplicità e concisione, del duettino dall’Atto III dell’opera che più perfetta forse non c’è, Le nozze di Figaro: nella "Canzonetta sull’aria... Che soave zeffiretto" la fusione dei bei timbri di Pretty Yende e Nadine Sierra è ottima, l’accompagnamento orchestrale delicato, però la leggerezza dello zeffiretto non è tale da riuscirci a trasportare nel mondo iperuranico tratteggiato con pochi tratti di calamaio dal genio di Mozart.

Con "E Sara in questi orribili momenti - Vivi, ingrato, a lei d'accanto" dal Roberto Devereux e "Casta Diva" da Norma di Vincenzo Bellini ritorniamo nel dorato regno belcantistico. A Maria Agresta viene offerta la possibilità di mettere in mostra, dopo l’angusta parte di Lola nella Cavalleria rusticana inaugurale, le proprie doti vocali: entrambi i brani, quello di Donizetti e Bellini, sono cantanti bene, benché la linea di canto appaia non sempre immacolata e talvolta poco fluida nel procedere.

Introdotta da una lettura della Sinfonia della Norma improntata ad accentuarne la solennità, l’interpretazione di "Casta Diva" offerta da Maria Agresta, rispetto alla precedente aria donizettiana, appare più compiuta, maggiormente sfumata nelle dinamiche e negli accenti; il Coro, guidato da Gea Garatti Ansini, contribuisce a creare la giusta e rarefatta atmosfera notturna.

Dal notturno di Norma illuminato “dai raggi della luna” emerge il monumentale Leporello di Ildar Abdrazakov con "Madamina, il catalogo è questo": ascoltando il bronzo, la rotondità, lo smalto vocale e la dizione del grande basso russo risulta difficile immaginare che lo donne perennemente inseguite dal suo padrone Don Giovanni non siano cadute prima i piedi del servitore Leporello. Un solo aggettivo per definire questo Catalogo: monumentale. Un Leporello gigantesco, per mezzi vocali e per acume interpretativo.

"A te, o cara, amor talora"così come cantata da Francesco Demuro, costituisce l’occasione per imprecare quel “il rio destino” che, causa pandemia, ci ha privati, lo scorso mese di maggio, dell’ascolto al San Carlo dei Puritani: il tenore sardo ne sarebbe stato sicuramente ottimo interprete, mentre stasera ci accontentiamo di ascoltare la sua voce sicura, svettante nel registro acuto, luminosa e ben sostenuta dal fiato in una delle pagine più ardue e intense del repertorio belcantistico. Una prova pregevole, ben impreziosita dagli interventi di Pretty Yende e del Coro, nonché dalla attenta conduzione di Giacomo Sagripanti: l’orchestra respira con i cantanti assecondando il fluire della melodia belliniana. Bravi!

Scintillante e di grande precisione è l’esecuzione della Sinfonia da I Capuleti e i Montecchi: orchestra in gran forma, con sezione dei legni e ottoni in gran spolvero.

Il Coro del San Carlo ha modo di mettersi in luce nel travolgente "Che interminabile andirivieni" da Don Pasquale di Donizetti: sempre in sincrono con l’orchestra, si abbandona al carattere danzante impresso al brano da Giacomo Sagripanti, regalando un momento di generale ilarità.

Gaetano Donizetti al San Carlo è di casa: gli annali del teatro possono vantare la sua direzione artistica al 1822 al 1838, immediatamente post settennato Rossini. E stasera il bergamasco e il pesarese si passano il testimone per gli ultimi brani del programma di questo Gala.

Il duetto "Esulti pur la barbara" da L’Elisir d’amore cantato da Francesco Demuro e Pretty Yende è efficace scenicamente e vocalmente, grazie alla fusione degli smalti vocali dei due artisti.

Ildar Abdrazakov si riprende prepotentemente la scena con una interpretazione mefistofelica di "La calunnia è un venticelloda Il barbiere di Siviglia: si resta ulteriormente stupiti per l’attenzione riposta ad ogni singola parola, per l’opulenza dei mezzi vocali e, in particolare, per quel tuono sonoro che fuoriesce dalle sua labbra. Una Calunnia, quella di Abdrazakov, che ripropone la monumentalità vocale ed espressiva della precedente aria del catalogo mozartiana.

Il finale è riservato a "Ardon gl’incensi … Spargi d’amaro pianto” da Lucia di Lammermoor di Donizetti che proprio al San Carlo ebbe, nel 1835, il suo battesimo: in questa sala, dunque, sarebbe stato interessante ascoltare la scena della pazzia accompagnata dalla glassarmonica, così come inizialmente concepita da Donizetti. In luogo dell’armonica a bicchieri, stasera c’è l’ottimo flauto del San Carlo che dialoga con la psiche allucinata della Lucia di Nadine Sierra.

Il giovane soprano statunitense - che proprio al San Carlo fece il suo debutto europeo nel 2013, come Gilda in Rigoletto - affronta con sicurezza le agilità: la voce è omogenea, gli acuti rotondi e sicuri, buoni i trilli, inappuntabile lo stile; l’interprete, rispetto ai due brevi brani mozartiani d’esordio, emerge con maggiore compiutezza.

Al termine del Gala, non si ascoltano neppure gli applausi di orchestra e coro. Sulla melodia orchestrale di "Casta Diva" scorrono i titoli di coda, come si fosse al cinema.

Il teatro, lo sappiamo bene, è ben altra cosa. E nessuna “Netflix della cultura” potrà mai sostituirsi - ma, al limite, potrà aggiungersi - alla magia e al sacro rito laico del Teatro.

Per chi volesse vedere/rivedere lo streaming del Gala è disponibile sulla pagina Facebook del Teatro San Carlo fino alle ore 20 del 13 dicembre 2020.


Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/55-concerti-2020/10824-streaming-da-napoli-gala-mozart-e-belcanto-10-12-2020


mercoledì 9 dicembre 2020

Quando arriverà il pubblico, noi saremo pronti

 Anche il Teatro Verdi di Salerno raggiunge il proprio pubblico on line. Il Maestro di cappella di Cimarosa interpretato da Paolo Bordogna a sala vuota, però, è giustamente una prova d'orchestra in attesa di tornare ad accogliere gli spettatori.

“Il pubblico non c’è... ma quando arriverà il pubblico, noi saremo pronti; perché presto tornerà il pubblico a teatro!”. Amen. A pronunciare questo augurio speranzoso è il simpatico Maestro di cappella/Paolo Bordogna, protagonista dell’omonimo intermezzo di Domenico Cimarosa.

Anche il Teatro Verdi di Salerno si iscrive alla lunga lista delle istituzioni musicali costrette a far musica senza pubblico, puntando esclusivamente sullo streaming: si parte con il delizioso monologo comico cimarosiano, probabilmente composto tra il 1786 e il 1793 per un’ignota produzione.

Prima di iniziare, l’orchestra è intenta a intonare senza maestro l’Allegro spiritoso dalla Sinfonia di Lo frate ‘nnamurato di Pergolesi; entra in scena il Maestro di cappella, si volta verso la sala, ovviamente vuota, augurandosi di ritrovarla al più presto affollata; la prova può avere inizio. La “messa in scena” - lo spettacolo è privo di scene e costumi - è costituita da orchestrali e direttori che indossano il frac d’ordinanza.

Paolo Borgogna è coadiuvato dalla Filarmonica del Teatro Verdi di Salerno estremamente frizzante, in qualche punto dalle sonorità caricaturalmente eccessive, impreziosita dai magnifici brevi assoli del primo violino di spalla di Fabrizio Falasca. E, a differenza della Prova d’orchestra di Fellini, pur dopo qualche incertezza iniziale, il Maestro Bordogna riuscirà a serrare le fila dell’orchestrina.

Grazie alla propria vis comica, all’attenzione al colore delle parole, alle inflessioni, alla varietà di accenti, il protagonista riesce a far promanare garbo, leggerezza e ironia anche da un testo che, in definitiva, è poco più che appello di strumenti condito di divertenti esortazioni.

“Vi ringrazio, miei signori/ proveremo ad altro tempo/ un Andante, Allegro e Presto/ che faravvi stupefar (..)” canta nel finale il Maestro: non ci resta che attendere pazientemente l’altro tempo.

Si chiude con gli ormai consueti saluti di rito alla sala vuota e al pubblico collegato da casa.

Un saluto al teatro e uno agli schermi dei PC, delle TV, dei Tablet, attuali filtri tra noi e la musica dal vivo.

Per chi volesse rivedere l’intermezzo: https://youtu.be/y0Sp5_aVF_4

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sabato 5 dicembre 2020

Per aspera ad astra

 NAPOLI, 4 dicembre 2020 - È un esperimento, una sfida e una testimonianza di resistenza l’inaugurazione della stagione lirica 2020 - 2021 del Teatro San Carlo.

Sfumati, a causa della pandemia, sia il piano A che quello B - rispettivamente La bohème e The Seven Deaths of Maria Callas di Marina Abramovic - è Cavalleria rusticana a risuonare nella sala vuota del San Carlo in questo tribolato finale d’anno 2020. Si sperimenta per la prima volta - e speriamo tutti l’ultima! - un’apertura di stagione “virtuale”, senza pubblico; un’inaugurazione, quindi, del tutto priva di quel pizzico di mondanità, contorno tanto biasimato quanto necessario per qualsiasi prima di Gala che si rispetti. Si fa di necessità gran virtù: con la partnership di Facebook, il San Carlo si apre a un pubblico potenzialmente sterminato. A fronte del pagamento di un biglietto puramente simbolico è possibile vedere Cavalleria rusticana fino al 7 dicembre sul social network più popolare al mondo.

L’opera, eseguita in forma di concerto, è stata registrata lo scorso primo dicembre e viene trasmessa stasera in prima visione sulla pagina Facebook del Teatro San Carlo. L’esperimento, superato qualche intoppo iniziale di natura tecnica, può dirsi felicemente riuscito, avendo registrato punte di quasi diecimila interazioni nel corso della “diretta” Facebook.

È anche una sfida vinta questa Cavalleria rusticana: l’andamento della pandemia, con il suo corollario di restrizioni e incertezze, verosimilmente avrebbe potuto condurre alla cancellazione di qualsiasi attività musicale. Ciò non è avvenuto. Pur affrontando notevoli difficoltà, i teatri stanno resistendo: la linea del fronte, il labile confine tra silenzio e musica, sta tenendo. Anzi, proprio il pregio artistico di questa Cavalleria rusticana inaugurale è la meritata medaglia di questa prima battaglia vinta e il viatico di future vittorie.

Juraj Valčuha, l’Orchestra e il Coro del San Carlo sono in una delle loro sempre più ricorrenti serate di grazia. Il direttore impone urgenza e unitarietà drammatica all’opera: opta per tempi spediti, sempre giusti, perfetti nell’esaltare la tensione emotiva che scorre nei rivoli della partitura. Rispetto alla lettura sancarliana dello scorso anno (leggi la recensione ), Juraj Valčuha sembra concentrasi proprio sull’immediatezza drammaturgica, offrendo una narrazione arroventata della storia di corna, sangue, onore e vendetta. Ha dalla sua un’orchestra duttilissima, perfettamente amalgamata, pronta a rispondere a ogni cenno, e che nell’intenso Intermezzo, per qualità del suono e senso del fraseggio, scrive una delle più riuscite pagine della propria storia recente. Sarà imputabile al debordante anelito alla redenzione che alberga in questo momento storico in tutti noi, ma il Regina coeli (“Inneggiamo, Il Signor non è morto..”) così come intonato stasera dal Coro, con suono via via crescente e infine poderoso, è di quelli che emozionano, e non poco. Ma sarebbe riduttivo circoscrivere a questo intenso momento dell’opera gli elogi alla compagine guidata da Gea Garatti Ansini: tutti gli interventi corali appaiono da subito ben calibrati ed efficaci.

Uno dei punti di forza di questa produzione è il cast, in relazione al quale si rende doveroso ricorrere all’abusato aggettivo stellare.

La Santuzza di Elīna Garanča, per la prima volta al San Carlo, ha splendore vocale pari a quello della figura: il timbro corposo, caldo e scuro, spontaneamente poderoso nel registro basso e luminoso in quello acuto, consente al mezzosoprano lettone di dominare con naturalezza tutta la tessitura della parte. L’intelligenza interprativa della Garanča, poi, è tale da consentirle di delineare una contadina siciliana signorile, forse un po’ troppo altera, dominatrice delle proprie passioni, eppur sempre credibile: intensa e dannata nel "Voi lo sapete, o mamma...", implorante nel meraviglioso "No, no, Turiddu, rimani ancora..."straziata nella "Mala Pasqua!". Insomma, un’interpretazione che resta nella memoria e che fa rimpiangere non averla potuta gustare in teatro.

Jonas Kaufmann torna al San Carlo a pochi mesi dall’Aida estiva in Piazza del Plebiscito (leggi la recensione) per vestire i panni di Turiddu, nei quali dimostra di trovarsi assai bene sin dalla Siciliana iniziale  ("O Lola ch'ai di latti la cammisa"). Il suo è un protagonista carnale, viscerale e virile nella vocalità, spavaldo nell’affrontare e risolvere eccellentemente gli acuti (qualcuno un po’ troppo spinto, in verità) della parte. Nel corso della serata dalla voce di Kaufmann prende forma un Turiddu dal tratto eroico nell’accettazione del proprio destino e vocalmente sempre più generoso, proprio come quel vino che gli fa intonare un Brindisi trascinante e sulfureo. Nell’Addio alla madre, ricco di sfumature, timore e rimpianto, ritroviamo il Kaufmann fine cesellatore di frasi e dinamiche musicali che aveva farcito di mezzevoci il Radames dello scorso luglio.

Claudio Sgura ha vocalità tanto signorile e sicura che neppur la parte di Alfio - troppo spesso tripudio di suoni grevi e sguaiati - è in grado di incrinare il proprio credo vocale. Eppure, grazie a un timbro dal colore scuro, compatto e vellutato, il baritono salentino riesce ad esprimere perfettamente la gelosia e l’onore ferito e la conseguente sete di vendetta. Il tutto con classe; e, si sa, la classe non è acqua.

È una Lola di lusso quella di Maria Agresta, la quale, pur nella brevità della parte, ha occasione di mostrarsi accattivante e di esibire timbro suggestivo e dolce, nonché buona organizzazione vocale.

Ritorna al San Carlo il cameo di Elena Zilio come Mamma Lucia: pur mancando l’aspetto registico, l’identificazione tra artista e personaggio è perfetta. Chi l’ha ammirata al San Carlo in questi ultimi anni non può non convenire che Elena Zilio è Mamma Lucia.

Al termine di questa inaugurazione virtuale, l’ottimo livello dell’intero cast e il pregio dell’esecuzione ci fanno immaginare di ascoltare meritatissimi applausi scroscianti da parte della vastissima platea virtuale.

Questa Cavalleria rusticana, da ascoltare e da riascoltare, sarà disponibile fino alle ore 20 del 7 dicembre sulla pagina Facebook del Teatro San Carlo all’indirizzo https://www.facebook.com/teatrodisancarlo


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