lunedì 20 dicembre 2021

Natale in Gloria

 NAPOLI, 18 dicembre 2021 - Ricordiamo, apprezzammo e recensimmo (leggi la recensione) il Concerto di Natale dello scorso anno: interessante per il programma proposto, per l’ottima prova dell’Orchestra e del suo direttore Juraj Valčuha; ma... fu un concerto trasmesso in streaming sul sito MYmovies.it, quindi asettico, privato del contorno di gioia che si addice ad ogni concerto delle festività natalizie. Osservare attraverso lo schermo il teatro desolatamente vuoto, la sua platea, la panoramica sui palchi, non poter percepire il contatto con i musicisti e con il pubblico fece scendere su di noi un fitto velo di tristezza. Lo scorso anno, proprio in questi stessi giorni, eravamo in zona “rossa”, con teatri, cinema e tanto altro chiuso. Né si intravedeva, allora, uno spiraglio per la riapertura.

Il clima ora è fortunatamente migliore: dopo un anno ci ritroviamo insieme al San Carlo in un’atmosfera “quasi normale” prefestiva, se non fossero le mascherine che indossiamo a ricordarci di continuare ad essere prudenti. Ciò che non è cambiato rispetto allo scorso anno è la qualità della performance musicale e l’interesse delle proposte musicali, mai scontate, scelte per questo tipo di evento musicale: il filo conduttore di questo concerto natalizio è infatti la musica del ‘900, del nostro (o, almeno, per gran parte di noi) secolo, in questa occasione declinata secondo l’estetica del neoclassicismo. Programma imperniato su autori – Maurice Ravel, Sergej Prokof’ev e Francis Poulenc – che hanno attinto dall’ideale della “classicità” forme, stilemi e poetiche da suggerire e riproporre al presente, in una fase storica tribolata. Tornare all’antico per indicare una strada, meno tortuosa, per il futuro. Rappresentò un ideale; e sappiamo com’è andata.

È tutta imperniata sul raffinatissimo descrittivismo orchestrale Ma mère l'oye, suite orchestrale (1912) di Maurice Ravel: “..non c'è nulla che la musica non possa fare o tentare o descrivere, purché continui ad affascinare e ad essere sempre musica”, affermava il compositore francese in una dichiarazione sulla propria poetica musicale. Nel passaggio dall’originaria versione per pianoforte a quattro mani (del 1908) a quella orchestrale, Ravel, finissimo orchestratore, arricchisce ancor più di atmosfere fiabesche lo spartito per l’amato pianoforte, infondendo alla partitura un senso diffuso di grazia, leggerezza e, soprattutto, atmosfere orchestrali trasognate, dei veri e propri bozzetti sonori intimi e raccolti. Orchestrazione e poetica che costituiscono suggerimenti perfetti per Juraj Valčuha e l’Orchestra del San Carlo, i quali, in perfetta simbiosi tra loro, firmano un’esecuzione strabiliante per tenuta complessiva, cura dei dettagli, bellezza e smagliante evanescenza sonora.

Sin dalla iniziale Pavane de la belle au bois dormant riascoltiamo la conferma della natura cameristica della partitura di Ravel: l’ordito orchestrale, con la tenue tarsia musicale tra gli strumenti, diventa trasparente, fino a diventare avvolgente, come il velluto degli archi. La ricerca di timbri evanescenti, la chiarezza espositiva orchestrale, così come dello scintillio strumentale (Laideronnette, impératrice des pagodes) sono una costante dell’esecuzione dell’intero brano, condotto da Valčuha procedendo con una scelta di tempi appropriata e impreziosita dal ricorso a una dinamica mobilissima e dall’apporto “cameristico” delle sempre precise prime parti dell’Orchestra.

Una raffinata serie di suggestioni musicali e poetici, questa esecuzione di Ma mère l'oye, che costituiscono il ponte con atmosfere e mondi lontani – sublime e perfettamente resa quello dell’Oriente in Laideronnette, Impératrice des Pagodes - così come quello, costruito sul lento crescendo, di Le jardin féerique.

L'esecuzione fa della pulizia e del fine tocco di cesello le proprie bussole esecutive. Orchestra e prime parte procedono come “per sottrazione”: si ha la sensazione che la pulizia dell’esecuzione faccia emergere spontaneamente tutte le meraviglie strumentali e armonici di cui la partitura di Ravel è ricca.

Sono il Walzer e la Mazurka, danze seppur deformate dall’ironia e dal sarcasmo proprio di Prokof’ev, gli strumenti attraverso i quali, anche con la Suite n. 1 dal balletto Cenerentola, op. 107, il musicista russo si appropria dell’ideale classicista: se nel precedente brano proposto, Ma mère l'oye, a dominare erano suggestioni ed evocazioni timbriche, nella suite dal balletto Cenerentola assistiamo a un radicale cambio nell’approccio: deciso, corrosivo, con sonorità sferzanti, tagliente. Il gesto di Valčuha infatti “taglia” la musica, si impone sull'orchestra più visibilmente, mentre in Ravel suggeriva e chiedeva.

L’orchestra, sempre scintillante per luminosità e precisione, sorprende per la versatilità con la quale affronta nella stessa serata mondi musicale così eterogenei tra loro e, all’interno della stessa Suite di Prokof’ev, per l’appropriatezza e la precisione con la quale vengono affrontati brani tra di loro diversi, come, ad esempio, la brumosa Introduzione - Andante dolce e le successive, così diverse nella temperie sonora, Danza dello scialle, Mazurka, Walzer di Cenerentola: ad ogni pezzo viene conferito il giusto peso sonoro, il più appropriato colore orchestrale, il giusto risalto agli strumenti che sostengono il basso dell’armonia e al lavorio delle percussioni.

L’entusiasmo, pur comprensibile, del pubblico è tale che lo porta ad applaudire, purtroppo, tra un brano e l’altro..

La seconda parte del concerto è dedicata a un capolavoro della musica sacra del ‘900, il Gloria (composto nel 1959 ed eseguito nel 1961) per soprano, coro e orchestra di Francis Poulenc. Dallo spirito totalmente parigino, cartesiano, Poulenc esprime nel suo Gloria una religiosità che non rinuncia minimamente alla razionalità: una religiosità intima, lontana dalle certezze trionfanti dei dogmi. E questa concezione si riflette in questa sublime pagina di musica sacra che recupera con asciuttezza ed essenzialità stilemi del passato.

Il Gloria vede la partecipazione del soprano statunitense Lauren Michelle, in possesso di voce dal timbro bello al pari della figura: una voce celestiale, immacolata per purezza timbrica, ben proiettata, liricissima, che plana con disinvoltura sul paesaggio sonoro disegnato dall’orchestra e coro nel conclusivo Tu solus Altissimus Jesu Christe. La Michelle padroneggia con disinvoltura gli ostici intervalli di cui è disseminata la propria parte vocale (Domine fili unigenite Jesu Christe); intensa nella sua compostezza nel Domine Deus, laMichelle si dimostra interprete misurata, fine cesellatrice nel fraseggio.

Una prestazione, quella di Lauren Michelle, debuttante al San Carlo, da ricordare e incorniciare.

Sul coro si regge gran parte del Gloria di Poulenc: quello del San Carlo, diretto da José Luis Basso, dopo l’eccezionale prova del recente Otello (leggi la recensionele) dà ancora una volta prova di estrema versatilità e precisione nell’affrontare repertori tra loro tanto diversi e in un ristrettissimo arco temporale. Tra i vari punti di forza, si segnalano il perfetto equilibrio dei pesi sonori tra le varie corde, la varietà coloristica del suono, che, evanescente e perfettamente integrato con quello orchestrale, avvolge la magnifica voce della Michelle nel sublime Tu solus Altissimus Jesu Christecum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris Amen. Ma il Coro dimostra di saper perfettamente calibrare dinamiche, di creare atmosfere sospese, dipinte ad acquerello; ma, allo stesso tempo, non mancano le esplosioni compatte e poderose (ad esempio, Miserere nobis a conclusione del Qui sedes ad dexteram Patris).

Juraj Valčuha dal podio più che dirigere sembra benedire la struttura sonora del Gloria di Poulenc, optando per una lettura raccolta, rigorosa, aliena dall’esteriorità: la struggente bellezza e intensità della partitura, così immediata, sembra che traluca ancor più laddove il direttore tenda a “nascondersi”, limitandosi ad accarezzare un’orchestra ispiratissima, duttile nelle sonorità, sempre pronta, in tutte le sezioni, a tradurre in intensità emotive le indicazioni dinamiche.

E dopo l’Amen conclusivo il pubblico appare stregato nel suo composto silenzio: l’applauso parte soltanto quando Valčuha ha abbassato il braccio destro; poi, tantissimi e prolungati applausi tributano il meritatissimo successo a un concerto entusiasmante.

Valčuha riceve, quasi sorpreso ma visibilmente soddisfatto e felice, un omaggio floreale da un’affezionata ammiratrice: lo mostra a tutta l’orchestra, condividendo il dono. Si continua ad applaudire, felici di aver assistito di nuovo a teatro al Concerto di Natale.

Buon Natale a tutti!

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sabato 18 dicembre 2021

Polvere e luce

 Salerno, 15 dicembre 2021 – Non poteva che essere La traviata a segnare il ritorno dell’opera all’interno del Teatro Verdi di Salerno: dopo il silenzio imposto dalle fasi più acute del Covid, gli spettacoli trasmessi in streaming, quelli estivi nell’area del Parco urbano dell’Irno a ridosso del Teatro Ghirelli, finalmente l’opera torna a casa sua, tra i caldi velluti del Teatro Municipale Giuseppe Verdi. Per l’occasione, Violetta ed Alfredo chiamano e il pubblico risponde: sala strapiena, sold out, visibile entusiasmo stampato sui volti, sebbene mascherati, degli spettatori; e al termine un convinto e caloroso successo.

Ci si affida a uno spettacolo – regia e costumi di Massimo Gasparon, scene di Alfredo Troisi – “tradizionale”, volendo adoperare questo sterile e insignificante aggettivo per classificare gli spettacoli lirici. Tra vistosissimi e opprimenti drappeggi – non di velluto; di cartapesta, ipotizziamo – viene incastonata la storia di amore e morte di Violetta: un enorme specchio reclinato, una tavola imbandita, intorno alla quale si aggira una Violetta sola e già sconfitta; il nido d’amore sul quale piomba Germont padre è un sobrio e candido palazzo ottocentesco; si ritorna alla festa dell’oltraggio di Alfredo in un turbinio di costumi sgargianti, crinoline e falpalà, fondali specchiati, dominati dal nero laccato. Violetta divora i suoi ultimi momenti in un’ampia camera dominata da un sontuoso letto. Insomma, uno spettacolo, quello firmato da Massimo Gasparon, nel quale si ritrova tutto ciò che ci si può aspettare da una Traviatatradizionale, più come la pretende(va) un certo pubblico che “come la voleva Verdi”. Il regista organizza la drammaturgia dell’opera senza scossoni, procedendo, più o meno, seguendo le indicazioni del libretto. In effetti, nel corso dello spettacolo, la sensazione è che gran parte della recitazione sia demandata alle buone intenzioni degli interpreti, i quali, ad eccezione della Violetta di Nino Machaidze, non appaiono tanto fantasiosi e fecondi di trovate originali. Eccessivamente compassati i Germont (figlio, soprattutto), coro e danzatori si muovono quanto il palcoscenico del Teatro Verdi consente loro.

Sul piano musicale, maggior partecipazione. La direzione di Pier Giorgio Morandi assicura buona tenuta musicale al tutto, tesa com’è a accompagnare cantanti e compagine corale con sicurezza, assicurando buona coesione tra buca e palcoscenico, tendenziale precisione, agogica e dinamiche coerenti e aderenti allo sviluppo del dramma. Una Traviata, anche sul versante musicale, all’insegna della tradizione esecutiva (sì, ritroviamo la tradizione!), nella quale ci sono tutte le arie e le cabalette, ma senza i da capo, dove mancano, invece, le puntature non scritte da Verdi ma pretese dalla “tradizione”. L’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi è affidabile, flessibile nel dar corso alle indicazioni del direttore, ai suoi rallentamenti e alle sue accensioni: molto ben eseguito il solo del clarinetto su “Dammi tu forza, o cielo!”E fa bene, per sostegno e coesione sonora, anche il Coro del Teatro Verdi di Salerno, diretto per l’occasione e per la prima volta da Armando Tasso.

A dominare il cast è il fascinoso soprano georgiano Nino Machaidze, raffinata e solida interprete di Violetta, della cui psicologia complessa e anima tormentata dimostra ancora una volta di saper scandagliare le pieghe più interne. E riesce a disegnare una Violetta umana, affranta, appassionata e dolente grazie a un fraseggio analitico, intenso, una linea di canto sfumata, che procede sempre ben appoggiata sul fiato e sfoggiando tanto acuti luminosi e timbrati quanto improvvise e struggenti smorzature. Precisa nelle colorature, avvincente nel canto lirico e legato, commovente e di notevole intensità drammatica nel finale, Nino Machaidze fa di Violetta una donna che rincorre gli ultimi scampoli di vita, una creatura passionale, sfaccettata nei sentimenti e, infine, sublimata dal proprio sacrificio.

Machaidze, infatti, convince sin dal Brindisi iniziale; i colori di una vocalità dominata da tecnica agguerrita si incupiscono in “È strano! È strano…”: lentamente lo stupore e la passione amorosa subentrano alla ilarità e leggerezza della festa, cedendo il passo alla vorticosa ebbrezza canora della successiva cabaletta “Sempre libera”,nella quale le colorature vengono affrontante con sicurezza, senza glissarne alcuna, gli acuti risultano “girati” e squillanti. Il “Dite alla giovine”, all’interno del nevralgico duetto con Germont padre, è sussurrato a mo’ di resa al proprio destino: anche scenicamente Nino Machaidze anima un duetto al quale la regia si limita ad impartire movimenti scenici convenzionali. Catartico e intenso il suo “Amami, Alfredo” cantato, su un’esplosione orchestrale, come solo il sincero amore può dare.

Il disfacimento, psicologico prima che fisico, di Violetta è racchiuso in “Addio del passato”: la Machaidze esalta le proprie capacità espressive ed emozionali per delineare una donna divorata dal tarlo della solitudine e pienamente consapevole della fine imminente: il canto s’increspa, il fraseggio si fa ancor più tormentato.

Nell’atto III ci soffermiamo su un particolare che si imprime nella memoria all’ascolto: una frase il cui senso condensa il dramma degli ultimi istanti di vita di Violetta e alla quale l’interprete dà attenzione e peso espressivo. Su “Ma se tornando non m’hai salvato, a niuno in terra salvarmi è dato”orchestra e soprano rallentano notevolmente e improvvisamente; il colore sonoro della frase musicale diviene grigio, disperato. Proprio in quell’istante Violetta realizza che se neppure Alfredo riuscirà a salvarla per lei davvero ogni speranza sarà morta. Quel vistoso rallentando è una lunga pausa al flusso di entusiasmo e felicità che anima improvvisamente Violetta non appena le viene annunciato il ritorno di Alfredo. Se la caratura dell’artista si nota anche – e soprattutto – dai particolari più piccoli, questa inflessione musicale, una lenta nenia cupa e cinerea, diventa il miglior termometro della statura artistica del soprano georgiano, Violetta acclamata e di riferimento dei nostri giorni.

Purtroppo nel corso della serata l’Alfredo di Antonio Poli è raramente sintonizzato sulle onde espressive della partner musicale: pur in possesso di mezzi vocali generosi, il suo Alfredo si presenta scenicamente impacciato; sul versante strettamente vocale, la bussola della navigazione canora viene impostata su un canto tendenzialmente stentoreo, troppo energico, nel quale le mezzevoci, pur presenti, non appaiono sempre ben appoggiate.

Quella di Antonio Poli è una prova che cresce e migliore nel corso della serata, soprattutto grazie a una voce dal bel timbro suadente, generosa nel volume, ma, a parere di chi scrive, distante, per aderenza stilistica e gusto, dalla vocalità che la parte di Alfredo postula.

Convince maggiormente, più per l’autorevolezza vocale che per versatilità scenica, Massimo Cavalletti come Giorgio Germont: voce squillante, dal bel timbro caldo, generalmente ben emessa, al netto di qualche asprezza d’emissione. È un Germont padre a tratti ruvido e sbrigativo, ma complessivamente affidabile sebbene monolitico nell’interpretazione.

Le parti secondarie completano degnamente il cast, contribuendo ad assicurare il buon esito complessivo dello spettacolo: tra queste segnaliamo la Flora Bervoix di Sofia Koberidze, l’Annina di Miriam Artiaco, il tonante dottor Grenvil di Carlo Striuli, il barone Douphol dell’esperto Angelo Nardinocchi.

Al termine, grande e convinto successo per tutti, fiori lanciati sul palcoscenico dalla barcaccia, ovazione per la star Nino Machaidze.

Pubblico felice, teatro pieno e tanta voglia di ricominciare anche all’interno del Teatro Giuseppe Verdi di Salerno. Non a caso è Ci muove la passione! lo slogan del Teatro Verdi!

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giovedì 16 dicembre 2021

Il senso del teatro

NAPOLI, 14 dicembre 2021 – All’inizio disorienta, poi interroga e fa pensare; infine emoziona la rivisitazione registica dell’Otello di Giuseppe Verdi messa in scena da Mario Martone, seconda inaugurazione della Stagione lirica 2021 – 2022 del Teatro San Carlo (la prima apertura, lo scorso ottobre, con La bohème. Leggi la recensione). Delle contestazioni della prima al regista si è parlato e scritto molto nei giorni successivi; ora, al termine dell’ultima replica, proviamo a tracciare un bilancio di questo discusso spettacolo, che ha diviso, e non poco, il pubblico, in teatro e soprattutto nel foyer virtuale dei social.

Dopo aver visto – e più di una volta – questa produzione, ci schieriamo senza riserve dalla parte di chi ha individuato nella regia di Martone un’originale, suggestiva e, soprattutto, acuta riflessione sull’essenza del dramma verdiano (e prima ancora di Shakespeare). Se il più nobile fine del teatro è quello di interrogarci, provando a suscitare risposte, indurci alla κρίσις (crìsis), nell’accezione semantica greca di “scelta, decisione, distinzione”, questo spettacolo è un esempio di vero teatro.

La visione teatrale di Martone, coadiuvata dalle appropriate scene di Margherita Palli (essenziali, basate su videoproiezioni riproducenti bellissimi scenari mediorientali, cieli stellati, rovine romane nel deserto; poi ci sono ospedali da campo, tende e container militari), dai costumi – divise militari contemporanee – di Ortensia De Francesco, il tutto impreziosito dal gioco di luci e video rispettivamente di Pasquale Mari e Alessandro Papa,  è l’attualizzazione del femminicidio shakespeariano: Martone ci spiattella in faccia, senza fronzoli e con tutta la brutalità del gesto, un vile uxoricidio contemporaneo; ci trascina davanti ad uno specchio nel quale noi contemporanei proviamo vergogna a guardarci.

Lo scopo del regista napoletano è quello di indagare il presente e scuoterci e, forse, in ultimo, scandalizzarci con la crudezza della storia raccontata. Insomma, niente di più e di meno di ciò che il teatro di Verdi persegue (o dovrebbe perseguire): far riflettere, interrogare, scandalizzare.

Non è – né vuole assolutamente esserlo – uno spettacolo rassicurante. Tutt’altro. Gli atti III e IV sono due pugni nello stomaco il cui dolore si avverte a lungo. Eliminati gli orpelli quattrocenteschi che fanno da contorno al dramma, Martone ci racconta una storia dei nostri giorni, di ufficiali impegnati in una missione di pace in un non identificato paese mediorientale, dove serpeggiano i dèmoni sempre contemporanei dell’invidia, della gelosia, dell’odio, della menzogna e della falsità.

E dunque via il Leone di San Marco, via il fazzoletto, via il sontuoso baldacchino nel quale tante volte abbiamo visto Desdemona strangolata, per lasciar spazio a ufficiali in tuta mimetica, ambasciatori veneziani in giacca e cravatta, accampamenti militari, infermerie da campo, mitra, casse di birra, belle ragazze provocanti e disponibili che durante Fuoco di gioia sanno come tener desto il morale della truppa, rovine romane nel deserto mediorientale. L’eroismo e gli azzimati ufficiali cedono il passo alla quotidianità, in un contesto che ricorda quello di missione di pace (peacekeeping, direbbe chi vuol essere cool), come a ricordarci che quei mali non si annidano solo tra gli eroi della tragedia del Bardo, ma tra persone comuni, nel nostro presente e non in un passato lontano quanto suggestivo. Durante l’uragano iniziale i militari di Otello salvano dal mare in tempesta un gommone stracarico di migranti alla deriva. Jago tesse la sua trama tra tute mimetiche e kalashnikov  pronti a sparare in aria a mo’ di festeggiamento; Otello e Desdemona consumano la loro notte d’amore in una tenda militare, sovrastata del cielo stellato d’oriente.

È il personaggio di Desdemona – ed è questo uno degli aspetti più interessanti della rilettura di Martone – a subire una rivoluzione copernicana nella sua concezione: non è rappresentata quale donna dimessa e sottomessa al volere di Otello. Qui Desdemona è donna dalla personalità energica, che ha un rapporto paritetico con il marito, una soldatessa che sa tener testa ad Otello, che lotta fino all’ultimo, soprattutto fisicamente, contro il marito uxoricidia e il proprio dys-dàimon (dys, negativo; dàimon, destino).

Nel corso dello spettacolo ci si accorge che Mario Martone di Otello non fa che esaltare gli elementi costitutivi della tragedia: è una storia di gelosia e invidia, follia e solitudine. E tutto ciò c’è, e si vede. Nessun oltraggio a Verdi, come qualcuno potrebbe lamentare. E pazienza se nel finale Otello non ha accanto Desdemona fredda, muta e bella: quella di Otello è la morte di un uomo solo, precipitato dall’invidia e dal sospetto in un abisso di solitudine. Desdemona, strangolata e portata via su una semplice barella, diviene agli occhi di Otello morente un’idea lontana e ormai svanita di amore. La follia di Otello ha distrutto un sogno; Desdemona non può essergli vicina nell’ultimo istante, neppure da cadavere. Otello è solo più che mai.

Scelte registiche coerenti e conseguenziali con la scelta di fondo, quella di raccontare, attualizzandola, una tragica vicenda di amore, gelosia, invidia, calunnia e morte.

Non ci scandalizziamo, quindi, per il fazzoletto sostituito da un foulard, per i mezzi militari in scena, per Desdemona che, invece di bamboleggiare in ubertosi giardini ciprioti, si prodiga a curare profughi ammalati in un ospedale in un ospedale da campo; ammiriamo la trovata registica secondo la quale, all’inizio del IV atto, sul meraviglioso assolo del corno inglese vediamo Otello chiamato a fornire risposte ai messaggeri della Serenissima per le pubbliche escandescenze del finale dell’atto III; che gli ultimi momenti di vita di Desdemona si consumino in uno spartano container militare di due stanzette, con armadietto, TV e una squallida branda miliare. Come in un film thriller Otello si introduce nella stanza di Desdemona; si siede sul letto per interrogarla e, del tutto privo dell’allure del militare valoroso, appare per quel che è, un vile uxoricidia, dilaniato da un sospetto di gelosia che gli ha obnubilato ogni facoltà mentale; le comunica la sentenza di morte; Desdemona combatte contro il suo assassino, gli punta contro la pistola d’ordinanza in precedenza nascosta sotto il cuscino, con tutta la sua forza tenta di allontanargli le mani dalla bocca e dal collo; ma soccombe e muore strangolata. Da brividi, un potentissimo pugno dello stomaco.

La salma di Desdemona esce dalla scena del crimine in barella, rapidamente e senza enfasi, proprio come una delle tante donne ammazzate dai propri compagni e di cui purtroppo sono disseminate le cronache. Otello, come detto, muore solo; la follia omicida gli nega anche di poter dare il bacio estremo a Desdemona: una scena, quella finale, tanto infedele alla didascalia del libretto di Boito quanto potentemente drammatica e dall’impatto emotivo indelebile.

E quando cala il sipario il pubblico è attonito.

Il teatro ha assolto al suo compito: ci ha scossi, mostrandoci la disumanità che alligna nel quotidiano che invece fingiamo essere rassicurante e confortevole.

A mancare in questa regia, ad onor del vero, rispetto all’originale di Shakespeare e alla rielaborazione di Boito, è solo l’elemento dell’alterità di Otello, il suo essere moro in un mondo di bianchi, il suo essere condottiero valoroso al servizio di una potenza occidentale e, ciò malgrado, rifiutato. Il demone del razzismo, così presente nella ambientazione della Cipro del Quattrocento, purtroppo ad oggi ancor non è eradicato. Siamo sicuri che il tatto registico di Martone, nell’attualizzare la vicenda, se avesse voluto, avrebbe saputo affrontare articolatamente anche questo aspetto. Nelle note di regie incluse nel programma di sala Martone si limita ad affermare che “Ma se il fatto che Otello sia straniero conta certamente in Shakespeare, oggi mi rendo conto che nell’opera di Verdi e Boito, a parte alcuni passaggi del libretto, la questione non è un tema e che ben altro vi si trova, scavando nel rapporto tra uomo e donna”.

Ci auguriamo che questo Otello, intelligente e originale per scelte registiche, pregevole per la recitazione di tutti, per l’attenzione ai particolari (la mano di Martone profondo conoscitore delle dinamiche teatrali si intravede in ogni movimento degli artisti e del coro, non avendo lasciato nulla al caso) sia stato videoregistrato dal Teatro: sarebbe un peccato non poterlo rivedere.

Ma sarebbe riduttivo limitarsi a decantare l’aspetto registico, in presenza di una parte musicale ricca di spunti e pregevolissima da tutti i suoi punti di vista.

Partiamo dalla direzione ispiratissima, dalla trascinante forza drammatica di Michele Mariotti, il quale, dopo il successo in Aida della scorsa estate in piazza Plebiscito, sceglie la più confortevole sala del San Carlo per concertare, e per la prima volta, Otello.

Quella del direttore pesarese è una lettura che coniuga rigore e fantasia: una conduzione trascinante, perfettamente aderente alla drammaturgia, tesa, ma che esalta il lirismo presente nella partitura (meraviglioso il manto orchestrale steso sotto la frase “è il fazzoletto che le donai pegno primo d’amore” pronunciata da Kaufmann con far estatico e malinconico!), i colori (la lugubre, plumbea entrata di Otello nel IV atto), il trionfalismo sonoro dell’arrivo dei messaggeri veneziani, il corrusco e folgorante uragano iniziale. Grazie a un’orchestra in stato di grazia, malgrado a ranghi ridotti (sì, sempre a causa del Generale Covid..), la direzione di Mariotti è un florilegio di sonorità ricercate, di colori, fluttuanti all’interno di una dinamica mobile, impreziosita da qualche rubato sempre appropriato.

Una conduzione energica, palpitante, “ansante”, per adoperare un participio del libretto, (si pensi introduzione orchestrale duetto della Pleiade) che sfuma nel lirismo più intimo dell’accompagnamento della Canzone del salice e dell’Ave Maria e nelle carezze e fendenti orchestrali che accompagnano “Niun mi tema”. Eppure Mariotti, anche nelle oasi più liriche, non rinuncia alla coerenza e alla tenuta drammatica, imprimendo tensione e nerbo alla scrittura verdiana, (si pensi all’arroventato duetto Jago – Otello nell’atto II, all’incandescente e solenne concertato che chiude l’atto III, giusto per limitarci a due esempi).

Sugli scudi il Coro del San Carlo, diretto da José Luis Basso: perfetto per intonazione, idiomaticità, compattezza, bellezza e potenza sonora – malgrado i coristi càntino con la mascherina! -, effetti timbrici delle varie corde, in questa prova condotte ad unità stupefacente. Ma a stupire, e non poco, è il fuoco di passione (“di gioia” potremmo dire, trattandosi di Otello), quel flusso di entusiasmo, di effervescenza sonora che emana l’intera compagine e che la guida del neo direttore José Luis Basso ha saputo accrescere e valorizzare. Impressiona la potenza sonora emanata dall’uragano iniziale, fa saltare dalla sedia il “Fuoco di gioia” e il Brindisi di Jago; è avvolgente, sin dall’”Evviva il leon di San Marco!”, il concertato finale del III atto. Il Coro ha contribuito, e in modo determinante, all’ottima riuscita dello spettacolo, il quale poggia su di esso come pilastro essenziale. Date queste premesse, aumenta la curiosità di ascoltare la compagine corale nelle numerose sfide che le stagioni, liriche e sinfoniche, le riservano.

Bene, come ci ha costantemente abituato, il Coro di Voci Bianche, ben integrato con quello degli “adulti” nell’atto II, guidato da Stefania Rinaldi.

Per quanto i fili della trama siano mossi da Jago e malgrado la difficoltà della parte, Otello è opera fetish per i tenori o, meglio, per un certo tipo di tenori. Quali caratteristiche, vocali e interpretative, debba avere oggi la voce per Otello è argomento complesso che non possiamo affrontare in questa sede. Qui ci limitiamo a dire che per questa produzione il San Carlo schiera un Otello di lusso, Jonas Kaufmann.

Tralasciamo volutamente il discorso su tecnica, impostazione, su colore e peso vocale che, a dispetto della ormai lunga carriera di Kaufmann, restano argomenti irriducibilmente divisivi (e, tutto sommato, noiosi, se avulsi dal risultato artistico finale), per provare a descrivere, liberi da paragoni irrealizzabili e al giorno d’oggi improponibili, l’interpretazione di questo Otello. Hic et nunc l’Otello a cui dà voce e corpo Jonas Kaufmann è un uomo annichilito dai demoni della gelosia e del sospetto: è un uomo che vive delle contraddizioni di noi contemporanei, vittima di odio e allo stesso tempo spietato carnefice della propria consorte. Dopo l’incisivo “Esultate!” Kaufmann opta per un Otello lirico e sinceramente innamorato nel I atto, cesellato, che traduce il proprio amore per Desdemona in un canto sfumato, dove abbondano mezzevoci, smorzature e colori. Nel II atto, quando la gelosia si è ormai impadronita della sua suscettibile psiche, l’Otello di Kaufmann diventa arroventato nelle intenzioni e nella vocalità, superando con onore le forche caudine delle quali è disseminata la temibile scrittura vocale del II atto, nonché quelle della poderosa orchestrazione che il genio di Verdi gli scaglia contro nel finale d’atto. Interprete attento, analitico, si cala in una recitazione efficace, esasperando, così come voluto da Martone, i tratti di follia e cieca violenza che prendono il predominio nel militare innamorato, devoto valoroso e stimato. Se “Dio! Mi potevi scagliare” è sfumato e cesellato come un Lied tedesco, il suo “Nium mi tema mescola sussurri, singhiozzi, mezzevoci (personalissime, come sempre per tecnica, ma pur sempre suggestive) e rimpianti: una trenodia rivolta alla visione di Desdemona ormai perduta e trasfigurata: la gemma di una interpretazione superba, che, non può lasciare indifferenti. In definitiva, una prova magistrale quella di Jonas Kaufmann, per aver saputo rendere le varie sfaccettature psicologiche del complesso personaggio di Otello, attraverso una variegata gamma di accenti e inflessioni vocali e, aggiungiamo, malgrado una vocalità che indubbiamente inizia a difettare nello squillo e talora di peso specifico quanto a volume.

Il tenore bavarese disegna un Otello che, anche per la recitazione, definiremmo “nevrotico”, figlio dei nostri tempi: se ogni epoca ha avuto il suo Otello, quello degli anni ‘20 del terzo millennio è quello di Jonas Kaufmann. Si potrà obiettare che i suoi mezzi risultino un po’ appannati nel corso della serata, soprattutto a causa di un po’ di stanchezza vocale, percepibile in tutto il cast dopo ben sette recite consecutive (sei per Kaufmann); ma, in ogni caso, dove non arrivano i mezzi naturali, sono l’intelligenza e la musicalità dell’artista a supplirvi egregiamente.

Accanto all’Otello lacerato e nevrotico di Jonas Kaufmann, Maria Agresta è una Desdemona battagliera, una donna tenace che affronta il martirio con determinazione, non prima di aver tentato di resistere e di opporsi, anche fisicamente, alla furia distruttrice di Otello e del proprio destino. Il soprano italiano, esperto della parte, grazie a una buona tecnica che consente di alleggerire l’emissione canta infatti tendenzialmente molto bene: forgia ai suoi desiderata una voce naturalmente corposa, ricca di armonici, molto ben proiettata. È un fiume di voce il suo “E son io l’innocente cagion di tanto pianto! Qual è il mio fallo?”mentre l’Ave Maria è una preghiera sussurrata, smorzata benissimo, pervasa da convinta religiosità e dagli oscuri presagi per la fine imminente. Ma i pregi dell’Agresta non si limitano agli aspetti vocali: la concezione dell’energica personalità della Desdemona concepita da Mario Martone, non sarebbe emersa compiutamente se  il soprano non fosse la convincente artista dominatrice del palcoscenico qual è e non rendesse con naturalezza ogni gesto che la regia le richiede. Spolvera e nasconde la pistola che nel IV atto punterà contro Otello con la credibilità di un militare e la spontaneità di un’attrice da serie TV, lotta fisicamente con Otello, nel finale dell’atto III, come un’esperta di arti marziali. Insomma, è così calata nel ruolo di soldatessa che ne replica perfettamente riti e movenze. L’Ave Maria è l’unico momento dello spettacolo che riceve applausi a scena aperta, preambolo dell’acclamazione finale.

A tramar la prova del peccato d’amor è lo Jago mellifluo, strisciante e sibilante di Igor Golovatenko, dotato di mezzi vocali possenti per volume e squillo, soltanto troppo chiaro nel timbro – soprattutto se paragonato con quello di Otello – e talora con qualche nota del registro basso artefatta e sfuocata, ma raffinato fraseggiatore, interprete analitico, attento al peso della singola parola e delle più piccole inflessioni verbali e vocali della complessa parte di Jago. Golovatenko rende in maniera convincente quella michelangiolesca incarnazione del Male che è il personaggio di Jago: restano impressi la plastica autorevolezza di un Credo ferventemente e sfacciatamente nichilista nel suo trionfo di suoni poderosi, il Sogno dal fraseggio variopinto per dinamiche e colori, sussurrato come una sottile calunnia, concluso con l’esplosione mefistofelica di “…lo vidi in man di Cassio!”. Considerato che Golovatenko debutta con questa produzione nei panni di Jago, la sua è una prova di estremo interesse, da tenere d’occhio per l’evoluzione interpretativa e vocale del complesso personaggio.

Tendenzialmente convincente Alessandro Liberatore nei panni di Cassio: voce dal bel timbro, ma talora con quale imprecisione nella zona più alta della tessitura. A Manuela Custer è sufficiente la breve parte di Emilia per dimostrare ancora una volta la propria statura di artista, raffinata, convincente come cantante e come attrice. Impossibile immaginare un’Emilia più appropriata per questo spettacolo, speculare, per determinazione e forza interiore, alla Desdemona di Maria Agresta. Fa bene Matteo Mezzaro come Roderigo e spicca per autorevolezza vocale e scenica il Lodovico di Emanuele Cordaro. Chiudono degnamente il cast Biagio Pizzuti come Montano e Francesco Esposito, artista del Coro, quale Araldo.

Al termine, un lusinghiero successo per tutti: applausi prolungati benedicono uno degli spettacoli più intelligentemente innovativi (e quindi divisivi; ma – grazie al Cielo! – la lirica è viva anche perché genera irriducibili fazioni) visti al San Carlo negli ultimi anni, una sintesi interessante tra teatro e musica, nella quale svetta il lavoro di Orchestra, Coro, tecnici di palcoscenico e interpreti.

Date le premesse, ci auguriamo di godere di spettacoli di questo stesso valore artistico nel prosieguo della Stagione.

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lunedì 13 dicembre 2021

I cicli delle ombre

Affine soltanto per titolo, organico orchestrale ridotto e concezione cameristica alla Serenata in Sol maggiore K 525 di Wolfgang Amadeus Mozart, la celeberrima Eine kleine NachtmusikPiccola musica notturna (1954) di Dallapiccola è una successione di suggestioni sonore, oniriche, rarefatte come la notte in Una noche de verano (Una notte d’estate), poesia di Antonio Machado che ispira la breve partitura dedicata a un gigante della direzione d’orchestra, Hermann Scherchen, il quale, a metà anni ’50, prodigava molta energia nella diffusione della musica contemporanea.

Suggestioni notturne atemporali, atmosfere sospese, colori plumbei e armonie sferzanti, qualche decisa dissonanza sono dunque gli elementi sui quali si fonda il lavoro di Dallapiccola, che trova nella lettura di Juraj Valčuha e dell’Orchestra del San Carlo attentissimi esecutori, precisi nel tradurre in suoni le tante indicazioni esecutive di bisbigliandoleggerissimomisterioso di cui è disseminata la partitura.

Analitico come sempre, e soprattutto come quando si approccia all’amato repertorio novecentesco, Valčuha indaga nelle pieghe della partitura alla ricerca dell’effetto più nascosto e della dinamica più cesellata, viatici e introduzioni all’articolato mondo sonoro dei successivi brani in programmi, entrambi di Richard Strauss.

Il Richard Strauss che tra il 1946 e il 1948 compone i Vier letzte Lieder è un uomo che vede la Nera Signora avvicinarsi verso di lui: morirà infatti nel 1949.

Dominati da un tono crepuscolare e dalla placida accettazione della fine incipiente, questi brani segnano il ripercorrere del ciclo naturale della vita. Strauss si congeda dal mondo con questa intensa e lirica raccolta di Lieder (il cui appellativo di ultimi è stato attribuito dall’editore, non dal compositore), dalla concezione quasi intimistica, malgrado il folto organico orchestrale.

La riproposta al Teatro San Carlo dei Quattro ultimi Lieder ci dà la possibilità di ascoltare per la prima volta a Napoli la meravigliosa voce di Lise Davidsen, giovane soprano norvegese dotato di voce torrenziale, dal bellissimo colore tendente al brunito, strabiliante per rotondità, ricchezza di armonici e volume. Eppure, a stupire ancor di più è la capacità della Davidsen di governare, assottigliando incredibilmente l’emissione, una linea di canto naturalmente debordante: ed è grazie a una tecnica perfetta, alla spiccatissima musicalità dell’interprete, allo scavo nello spartito finalizzato a rendere efficacemente ogni segno di espressione che la lettura del soprano norvegese si impone per lirismo, incisività, duttilità d’accenti nel corso dei quattro Lieder. Ci emoziona e ci seduce questa lettura così scavata, quasi tormentata, che nel suo fluire sa alimentare l’ansia per la trasfigurazione finale di Im Abendrot.

Se Frühling, - su testo,come i successivi September  e Beim Schlafengehen, di Hermann Hesse - si colora di una tinta sonora luminosa, l’atmosfera si increspa e incupisce sin dal secondo Lied, September: la Davidsen inizia quel dialogo, ora sommesso, ora più incisivo, con l’orchestra modulando con spontaneità la colonna di suono emessa dal proprio perfetto strumento vocale (soltanto piuttosto esangue nel registro grave, se proprio si vuol trovare il pelo nell’uovo), adattandolo all’atmosfera della singola composizione, in un alternando di crescendopianissimifortedecrescendo che scavano e vivisezionano testo musicale e poetico, pur senza mai prosciugare la linfa vitale che lentamente scorre nell’intero ciclo vocale.

È un dialogo sussurrato – uno dei momenti più intensi dell’intera serata – quello tra l’ottimo primo violino di spalla di Cecilia Laca, la Davidsen e l’orchestra in Beim Schlafengehen, laddove l’assolo del violino, sviluppando e citando una microcellula tematica del sublime terzetto conclusivo de Der Rosenkavalier, apre la strada all’intenso Und die Seele, unbewacht, / Will in freien Flügeln schweben,/ Um im Zauberkreis der Nacht / Tief und tausendfach zu leben (E la mia anima indifesa vuol librarsi alta nell’aria per vivere profondamente e sotto mille aspetti nel cerchio magico della notte. Trad. di Luigi Bellingardi).

Liberatorio e consolatorio è, pur con il dubbio finale espresso con Ist dies etwa der Tod? (È questa forse la morte?), Im Abendrot, il Lied conclusivo: Valčuha, l’orchestra e la Davidsen raggiungo il momento più “trasfigurativo” della serata: atmosfera rarefatta e colore crepuscolare, ma a dominare è il senso di serenità laboriosamente conquistata.

L’orchestra, in ottima forma, precisa, duttile e attenta alle esigenze del canto, accarezza il canto della Davidsen, come a suggerirle come incendiare e a distendere la sua strabiliante vocalità.

Se Richard Strauss tra il 1946 e il 1948, gli anni della composizione dei Vier letzte Lieder, è un uomo che “sente” l’avvicinarsi della morte, quello venticinquenne del 1889 è un ragazzo che per età anagrafica può permettersi ancora il lusso di “immaginare”, suggestionato da una poesia di Alexander Ritter, la lotta di un ammalato con la morte, la sua riflessione sulla vita ormai agli sgoccioli. Il programma del poema sinfonico Tod und Verklärung è per Richard Strauss l’occasione sfoggiare ispirazione musicale fluente, che procede per contrasti drammatici, e, in particolare, la maestria di fine orchestratore. Ed è proprio questo uno dei terreni di elezione per un direttore come Juraj Valčuha: dominatore sicuro della compagine orchestrale, il suo approccio denota l’analiticità dello studio del testo, finalizzato ad esaltare proprio quei contrasti tra i momenti lirici della partitura e quelli corruschi, dal colore e dal sapore torbido.

Una lettura quanto mai mobile, frastagliata, ma pur sempre cementata da una coerenza e da una tensione interna inestinguibile del discorso musicale, che sfocia nella luminosità e nel lirismo compiaciuto del tema della Verklärung finale, nel quale si ricompongono e rasserenano i conflitti che hanno percorso le quattro sezioni della partitura.

L’orchestra e il suo direttore musicale sono perfette nel tradurre in florilegio sonoro la complessa orchestrazione di Strauss, con quella varietà di colori, accenti e quel lento, progressivo e in crescendo inturgidimento del lirismo proprio del tema finale. Tod und Verklärung, così come Vier letzte Lieder, conferma la sua natura di opera ciclica,  sfociante in una visione di conquistata e rasserenante contemplazione della trasfigurazione.

Gli applausi finali, dopo questa visione, ci fanno di colpo precipitare con i piedi per terra.

Successo meritato e convinto da parte dei un pubblico purtroppo non folto; per caratura degli interpreti, interesse e complessità dei brani in programma e pregio dell’esecuzione sicuramente uno tra i concerti più interessanti e raffinati della Stagione sinfonica, inspiegabilmente disertato da gran parte del pubblico abituale del San Carlo.


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sabato 4 dicembre 2021

Fra Classici e Romantici

 Napoli, 3 dicembre 2021 - Promana luce, brillantezza e serenità la tonalità di do maggiore sulla quale è costruita la Sinfonia n. 1, op. 21 di Ludwig van Beethoven che apre l’appuntamento sinfonico che vede Michele Mariotti impegnato, nel mezzo delle repliche del fortunato Otello inaugurale, alla testa dell’Orchestra del San Carlo. Dopo von Weber, Mozart e Beethoven del precedente e recente concerto sancarliano (leggi la recensione), il direttore pesarese sceglie un programma dedicato a due “prime” sinfonie, del genio di Bonn e di Robert Schumann.

Composta da Beethoven tra il 1799 e il 1800, è la sinfonia meno “beethoveniana”, quella che maggiormente risente delle ascendenze settecentesche, di Haydn in particolare e, in misura minore, di Mozart. I tratti genetici di questa Sinfonia giovanile sono immediatamente ben chiari a Mariotti, il quale le imprime, sin dall’ Allegro con brio che segue l’Adagio molto iniziale, spirito e corrosiva levità settecentesca che rendono l’interpretazione un susseguirsi incessante di accenti esuberanti, sonorità oggettive, tempi e dinamiche serrate; un flusso musicale inarrestabile che si placa momentaneamente nell’Andabile cantabile con moto del secondo movimento, dominato da un fraseggio orchestrale tanto spontaneo e immediato quanto rifinito nella cura dei particolari. L’energia vitale, bruciante e genuina, che costituisce il tratto saliente della Sinfonia e di questa interpretazione riappare nei successivi movimenti, Minuetto. Allegro molto e vivace Adagio - Allegro molto e vivace. E nell’Allegro conclusivo s’intravede il Mariotti profondo conoscitore e grandissimo interprete rossiniano: staccando tempi serrati, grazie a un’orchestra compatta, tendenzialmente precisa e molto duttile, immerge l’intero movimento in una spirale di luminosa, esuberante joie de vivre, animatadal dialogo fitto tra le famiglie strumentali. Si ascolta una luminosità sonora “italiana”, cesellata con cura, con le linee melodiche ben in luce.

A distanza di quarant’anni dalla prima Sinfonia di Beethoven a cimentarsi con la regina delle forme sinfoniche è Robert Schumann: ispirata da un’ode del poeta Adolf Böttiger - da cui il titolo “La primavera” – l’opera è pervasa da una palpabile brillantezza, squarciata da momenti di struggente intensità e rarefazione sonora (Larghetto del secondo movimento); si chiude con una fanfara esuberante di trombe e corni, che traduce in musica il momento felice della vita di Robert Schumann durante il quale la Sinfonia prese forma. Come per la precedente sinfonia beethoveniana, Mariotti individua nella vitalità la cifra connotativa della composizione abbandonandosi ad essa. Coniuga magistralmente l’intensità romantica del secondo tempo con l’incisività dello Scherzo con i suoi due Trii, fino a sfociare nell’esplosivo Allegro animato e grazioso che, nel richiamare elementi tematici del primo movimento, sembra conferire alla Sinfonia una forma circolare, che racchiude e ricicla incessantemente l’energia sprigionata dagli accordi iniziali. Mariotti ha ben chiaro il rapporto speculare tra ultimo e primo movimento della sinfonia: infatti, si notano affinità tra l’Allegro molto vivace iniziale e l’Allegro animato e grazioso finale, il quale, nella contrapposizione dinamica, evoca un andamento danzante e dionisiaco.

Ottima la prova dell’orchestra, sempre pronta ad “accendersi” al gesto chiaro e invitante di Michele Mariotti così come ad distendersi in abbandoni lirici, a ricamare densi fraseggi.

Al termine, il pubblico, non folto come il concerto avrebbe meritato, tributa applausi calorosi a Michele Mariotti e all’orchestra del San Carlo.

Una nota: il direttore trascina alla ribalta Sisto Lino D’Onofrio, ottimo primo clarinetto dell’orchestra, il quale, emozionatissimo, riceve applausi prolungati dal pubblico e abbracci da Mariotti.


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Forza estrema

NAPOLI, 2 dicembre 2021 - Sembra condurci all’interno di uno dei video musicali caricati sul proprio canale YouTube Valentina Lisitsa mentre guadagna con passo deciso il palco del Teatro Delle Palme di Napoli, prima di iniziare questo atteso recital perla stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti che, dopo l’unica apparizione all’edizione napoletana di Piano City del 2019, segna un imperdibile ritorno a Napoli della pianista ucraina, star di YouTube: i suoi video, caricati sulla piattaforma di streaming musicale sin dal 2007, registrano milioni di visualizzazioni; il suo canale musicale vanta poco meno di 700 mila iscrizioni. Numeri da record per una pianista classica, la quale prima dell’esplosione incontrollata del successo dei vari social network ha avuto lungimiranza di intuire le enormi potenzialità di YouTube nella diffusione ad una platea potenzialmente illimitata di ascoltatori della musica classica pianistica.

E per il recital napoletano la Lisitsa propone un programma, equamente suddiviso tra Sergej Rachmaninov e Fryderyk Chopinsuggestivo e impegnativo come pochi dal punto di vista tecnico e interpretativo.

Si parte con le Variazioni sopra un tema di Corelli op. 42 di Sergej Rachmaninov, composte nel 1931: una mirabile costruzione musicale adornata di virtuosismo pianistico imperniata intorno al celeberrimo tema cinquecentesco della Follia, ripreso e immortalato, tra gli altri, da Arcangelo Corelli. L’esposizione del tema ci presenta con suono corposo, nitido, pulito, rotondo, pulizia nel tratto. Un suono che colpisce come una freccia: si impone e riscalda la sala sin dalle prime note. Le successive venti variazioni sono compendio di tecnica pianistica: il talento e il dominio della tecnica sono tali che permettono alla Lisitsa di affrontare con estrema naturalezza anche i passaggi più impervi. La pianista opta - e sarà una costante dell’intero recital - per dinamiche e agogiche esasperate, a tratti sfrenate: e, pur nell’ampiezza della gamma dinamica, la preferenza è accordata a sonorità intense, orientate e oscillanti tra il forte e il fortissimo. I tempi staccati sono improntati a un’incessante incisività.

È un pianismo dal tratto virile, muscolare, che si fa ancor più impetuoso nella successiva Sonata n.2 in si bemolle minore op. 36 di Rachmaninov: Valentina Lisitsa opta per la versione originaria del 1913, nel 1931, in epoca coeva alle precedenti Variazioni sul tema di Corelli, sottoposta dal compositore a revisione. Nel corso del fluire dei tre tempi della Sonata, l’approccio alla scrittura diviene sempre più frastagliato, tormentato e perentorio; le sonorità si fanno sempre più corrusche, i tempi sempre più stringenti. È una lettura dominata da potente intensità, imperniata su una muscolosità pianistica evidente e, per molti aspetti, strabiliate: la sensazione è quella di trovarsi davanti a una visione estremamente originale, probabilmente – ma ci addentriamo nel campo dei gusti personali - a tratti eccessiva per impeto che promana dall’esecuzione. Al magnifico Steinway & Sons, in un crescendo di tensione e di intensità sonora, vengono richieste sonorità turgide, ben definite e sferzanti.

L’esposizione dei temi, pur nella loro riconoscibilità, è ammantata dal virtuosismo della scrittura di Rachmaninov. La sensazione all’ascolto è che la pianista ucraina presti più attenzione allo sviluppo armonico e ritmico della Sonata piuttosto che quello dei temi: l’attenzione è incentrata sulla verticalità della composizione più che sull’ orizzontalità. I temi appaiono come nascosti tra le armonie che suonano, sotto le mani tendenzialmente precise della Lisitsa, poderose, incastonati sotto una pioggia incessante di robuste sonorità.

La seconda parte del recital, interamente dedicata a Fryderyk Chopin, appare quale una prosecuzione, ancor più amplificata, del pianismo esibito nell’affrontare le due composizioni di Rachmaninov. Uno Chopin eccessivamente estremizzato nelle scelte agogiche, sempre (troppo) sostenute, e in sonorità diametralmente opposte a quelle raffinate ed evanescenti che certa prassi ececutiva ha attribuito al compositore polacco. I quattro Scherzi sono innervati da un’urgenza narrativa stringente, che ne assorbe quasi del tutto l’empito poetico. Nessuno pretenderebbe più – e per fortuna! – di ascoltare eccessivi dislinguimenti sentimentalistici a buon mercato, ma l’esecuzione della Lisitsa pecca per eccesso opposto: il procedere così rapidamente è tale da togliere troppo il respiro. La sensazione è quella di ascoltare, soprattutto nello Scherzo n. 3 in do diesis minore op. 39, Chopin riletto sub lucem di Rachmaninov: eccessivamente virile e compiaciuto nel procedere, energico e sontuoso, proteso a incantare con virtuosismo e tempi prossimi al parossismo piuttosto che condurre all’incanto poetico.

In definitiva, uno Chopin sicuramente originale e interessante per approccio, ma spiazzante, e alla lunga, temiamo, defatigante per l’ascolto.

Il clima si fa più disteso e l’atmosfera più rarefatto con la successiva e magnifica Polonaise-Fantasie in la bemolle maggiore op. 61 che chiude il programma: la Lisitsa, rispetto ai precedenti Scherzi, si abbandona maggiormente al lirismo della scrittura, ricamando melodie con sonorità dal color pastello e concedendo respiro più ampio al fluire del discorso musicale.

Acclamatissima, dà prova di grande generosità regalando, malgrado il programma impegnativo, ben quattro bis: si parte con un’esecuzione vibrante dell’Andante Spianato, Grande Polanaise Brillante op.22 di Chopin, per proseguire con il Valzer brillante op. 34, n. 1, sempre del compositore polacco; segue Il desiderio della fanciulla di Chopin/Liszt, trascrizione di Franz Liszt del canto polacco Zyczenie di Chopin. La carrellata dei bis si chiude con una travolge esecuzione della Fantasia-Improvviso in Do diesis minore op. 66, la quale, per tempo serratissimo e tensione, appare la più compiuta sintesi del pianismo di Valentina Lisitsa ascoltato nel corso di questo recital napoletano.


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domenica 28 novembre 2021

Napoli, Vienna, Berlino

 NAPOLI, 27 novembre 2021 - È l’acclamato direttore Michele Mariotti, reduce dal successo di Otello di Giuseppe Verdi, “seconda” inaugurazione della stagione lirica 2021-2022 (la “prima” inaugurazione si è tenuta lo scorso ottobre con La bohème), a dare il via anche alla stagione dei concerti del Teatro San Carlo. E si parte con un concerto che rappresenta un viaggio musicale tra Vienna e Berlino, tra il classicismo viennese di Mozart e Beethoven e il romanticismo di Weber.

Il programma della serata impone di partire da Berlino, dal romanticismo di Weber: il concerto inaugurale si apre con la celeberrima ouverture da Der Freischütz, “opera romantica” ultimata e rappresentata, appunto, a Berlino nel 1821. Quella di Mariotti e dell’Orchestra del San Carlo è un’esecuzione trascinante, pervasa da un’indomita e diffusa vitalità. Ed è proprio l’inestinguibile flusso energetico la costante dell’esecuzioni dei brani dell’intero concerto; nell’ouverture da Der Freischütz percepiamo e vediamo quel netto e brusco passaggio dal cupo e brumoso adagio iniziale all’incisività del successivo ed energico allegro: è con plasticità, con accentazione vivida, che Mariotti sottolinea il senso di netta cesura tra i due tempi. Si susseguono, a seguito dello stacco deciso ed energico dell’allegro, atmosfere diametralmente opposte, nei colori orchestrali (cinereo e turgido il primo, aereo e aurorale il secondo) e nell’agogica. Staccato l’Allegro, infatti, il discorso musicale prosegue come innervato da un inestinguibile flusso magnetico che raggiunge l’acme nella trionfale stretta finale: nel corso dell’esecuzione dell’ouverture, si intravedono le atmosfere e la congerie romantica che innervano l’intera opera.

L’interpretazione di Mariotti dell’ouverture appare orientata proprio ad esaltare quei contrasti dinamici, quell’esaltazione dell’elemento irrazionale romantico così presente nell’opera di von Weber, quella giustapposizione tra i colori dei temi musicali (luminoso quello del tema di Agathe, grigio e freddo quello dell’adagio iniziale, gioioso e iridescente quello della stretta finale, in do maggiore), e, infine, quella mutevolezza di accenti, in modo da conferire energia al fluire musicale.

E se dovessimo individuare la cifra connotativa dell’intero concerto, diremmo che essa è costituita proprio dall’energia, così palpabile ed evidente, emanata dalle letture di Mariotti. Il secondo brano in programma, il Concerto per pianoforte n.21 in Do maggiore, K 467 di Wolfgang Amadeus Mozart, ci riporta nella Vienna del 1785. Mariotti e l’Orchestra del San Carlo affiancano e sostengono benissimo il pianista Alessandro Taverna, perfetto nel sapere imprimere, a seconda di quanto prescritto da Mozart, grazia, incisività, levità alla parte pianistica. Tocco raffinato e suono rotondo, tecnica salda e agguerrita, legato perfetto e seducente cantabilità consentono al giovane e affermato pianista veneziano di estrarre e amplificare la poesia e la bellezza che Mozart ha sparso in ogni nota della partitura:  moderatamente rapinoso l’Allegro iniziale, pervaso da una malinconia serotina il sublime Andante centrale, gioioso nella conquistata genuina ilarità l’ Allegro vivace assai finale.

Sin dalle battute iniziali del concerto di Mozart si avverte la perfetta intesa tra Mariotti e Taverna: i tempi staccati sono improntati a una evidente e tendenziale speditezza. L’interpretazione del concerto di Mozart è tesa e vibrante come un arco; coinvolgente il fitto dialogo tra orchestra e pianoforte. È un concerto  palpitante e corrosivo; analizzato osservando in filigrana le famiglie strumentali, che pulsa in ogni piega, della partitura orchestrale e della parte pianistica. L’Andante è un sospiro che non tollera cedimenti agogici: l’unitarietà del discorso musicale dell’intero concerto non subisce rallentamenti. Taverna e Mariotti sono perfetti nel creare un bozzetto crepuscolare che prelude al gioioso e quasi popolaresco Allegro vivace assai finale. L’esecuzione è salutata da applausi così prolungati e convinti che Alessandro Taverna regala un bis dal pronunciato virtuosismo, Max Reger, Variazioni e Fuga su un tema di Telemann, op. 134.

E dopo Mozart, il Beethoven della Sinfonia n. 7 in La maggiore, op.92: restiamo a Vienna, nel 1813, anno della sua prima esecuzione. La Sinfonia, “l’apoteosi della danza”, come la definì Richard Wagner, appare la sintesi più adeguata al programma e allo spirito del concerto inaugurale: con questa sinfonia Mariotti e l’Orchestra del San Carlo, compagine compatta e in buona forma, hanno l’occasione per catalizzare ed amplificare quell’energia musicale conferita da Michele Mariotti nel corso del viaggio musicale. Con l’esecuzione della Settima ad imporsi sono la varietà di accenti, la dinamica stringente che a tratti fa saltare dalla sedia. Il celebre Allegretto del secondo movimento è staccato con tempo che accentua la sua natura di danza triste; è poi la varietà dei colori orchestrali stemperata nel dialogo tra le varie sezioni a donare intensa suggestione all’intero tempo.

È una Settima, questa, sbalzata, ricca di contrasti che trovano la loro acme e catarsi nel travolgente Allegro con brio finale, staccato da Mariotti con un tempo serratissimo: l’orchestra segue il gesto del direttore perfettamente e appare anch’essa, così come il pubblico, dominata dall’energia liberatoria che la musica di Beethoven sprigiona. Dopo l’ultimo accordo, quell’energia si trasforma in applausi fragorosi e prolungatissimi.

Mariotti si concerta con il primo violino di spalla Gabriele Pieranunzi per poi decidere di bissare il quarto movimento - Allegro con brio - della sinfonia, prolungando il rapimento emotivo generato dalla sinfonia.

Michele Mariotti tornerà a dirigere l’orchestra del San Carlo il prossimo 3 dicembre, in un programma dedicato alla prima sinfonia, di Beethoven e di Schumann. Dopo un inizio così folgorante, sarebbe un delitto perderle!


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