domenica 27 giugno 2021

Il fato e la diva

 Napoli, 25 giugno 2021 -È la scintilla dell’ouverture della Carmen di Georges Bizet ad aprire la Stagione estiva 2021 del Teatro San Carlo. Dopo un anno si ritorna in piazza, quella del Plebiscito, una delle più grandi e belle della città.

Quello fatto schioccare dalla trascinante bacchetta di Dan Ettinger è un incipit che punta a diradare con un sol colpo le nebbie della Stagione lirica 2020 - 2021, le cui produzioni sono state in gran parte cancellate; la programmazione ha dovuto subire i diktat della pandemia; qualche titolo è stato proposto in streaming; infine, la stagione si è di fatto conclusa con un timido tentativo di ritorno all’opera, all’interno del San Carlo e con pubblico in presenza, seppur in forma semiscenica (La traviata dello scorso maggio).

Ci si ritrova dunque all’aperto, e per una produzione in forma di concerto: un ossimoro, quello dell’opera in forma di concerto, che il San Carlo stenta a rinnegare. Il piacere di ritrovarsi en plein air in una sera d’inizio estate, sotto un cielo non terso come quello andaluso che osserva Carmen, Don José e Escamillo, ma traboccante di afa, ci induce a coltivare pazientemente la speranza di godere di un’opera lirica come accadeva nella vita “ante Covid-19”, con regia, scenografie e costumi.

Grazie a Bizet, a supplire alla mancanza degli elementi teatrali, ci sono i colori del suo capolavoro, quelli della Spagna reinventata da un francese. Un falso storico, sì; ma efficace e dal fascino intramontabile. Carmen, infatti, al di là dell’ambientazione nella iper-iberica Sevilla, è opera squisitamente francese, per raffinatezza della cura della strumentazione e dei colori orchestrali come nella rivisitazione di danze spagnoleggianti.

La direzione di Dan Ettinger, tuttavia, si allontana da subito dal mondo musicale francese ed opta per una lettura improntata a rapidità, trascinante, ma nella quale convivono eccessi sonori veristici; una conduzione serrata, ma spesso truculenta, con troppi cedimenti a sonorità grandguignolesche. C’è da dire, però, che è in ciò penalizzato da un’amplificazione eccessiva, più consona a un concerto rock (anzi, hard rock) piuttosto che ad uno spettacolo lirico. Se la narrazione è travolgente, i tempi sempre giusti, la Chanson bohème ben calibrata per come è strutturata su un orgiastico stringendo, l’amplificazione tende ad appiattire colori e suoni, impostando la navigazione delle dinamiche su un obbligato forte/fortissimo. Di talune grevità sonore - ad esempio, l’accompagnamento dell’aria di Escamillo "Votre toast, je peux vous le rendre... Toreador, en garde" faremmo volentieri a meno: si corre il rischio, concreto, di snaturare la plastica leggiadria dell’accompagnamento di Bizet e, soprattutto, di proiettare Carmen in turgidi universi sonori geneticamente estranei al suo capolavoro. Ma siamo all’aperto, e in una vasta piazza, e la tendenza a calcare la mano è difficile da controllare.

La direzione si giova comunque di un’orchestra scintillante, precisa, incline ad assecondare la gestualità debordante di Dan Ettinger, trascinatore indomito e artefice di una lettura che ha l’indubbio merito di inchiodare gli ascoltatori all’evolversi della storia, sebbene priva del corredo scenografico e del disegno registico. Sulla stessa linea della compagine orchestrale è l’ottimo coro affidato alle cure di José Luis Basso: quasi spaventa per possanza e unitarietà di suono in "A deux cuartos" e, soprattutto, nel successivo "Les voici, voici le quadrille", nel quale si inserisce l’ottimo Coro di Voci Bianche del San Carlo, guidato da Stefania Rinaldi, sempre preciso e idiomatico sin dal Coro dei monelli dell’atto I. Sfumato e aereo è, invece, il meraviglioso "La cloche a sonné..." e "Dans l'air, nous suivons des yeux la fumée", benché l’impianto di amplificazione tenda ad evidenziare talune asperità sonore bisognevoli di maggiore smorzatura.

Quanto al cast vocale, a dominarlo è senza dubbio la Carmen della diva lettone Elīna Garanča. Eppure, quella della Garanča, è una sigaraia gitana affascinante proprio perché rinuncia a quell’eccesso di sessualità belluina di cui la vulgata dell’eroina bizetiana è stata vittima. Il mezzosoprano lettone crea una Carmen che, grazie alla naturale ed elegante avvenenza della figura, orchestra sin dal suo apparire in scena la rete del sottile e sofisticato gioco di seduzione nel quale - è destino - chiunque deve essere irretito. Superfluo dire che tecnica vocale, voce omogenea, padronanza del legato, linea di canto aliena da sbavature e forzature hanno gioco facile nel contribuire a delineare un Carmen “diversa”, apparentemente poco posseduta dalla passione, (si potrà legittimamente obiettare che la Garanča difetti di spiccata passionalità, sia poco divorata da primigenio istinto sessuale), ma ataratticamente disposta a dir di sì a quell’Amor fati che tanto impressionò Friedrich Nietzsche. Se Carmen non è donna da tremare davanti a Don Josè, Elīna Garanča lo è ancor meno: affronta il martirio con aristocratica convinzione. "Les tringles des sistres tintaient" è, ancor più della melliflua Habanera, il momento musicale in cui la Garanča sfodera tutte le sue armi di seduzione: alleggerimento dell’emissione, canto legato, sinuosa e penetrante incisività dell’interpretazione. Siamo davanti a un progressivo ammaliamento musicale che sfocia in un liberatorio accennare di passi di flamenco. Ah, quanto ci manca l’elemento teatrale!

Brian Jagde è un Don Josè troppo incline a calare la sola carta della potenza vocale, che innegabilmente c’è: i mezzi vocali sono ragguardevoli. Sfoggia acuti possenti, ma la linea di canto è impostata su una declamazione stentorea che alla lunga tende a stancare. Il personaggio Don Josè, quindi, risulta soltanto abbozzato. Talora smorza, si fa più lirico, ma l’animo inquieto del sergente emerge poco rispetto a quello energico e violento. Il tragico duetto finale con Carmen è il momento che consente a Brian Jagde di esacerbare quella veemenza vocale ben poco dominata nel corso dell’opera: un duetto che appare quale un Tercio de muleta vocale arroventato, durante il quale Don Josè prova a domare, prima di ucciderlo, il toro/Carmen. In effetti, Bizet ci regala un colpo di genio teatrale: il duello tra torero/Don Josè e toro/Carmen è l’emblema, nella sua specularità, di quello, tra Escamillo e il toro, che si svolge in contemporanea all’interno della Plaza de Toros de la Real Maestranza de Sevilla. Escamillo e Don Josè usciranno entrambi dal Tercio: il primo da trionfatore, il secondo da vile assassino.

Il torero Escamillo è impersonato da Mattia Olivieri, voce estesa, ma probabilmente ancora troppo chiara per la parte. Quella del giovane baritono italiano è una prestazione in crescendo; appare poco incisivo e con poca fantasia interpretativa nell’esordio di "Votre toast, je peux vous le rendre... Toreador, en garde", dove sfodera acuti luminosi, quasi tenorili. Il suo personaggio prende progressivamente forza e quota, fino a riuscire a contrastare efficacemente la forza vocale del Don Josè di Brian Jagde nel duetto dell’Atto III, così da delineare un Escamillo credibile, altero e cantato molto bene, con padronanza tecnica e autorevolezza, vocale e scenica.

È una Micaëla dal magnifico timbro e dalla voce corposa, ben cantata, sfumata e palpitante quella di Selene Zanetti, giovanissimo soprano il quale, ci auguriamo tutti, avrà l’onore - dopo la cancellazione dello scorso anno a causa Covid-19 - di inaugurare la Stagione lirica 2021 - 2022 come Mimì nella Bohème. Non vediamo l’ora di ascoltarla, perché ha tutte le carte in regola, vocali e interpretative, per essere una fioraia di riferimento.

Bravissime e molto ben affiatate Mercédès e Frasquita, rispettivamente Aurora Faggioli e Mariam Battistelli che, pur nell’esiguità delle parti, riescono a non farsi fagocitare dalla debordante personalità artistica della Garanča.

Altrettanto affiatati e funzionali alla buona riuscita dello spettacolo le parti minori: Moralès di Daniele Terenzi, Zuniga di Gabriele Sagona, Dancairo di Michele Patti, Remendado di Filippo Adami e, direttamente dal Coro della Fondazione, Une merchande d'orange di Antonietta Bellone e Un Bohémien di Alessandro Lerro.

Al termine, galvanizzato da questa trascinante lettura di Carmen, dalla bellezza del colonnato della Basilica di San Francesco di Paola illuminato e dalla (quasi) libertà riconquistata, il pubblico tributa agli artisti applausi convinti, calorosi e prolungati. Ad Elīna Garanča, come era prevedibile, è riservato un meritatissimo successo personale.

La musica sotto le stelle di Piazza del Plebiscito continuerà con un cartellone che vedrà una vera e propria sflilata di star della lirica. Chi non ci sarà, sbaglierà; come sempre. E non dite che non vi abbiamo avvertiti!

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/58-opera/opera-2021/12024-napoli-carmen-25-06-2021

lunedì 7 giugno 2021

Violino francese

 NAPOLI, 6 giugno 2021 - Si snoda attraverso due autori francesi e uno, César Franck, belga di nascita ma parigino d’adozione, il viaggio musicale nel violinismo da camera di matrice franco-belga dell’ultimo quarto del XIX secolo: Renaud Capuçon, il suo meraviglioso Guarneri del Gesù del 1737 - “Panette”, già appartenuto ad Isaac Stern (1920 - 2001) - e il giovane pianista Guillaume Bellom ci conducono nell'esplorazione di questa raffinata produzione musicale da camera francese. È la musica che fa da sfondo ai salotti parigini ottocenteschi, mirabilmente evocata da Marcel Proust della Recherche du temps perdu, come acutamente e approfonditamente analizza Dinko Fabris nel saggio contenuto nel programma di sala.

Il viaggio musicale parte da un lavoro giovanile di Gabriel Fauré (1845 - 1924), la Sonata in la maggiore n. 1 per violino e pianoforte, op. 13, composta tra il 1875 e il 1876: è un flusso iridescente di colori, arpeggi, melodie sinuose che attraversano i quattro movimenti della composizione. Se il primo, Allegro molto, serve a Renaud Capuçon a riscaldare sonorità e intensità del proprio strabiliante violino, già con l’Andante del secondo interprete e strumento centrano la “tinta” giusta del brano: la mèlodie, sul ritmo di una languida barcarola, è cantata con voce calda, cesellata, grazie ad una tecnica d’arco perfetta per efficacia dinamica ed essenzialità del movimento del braccio e avambraccio destro, da fraseggio scavato. A incantare è il colore, la corposità e la proiezione del suono del Guarneri del Gesù “Stern, ex Panette”: caldo e intenso il suono emesso dalla III e IV corda, penetrante quello della II corda, luminoso, come una mattinata assolata in Sicilia e in Andalusia, quello generato dal cantino.

Guillaume Bellom, dal canto suo, ha ben chiaro il ruolo di coprotagonista che Fauré assegna al pianoforte: questa convinzione, però, lo conduce ad intavolare una dialettica troppo serrata e poco sfumata con il violino; “assecondare”, sfumando e smorzando con più convinzione gli arpeggi, avrebbe condotto a una più compiuta sintonia interpretativa tra violino e pianoforte e, soprattutto, a generare un profluvio di colori complessivamente più uniforme. Quando il violino emana tinte pastello, il pianoforte, invece, vivide e corrusche.

La tenzone sonora tra violino e pianoforte raggiunge una significativa sintesi nello Scherzo del terzo movimento, laddove a far bella mostra è il saltellato incisivo e preciso di Capuçon.

La potenza della cavata dell’arco del violinista francese domina, invece, l’ultimo movimento della sonata, Allegro quasi presto: il marchio di fabbrica (absit iniuria verbis: rectius, di inimitabile liuteriadei preziosissimi Guarneri del Gesù sono evidenti per incandescente temperatura sonora, specchio ed emblema di quella emotiva.

Dieci anni dopo, nel 1885, Camille Saint-Saëns (1835 - 1921) scrive la Sonata n. 1 in re minore per violino e pianoforte, op. 75. E’ una composizione pervasa da intenso lirismo e da un soffuso palpito percepibile sin dalle battute iniziali. La tinta inizialmente è cupa, il procedere quasi affannoso. E di questa intensità Capuçon è interprete acuto e appassionato: c’è slancio nel tema iniziale, sinuosità ed eleganza nelle volute melodiche dell’Adagio del secondo movimento e, infine, brio indomito nei saltellati e nel demoniaco moto perpetuo del movimento finale, affrontato da Capuçon con disarmante naturalezza.

È una costante dell’intero recital: il pianoforte di Guillaume Bellom appare poco incline a compenetrarsi con il violino, optando per una interpretazione che rifugge da qualsivoglia gregarismo. La dialettica con il violino è quindi impostata dal pianoforte ad una temperatura sonora troppo spesso eccessiva, ben poco disponibile a recepire i suggerimenti distensivi che il violino di Capuçon pur emana copiosamente.

Trascorre solo un anno dalla Sonata n. 1 di Saint-Saëns quando, nel 1886, César Franck (1822 - 1890) dà alla luce una delle sue composizioni più note, una pietra miliare della letteratura per violino e pianoforte, la Sonata in la maggiore per violino e pianoforte (1886), dedicata al nume tutelare del violinismo belga - e non solo! -, Eugène Ysaÿe (1858 - 1931).

La “tinta” della composizione è più brunita rispetto a quelle, seppur screziate, di Fauré e Saint-Saëns: ancora una volta Capuçon e il suo ineffabile (si ricordi che Omnis determinatio est negatio!) gioiello Guarneri del Gesù hanno gioco facile a tradurre in suono il colore emotivo della composizione: è suadente ed estenuato il primo movimento, Allegretto ben moderato, laddove compare il celebre tema che riaffiorerà, con variazioni, nel corso della monumentale sonata.

Alla musica - potrebbe definirsi - del ripiegamento e della stanchezza interiore del primo movimento, però, si contrappone, già dall’Allegro del secondo, quell’inquietudine che connoterà il fluire della composizione: le arcate di Capuçon si fanno sempre più incisive sulla quarta corda e più distese, fino a produrre suoni eterei, sulla prima. Il vibrato è tendenzialmente “stretto”, serrato nel conferire ai suoni urgenza drammatica.

Il Recitativo-Fantasia: Ben moderato. Largamente con fantasia è possente: l’incisività è amplificata a dismisura, la voce del Guarneri “Stern, ex Panette” viaggia nella vasta sala del San Carlo con sorprendente spontaneità e ampiezza.

Guillaume Bellom, purtroppo, è troppo attento a schermirsi dalla fascinazione sonora del violino di Renaud Capuçon: il dialogo interpretativo e la complementarietà dei pesi e contrappesi sonori non appare calibrata come sarebbe necessario. Le oasi di beatitudine sonora del binomio Capuçon & Guarneri non sono attraversate dal giusto refolo del pianoforte di Bellom.

Nell’Allegretto poco mosso del movimento finale, un rondò alla francese, Bellom ottiene da César  Franck la soddisfazione di veder il violino imitare e inseguire, in posizione subordinata, il tema esposto dal pianoforte. Quest’ultimo resiste come può, ma la luminosità degli acuti del Guarneri sono irresistibili: ipnotizzano per intensità e colore, resosi ancor più arroventato dopo l’esecuzione delle due precedenti sonate.

Prolungati e calorosi applausi finali inducono Capuçon e Bellom a regalare un bis, la celeberrima Méditation dall'opera Thaïs di Jules Massenet: quella del violinista francese è una lettura di intensa sensualità, tutta giocata sul contrasto tra temi e colori che, se ce ne fosse ancora bisogno, mettono in mostra il florilegio e la ricchezza di armonici del pregiatissimo Guarneri del Gesù, il cui natale è coevo alla inaugurazione (4 novembre 1737) del Real Teatro di San Carlo. Misteri della liuteria cremonese.


Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/59-concerti-2021/11965-napoli-concerto-capucon-bellom-06-06-2021?fbclid=IwAR2CKWem-dAmYI-MOqwmkkZplaKgLEeEOM9Hce5lVULmtxyKCF7ZuwDNpIw


domenica 6 giugno 2021

La ruota della Fortuna

 NAPOLI, 5 giugno 2021 - Cominciamo dalla fine. Il primo concerto ufficiale del Coro del San Carlo dopo la sospensione, causa pandemia, davanti al pubblico in carne e ossa e non in pixel digitali si chiude con cinque minuti di applausi calorosi e ritmati, richieste di bis (che viene concesso: O Fortuna finale), acclamazioni del neo direttore del Coro, José Luis Basso, da parte di pubblico e coristi.


La compagine si era già esibita, ed egregiamente, nella Traviata dello scorso mese (Leggi la recensione), tuttavia questo di stasera può essere considerato, così come per l’orchestra dei giorni scorsi (Leggi la recensione), il concerto della rinascita del Coro e del secondo battesimo del nuovo direttore, l’italo-argentino José Luis Basso, antica e gradita conoscenza del pubblico partenopeo avendo guidato il complesso sancarliano per quasi un biennio, tra il 1994 e il 1996.

Si riparte con un evergreen corale, Carmina Burana di Carl Orff.

La cantata scenica, composta tra il 1935 e il 1936, viene stasera riproposta nella versione, dello stesso Carl Orff, per soli, coro, e, in luogo dell’orchestra, due pianoforti e percussioni: le norme sul distanziamento sono osservate e la resa dei colori musicali, come si dirà, non sembra aver pagato troppo esoso dazio.

Senza dubbio i Carmina Burana non costituiscono un tornante fondamentale e indefettibile nel percorso frastagliato della storia della musica, tuttavia sono un lavoro indubbiamente suggestivo per la spiccata attitudine a reinventare e conciliare tra loro stilemi, reminescenze di sonorità medioevali e testi goliardici; tutto ciò è sostenuto da una ritmica esasperata, espressione di quella pulsazione vitalistica e carnale, di quell’esaltazione dell'hic et nunc che costituisce il messaggio dei Carmina Burana. Bandite e quasi derise trascendenze e lezioni escatologiche, i Carmina Burana - dal monastero di Benediktbeuern, la Bura Sancti Benedicti - ci invitano a godere delle effimere gioie terrene, dei piaceri carnali, insomma di tutto ciò che si chiama semplicemente vita, ammonendoci che la Ruota della Fortuna gira ininterrottamente. Sono Carmina che, se ce ne fosse ancora bisogno, testimoniano quanto sia errata l’idea di Medioevo coltivata per secoli e quanto sia ingiusto, nonché inappropriato, l’abusato aggettivo medioevale declinato nell’accezione di retrogrado.

Probabilmente proprio per esorcizzare la recente pandemia - flagello ricorrente nell’Europa medioevale - la direzione di José Luis Basso è improntata a una continua esplosione vitalistica; la conduzione è rapida, concreta e immediata. Non c’è tempo per indugiare, così come i Carmina prescrivono e invitano: nella ritmica ossessiva e - spesso, troppo spesso - compiaciuta di Orff prende forma e si consuma l’istinto vitale: e José Luis Basso, impugnata la bacchetta da direttore d’orchestra, è bravo ad assecondare, esaltandolo quando e quanto necessario.

È da lodare l’ottima prova del Coro del San Carlo: duttile, versatile nell’affrontare le lingue maccheroniche in cui sono scritti i carmina; secondo le occorrenze, ha “voce” unica, compatta e poderosa, così come tenue e melliflua. Risuona bisbigliata e con la giusta dose di insito timore la consonante “s” di variabilis, crescis, decrescis, detestabilis nei primi versi di O Fortuna. Luminoso, invece, è Veris leta facies.

Si procede con precisione, senza sbavature e con colori cangianti, con voce che si assottiglia fin quasi ad divenire sussurro; ma c’è spazio - e tanto! - anche per quelle tonitruanti e telluriche, giocose e irridenti, così come lo spirito del singolo carmen richiede.

Molto suggestivo, curato e ben cesellato nel bilanciamento dei volumi è il gioco di contrapposizioni tra sezione maschile e femminile del coro, così come le intersezioni con l’ottimo Coro di Voci Bianche, disciplinato ed entusiastico come sempre, guidato con dedizione da Stefania Rinaldi.

Eccellente anche il terzetto solistico che vede nel baritono Francesco Esposito, del Coro della Fondazione, un interprete sicuro e intelligente, molto abile nell’affrontare e nel risolvere egregiamente le insidie di una scrittura vocale molto “alta” per la corda baritonale: esegue con sicurezza la temibile frase - e non è l’unica della parte - “..non me tenet vincula” di Estuans interius.

Desirée Migliaccio è interprete delicata, voce dal bel timbro e artista, anch’ella in forza presso il coro sancarliano, in possesso di buon controllo del fiato che le consente di emettere con sicurezza la nota tenuta sulla “a” nella frase “...sub intimo cordis in custodia” di Amor volat undique.

Per questa ripresa, in luogo del tenore, si opta per un controtenore: Federico Fiorio ne è ottimo rappresentante, benché la brevità della parte non consenta di apprezzarne appieno le notevoli doti. Gli basta Olim lacus colueram per dar sfoggio a un timbro di ottimo colore, consistenza, nonché a una tecnica raffinatissima grazie alla quale diviene efficace il lamento del bel cigno del carmen che è finito arrostito sullo spiedo.

Come accennato, la folta orchestra prevista da Carl Orff non avrebbe consentito un adeguato distanziamento in palcoscenico, pertanto, semicitando Leporello, sanno far bene la sua parte i bravissimi Roberto Moreschi e Vincenzo Caruso ai pianoforti: sostengono molto bene il Coro, i solisti e, soprattutto, suppliscono al meglio all’inevitabile mancanza dei colori orchestrali.

I percussionisti del San Carlo - l’ottima prova impone di nominarli tutti: ai timpani, Barbara Bavecchi; alle percussioni, Pasquale Bardaro, Marco Pezzenati, Francesco Cardaropoli, Giuseppe Saggiomo, Ciro Famiani e Giammarco De Angelis - sono perfetti nel disegnare e tenere ben salda l’intelaiatura ritmica dell’intera composizione: tutti precisissimi e con volumi e intensità sempre appropriati.

Alla fine, l’invito, terreno e umano, a divertirsi e a godere di ciò che la vita offre conquista il pubblico: applausi prolungati e traboccanti di sincero entusiasmo salutano tutti gli interpreti.

Del bis perentoriamente richiesto e generosamente concesso vi abbiamo parlato all’inizio. La circolarità, si noti, è elemento connotativo di Carmina Buranasicut Rota Fortunae.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/59-concerti-2021/11963-napoli-carmina-burana-05-06-2021