venerdì 21 gennaio 2022

L'illusione di un mondo migliore

 Il fil rouge che lega i due brani, apparentemente eterogenei, del programma del concerto sinfonico diretto da Henrik Nánási, il Divertimento per orchestra d’archi di Béla Bartók e la Sinfonia n. 3, op. 55 Eroica di Ludwig van Beethoven, lo individuiamo nell’illusione in un mondo migliore.

Terminato nell’agosto del 1939, soltanto pochi giorni prima che Hitler scatenasse il più efferato conflitto nella storia dell’umanità, il Divertimento di Bartók ci appare quale uno speranzoso tentativo di fuga dall’orrore degli anni ’30 del secolo scorso verso un vagheggiato mondo, immaginato governato da maggiore razionalità e umanità rispetto a quello presente. Recuperati gli stilemi del barocco concerto grosso, il compositore ungherese, in procinto di emigrare verso gli Stati Uniti a causa dell’abbattersi dell’avanzare della pestilenza nazista sull’Europa, chiude con questa pregevole composizione il proprio periodo neoclassico e recide, solo fisicamente, i legami con l’Ungheria. E proprio i sentimenti di orrore e speranza, così presenti nella partitura di Bartók, emergono dalla analitica, cesellata e ispirata direzione di Henrik Nánási, il quale alla guida di un’orchestra d’archi duttile, precisa, dal suono tornito, esalta attraverso la cura di dinamiche e accenti, la preponderante componente ritmica, mutuata dal folklore musicale magiaro, dell’opera bartokiana.

L’Allegro non troppo e l’Allegro assai, rispettivamente del primo e ultimo movimento, grazie alla concertazione di Henrik Nánási ci inchiodano alla sedia tanto è debordante il flusso di energia che promanano.

Emerge presto la cura del maestro, già Direttore musicale della Komische Oper di Berlino, nel conferire il giusto sbalzo anche alle pieghe più marginali della partitura, ben dosando le intensità dei crescendo così come di tutte le altre indicazioni dinamiche; la scelta di tempi serrati, ma che consentono comunque alla compagine di soli archi di “respirare” e di fraseggiare, e l’evidenziazione del sincopato donano al brano un flusso di energia musicale palpitante.

Un’esecuzione analitica ma che non perde di vista l’unitarietà e la simmetria del discorso musicale del Divertimento, impreziosita dal raffinato concertino delle prime parti dell’orchestra, a cominciare dal ottimo primo violino di spalla di Gabriele Pieranunzi, per proseguire con gli efficace e solidi prima viola e primo violoncello, rispettivamente, di Luca Improta e Pierluigi Sanarica, tutti e tre perfetti nell’assicurare il giusto contrasto nel dialogo tra il concertino e il tutti.

Impressiona per il colore cupo e l’atmosfera notturna il meraviglioso Molto adagio centrale, laddove sembra che si condensi in musica proprio tutto l’orrore di cui era infestato e gravido l’anno 1939, quello della nascita del Divertimento: fraseggio tormentato, estremizzazione delle dinamiche e della tensione emotiva, ricerca di sonorità ora taglienti ora plumbee da parte di Nánási e dell’orchestra in forma ben più che smagliante fanno del secondo movimento, così drammatico e macerato, la gemma esecutiva dell’intero brano.

L’eterno ritorno della storia ci dimostra che illusioni e speranze si alternano a orrori e guerre: 136 anni prima del Divertimento di Béla Bartók, nel 1803, Ludwig van Beethoven si illuse di aver individuato in Napoleone Bonaparte il traghettatore verso un mondo migliore. I fatti dimostrarono che quella del compositore di Bonn fu pia illusione: nel 1804, Napoleone si autoproclamò imperatore; Beethoven vide naufragare il sogno di palingenesi all’insegna della giustizia universale. Ma sarebbe riduttivo ancorare l’eroismo della Terza Sinfonia esclusivamente a fattori storici e politici: la genesi della Sinfonia è successiva alla profonda crisi personale di Beethoven, del 1802, a noi pervenuta certificata e sublimata dal grido di dolore del “Testamento di Heiligenstadt”. Ed è appunto una visione tormentata, quasi prossima allo spasimo, quella che Nánási ha della Terza: una lettura incalzante sin dalle prime battute dell’Allegro con brio del primo movimento, laddove un’orchestra magmatica esalta accenti e dinamiche in un flusso energetico turbinoso.

Solenne e aliena da magniloquenza la successiva sublime Marcia funebre. Adagio assai, staccata da Nánási con tempo giusto, in modo da assicurare perfetta tenuta all’intero movimento ed equilibrio tra le sezioni orchestrali, scavo nella partitura, forza drammatica e plasticità alle linee contrappuntistiche. Scintillante e preciso e dal bell’impasto timbrico tra le famiglie strumentali è il successivo Scherzo, affrontato dall’intera compagine orchestrale con piglio deciso e con giusta intensità di accenti. L’Allegro molto del movimento finale è una geniale e vorticosa variazione sull’immediatamente riconoscibile e travolgente tema principale, al quale Nánási conferisce una debordante carica di energia propulsiva, “caricando” l’orchestra di una ritmica palpitante, in un crescendo di forza drammatica che si dissolve soltanto nel prolungato applauso liberatorio che il pubblico del San Carlo tributa alla interessante e pregevole esecuzione della Terza Sinfonia.

Se è vero che la sinfonia più bella di Beethoven è l’ultima che si è ascoltata, l’esecuzione della Terza di stasera ci conferma la validità del suddetto teorema.

Come vi abbiamo dato conto a conclusione della recensione della recente Lucia di Lammermoor (leggi qui), teniamo a sottolineare che anche questo concerto è stato dedicato dal Teatro San Carlo ad Antonella Valenti, prima arpa dell’Orchestra del Teatro San Carlo, scomparsa prematuramente pochi giorni fa. Prima dell’inizio del concerto un toccante ricordo della raffinata musicista è stato letto da una professoressa dell’orchestra in un’atmosfera di palpabile e condivisa commozione generale.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/68-concerti2022/12785-napoli-concerto-nanasi-20-01-2022

giovedì 20 gennaio 2022

Fredda ed immobile

 Napoli, 18 gennaio 2022 - I tanti che in occasione del recente Otello di Giuseppe Verdi (leggi la recensione) si sono lamentati dell’allestimento distopico firmato da Mario Martone avranno ricevuto il sospirato premio di consolazione nel rivedere Lucia di Lammermoor, secondo titolo operistico della stagione lirica, riproposto sulle scene del San Carlo nell’allestimento ipertradizionalista firmato nel 2012 dal cineasta Gianni Amelio: una produzione che già al suo debutto, così come nella successiva ripresa del 2017, ci apparve datata, una riproposizione, sebbene esteticamente gradevole e suggestiva, di spettacoli lirici che pensavamo ormai consegnati alla amorevole cura del tempo passato. Quest’ultima ripresa non ci fa cambiare opinione; anzi, l’originaria impressione, dopo dieci anni, è diventa ancor più granitica.

La messinscena - termine che Gianni Amelio preferisce a regìa, come afferma egli stesso nell’intervista del 2012 riproposta nel programma di sala - si fonda su pochi e convenzionali movimenti, su un immobilismo tra i protagonisti, chiamati dal regista a cantare rivolti verso il pubblico più che ad interagire tra loro. Né il giovane regista di questa ripresa, Michele Sorrentino Mangini, riesce a svecchiare e a scardinare, imprimendone dinamismo, una produzione statica, incastonata tra le belle scene di Nicola Rubertelli, perfette nel restituire la consolidata immagina romantica di una Scozia plumbea e claustrofobica, e gli elegantissimi costumi di Maurizio Millenotti, che ci riportano nel ‘500 popolato da gorgiere, sciabole e alabarde, nobili e guerrieri. Le scene si susseguono cupe, incarnazioni ed estremizzazioni della “tinta” dell’opera, soltanto a tratti rischiarate dall’essenziale gioco luci di Pasquale Mari e ravvivate dagli elementi coreografici minimalisti di Stéphane Fournial. Si restituisce, dunque, all’opera quell’ambientazione immaginata da Scott-Cammarano-Donizetti, ma con difficoltà ne scorgiamo lo spirito autentico e il grido di ribellione e denuncia di Lucia, così presente nel capolavoro di Donizetti, il cui atto di nascita reca come data quella del 25 settembre del 1835 e come culla proprio il San Carlo.

Passando all’aspetto musicale, la direzione di Carlo Montanaro, che ritorna al San Carlo dopo Il turco in Italia trasmesso in streaming nel marzo dello scorso anno (leggi la recensione), imprime all’intera opera un’andatura eccessivamente spedita, alla quale concede pochi respiri dinamici: una tendenziale meccanicità che, inchiodando orchestra, coro e cantanti a una condizione serrata, prosciuga Lucia delle oasi di lirismo di cui è intrisa. Problematica si dimostra la gestione dei volumi, del delicato gioco di pesi e contrappesi sonori all’interno dell’orchestra e tra buca e palcoscenico: ottoni e percussioni risultano prepotentemente presenti. Non sempre protagonisti e coro appaiono ben sostenuti e adiuvati dall'orchestra.

La prova del Coro del San Carlo, guidato da José Luis Basso, costituisce un’ulteriore conferma dell’ottima forma in cui lo avevamo lasciato e apprezzato prima delle festività natalizie: la compagine è coesa, mostra buon amalgama tra le voci, levigatezza sonora, varietà di colori e dinamiche, sebbene in questa occasione risulti poco valorizzato dalla concertazione.

Nadine Sierra, com’era giusto che fosse, è tornata a Napoli con l’aura di star dei nostri giorni. Stasera è chiamata a vestire i difficili panni di Lucia: il giovane e acclamato soprano statunitense canta obiettivamente bene: è precisina, graziosetta, ha voce dal volume non ragguardevole, ma dal timbro suggestivo; tutte qualità amministrate da buona tecnica che le consente di sfoggiare acuti svettanti, benché non sempre rotondi e luminosi come ci si aspetterebbe. La sua è una prova in crescendo nel corso della serata, ma che perviene, quanto ad interpretazione, a un abbozzo di Lucia: tante belle note, una linea di canto pulita, cadenze farcite di acuti non riescono a rendere appieno la tormentata personalità di Miss Ashton. La grande scena dalla pazzia, in questa occasione eseguita con l’accompagnamento della glassarmonica dell’ottimo Sascha Reckert, è eseguita con estrema pulizia, tuttavia la resa complessiva, seppur salutata da un tripudio di applausi, tradisce diffusa meccanicità, tale da mostrare più le doti di fine vocalista della Sierra piuttosto che quelle di interprete.

Ha ottimo materiale Pene Pati, giovane tenore samoano: per la sua vocalità, tuttavia, la parte di Edgardo appare troppo ardua, timbro è suadente e luminoso, è buona la dizione, ma il tutto è sorretto da una tecnica periclitante, troppo distante da quel nobile cantar sul fiato che il repertorio donizettiano (e non solo!) richiede come conditio sine qua non. Il risultato: troppo spesso la voce risulta eccessivamente “spoggiata”; ed a farne le spese è anche lo stile, troppo prossimo - in Donizetti, e nel 2022! - a quello iper-verista, che, per fortuna, è in gran parte archiviato quasi ovunque. Eccessivamente truculenta è la sua Maledizione (“Hai tradito il cielo, e amor! Maledetto sia l’istante che di te mi rese amante...”); nel finale, il suo "Tu che a Dio spiegasti l’ali", benché stilisticamente discutibile, Pati denota accenti incisivi e immedesimazione.

Convince per attenzione alla parola, intenzioni interpretative e attenzione agli aspetti cantabili della parte il Lord Enrico Ashton di Gabriele Viviani, efficace nel rendere tangibile la cattiveria del fratello di Lucia, così come l’immediata “poca simpatia” del personaggio. Grazie a una linea di canto nel complesso pulita e convincente, timbro ben definito nei centri, il baritono italiano plasma la cavatina "Cruda, funesta smania" con tratto altero e convincente.

Alla serata delle prove in crescendo dei protagonisti si iscrive anche quella di Dario Russo come Raimondo, pur apparendo eccessivamente sussiegoso e denotando qualche problema di emissione. La resa del personaggio di Raimondo, comunque, risulta nel complesso convincente.

L’emozione gioca un brutto scherzo a Daniele Lettieri, impegnato nella breve parte di Lord Arturo Bucklaw. Peccato.

Il cast è completato dalla Alisa di Tonia Langella e dal comprimario esperto e di lusso di Carlo Bosi come Normanno.

Al termine della rappresentazione, il pubblico in sala, sebbene non folto ma non intimidito dall’assedio del Generale Covid, saluta tutti con applausi prolungati, riservando l’ovazione della serata a Nadine Sierra.

I teatri sono anche luoghi di presenze, assenze e memorie: stasera il pensiero della grande famiglia del San Carlo è andato, non appena si sono ascoltate le prime note dell’arpa durante l’introduzione orchestrale a "Regnava nel silenzio", ad Antonella Valenti, magnifica prima arpa dell’Orchestra del Teatro, recentemente e prematuramente scomparsa, alla quale il Teatro dedica questa produzione di Lucia di Lammermoor. Il suo sguardo ceruleo, la chioma bionda, la gentilezza della persona e d’animo resteranno nel ricordo degli spettatori più assidui così come in quell’indefinito patrimonio di memorie che le sale teatrali amorevolmente custodiscono.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/70-opera/opera-2022/12780-napoli-lucia-di-lammermoor-18-01-2022

giovedì 6 gennaio 2022

2021: un bilancio - Luigi Raso: gli spettacoli dal vivo a Napoli e non solo

 Di questo 2021 ripercorro gli spettacoli più significativi che ho potuto seguire dal vivo.

Carmen in Piazza del Plebiscito a Napoli lo scorso giugno con una straordinaria e raffinatissima Elīna Garanča;

Il trovatore con il dream cast Anna Netrebko, Yusif Eyvazov, Luca Salsi e Anita Rachvelishvili: la prima rappresentazione si è tenuta in Piazza del Plebiscito, la seconda all’interno del San Carlo: sebbene in forma semiscenica, quella all’interno del San Carlo (a causa rischio pioggia) la ricordo come una delle più entusiasmanti serata d’opera alle quali abbia assistito. Pubblico in delirio per le prove trascinanti di Anna Netrebko e Anita Rachvelishvili;

Mi ha entusiasmato molto il violino di Valery Sokolov accompagnato da Jurai Valchua nel Concerto per violino di Chačaturjan al San Carlo lo scorso settembre;

A novembre 2021 all’Auditorium Parco della musica ho assistito al concerto dei Berliner Philharmoniker diretti da Kirill Petrenko. I Berliner sono sempre i Berliner e Petrenko si conferma e riconferma, battuta dopo battuta, il direttore geniale che è, capace di dare nuova vita a qualsiasi brano che esegue, di imprimergli una forza dionisiaca interna che – azzardo un paragone – mi ricorda quella di…Carlos Kleiber. E qui mi taccio per non addentrarmi in paragoni forse peregrini. Ad ogni modo, oggi, non credo che esista direttore più interessante di Kirill Petrenko;

Nel mio 2021 c’è La bohéme del San Carlo dell’ottobre scorso, se non altro perché ha segnato il ritorno del pubblico in sala, al pieno della capienza. Uno spettacolo prima dello spettacolo, dopo i lunghi mesi di spettacoli in streaming, che provo a rimuovere dalla mia memoria;

Più recentemente, l’Otello dello scorso novembre/dicembre al San Carlo, per la presenza di un grandissimo artista come Jonas Kaufmann, perfetto nel sopperire con la propria smisurata musicalità a un’organizzazione vocale ormai non più nel fiore degli anni. Interessantissima anche la direzione  di Michele Mariotti e ottima la prova del coro diretto da José Luis Basso. Della regia di Martone ho scritto volutamente fin troppo: riconfermo tutto e ribadisco che è stata di una intelligenza straordinaria e rara, a dispetto di ciò che ha pensato la maggior parte del pubblico. Per me, una delle più interessanti regie viste al San Carlo negli ultimi dieci anni;

In ultimo, La traviata di Salerno: il Verdi di Salerno è un teatro di provincia, ma – ed è ciò che più mi piace – trabocca di passione, al di là della resa artistica; lavorano tutti con impegno ed entusiasmo e ciò va riconosciuto e incoraggiato. Lo scorso 15 dicembre ho avuto modo di assistere alla (finora) più compiuta Violetta di Nino Machaidze, tra le varie che ho ascoltato: una Violetta estremamente matura vocalmente e interpretativamente;

Meriterebbe un cenno anche lo splendido Vespro della Beata Vergine eseguito nel Duomo di Napoli lo scorso 13 novembre dall’ensemble Musica Antiqua Latina e il Coro da camera italiana diretti da Giordano Antonelli per la Stagione dell’Associazione Alessandro Scarlatti. Confesso di nutrire profonda simpatia per l’Associazione Scarlatti, perché, pur senza tanti fondi, con una piccola struttura organizzative, firma stagioni di musica da camera sempre interessanti, ricche di stimoli, contaminazioni e proposte. Hanno attraversato, causa Covid, un periodo molto difficile, ma ora sono riusciti a programmare, per i prossimi mesi, una stagione di tutto rispetto, “itinerante” tra varie sedi a Napoli.

Per restare in ambito napoletano, le personalità che ricorderò del 2021 sono: Jurai Valcuha per aver saputo accrescere, anche in quest’anno “complicato”, smalto all’orchestra; José  Luis Basso per essere tornato a dirigere dopo un quarto di secolo il Coro del San Carlo e averlo letteralmente trasformato in soli pochi mesi di attività, donandogli una carica di energia e entusiasmo che ha del miracoloso, oltre che maggiore precisione e cura del suono.

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