giovedì 28 luglio 2022

Nient'altro che scene

 NAPOLI, 22 luglio 2022 - Sei volte in sei anni: è questo il dato statistico della presenza della Traviata sul palcoscenico del San Carlo. Una scia ininterrotta di presenze, dal 2018 al 2022, per Violetta, qui a Napoli. Per limitarci alle ultime tre: nel 2020, nel mezzo dell’era pandemica, in forma di concerto (qui la recensione); nel 2021, alla timida ripresa dell’attività operistica dopo i lunghi mesi di chiusura dei teatri al pubblico e di trasmissioni in streaming (solo a sentire risuonare l’espressione trasmessa in streaming ci vien l’orticaria!), in forma semiscenica (qui la recensione).

E finalmente si giunge a stasera, con La traviata presentata con tutti i crismi scenografici e teatrali nell’allestimento che Ferzan Özpetek firmò per l’inaugurazione della lontana stagione lirica 2012 -2013.

Fu (ed è) una Traviata turca: il regista nato a Istanbul e naturalizzato italiano pospone l’ambientazione nella Parigi del 1910, dominata dal gusto, aromi e abbigliamento proprio del declinante Impero della Sublime Porta. E così Dante Ferretti, vincitore di tre premi Oscar, disegna sontuose scenografie d’interni per la casa parigina di Violetta Valéry, con tanto di rimando per gli arredi al gusto ottomano (non manca il narghilè dal quale fuma la stessa Violetta, tappeti, cuscini e ottomane, da intendersi quali divani alla turca), e per quella di Flora Bervoix, divisa tra un ricco interno borghese de un esterno dominato dalla solenne scalinata che richiama quella di Montmartre. Meno riconducibili all’immaginario ottomano il primo quadro del II atto e, soprattutto, l’atto III, la cui scenografia è scarnificata, esaurita in un letto circondato dal buio delle notte e della solitudine nella quale annega Violetta.

Fanno da corredo i bei costumi di Alessandro Lai, con tratti e accessori evocativi della moda turca, con tanti fez adagiati sulle teste maschili e turbanti per le signore.

Ma questo impianto scenografico - la cui concezione, di derivazione zeffirelliana, apparve già datata dieci anni fa, quando vide la luce questa produzione - non è valorizzato da un evidente disegno registico: a dominare per l’intera durata dello spettacolo sono infatti povertà di idee e una interazione dei personaggi convenzionale e assai limitata.

Tutta scena, solo scene, verrebbe da dire per definire questa produzione.

E, anzi, se la memoria e i dieci anni trascorsi non ci inducono in errore, l’unica trovata registica che puntava a descrivere (e ad enfatizzare) la doppiezza morale di Giorgio Germont sembra esser stata espunta in questa ripresa. Eccessivamente truculenti e inverosimili appaiono, poi, gli effetti dell’emottisi di Violetta sulla candida veste notturna dell’atto III: per un momento pensiamo di assistere alle scene finali di Lucia di Lammermoor piuttosto che a quella della Traviata.

Sul fronte musicale la concertazione di Francesco Ivan Ciampa - nel complesso buona per tenuta del tutto e per il rispetto degli equilibri tra buca e palcoscenico - si attesta su tempi spediti e su affondi sonori talora eccessivamente fragorosi: entrambi gli elementi, tuttavia e purtroppo, non riescono ad assicurare alla Traviata quella drammaticità a tratti rovente (Atto II, Quadro II), quella fatalistica corsa verso la morte che la partitura postula e sottolinea (Atto I), così come quegli squarci lirici nei quali il flusso drammatico si ferma per contemplare sé stesso (l’assenza di applausi dopo “Amami, Alfredo è emblematica di ciò).

Sono ben curati nelle dinamiche e nel fraseggio i preludi agli atti I e III, ma risulta poco incisivo - anche per lo scarso coinvolgimento della Yende e di Gagnidze - il cruciale duetto tra Violetta e Giorgio Germont dell’atto II.

Buona la tenuta e lo smalto dell’Orchestra del San Carlo: suono potente e fragoroso nei concertati, vellutato nei ben calibrati accompagnamenti dei solisti, perfetti gli a solo del clarinetto di Edoardo Di Cicco (Atto II), e violino di spalla di Daniela Cammarano nel finale.

Si attesta su livello di eccellenza, per compattezza e precisione e varietà di colori, la prova del Coro del San Carlo preparato e guidato da José Luis Basso, il quale per l’occasione – e questa è una simpatica nota di colore – canta mischiato all’interno del proprio coro nel corso della festa dell’Atto I a casa di Violetta. Una partecipazione, quella di José Luis Basso, che ci dà la misura veritiera dell’evidente feeling che si è instaurato tra il maestro argentino e i suoi artisti del Coro.

La Violetta di Pretty Yende è salutata da un’ovazione al termine dello spettacolo; eppure a chi scrive la vocalità del soprano sudafricano, pur nella tendenziale correttezza del suo canto, non è apparsa adeguata alla scrittura della Traviata: a mancare è una discreta dose di peso specifico vocale, l’incisività, il sostegno adeguato della voce sul fiato. Troppe frasi appaiono come accennate, ben poco sostenute dal punto di vista tecnico e interpretativo; la vocalità della Yende sembra subire gli affondi lirici che pure Verdi scrive e pretende, dando l’impressione di essere vicina al punto di lacerazione. Le cose migliori, come era ovvio aspettarsi date le sue caratteristiche vocali, vengono dalle colorature dell’atto I, suggellate dall’acuto (da Verdi non scritto) che chiude la cabaletta finale, acuto, però, solo “toccato” e tenuto per pochi attimi.

La Yende appare poco incisiva nel duetto dell’atto II con Giorgio Germont e ben poco ribelle al velo di morale borghese che le è stato calato sul suo cuore nel disperato “Amami, Alfredo”.

La drammaticità dell’atto III, insistendo nelle regioni più gravi della tessitura, è, di conseguenza, solo accennata.

È in crescendo la prova dell’Alfredo Germont di Francesco Demuro, il quale torna al San Carlo dopo il trionfo del suo Elvino nella Sonnambula dello scorso gennaio (qui la recensione): dopo un Brindisi non proprio esaltante, il tenore sardo mette meglio a fuoco la propria organizzazione vocale.

Timbro suggestivo, ma in questa produzione (almeno dal posto di platea dal quale si è osservata e ascolta l’opera) il volume appare eccessivamente esiguo.

Migliora (e abbastanza) la tenuta vocale e lo scavo interpretativo nel corso dell’atto II e III, dando vita a un Alfredo appassionato e determinato.

Mostra i muscoli vocali George Gagnidze nei panni di Giorgio Germont; la linea di canto però oscilla tra forzature ed eccessivi alleggerimenti di emissione: la sua aria - “Di Provenza il mar, il suol” - nel complesso è convincente, ma il personaggio di Germont padre risulta, tirando le somme, soltanto abbozzato e non troppo nobile nel canto.

Fa bene il Balletto del Teatro di San Carlo nella danza delle zingarelle e dei matadores nel corso dell’atto II.

Accettabili le parti secondarie di Valeria Girardello, Flora Bervoix dal timbro non molto seducente ma dalla buona partecipazione teatrale; il Gastone di Marco Miglietta; il sanguigno (per intenzioni registiche) Barone Douphol di Enrico Marabelli; il marchese d’Obigny di Pietro Di Bianco e il dottor Grenvil di Alessandro Spina; Giuseppe di Michele Maddaloni, il Domestico di Flora di Giacomo Mercaldo e un commissionario di Alessandro Lerro, tutti e tre artisti del Coro del San Carlo.

Ma a dominare su tutta la schiera di comprimari è la Annina della sempre deliziosa Daniela Mazzucato, grande artista che sa illuminare di originale luce personale anche parti tanto piccole quanto significative.

Un teatro gremito ed entusiasta decreta con lunghi applausi un successo per tutti gli artefici dello spettacolo, con ovazione, come accennato, per la Violetta di Pretty Yende.

Dopo le ingiustificate e “colpevoli” defezioni da parte del pubblico in occasione del magnifico Evgenij Onegin (qui la recensione: recensione) e dei concerti sinfonici diretti da Fabio Luisi e Juraj Valčuha, constatiamo che al richiamo di Violetta il pubblico non si sottrae mai.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/70-opera/opera-2022/13399-napoli-la-traviata-22-07-2022

lunedì 11 luglio 2022

Vedere Wagner

 NAPOLI, 10 luglio 2022 - È dedicato integralmente a Richard Wagner l’ultimo concerto sinfonico diretto da Juraj Valčuha al Teatro San Carlo nella veste, prossima alla dismissione, di Direttore musicale; il maestro slovacco tuttavia tornerà al San Carlo per inaugurare la Stagione lirica 2022 - 2023 dirigendo Don Carlo, in scena dal prossimo 26 novembre.

Il programma di questa ultima serata sinfonica ricalca quasi integralmente (con le sole esclusioni dei due preludi da Lohengrin e della Siegfrieds Tod und Trauermarsch da Götterdämmerung) il programma del concerto diretto, nella stessa sala, il 18 novembre 1953, da Hermann Scherchen quasi settant'anni fa. E sono settanta anche gli anni che ci separano dalla prima edizione del Festival wagneriano di Ravello: Valčuha e l’Orchestra del San Carlo lo scorso 8 luglio hanno proposto, nella magnifica cornice della balconata sul mare di Villa Rufolo, la stessa scaletta di questa sera.

Ad aprire il concerto è il gioioso, trionfale e luminoso (è scritto nella tonalità di do maggiore) Preludio dell’atto I da Die Meistersinger von Nürnberg, concepito da Richard Wagner di getto, nel treno che da Venezia lo portava a Vienna, per effetto della suggestione del sentimento di rinascita spirituale germogliato dopo aver ammirato l’Assunta di Tiziano alle Gallerie dell’Accademia a Venezia, dov’era esposta nel 1861 (oggi è sull’altare maggiore della Basilica Santa Maria Gloriosa dei Frari, luogo per il quale è stata concepita da Tiziano). La spinta ascensionale e processionale, unita alla luminosità della rinascita, è presente nell’insieme dei temi che vengono presentati da Wagner in questo grandioso preludio, costruito con dotta e ilare sapienza contrappuntistica: ed è proprio nell’evidenziazione di questi aspetti che si concentra il focus della lettura di Valčuha. Si ascoltano e si vedono tutti i temi ben distinti, la straordinaria unitarietà della costruzione contrappuntistica di Wagner; ci si bea della bellezza e della spontaneità dei temi dell’opera che qui vengono presentati, sbalzati con una cura delle dinamiche approfondita e varia, in un’articolazione fluida e immediata. Il tono generale è improntato a solennità, ma si strizza l’occhio al sorriso (benché amaro), che domina l’opera più atipica e “meno wagneriana” del compositore di Lispia.

L’orchestra del Teatro San Carlo - in stato di grazia, precisa e compatta nel corso dell’intero concerto – si dimostra possente nelle sonorità; procede unita e fragorosa come un organo di una vasta basilica, rafforzata dal basso dell’armonia dal magnifico e poderoso basso tuba di Federico Bruschi che ha il compito di sostenere l’intero peso dell’edificio sonoro del brano. Ma in questo difficilissimo brano a meritare l’encomio sono tutte le sezioni orchestrali, perfette nell’assicurare la tenuta e l’amalgama del tutto, al quale conferiscono suono luminoso e intenso, proprio come richiede la partitura. Ottima la sezione dei contrabbassi, potente e precisa nel suono; e poi, come non lodare il lavoro magnifico dei tromboni, che dà smalto e lucentezza al preludio così come ai successivi brani in scaletta?

Dalla luminosità del preludio dell’atto I da Die Meistersinger von Nürnberg si passa al Preludio e Morte di Isotta da Tristan und Isolde, capolavoro affrontato da Juraj Valčuha nel 2020 al Teatro Comunale di Bologna (leggi la recensione): tanto vitalistico e luminoso era il Preludio ascoltato in precedenza, quanto cupe ed estenuate sono le due atmosfere che gravano sui due brani sinfonici - accostati dallo stesso Wagner per le esecuzioni concertistiche - che aprono e chiudono il Tristan. La lettura che ne dà Valčuha è improntata a una straziata rilassatezza, sin dal cromatismo esasperato del Preludio: si ascolta già in nuce quella che sarà la morte trasfigurata del finale. La tensione dei brani è stemperata in un fluire musicale a tratti denso nel quale sono stati sopiti gli ardori della passione erotica di Tristan e Isolde. Una lettura, quindi, di estrema suggestione, più cerebrale che passionale della tenzone tra Amore e Morte di cui i due amanti sono campo di battaglia.

Terso nei colori e placido nell’agogica, frastagliato nelle dinamiche e compatto nel suono procede Karfreitagszauber (Incantesimo del Venerdì Santo) da Parsifal: sul manto cangiante di colori e intensità degli archi si innesta la tarsia sonora dei legni e degli ottoni: l’effetto è acusticamente sorprendente e travolgente, pur nell’assenza di esteriorità e platealità. Il gesto di Valčuha si allarga, come ad indicare alla sua orchestra di far librare il soffio consolatorio di questa aerea musica.

Waldesrauschen (Mormorio della foresta) dall’opera Siegfried rende perfettamente la sensazioni di fresco arcano naturalistico che è la cifra del brano: ci si immerge in una natura panica, dominata dal gioco dei richiami che giungono a Siegfried. A meritare il plauso sono gli interventi solistici dei legni, tutti perfetti, ben cesellati, sostenuti dall’intera orchestra. Andrea Marotta all’oboe è così bravo che non fa percepire di essere stato letteralmente catapultato sul palco a causa dell’improvvisa indisposizione dei due oboi previsti. Bravo! Ma a rendere perfettamente atmosfera e colori del brano sinfonico contribuiscono l’ottimo flauto di Bernard Labiausse, il clarinetto di Luca Sartori, il primo violino di spalla di Gabriele Pieranunzi. Una pagina, Waldesrauschen, dipinta da Juraj Valčuha con pennello chirurgico, che sa ben mescolare le tonalità che la tavolozza orchestrale gli mette a disposizione.

L’ouverture da Tannhäuser è analiticamente suddivisa dalla concertazione di Valčuha: religioso e contrito è il tema del Coro dei pellegrini che la apre, voluttuoso e sfrenato quello successivo del Venusberg. Se la prima sezione dell’ouverture ha un andamento solenne, la seconda si abbandona a un passo orgiastico e sfrenato, dominato e frenato da venature di voluttuosità (intervento del primo violino di spalla). Il dualismo viene ricomposto nel grandioso e vittorioso finale, laddove ricompare trionfante il tema iniziale del Coro dei pellegrini, al quale Juraj Valčuha e l’orchestra conferiscono la giusta enfasi sonora ed emotiva. Come definire quest'esecuzioneOrchestra dallo scintillio abbacinante, precisa, dall’articolazione melodica variopinta, perfetto lavoro degli ottoni tutti (e merita un plauso convinto il primo trombone di Sergio Danini), così come dei legni, il cui clarinetto si staglia netto sull’incessante sussurro degli archi. È un successo trionfale quello che viene tributato al termine del concerto.

Quei pochi che c’erano in sala (mai come per questo concerto è da biasimare l’assenza di pubblico!) applaudono calorosamente e prolungatamente, dimostrando affetto sincero, soltanto velato dalla tristezza per la scadenza del mandato di direttore musicale, nei confronti di Juraj Valčuha e della meravigliosa Orchestra del San Carlo, compagine che concerto dopo concerto non fa che dimostrare sul campo la propria affidabilità, precisione e mostrare la bellezza dello smalto del suono italiano, morbido, penetrante e duttile. A tanto successo consegue come bis il folgorante e scintillante Preludio dell’atto III da Lohengrin, attaccato da Valčuha con impeto rapsodico. Chi c’era in sala applaude ancora, con evidente poca volontà di abbandonare la sala: e così Valčuha, d’accordo con l’orchestra e il primo violino, decide di “bissare il bis” con un’altra entusiastica e travolgente esecuzione del Preludio da Lohengrin ascoltato pochi minuti prima.

Una considerazione personale. Al termine di un concerto di tal pregio, per interesse interpretativo e livello esecutivo, aumenta il rimpianto per aver visto Juraj Valčuha cimentarsi solo una volta, nel corso degli anni trascorsi al San Carlo, con il teatro musicale di Richard Wagner: l’unico incontro infatti risale al maggio del 2019, con Die Walküre (qui la nostra recensione). Quanto sarebbe stato interessante ascoltare più drammi musicali di Wagner affidati alla sua bacchetta!

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/68-concerti2022/13359-napoli-concerto-valcuha-10-07-2022

venerdì 8 luglio 2022

Florilegio di colorature

 NAPOLI, 6 luglio 2022 - Si torna all’antico con questa ripresa del Barbiere di Siviglia al San Carlo, nello storico e fortunato allestimento - firmato per la regia dal compianto Filippo Crivelli, con le coloratissime e bellissime scene di Lele Luzzati, i costumi, altrettanto curati e di pregevole fattura, di Santuzza Calì - che debuttò qui nel lontano 1999. Ma il ritorno all’antico è in questo caso progresso? Proviamo ad indagare, spiegare e tentare di fornire qualche risposta.

Partiamo dal dato scenografico e dalla regia. Chi scrive nel 1999 rimase stupito dal profluvio di colori delle ambientazioni luminose e gioiosissime: lo stupore, a distanza di anni, e malgrado le precedenti riprese, non si è affievolito. Le scenografie di quel poeta che è stato Lele Luzzati restituiscono una dimensione favolistica di Siviglia, ilare e candida: vi sono riferimenti agli azulejos andalusi, all’arte mudéjar, ai patii con pergolato, ai sofisticati intrecci in ferro battuto dei balconi, quelli che si incontrano tra le sue stradine bianche e assolate e, soprattutto, a Triana, l’antico quartiere adagiato sul Guadalquivir; poi, a regnare è la sensazione di quella luce accecante propria del meraviglioso capoluogo andaluso, consacrato anche all’opera lirica. Quante opere sono ambientate a Siviglia! Provate a contarle e vi accorgerete che l’elenco è lungo.

Perfettamente innestati nella scenografia i bei costumi disegnati dalla mano esperta di Santuzza Calì: il costume indossato nel finale dell’opera da Rosina sembra mutuato da quello delle sensualissime Madonne sivigliane. Le luci curate da Valerio Tiberi hanno gioco facile nell’esaltare l’elemento coloristico dell’allestimento.

La regia di Crivelli - stasera ripresa da Luca Baracchini - è all’insegna della tradizione, per pochissimo incline a proporre trovate innovative: c’è movimento, discreto ritmo, ma l’idea di fondo apparve già nel 1999 e oggi ancor più, ossequiosa ad una certa tradizione teatrale che strizza con discrezione l’occhio ai frizzi e lazzi. Ad ogni modo, contribuisce, e bene, alla godibilità complessiva dello spettacolo. Gli anni di questo allestimento si notano, ma non incidono sulla gradevolezza e originaria simpatia.

Più articolato il discorso sull’incidenza del “tornare all’antico” per quanto riguarda l’aspetto musicale. Proviamo ad addentrarci: la novità di questa ripresa è costituita dall’affidare a un soprano di coloratura, Jessica Pratt, la parte di Rosina, da più di cinquant’anni stabilmente affidata a mezzosoprani o, più raramente (perché quelli veri son rari!), a contralti. 

Occorre aprire una breve parentesi storica. Rossini scrisse la parte di Rosina per il mezzosoprano Geltrude Righetti-Giorgi; tuttavia egli stesso approntò successivamente una trascrizione per il soprano Joséphine Mainvielle-Fodor: la scelta, quindi, non è assolutamente un arbitrio, considerata anche la folta schiera di soprani che l’ha affrontata. L’elenco sarebbe lunghissimo, ed è notissimo. Vi sono però ragioni di opportunità musicale che indurrebbero ad optare per Rosina mezzosoprano: la corda sopranile di Rosina, soprattutto nei concertati, cuore pulsante del Barbiere, potrebbe differenziarsi poco da quello di Berta, soprano anch’ella, tant'è vero che la tradizione, per rispettare la distribuzione delle linee vocali, provedeva semmai l'attribuzione della governante al registro più basso.

Malgrado la preliminare, e perdurante, perplessità sulla scelta, esecutivamente antiquata, bisogna ringraziare Jessica Pratt, beniamina del Teatro San Carlo, per aver dato la disponibilità a sostituire la collega precedentemente scritturata. La sua è una Rosina che potremmo definire siderale, tutta proiettata nel registro acuto e sovracuto della tessitura: la scrittura vocale è farcita da colorature, picchiettati, acuti. L’artiglieria pesante del proprio agguerrito armamentario tecnico è scaricata in questa Rosina vulcanica, effervescente e maliziosa. Davanti a questa girandola di funamboliche colorature si resta stupefatti per la naturalezza e la temerarietà con la quale la Pratt affronta la scrittura canora e le variazioni. Già, le variazioni. All’Atto II, al posto dell’aria "Contro un cor che accende amore", Jessica Pratt, evidentemente d’accordo con Riccardo Frizza, inserisce un’aria di baule, "Deh! Torna mio bene" di Heinrich Proch (1809 - 1878), comunemente conosciute come le temibilissime Variazioni di Proch, delizia di numerosi soprani di coloratura. 

La sostituzione dell’aria di Rossini ci lascia perplessi, e non poco. La sulfurea drammaturgia rossiniana subisce una battuta d’arresto, viene ipnotizzata dalle volute delle terribili - per difficoltà e qualità musicale - colorature di Proch che la Pratt affronta con tendenziale precisione, guadagnandosi il meritato tripudio di applausi. Al di sotto del debordante di colorature spinte al parossismo Jessica Pratt fa emergere una Rosina lepida, effervescente e caratterialmente decisa.

La prestazione di Xabier Anduaga, Conte di Almaviva, è in crescendo: dotato di voce dal bel timbro, dal buon peso specifico, sicuro negli acuti e con buon squillo, appare opaco nella cavatina iniziale "Ecco, ridente in cielo", afflitta da qualche forzatura di troppo nell’emissione e da fiorettature non sempre nitide. Si riscatta nel corso della serata, finendo per affrontare e superare con buoni voti, grazie al bel fraseggio e ad acuti centrati e proiettati, l’aria, così irta di difficoltà, "Cessa di più resistere". L’Almaviva del giovanissimo tenore spagnolo (classe 1995) si giova di mezzi vocali interessanti e di un registro acuto spontaneo e ben calibrato; convince di meno nell’aspetto più lirico e cantabile della parte per un’emissione non sempre controllatissima. Nel complesso, una buona prova, da attribuire anche alle doti interpretative e di attore di Anduaga.

È popolaresco e guascone, empatico, genuino e convincente il Figaro di Davide Luciano, il quale si impone per la sontuosità dei propri mezzi vocali, il bel timbro, lo spessore vocale, la sua proiezione, la dizione scolpita, la teatralità dei recitativi. Doti naturali che gli consentono di affrontare la parte di Figaro con una malcelata spavalderia che in taluni momenti ("Guarda don Bartolo! Sembra una statua! Ah ah, dal ridere sto per crepar" nel finale dell’Atto I) porta il baritono italiano a calcare forse la mano spingendo troppo sul pedale dell’intensità sonora.

Cantato correttamente il Don Basilio di Riccardo Fassi, il cui colore timbrico appare però non tanto scuro e adeguato alla parte di Don Basilio. La sua prestazione, precisa e corretta, merita gli applausi ricevuti al termine dello spettacolo.

Carlo Lepore si conferma ancora una volta, a poco più di un mese dalla magnifica prova nei panni di Don Magnifico al Teatro Verdi di Salerno (qui la nostra recensione), l’artista che è, una perfetta sintesi di cantante-attore capace di catalizzare l’attenzione: prodigiosa è la sua capacità di tornire suoni, espressioni, inflessioni all’interno della frase musicale. Ascoltarlo è osservare una varietà di suoni, ora corposi, ora sussurrati, ora (senza abusarne) in falsetto. E poi c’è il sulfureo sillabato, consegnatogli dalla gloriosa scuola di bassi buffi italiana. Gli basta accennare le prime parole del recitativo, pochi movimenti e qualche espressione del viso per essere - più che trasformarsi - in Don Bartolo. Della serata, quello di Carlo Lepore è il personaggio meglio scolpito, quello del quale a colpire sono anche i particolari, le più piccole pieghe delle parte che un artista sa come rendere gemme. "A un dottor della mia sorte" è un trattato riveduto e corretto per cantare e recitare da basso buffo.

Daniela Cappiello è quella che legittimamente si può definire una Berta di lusso, per l’intelligenza dell’interprete e le qualità vocali. Come detto, in questa produzione sconta la “confusione” delle corde vocali sopranili nei concertati. La sua Aria di sorbetto "Il vecchiotto cerca moglie" è gustosa e ben cantata.

Clemente Antonio Daliotti, Giuseppe Scarico e Salvatore Totaro, rispettivamente Fiorello, un ufficiale e un notaro, sono comprimari diligenti e precisi; efficace è il mimo Armando De Ceccon, nei panni di Ambrogio, presenza discreta che attraversa gran parte del melodramma buffo.

La direzione di Riccardo Frizza, al debutto sancarliano nell’opera, ha l’indubbio merito di assicurare coesione e precisione tra buca e palcoscenico; è prodiga nell’evidenziare i ricercati colori che la geniale orchestrazione di Rossini postula; assicura fluidità al discorso musicale. Eppure la sua lettura procede senza quel pizzico di sulfurea e inestinguibile effervescenza di cui la partitura del Barbiere trabocca. Una concertazione, quella di Frizza, molto calibrata, asciutta, ma priva del guizzo, dal tratto surreale, immaginato da Rossini. Il maestro ha dalla sua l’Orchestra del Teatro e prime parti (in particolare i legni) nelle consuete eccellenti condizioni alle quali hanno abituato il pubblico sancarliano.

Poco ma buono vien da dire per riassumere la prova del Coro del San Carlo guidato da José Luis Basso: anche se Rossini riserva alla sezione maschile del Coro pochi interventi, le parti sono affrontate con precisione, suono tornito, ben amalgamato e morbido, in sincrono con orchestra e solisti.

Si applaude a lungo al termine, salutando con esplosioni di entusiasmo i protagonisti dello spettacolo. Jessica Pratt raccoglie un’ovazione.

Figaro e le sue astuzie chiamano a raccolta un folto pubblico, che per ammirare le sue trame e il suo ingegno affronta anche l’asfissiante caldo cittadino di queste giornate. Successo, successo “grasso e tondo”.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/70-opera/opera-2022/13342-napoli-il-barbiere-di-siviglia-06-07-2022