sabato 31 dicembre 2022

Il mio 2022 musicale

 Fra Napoli e Vienna, il 2022 è stato un anno di grandi voci e grande teatro musicale, senza trascurare la musica strumentale.

Tra le opere e i concerti ai quali ho assistito, e in gran parte recensito, durante il 2022 elencherò quelli che mi hanno colpito maggiormente, esprimendo un brevissimo giudizio.

Evgenji Onegin, andato in scena al Teatro San Carlo di Napoli (qui la recensione è la produzione più bella che mi sia capitato di vedere in questo 2022, perfetta per la scelta del cast vocale (su tutti la Tat’jana della stupenda Elena Stikhina). Ma a rendere indimenticabile lo spettacolo hanno contribuito sensibilmente la crepuscolare e ispiratissima direzione di Fabio Luisi e la regia, profonda, ricca di oggetti che fanno da filo conduttore, di attenzione ai particolari, firmata da Barrie Kosky: uno spettacolo nato anni fa per la Komische Oper Berlin, visto e rivisto in video più volte, ma che dal vivo mi ha letteralmente incantato.

La gazza ladra, nuova produzione del Theater an der Wien è invece lo spettacolo più interessante che abbia visto all’estero (qui la recensione). Merito della regia di Tobias Kratzer, il quale, nello spazio della Halle E del MuseumsQuartier di Vienna (la storica sala del Theater an der Wien resterà chiusa per due anni per lavori di restauro e ammodernamento) ci fa comprendere – qualora ce ne fosse bisogno – ancora una volta l’attualità di Rossini. Ottimo e affiatatissimo il cast vocale, sul quale si impone l’intensa Ninetta di Nino Machaidze, grande interprete nei cui confronti le maggiori Fondazioni liriche italiane, a mio giudizio, dovrebbero prestare maggiore attenzione. Per chi volesse, la ripresa dello spettacolo viennese sarà a breve pubblicata in dvd per la Unitel: vedere per credere.

Resto a Vienna per segnalare un direttore che mi ha impressionato (e non poco), Jakub Hrůša: trascinatore, analitico, perfetto dominatore di ogni aspetto della partitura. Concerto alla testa dei mitici Wiener Philharmoniker salutato al Musikverein da un diluvio incessante di applausi (qui la recensione). Noi italiani siamo fortunati: Jakub Hrůša è Direttore Ospite Principale dell’Accademia di Santa Cecilia; le occasioni per ammirarlo e per lasciarsi travolgere dal suo carisma d’interprete non mancheranno.

Veniamo alle voci: argomento massime divisivo.

Anna Netrebko al San Carlo (in Aida e nel recital dedicato alla celebrazioni per i 100 anni dalla nascita di Maria Callas) si conferma essere il soprano più coinvolgente e dal timbro vocale più ammaliante che al giorno d’oggi possa ascoltarsi. Anno complicato, il 2022, per il grande soprano, ma che non sembra - per sua e nostra fortuna! - aver avuto riflessi sui propri mezzi vocali. Sarà difficile dimenticare il suo III atto (da antologia!) dell’Aida andata in scena al San Carlo nel febbraio 2022 (qui la recensione), così come il recital dello scorso mese di ottobre (qui la recensione).

Al San Carlo il 2022 ha visto un via vai di grandi voci.

Un altro nome, un altro soprano: Lisette Oropesa, magnifica, elegante e cesellata Elvira nei Puritani, proposti in forma di concerto. In quella occasione ho avuto l’onore e il piacere di intervistarla: ho scoperto una diva-antidiva simpatica, gentile e affabile, acuta e profonda nei giudizi musicali, nell’analisi delle parti vocali che ha affrontato e che affronterà. Dalla lunga e piacevole conversazione è scaturita la nostra intervista e, soprattutto, tanta ammirazione per la donna Lisette e l’artista Oropesa (qui l’intervista)

Il 2022 al San Carlo si chiude con una parata di star vocali: Michele Pertusi, Elīna Garanča, Mattew Polenzani, Ailyn Pérez, Ludovic Tézier sono stati gli interpreti principali di un Don Carlo (qui la recensione) che ha diviso per la regia di Claus Guth (per me, appropriata allo spirito dell’opera e dalla profonda intelligenza) e che avrebbe meritato ben altra ripresa video e audio da parte della RAI.

Di ogni opera che ci lascia un segno nel personale “libro dell’ascoltatore” c’è sempre un interprete che ricordiamo più degli altri. Di questo Don Carlo ricorderò sempre Elīna Garanča e il suo "O don fatale", momento catartico dell’intersa serata. E accanto alla Eboli della Garanča, la nobiltà vocale del Marchese di Posa di Ludovic Tézier.

Sono molti i CD usciti nel 2022 che ho ascoltato, e tanti sarebbero degni di nota. Qui mi limito a segnalare uno tra quelli che mi hanno colpito maggiormente e che ho recensito: Rossini & Donizetti – French Bel Canto Arias di Lisette Oropesa (qui la recensione: recensione). Da ascoltare per molteplici motivi: per la raffinatezza del repertorio, la coerenza delle arie proposte. La Oropesa canta da par suo, così come ho provato a descrivere e analizzare. Corrobora il mio entusiasmo per questo CD (che ascolto frequentemente) aver saputo qualche giorno fa che la traccia di "Céleste providence" da Le Comte Ory è stata inserita da The New York Times tra i migliori brani di musica classica e operistica del 2022: scusate se è poco!

Altro soprano che di questo 2022 ricorderò è Ermonela Jaho ascoltata quale Adriana Lecouvreur al Teatro Verdi di Salerno (qui la recensione ): se il timbro si sta inaridendo, a colpire è la sua interpretazione di un’Adriana fragile, dolente, tutta giocata e sfumata sulle mezze voci.

E resto con il ricordo al Teatro Verdi di Salerno, polo culturale della Campania encomiabile per la passione profusa nelle lodevoli e dignitose produzioni operistiche, per segnalare la divertente e godibilissima Cenerentola di Rossini (qui la recensione ): produzione frizzante per la regia di Riccardo Canessa, con un cast vocale di specialisti rossiniani, dominato da Teresa Iervolino, Carlo Lepore e Vito Priante.

Qualche ultimo ricordo/riflessione.

La miglior pianista ascoltata nel 2022 è senz'altro Beatrice Rana (qui la recensioni): il dubbio di aver ascoltato un’orchestra al posto del pianoforte ancor mi assale! Semplicemente magnifica, per interpretazione, dominio tecnico, colori. Dal pianoforte al violino: Francesca Dego e Laura Marzadori condividono l’essere giovanissime, bravissime, e con una spiccata personalità interpretativa che il trascorrere del tempo non potrà che accrescere. Dego, insieme al pianista Alessandro Taverna e al cornista Martin Owen, ha proposto recentemente a Napoli un programma di grande interesse (qui la recensione ). Marzadori (qui la recensione) ha affrontato l’ingiustamente poco eseguita Sonata in Fa maggiore per violino e pianoforte di Felix Mendelssohn Bartholdy, brano che ha fatto detonare la sua debordante personalità d’interprete.

Non resta che augurarci un 2023 ancor più ricco di stimolanti proposte musicali del 2022!

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domenica 18 dicembre 2022

Epifania musicale

 NAPOLI, 14 dicembre 2022 - È un’epifania musicale il concerto che il Teatro San Carlo dedica al Natale: la monumentale Sinfonia n. 3 in re minore in sei tempi per contralto, coro femminile, coro di bambini ed orchestra di Gustav Mahler (composta nel 1896 ed eseguita nel 1902) è una cosmogonia in musica, una mirabile e poderosa costruzione sinfonica, i cui nessi con la festività del Natale a prima vista appaiono sfuggire; ma, riflettendo, e con sforzo di immaginazione ardito, nel risveglio di Pan e della natura primaverile evocato nel rimo movimento (Kräftig. Entschieden/Con forza, Deciso) può scorgersi la stessa forza dell’irruzione di Cristo nella storia, essenza del Natale cristiano.

Non è certamente musica sacra la Sinfonia n. 3 di Mahler, ma trasuda di una religiosità, aconfessionale, aliena da certezze e dogmi, e di anelito alla trascendenza, come molta della musica del compositore boemo. Ma, tralasciando considerazioni e opinioni sulla portata e sull’attualità del messaggio della musica di Gustav Mahler, ciò che qui ci interessa è provare a descrivere il concerto di Natale al San Carlo: lapidariamente, uno dei migliori concerti natalizi degli ultimi anni; e il merito va attribuito e distribuito a tutti i numerosi artefici dell’esecuzione.

La duttilità e l’affidabilità dell’Orchestra del San Carlo, lo smalto del suono “italiano” di una compagine prevalentemente operistica, la cavata possente degli archi, la pulizia dell’articolazione delle frasi musicali (si pensi al lungo Langsam, Ruhevoll, Empfunden/Lento, Tranquillo, Sentito finale), la lucentezza degli ottoni, il nitore dei legni, la precisione delle percussioni - tanto impegnate quanto fondamentali in questa sinfonia per il continuo rimando ad echi di marce - sono una certezza da molto tempo; eppure, davanti a sinfonie, come questa Terza di Mahler, che impongono un organico orchestrale monumentale e un funzionamento degli ingranaggi preciso quanto quelli di un orologio svizzero, queste certezze si amplificano e stupiscono ancor di più.

Infatti, dal punto di vista prettamente tecnico l’organismo orchestrale pulsa e respira perfettamente, sin dal poderoso incipit affidato ai corni all’unisono: le singole sezioni sono compatte tra loro, il suono curato e intenso, ottime le prime parti; risulta subito chiaro il continuo contrasto tra atmosfere che si contrappongono nell’evolversi della Sinfonia: ora lugubri, ora stranianti nella rievocazione della musica Klezmer, linfa musicale della terra d’origine di Gustav Mahler e connaturata alla propria origine ebraica.

Lo scintillio improvviso dei richiami Klezmer e delle marcette, con il loro irrompere beffardo e tagliente, si stagliano nettamente dal suono turgido, possente: nel corso dell’esecuzione della Sinfonia, infatti, non viene mai meno il giusto rapporto tra i pesi sonori delle singole sezioni all’interno dell’organismo orchestrale, così come la cura delle dinamiche e il “culto” della ricerca del suono più connaturato alla descrizione degli episodi – spesso solo apparentemente sconnessi e in contrasto tra loro – sui quali la Sinfonia si regge.

È un’esecuzione che, forse, ricorda agli ascoltatori meno attenti l’importanza del ruolo giocato dalla famiglia delle percussioni: nella Terza di Mahler hanno una parte fondamentale e significativa nel dar vigore al risveglio panico della Natura che è alla base del “programma” (termine improprio per un demiurgo musicale qual è Gustav Mahler) della Sinfonia, ma, soprattutto, della rievocazione di quelle marce che sembrano provenire da un mondo perduto. E ai timpani è di fatto affidata la lunga chiosa finale .

In definitiva, una delle prove più convincenti per un’orchestra che ha abituato il suo pubblico a uno standard esecutivo molto elevato, per duttilità, compattezza, affiatamento, ampiezza della tavolozza delle dinamiche e dei colori orchestrali.

E poi c’è da lodare le prime parti, tutte puntuali e dal bel suono. Nominare tutte quelle coinvolte nell’eccellente riuscita dell’esecuzione significherebbe stilare uno sterile elenco di nomi e strumenti; ci soffermiamo però su due, alle quali la partitura di Mahler dà maggior spazio e complessità nella scrittura degli a solo: la prima, l’ottimo primo violino di spalla di Cecilia Laca, perfetta in tutti i molteplici interventi del violino così come nel “duetto” con il contralto nel Lied O Mennsch! gib acht; l’altraFabrizio Fabrizi, magnifica prima tromba dell’orchestra del San Carlo, stasera impegnato nel lungo, aereo e arcano a solo del Posthorn

Dalla compattezza della compagine orchestrale a quella del Coro, in questa Terza Sinfonia limitato al solo reparto femminile, il passo è breve: le corde vocali femminili, istruite da José Luis Basso, si dimostrano puntuali e tornite nel suono, accenti e varie nelle dinamiche, e, pur nell’esiguo ma significativo spazio che la partitura assegna loro, ben innestate nel “dialogo” con il Coro di Voci Bianche.

Ottimo anche queste ultime, affidato alle cure di Stefania Rinaldi: l’intervento del Coro dei bambini è uno squarcio di improvvisa luminosità e serenità dopo il tenebroso e notturno Lied O Mennsch! gib acht, molto ben cantato da Ekaterina Gubanova, voce dal timbro scuro, che ben si addice alla tinta e allo spirito del testo di Friedrich Nietzsche, così come alla musica gravida di mistero e aspettativa messianica di Gustav Mahler.

Last but not least, il responsabile musicale del concerto, il direttore Henrik Nánási.

Già in occasione del concerto diretto al San Carlo lo scorso gennaio (qui la recensione 68-concerti2022/12785-napoli-concerto-nanasi-20-01-2022) Nánási si era fatto apprezzare per la capacità di analisi, la cura dei particolari e per un’indomita energia propulsiva delle sue letture.

Qualità, queste, che riappaiono, pur nella diversità dei repertori affrontati nei due concerti diretti al San Carlo in questo 2022, nell’interpretazione della Terza di Mahler di stasera.

Se il primo movimento è poderoso non più del dovuto, i successivi movimenti - Tempo di minuetto: molto moderato e Comodo, Scherzando, Senza fretta - appaiono concertati con grazia e trasparenze quasi cameristiche: si nota, neppure tanto in filigrana, l’ordito del discorso; le famiglie sono isolate nelle specifiche sonorità e unite nel discorso complessivo: quello plasmato da Nánási è un ductus musicale raffinato, cesellato nelle dinamiche e nei colori, improntato a scelte di tempi sempre coerenti tra loro. Ma all’interno di questa visione lineare della Sinfonia non manca la giusta dose d’energia: è una forza onnipresente nell’arco dell’intera durata dell’esecuzione, mai ostentata.

Nánási è da apprezzare, poi, per il perfetto equilibrio formale che riesce ad assicurare a una Sinfonia che è racchiusa tra due giganteschi blocchi rappresentati dal movimento iniziale e finale: il concertatore è particolarmente bravo, dunque, nella scelta dei tempi, attento a non dilatare eccessivamente il poderoso Kräftig.Entschieden iniziale e il meraviglioso Langsam, Ruhevoll, Empfunden finale.

Nánási, in questo ultimo movimento, procede per sottrazione: la sua è una lettura pulita, priva di eccessivi rallentando, che rende fluido e agile l’intero sterminato movimento.

Il discorso musicale risulta così sfrondato da inutili compiacimenti sentimentalistici; è asciutto, teso, come la cifra interpretativa che sovrintende all’intera Sinfonia.

Quello del concerto di Natale è un pubblico eterogeneo: c’è chi, probabilmente inavvertitamente capitato all’esecuzione di una delle più lunghe sinfonie dell’intero repertorio, ciarla per l’intera durata dei primi due movimenti (chi scrive poi ha cambiato posto per non sentirli) con la giovane compagna/amante/boh (sono fatti loro!), chi (molti!) applaude alla fine di ogni movimento, chi (troppi!) fa partire gli applausi finali prima ancora che l’ultimo accordo si svanito nel nulla. Ma nel complesso, grande successo, salutato da lunghissimi applausi per orchestra, i due cori impegnati nella Sinfonia, i loro direttori, le prime parti dell’orchestra e il direttore Henrik Nánási.

Buon Natale!

Pubblicatoin: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/68-concerti2022/13863-napoli-concerto-nanasi-14-12-2022

giovedì 1 dicembre 2022

Le ombre del potere

 NAPOLI, 29 novembre 2022 - Ogni nuova produzione di Don Carlo è per qualsiasi teatro una sfida che fa tremare le vene e i polsi. In primo luogo si pongono degli interrogativi da risolvere. Quale versione di Don Carlo(s) mettere in scena? Quella in francese o quella in italiano? E in cinque o quattro atti?

Risolti i primi interrogativi, occorre decidere a quale regista affidare la messa in scena, a chi la direzione d’orchestra. E quali artisti invitare per vestire i panni dei sei protagonisti dell’opera?

Per l’inaugurazione della Stagione lirica di balletto 2022 - 2023 il Teatro San Carlo decide di fare le cose in grande, optando per la versione di Don Carlo in cinque atti, la cosiddetta “versione di Modena” del 1886, proposta al San Carlo una sola volta, nel dicembre del 1976.

Per il Don Carlo di stasera - che arriva a ben ventuno anni dall’ultima rappresentazione (versione in quattro atti, quella del 1884) - la regia è affidata al regista tedesco Claus Guth, al suo debutto al Teatro San Carlo: la regia è incentrata sulla personalità fragile, malata e tormentata dell’Infante Carlo. È un mondo oppresso dal potere quello nel quale si aggira il protagonista; un ambiente tossico che in nome della ragion di Stato ha fatto strage delle sue illusioni d’amore. Il potere è protagonista subdolo e strisciante dell’opera: da esso tutti i personaggi sono schiacciati.

Claus Guth individua in Don Carlo l’anello più debole di un sistema di relazioni familiari e sentimentali dominato, inaridito e annientato da un potere pervasivo e anonimo. A governare le sorti del mondo - ci raccontano il regista e la drammaturga Yvonne Gebauer - oggi non è il potere religioso, ma uno non identificabile, subdolo e nero, ramificato: il motore immobile di questa concezione registica è la figura del Grande Inquisitore, non più un frate domenicano cieco e tetragono, ma un grigio uomo contemporaneo, un “grande burattinaio” che si avvale della cooperazione servile di accoliti dal volto incappucciato e nero come la loro anima.

A questo microcosmo - che è anche uno spaccato del nostro presente - si contrappone una figura anarchica e dissacrante, quella del mimo di Fabián Augusto Góme, eccezionale attore affetto da nanismo: è un personaggio aggiunto da Guth, molto presente in scena. È l’unico uomo che ha licenza di irridere i potenti: è ora giullare (è chiaro il riferimento ai dolenti buffoni presenti nelle tele di Diego Velázquez; il trucco di Fabián Augusto Góme riproduce quasi pedissequamente le sembianze del buffone di corte don Sebastiàn de Morra ritratto dal pittore sivigliano e conservato al Museo del Prado), ora assimilabile alla figura del munaciello napoletano, ora alter ego di Carlo stesso: è il mimo/buffone a sottolineare con una gestualità eloquente e appropriata i momenti salienti dell’opera. In una rappresentazione del mondo irreggimentata e asfittica, il buffone è un elemento di disturbo; l’anelito alla libertà che si contrappone all’esercizio brutale del potere.

La scenografia di Etienne Pluss, pur nella sua essenzialità, rende bene l’idea di un ambiente opprimente, recintando lo svolgersi della trama in una sala claustrofobica.

Nel corredo scenografico non mancano i riferimenti architettonici al ‘500 spagnolo, grondanti di cupa religiosità: gran parte del dramma si svolge all’interno di una sorta di coro/tribunale ligneo cinque-seicentesco. Tuttavia, pur non riscontrandosi calligrafismo, né precisione storica nella ricerca dei richiami iconografici (la riproduzione della famiglia del re di Spagna Carlo IV di Francisco Goya è del 1800, successiva di più di due secoli rispetto ai fatti narrati in Don Carlo; Carlo IV era un Borbone e non un Asburgo, come invece era Filippo II), ciò che rileva è il rimando all’elemento familiare, nucleo umano in Don Carlo pervaso da laceranti conflitti.

Ad amplificare e sottolineare la tinta noir dell’opera ci sono le luci di Olaf Freese, disposte in modo tale da proiettare le ombre giganti dei personaggi sul fondale: e così appaiono uomini e donne che si trascinano per la corte, simili a fantasmi, prosciugati della loro umanità, annichiliti.

In questo impianto ben si innestano i sobri ed eleganti costumi di Petra Reinhardt, oscillanti tra riferimenti alla contemporaneità (quelli di Don Carlo e del Grande Inquisitore), all’ottocento e, soprattutto, a quelli austeri e cinquecenteschi di Elisabetta e della principessa Eboli.

La recitazione è molto curata, grazie a un parterre di cantanti-attori di primordine, imperniata su una stringente e carnale relazione tra i personaggi. Tuttavia, non mancano trovate originali ma discutibili: la Voce dal cielo, al termine dell’Autodafé, attraversa l’intero palcoscenico da destra a sinistra, vanificando così la teatralità dell’intervento concepito da Verdi; all’inizio dell’atto IV, Filippo è mostrato non dopo aver trascorso una notte insonne a meditare sulla morte, ma reduce da una notte di sesso con la favorita principessa di Eboli, con tanto di sigaretta accesa prima di congedare frettolosamente l’amante.

Ma nel complesso, a parere di chi scrive, quella di Claus Guth è una regia che scandaglia in profondità il fulcro dell’opera, le molteplici declinazioni delle dinamiche del potere, dall’ambito familiare a quello dello Stato, della religione, indagandone i riverberi devastanti sulle personalità dei protagonisti. E non è il racconto e la condanna del potere tout court uno degli aspetti salienti dell’indagine di gran parte della produzione di Giuseppe Verdi stesso?

Restando all’aspetto scenico, le proiezioni video di Roland Horvath conferiscono una patina di poetica nostalgia al dramma: sottolineano, come dei flashback, la storia dell’amicizia tra Carlo e Posa, sin dalla loro fanciullezza; video che ci mostrano il progressivo perdersi dei protagonisti, il loro lento fluire nella solitudine.

A fronte di una lettura registica improntata a un’analisi approfondita del dramma, purtroppo non corrisponde, contrariamente alle aspettative, una concertazione indagatrice delle pulsioni interne della partitura di Don Carlo, una lettura rivelatrice delle gemme strumentali, dei colori in essa presente. Ed è un peccato, perché questo è un testo dal carattere “sinfonico”, astrattamente congeniale a un attento e raffinato direttore qual è Juraj Valčuha. Ma Don Carlo è sempre stata opera insidiosa, in passato terreno di inciampo anche per blasonate bacchette.

Dalla concertazione di Juraj Valčuha ci si attendeva ben altro rispetto alla tendenziale correttezza della sua lettura.

La conduzione, infatti, appare apatica, senza nerbo - giusto per adoperare un termine che Verdi stesso riferisce a Don Carlo -, nel corso della quale appaiono non efficacemente sottolineati i momenti di maggiore drammaticità dell’opera, così come quelli, altrettanto splendidi, di intenso lirismo; manca, nella concertazione di Valčuha, quella cura all’effetto orchestrale al quale il maestro slovacco ha abituato e viziato il pubblico del San Carlo nel corso degli anni della sua direzione musicale. È una lettura corretta, in crescendo, che nell’atto V trova i suoi momenti migliori, ma che, per l’elevate aspettative che è lecito coltivare da un direttore scrupoloso e analitico come Valčuha, in definitiva lascia con un senso di incompiutezza.

Eccellente, ed è una piacevole costante da tempo, la prova dell’orchestra del San Carlo, ben amalgamata in tutte le sezioni.

In un’opera - o, meglio, un grand opéra - in cui al Coro è assegnato il ruolo di settimo protagonista, quello del San Carlo, guidato da José Luis Basso, è perfetto nell’esprimere con voce possente, malgrado la collocazione acusticamente infelice che gli assegna il regista durante la grande scena dell’Autodafé, il barbarico sentimento di gioia popolare; è efficacissimo a inondare di cupezza la scena del chiostro di San Giusto dell’atto II e, quello femminile, di ilarità i giardini della Regina a Madrid nell’atto III.

E poi il cast di Don Carlo: sei grandi voci per sei ruoli che nascondo notevoli insidie esecutive e interpretative.

L’ordine della locandina impone di scrivere del Filippo II di Michele Pertusi: al grande basso parmigiano bastano poche battute per sfoggiare la propria statura di artista. Il suo è un Filippo dolorante, tormentato, divorato dal sospetto; e se talora non sfoggia mezzi vocali adeguati alla scrittura vocale, al peso specifico richiesto nei momenti di maggior concitazione drammatica, è l’intelligenza dell’interprete a supplirvi. Il suo "Ella giammai m’amò" è toccante: il tiranno si dimostra in tutta la sua umana fragilità, anch’egli vittima dell’illusione d’amore.

Matthew Polenzani, tenore dall’estrazione belcantistica, è un Don Carlo dal canto cesellato e sfumato, ma lo spessore e il peso specifico della vocalità, sebbene ben proiettata, appare poco adeguata a quella “eroica” che la parte dell'Infante richiede. È nei momenti lirici dell’opera, sussurrati a fior di labbra dal tenore statunitense, che convince maggiormente. S’impone, tuttavia, per le doti di attore: il suo un ragazzo nevrotico, al quale la regia chiede movimenti improvvisi e inconsulti, resi con estrema naturalezza.

Nobile, dalla voce compatta in tutti i registri, dal bel velluto timbrico è il marchese di Posa di Ludovic Tézier che finalmente debutta nella sala del San Carlo. Il suo Rodrigo convince immediatamente per la bellezza e l’omogeneità del timbro, per l’interpretazione altera e raffinata dell’amico di Don Carlo. Nel duetto con Filippo duella vocalmente con il Re, imponendosi per l’enfasi drammatica della linea di canto, la sicurezza degli acuti e per il fraseggio scolpito e intenso. Infine, resta impressa tutta la scena dell’atto IV, il lungo addio di Rodrigo alla vita e all’amico: Ludovic Tézier incupisce la sua linea solida e fluida, evocando quel doloroso e lento distacco che l’aria esprime. Quella di Tézier, insieme a quella della principessa Eboli di cui diremo, è senza dubbio la prova vocale più convincente della serata.

Qualche suono ingolato di troppo offusca la buona prova del Grande Inquisitore di Alexander Tsymbalyuk, il quale sconta, nel confronto con il Filippo di Michele Pertusi, un timbro troppo chiaro.

Per l’Elisabetta di Ailyn Perez valgono le stesse considerazioni espresse per il Don Carlo di Matthew Polenzani: anche il soprano statunitense non appare, per peso vocale e organizzazione, del tutto appropriata alla insidiosa parte di Elisabetta. Il timbro è gradevole e suggestivo, l’interprete raffinata, eppure è costretta a fare i conti con la carenza di spessore sonoro nel registro basso e con qualche forzatura di troppo nella linea di canto.

Elīna Garančaè un principessa Eboli dalla personalità artistica nobilissima, altera, raffinata e magnetica: se appare emotivamente trattenuta nella Canzone del velo iniziale, nel corso della serata la sua prova cresce - e molto! - fino a giungere a un "Oh don fatale"intenso, incisivo, che catalizza l’attenzione per l’intensità dell’interpretazione vocale e scenica. L’innata eleganza, l’avvenenza della figura, le doti di attrice, la suggestione del timbro e l’acume dell’interprete contribuiscono a disegnare una Eboli seducente per sfoggio dei mezzi vocali e per un fraseggio incisivo e di spiccata intensità drammatica.

Tra i ruoli secondari, essenziali alla realizzazione di un affresco musicale delle proporzioni di Don Carlo, si segnala in primo luogo l’eccellente prova del Frate di Giorgi Manoshvili, inquietante nel suo apparire in apertura dell’atto II e alla fine dell’atto V.

Precisa durante il discutibile passaggio sulla scena la Voce dal cielo di Maria Sardaryan, allieva dell’Accademia Teatro di San Carlo.

Infine, meritano una menzione il Tebaldo di Cassandre Berthon, il conte di Lerma di Luigi Strazzullo e l’Araldo reale di Massimo Sirigu, entrambi artisti del Coro, così come i sei deputati fiamminghi.

Al termine dello spettacolo, che a seguito dell’annullamento della serata inaugurale della Stagione lirica in segno di lutto per le vittime dell’alluvione di Ischia, è giocoforza diventato la première di Don Carlo, il pubblico ha premiato gli artefici di questa imponente produzione con applausi prolungati, benché non calorosissimi; qualche isolato dissenso è stato rivolto nei confronti del regista Claus Guth.

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