lunedì 22 maggio 2023

Zeffiretto fra le tempeste

 NAPOLI, 21 maggio 2023 - Promessa mantenuta: al termine del recital dello scorso 6 aprile (qui la recensione) Pretty Yende, su invito e sollecitazione del coordinatore area artistica e casting director Ilias Tzempetonidis, promise che sarebbe tornata molto presto al Teatro San Carlo per un concerto straordinario insieme al soprano e amica Nadine Sierra.

Fu, quella di aprile, una sera di festa e di gioia: il San Carlo ritrovò la propria casa, dopo tre mesi di chiusura per il restauro della tela del soffitto di Giuseppe Cammarano, e conseguente trasferimento delle attività artistiche al Teatro Politeama. Atmosfera molto differente rispetto a solo un mese e mezzo fa è, invece, quella in cui si svolge il concerto di stasera, programmato in un periodo cruciale per le sorti amministrative della Fondazione lirica. Per effetto del Decreto Legge n. 51 del 10 maggio 2023 emanato dal Consiglio dei Ministri l’attuale sovrintendente Stéphane Lissner, avendo compiuto settant'anni lo scorso gennaio, decadrà dalla carica dal primo giugno prossimo. Inoltre, in questi giorni, le maestranze teatrali, rivendicando promesse non mantenute dall’attuale dirigenza, hanno dichiarato lo stato di agitazione sindacale; infine, per il concerto di cui vi diamo conto qui, l’Orchestra del Teatro San Carlo proclama lo sciopero. Il programma viene dunque eseguito senza orchestra, con il solo pianoforte ad accompagnare i due soprani: si ricorre, infatti, a un artista esterno alla Fondazione, Luigi Angelo Maresca, e il concerto viene ‘salvato’.

Fatto sta che, prima del suo inizio, lo sciopero dell’Orchestra e la sostituzione della stessa con il solo pianoforte viene comunicata dal palcoscenico da una voce non identificata e amplificata; all’annuncio seguono segnali di disapprovazione da parte del pubblico (la serata registra il soldout). Il dovere di cronaca impone di rilevare anche che nessun delegato dell’Orchestra si è presentato a leggere il comunicato con l’indicazione delle ragioni dello sciopero davanti al pubblico che ha gremito la sala. Risultato finale? Un gran pasticcio: il pubblico non ha avuto modo di conoscere le ragioni della direzione del Teatro - che, malgrado lo sciopero dell’orchestra, non ha cancellato il concerto - così come, in assenza della lettura del comunicato sindacale, le motivazioni dei professori d’orchestra e dei lavoratori poste alla base dello stato di agitazione e dello sciopero. Chiusa questa parentesi di cronaca, chi scrive sente il dover di affermare che dal punto di vista musicale la mancanza dell’Orchestra si è sentita, e molto!

L’originario programma è stato, ovviamente, privato di tre brani programmati (Ouverture da Le nozze di Figaro, dal Barbiere di Siviglia e da Le allegre comari di Windsor di Otto Nicolai); ma soprattutto sono mancati i colori dell’orchestra, in particolar modo nella seconda parte del concerto, dedicata al repertorio francese, austriaco e statunitense; si è percepita la mancanza del sostegno e del contorno alle linee di canto nel corso della prima parte, di stampo prevalentemente belcantistico.

Al pianista Luigi Angelo Maresca va riconosciuto il merito di essere riuscito a mettere a proprio agio i due soprani, così di cercare di non far pesare molto l’assenza dell’orchestra: artista versatile, accompagnamento fluido, ben calibrato e ad uso e sostegno del canto, coadiuvato in ciò anche dai tempi che il direttore, Pablo Mielgo - ebbene sì, ‘dirige’ pianista e soprani! - ha impartito a tutti. Immaginiamo che abbia avuto poco tempo per provare: il giudizio sul pianista, alla luce delle premesse extramusicali, è nel complesso ben più encomiabile.

Il concerto si apre con il duetto “Pensa che sol per poco sospendo l’ira mia... Non bastan quelle lagrime” da Elisabetta, regina d'Inghilterra di Gioachino Rossini: quella di Pretty Yende (veste i panni regali di Elisabetta, la Sierra quelli di Matilde) è un’interpretazione limitata alla ricerca di una corretta linea vocale, ma non imbevuta nello stile esecutivo belcantistico rossiniano e, infine, probabilmente perché primo brano in scaletta, affetta da un senso diffuso di arida meccanicità.

L’originario programma è stato, ovviamente, privato di tre brani programmati (Ouverture da Le nozze di Figaro, dal Barbiere di Siviglia e da Le allegre comari di Windsor di Otto Nicolai); ma soprattutto sono mancati i colori dell’orchestra, in particolar modo nella seconda parte del concerto, dedicata al repertorio francese, austriaco e statunitense; si è percepita la mancanza del sostegno e del contorno alle linee di canto nel corso della prima parte, di stampo prevalentemente belcantistico.

Al pianista Luigi Angelo Maresca va riconosciuto il merito di essere riuscito a mettere a proprio agio i due soprani, così di cercare di non far pesare molto l’assenza dell’orchestra: artista versatile, accompagnamento fluido, ben calibrato e ad uso e sostegno del canto, coadiuvato in ciò anche dai tempi che il direttore, Pablo Mielgo - ebbene sì, ‘dirige’ pianista e soprani! - ha impartito a tutti. Immaginiamo che abbia avuto poco tempo per provare: il giudizio sul pianista, alla luce delle premesse extramusicali, è nel complesso ben più encomiabile.

Il concerto si apre con il duetto “Pensa che sol per poco sospendo l’ira mia... Non bastan quelle lagrime” da Elisabetta, regina d'Inghilterra di Gioachino Rossini: quella di Pretty Yende (veste i panni regali di Elisabetta, la Sierra quelli di Matilde) è un’interpretazione limitata alla ricerca di una corretta linea vocale, ma non imbevuta nello stile esecutivo belcantistico rossiniano e, infine, probabilmente perché primo brano in scaletta, affetta da un senso diffuso di arida meccanicità.

Pretty Yende veste i panni di Adalgisa e Nadine Sierra quelli dell'eroina eponima in “Mira, o Norma... Sì, fino all'ore estreme”dall'opera di Vincenzo Bellini:duetto molto ben cantato, ma nel quale la sostanziale omogeneità delle vocalità della Yende e della Sierra priva il duetto di quella essenziale differenza timbrica che pur dovrebbe connotarlo. Comunque le linee sono così ben compenetrate e amalgamate tra loro che il brano finisce per acquistare colori e luminosità suggestive.

Discorso analogo per il celebre Duo des fleurs “Sous le dôme épais”da Lakmé di Léo Delibesscritto per soprano e mezzosoprano, il brano perde gran parte del suo fascino a causa della sovrapponibilità delle due corde sopranili e, ancor più, per l’aridità del suono del pianoforte, se paragonato a quello dell’orchestrazione di Delibes.

Coinvolgente per la sensualità della linea di canto e la naturale avvenenza della figura è Nadine Sierra nella romanza della Vilja da Die lustige WitwediFranz Léhar: è questa l’occasione per il soprano statunitense per sfoggiare i carati di un timbro che riesce ad accostare tinte ombrose a quelle luminose del registro acuto, a fraseggiare con cura, ora ad alleggerire l’emissione con grande abilità tecnica, ora a rinforzarla ottenendo irrobustimenti della linea di canto di grande intensità.

Pretty Yende è bravissima nel cogliere il carattere della bambola meccanica Olympia in “Les oiseaux dans la charmille”da Les contes d'Hoffmanndi Jacques Offenbach: gli acuti e sovracuti sono il regno più florido del soprano sudafricano. E in quest’aria abbondano: la loro esecuzione è, al netto di qualcuno, precisa. L’interprete ha poi modo di far sprigionare tutta la propria innata simpatia e affabilità, aiutata in questo dalle gag con le quali il direttore Pablo Mielgo dà le cariche meccaniche all'automa.

Nelle vene di Nadine Sierra scorre anche sangue napoletano (nonna paterna partenopea), e si sente: la canzone O Sole mio! è interpretata con un’intensità così elevata che si fa perdonare la dimenticanza delle parole nella seconda strofa e una pronuncia della lingua da migliorare. Ma resta il piacere di ascoltare una voce dal bellissimo timbro interpretare con trasporto una delle canzoni più celebri al mondo.

Convince (molto) poco la successiva La Danza di Gioacchino Rossini: la Yende stenta a trovare la corretta quadratura musicale del brano, nonché gli accenti giusti e il giusto fuoco per le note più acute.

Proposto come bis al termine dell’ultimo recital sancarliano, Pretty Yende stasera ritrova I want to be a primadonna dall’opera comica The Enchantress (1911) di Victor Herbert: è questa l’occasione per sfoggiare ancora una volta la propria contagiosa simpatia, che ben si adatta allo spirito canzonatorio del song di Victor Herbert.

Si resta negli States per uno dei capolavori senza tempo di Broadway (e non solo), West Side Story, da cui Nadine Sierra e Pretty Yende si suddividono l’esecuzione del song “I feel pretty”:l’interpretazione della Sierra è così avvincente, la sua vocalità così adatta a una Maria ‘lirica’ tanto da farne un indiscutibile punto di riferimento per la parte.

Il concerto si chiude con un trionfo per le due interpreti, lunghissimi e calorosissimi applausi, con richieste di bis.

“Non c’è male senza orchestra!”, esclama Nadine Sierra prima di eseguire l’encore: no, non è così! Chi scrive ritiene che, non volendo sminuire la professionalità del bravo pianista Luigi Angelo Maresca, l’articolato ed eterogeneo repertorio in programma avrebbe ricevuto ben altro e più coinvolgente sostegno dalla presenza dell’ottima compagine orchestrale sancarliana; e, ad ogni modo, un teatro lirico che soltanto ipotizzasse di poter far a meno di orchestra, coro, e di tutte le maestranze che concorrono alla realizzazione degli spettacoli non sarebbe neppure idealmente concepibile.

In conclusione e ritornando alla musica, Pretty Yende e Nadine Sierra concedono come bis, il duettino “Che soave zeffiretto” da Le nozze di Figaro di Mozart: e i due minuti di quella musica sublime, interpretata con raffinato cesello e limpide linee di canto, stemperano tutte le tensioni che hanno avvolto questo concerto.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/75-concerti-2023/14376-napoli-concerto-yende-sierra-21-05-2023

mercoledì 17 maggio 2023

Dalla morte alla vita

 NAPOLI, 16 maggio 2023 - Dalla morte alla vita: una rappresentazione del ciclo dell'esistenza che principia dalla fine. La Missa pro defuntictis diventa un inno alla vita. È questa la concezione che il regista Romeo Castellucci ha di una delle più intese e profonde meditazioni musicali sulla morte, il Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart.

Partendo all’estrema e incompiuta composizione mozartiana, dalla sua originaria ossatura musicale e dal completamento ad opera di Franz Xaver Süßmayr, Romeo Castellucci costruisce uno spettacolo personalissimo, non privo di fascino e suggestione visiva, che racconta il ciclo del passaggio dalla morte alla vita, l’inesorabile fluire di tutto ciò che è nel nulla, nel silenzio e nella polvere; adombra, quale corollario di queste premesse, l’estinzione della specie umana annunciandone, al tempo stesso, la rinascita finale.

All’interno di questi antipodi - morte e rinascita – Castellucci, che dello spettacolo firma anche scene, costumi e luci, fa proiettare sulla quinta scenica l’Atlante delle grandi estinzioni, un elenco - interminabile e ripetitivo, la cui lettura finisce per distogliere l’attenzione dallo spettacolo - di res tangibili e spirituali che ci insegnano/ricordano che civiltà, città, fauna, lingue, laghi, opere d’arte, architetture e via dicendo,ù sono transeunti. Ma contemporaneamente in scena si muovono passi di danza e semplici ma coinvolgenti coreografie che celebrano l’esplosione della vita: invero, un omaggio più confacente a Le sacre du printemps di Igor Stravinskij che al Requiem di W. A. Mozart.

Sulla base di queste coordinate interpretative - che si fatica ad individuare nel substrato della sequenza musicale mozartiana - Romeo Castellucci e la Dramaturg Piersandra di Matteo, costruiscono uno spettacolo (produzione del Festival International d’Art Lyrique d’Aix-en-Provence in coproduzione con La Monnaie, Adelaide Festival, Theater Basel, Wiener Festwochen e Palau de las Arts Reina Sofia di Valencia) che appare quale altra cosa rispetto al Requiem di Mozart. Uno spettacolo originale, innovativo, indubbiamente costruito con estrema cura, ma che, per chi scrive, appare ricco di trovate sceniche a servizio di una concezione (troppo) lontana da quella profonda e intensa meditazione sulla morte che è l'estremo capolavoro sacro del Salisburghese.

In questo spettacolo, infatti, vengono inseriti brani musicali di Mozart stesso e canti gregoriani: ne risulta non una delle possibili messinscene della partitura, ma un prodotto, sicuramente di buona fattura, frutto di esuberante immaginazione, che finisce per sovrapporsi all’opera musicale che pur intende “interpretare”. C’è, in un questa operazione, tanto dell’universo registico di Romeo Castellucci: richiamando l’arte cinematografica, è come se il Requiem di Mozart diventasse la colonna sonora dell’opera originale del regista.

Non mancano, in questa giustapposizione di tableaux vivants, momenti di intensa potenza drammatica, visiva e simbolica: il finale, con l’umanità seppellita dal fango/rifiuti, è un monito sul rischio di estinzione che stiamo correndo; la cacciata degli uomini in sembianze adamitiche dal paradiso terreste è struggente, così come il frinire dei grilli che avvolge il palcoscenico buio e vuoto; molto intensa l’antifona In paradisum intonata dalla voce bianca e dal coro in chiusura dello spettacolo; ma si notano trovate, a giudizio di chi scrive, ripetitive: il lungo elenco di nomi contenuto nell’Atlante delle grandi estinzioni, le movenze tersicoree del coro che stridono, inoltre, con la potenza drammatica del Dies irae, già fortemente depotenziato dall’innesto di Ne pulvis et cinis, K 345 che segue il Kyrie. Ridondanti appaiono i riferimenti all’arte informale, alla body art; discutibili appaiono l’ingresso in scena del bambino, la magnifica voce bianca dello spettacolo, che gioca a palla con un teschio umano, così come l’intonazione, dopo il Lacrimosa, di un breve frammento di Amen e il far cadere improvvisamente sul palcoscenico il coro/danzatori (le coreografie sono curate da Evelin Facchini e si avvalgono anche del Balletto del Teatro San Carlo diretto da Clotilde Vayer): come a dire, “qui si è fermato Mozart!”.

Dopo la caduta del coro e delle piante, il frinire dei grilli invade la sala, poi riprende la danza, evocando antichi riti propiziatori che abbracciano varie epoche, civiltà e religioni, tesi a celebrare lo spirito vitalistico esaltato dalla consapevolezza che tutto sarà inghiottito dalla polvere, uno degli elementi feticci di questo spettacolo.

A conclusione dello spettacolo si scorge, sulle tavole del palcoscenico alzate ad angolo quasi retto, l’elemento iconografico della Rota Fortunae medioevale,simbolo della imprevedibilità delle fortuna e, per questo spettacolo, del ciclo della vita.

Dal punto di vista strettamente musicale, al netto delle interpolazioni musicali che alterano il testo musicale di Mozart finendo per appesantirlo eccessivamente smorzandone l’unitarietà, la direzione di Raphaël Pichon, alla testa dell’affidabile e coesa orchestra del Teatro San Carlo, sceglie tempi serrati e un suono orchestrale nitido e secco. Quella di Pichon è però una concezione musicale del Requiem calibrata sulle esigenze dello spettacolo di Castellucci, la quale inevitabilmente non può denotare la personale visione interpretativa del giovane e talentuoso direttore francese.

Ma il vero gioiello di questa produzione è da rintracciare nella magnifica prova del Coro dell’Ensemble Pygmalion: perfetto per intonazione, fusione e coesione vocale, dal suono levigato, celestiale, stupefacente sia nel ricreare atmosfere metafisiche negli innesti di musica gregoriana, sia nel dare incisività, accenti e colori alla musica di Mozart.

Tradiscono peso vocale esiguo, smalto timbrico prosciugato Sara Mingardo (mezzosoprano) e Nahuel Di Pierro (basso); Julian Prégardien (tenore) ha emissione talora forzata; voce dal bel colore e timbro, invece, Giulia Semenzato (soprano).

Un plauso è da riservare alla magnifica voce bianca di César Badault, alla quale lo spettacolo affida l’intesa antifona finale.

Alla fine, un San Carlo gremito, malgrado qualche defezione registrata durante il lungo spettacolo (circa un’ora e quaranta minuti, senza intervallo), tributa un convinto successo che si sovrappone a qualche cenno di isolata contestazione nei confronti del regista, scenografo e costumista Romeo Castellucci.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/74-opera/opera-2023/14363-napoli-requiem-mozart-16-05-2023

venerdì 12 maggio 2023

Oggettività e romanticismo

 NAPOLI, 10 maggio 2023 - Già avvolte delle prime nebbie del disturbo bipolare che porterà Robert Schumann a soli quarantasei anni a morire in manicomio, le tre Sonate per violino e pianoforte – le prime due del 1851, la terza del 1853 – sono espressione di psiche e anima tormentate: a fronte di un uso parco del materiale tematico, le melodie di Schumann in queste tre composizioni cameristiche procedono tortuose, come inseguendo le spire di una colonna tortile.

I temi appaiono quali viandanti musicali che peregrinano, si soffermano ad ammirare, tornano sui loro passi, procedono zigzagando, quasi senza una meta definita.

Quello di Schumann, e in particolare quello degli ultimi anni, è un romanticismo ‘arroventato’, anticipatore, per certi aspetti, delle future inquietudini di Pëtr Čajkovski e di quella parcellizzazione dell’Io di Gustav Mahler, pervaso da una malcelata voluptas dolendi, e animata da mai sopiti daímones.

Da questa temperie romantica ed emotiva, sin dalla Sonata n. 3 in la minore WoO27 (concepita, a mo’ di indovinello per il grande violinista Joseph Joachimquale opera collettiva di Robert Schumann, Johannes Brahms e Albert Dietrich, discepolo di Schumann. Ai suoi II e IV movimento Schumann successivamente ne aggiunse altri due. Clara Wieck giudicò la sonata scritta sotto l’influsso della follia e ne impedì la circolazione: il manoscritto emerse nel corso del ‘900 e vide le stampe soltanto nel 1956) Gabriele Pieranunzi e Giorgia Tomassi si tengono ben lontani, optando per una lettura pulita, quasi ‘oggettiva’, che tende a spegnere il magma informale che divora la Sonata a favore di una visione pacata e priva di magniloquenza: il rischio di questa visione interpretativa è di addentrarsi in un’oggettività probabilmente non congeniale alla temperie culturale ed emotiva in cui nasce la sonata, ma che ad ogni modo ha il merito di mettere in luce il dominio tecnico-strumentale da parte dei due artisti.

Ma con la successiva Sonata n. 1 in la minore op. 105 l’ottica interpretativa di Pieranunzi e Tomassi diventa più vivida: grazie al suono definito, pulito e incisivo del violino di Pieranunzi, dal 2004 spalla dell’Orchestra del Teatro di San Carlo, emergono con nitidezza le micro cellule tematiche della sonata, sfrondando dagli eccessi romantici insisti nella scrittura di Schumann le eccessive cupezze e tortuosità melodiche.

Ben calibrato, per peso sonoro e sintonia interpretativa, l’apporto del pianoforte di Giorgia Tomassi, la quale smussa i duelli tra violino e pianoforte - che pur abbondano in tutte e tre le Sonate - a favore di una cantabilità che sostiene quella del violino.

Sintesi di questa visione interpretativa, incline a far emergere la purezza espositiva dei contorni delle cellule musicali e a proporre la visione di un romanticismo più sereno e meno tormentato, delle tre sonate di Robert Schumann (la loro incisione discografica è stata recentemente pubblicata dalla rivista Amadeus) è l’intenso, lirico e schubertiano III movimento Leise, einfach della Sonata n. 2 in re minore “Grosse Sonate” op. 121: è qui che la cantabilità, la rivincita del tepore primaverile sulle brume nordiche, del violino di Pieranunzi e del pianoforte di Tomassi forniscono, a parere di chi scrive, la chiave di lettura dell’intero corpus cameristico. Il violino prima sussurra, poi canta; e il pianoforte quasi lo culla, come in un sereno e crepuscolare Lied, tenendo sotto controllo le tormentate visioni della psiche di Schumann già votata a conclamata follia.

Il pubblico, che con attenzione e in religioso silenzio ha seguito il concerto, alla fine applaude calorosamente i due artisti: la serata si chiude con due bis, entrambi di Schumann, Widmung e il Fantasiestücke n. 1 op. 73.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/75-concerti-2023/14348-napoli-concerto-pieranunzi-tomassi-10-05-2023