lunedì 29 aprile 2024

Tradizione con sorpresa

 SALERNO, 26 aprile 2024 - Nell’anno in cui il mondo dell’opera celebra il primo centenario della scomparsa di Giacomo Puccini (il prossimo 29 novembre) il Teatro Giuseppe Verdi di Salerno sceglie di inaugurare la stagione lirica, di balletto e di concerti 2024 con La bohème. È una produzione che può vantare vari punti di interesse, a cominciare dalla direzione di Daniel Oren, direttore artistico al Verdi, e dalla presenza di Mariangela Sicilia nei panni della sartina Mimì, fresca di debutto, con annesso successo personale, al Teatro alla Scala come Magda della Rondine pucciniana; e dalla medesima produzione scaligera proviene anche Giovanni Sala, poeta Prunier a Milano, poeta Rodolfo a Salerno.

Daniel Oren dirige da par suo: grande attenzione al rapporto tra orchestra e cantanti; malgrado qualche insolita imprecisione (soprattutto nel Quadro II) fra buca e palco, quella di Oren è una concertazione che procede fluida, perfettamente aderente allo sviluppo drammatico delle vicende di amore, gelosia, inesorabile scorrere del tempo e morte degli squattrinati bohémiens parigini.

Il direttore appresta per gli interpreti sempre un adeguato tappeto sonoro sul quale possono adagiare la voce. Encomiabile e da ricordare, giusto per citare un esempio, è la preparazione orchestrale che precede “Ma quando vien lo sgelo”Giusta tensione e coesione drammatica, che, unita a bei colori strumentali e passionalità, forniscono una lettura convincente e, soprattutto nel Quadro III, avvincente e travolgente, malgrado alcune “incomprensioni” tra buca e palcoscenico.

Buona nel complesso la resa dell’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno che risponde con ricchezza di colori e con buona articolazione interna al gesto imperioso e “sonoro” di Oren. Accettabile, seppur con alcune ruvidezze e imprecisioni da smussare (carrettieri, lattivendole e spazzini del Quadro III), la prova del Coro del Teatro dell’Opera di Salerno istruito da Francesco Aliberti. Bello il colore, buona la compattezza e lodevole l’entusiasmo del Coro di voci bianche del Teatro Giuseppe Verdi guidato da Silvana Noschese.

Il cast vocale è dominato da Mariangela Sicilia, la quale dopo La bohème bolognese del 2018 diretta da Michele Mariotti e firmata per la regia dal compianto Graham Vick ( leggi la recensione) può dirsi a buon diritto una delle Mimì di riferimento dei nostri giorni. E a Salerno sfoggia una linea vocale raffinata e tornita, bel timbro, ottima proiezione e volume, forse, per le ridotte dimensioni del Teatro Verdi, tendenzialmente fin troppo poderoso; ad ogni modo, l’ottima tecnica le consente di alleggerire l’emissione, di sfoggiare un buon legato e di cesellare con attenzione le frasi in “Donde lieta uscì”. La sua Mimì cresce nel corso della serata: se nel Quadro I Mariangela Sicilia appare più attenta ad essere corretta e precisa, nel III Quadro dà corpo, ma soprattutto anima, ad una donna innamorata, fragile e minata nella salute. È, poi, quasi evanescente, votata ad una consapevole fine nello straziante ultimo Quadro.

La Musetta di Sabina Puértolas si impone più per la presenza scenica e le buone doti di attrice che per l’organizzazione vocale, affetta da un timbro invero alquanto aspro e una linea di canto che tende a rendere striduli e prosciugati i suoni nel registro acuto; il valzer è risolto con professionalità grazie alle sue qualità sceniche.

Giovanni Sala dà a Rodoldo un timbro suggestivo per bellezza, dizione scolpita e linea vocale corretta. Anche la sua prestazione è in crescendo: appare preciso ma abbastanza intimorito in “Che gelida manina”, pur affrontata con vocalità generosa e ampia. In relazione alla ridotta cubatura del Teatro Verdi di Salerno, la vocalità di Sala ha il giusto peso specifico: probabilmente in una sala più ampia, il suo attuale assetto vocale, in Rodolfo, soffrirebbe un po’, ma qui al Verdi la voce “viaggia” bene e risulta omogenea. Nel Quadro III, ad avviso di chi scrive, abbiamo il migliore momento del suo raffinato e convincente Rodolfo.

Non risulta purtroppo nel complesso precisa la linea di canto del Marcello di Mario Cassi, affetta anche da una fonazione talora troppo forzata e un’emissione alquanto monolitica, poco incline ad assottigliamenti; la figura del simpatico pittore è comunque nel complesso delineata discretamente grazie alla appropriata presenza scenica.

Convincente, preciso e dal bel colore vocale è Biagio Pizzuti come Schaunard.

Qualche cavernosità di troppo, invece, si riscontra nella linea vocale, non sempre esente da imprecisioni, del Colline di Carlo Striuli, nel complesso affidabile professionista di stanza al Teatro Verdi di Salerno.

Angelo Nardinocchi è raffinato e abile cantante-attore caratterista nella duplice veste di Benoît e Alcindoro. Eccellenti e ben inserite nello spettacolo le parti secondarie, a cominciare dal Parpignol di Paolo Gloriante, per poi proseguire con il Sergente dei doganieri di Antonio Cappetta e il Doganiere di Alessandro Menduto.

Infine, improntato a una narrazione che ripercorre sostanzialmente la drammaturgia dell’opera di Illica, Giacosa e Puccini è lo spettacolo firmato per la regia da Plamen Kartaloff, sovrintendente del Teatro dell’Opera Nazionale di Sofia e reduce dal recente successo al Verdi di Salerno in Aida (leggi la recensione ).

Grazie alle scene al tempo stesso realistiche ed evocative, costruite con la consueta cura artigiana e i bei costumi - il tutto firmato dall’esperto Alfredo Troisi - l’azione è spostata nella Parigi liberty (chiaro indice la tettoia in stile floreale del Café Momus); Plamen Kartaloff racconta, attraverso movimenti scenici curati e ben calibrati in relazione al ridotto spazio del palcoscenico del teatro Verdi, il naufragio di sogni e illusioni di una generazione di idealisti, divorati dall’inesorabile scorrere dal tempo.

Lo spettacolo procede fluido, coerente sino all’anodino finale: sugli ultimi strazianti accordi della Bohème, si assiste a una repentina quanto inverosimile “resurrezione” di Mimì: la ragazza si alza dal proprio capezzale e con passo svelto afferra la candela, risale per la scala che l’aveva vista entrare al Quadro I e guadagna rapidamente l’uscita. Un percorso au contraire per chiudere la perfetta circolarità della Bohème? Un’allusione alla circolarità e alla fugacità della vita? Mah..

La trovata, vanificando l’intensa drammaticità musicale delle ultime battute della Bohème, lascia francamente molto perplessi, anche perché non consequenzialecon l’impostazione teatrale, coerente e aderente alla drammaturgia originaria, seguita dal regista.

Al termine la sala del Verdi tributa un successo convinto e prolungati applausi per tutti gli artefici di questo spettacolo, buon viatico per la stagione in corso che proseguirà, i prossimi 17 e 19 maggio, con l’attesa Italiana in Algeri.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/81-opera/opera-2024/15349-salerno-la-boheme-26-04-2024

giovedì 18 aprile 2024

Non solo stelle

 NAPOLI 17 aprile 2024 - Due cast per La Gioconda, probabilmente la produzione più attesa e di maggior richiamo della Stagione lirica e di balletto 2023 – 2024 napoletana: al Teatro San Carlo i melomani, richiamati dal titolo operistico, dai nomi di Anna Netrebko, Jonas Kaufmann e Ludovic Tézier, sono accorsi da molti paesi europei e da varie regioni d’Italia. Della rappresentazione del 10 aprile, una delle quattro date che ha visto schierato il cast all stars, si è ampiamente riferito qui.

L’ingente sforzo produttivo del San Carlo - La Gioconda è opera che richiede almeno ben cinque protagonisti di rilievo, impegni notevoli per Coro, Orchestra e Corpo di ballo - va esaminato anche con riferimento al cast alternativo, il quale ha consentito di far alzare il sipario per ben sette rappresentazioni, e per tre volte in due giorni consecutivi.

Qui, senza fare alcun paragone con quanto ascoltato e recensito il giorno 10 aprile, riavvicinandosi a questa produzione liberi dalle impressioni del primo ascolto, si prova a formulare delle considerazioni sui protagonisti del cast alternativo. I cambiamenti di cast hanno interessato le sole parti di Gioconda, Laura Adorno, Enzo Grimaldo e Barnaba; invariate le altre, per le quali si conferma quanto già scritto (leggi la recensione). Nel complesso si attestano allo stesso livello qualitativo del 10 aprile le eccellenti prove di Orchestra, Coro e Corpo di ballo; convincente e concreta la concertazione, a tratti turgida e potente, di Pinchas Steinberg.

Lianna Haroutounian, nelle vesti vocali poco comode di Gioconda, è una cantante che “porta a casa la parte”: se il soprano armeno non riesce a dominare del tutto la diabolica tessitura di Gioconda, almeno riesce a non uscirne con ossa (e voce) rotte. Purtroppo il registro grave, così sollecitato in quest'opera, non è pieno e sonoro come dovrebbe, ma gli acuti, per quanto non sempre rotondi e smussati, non mancano all’appello. Tuttavia, la linea di canto della Haroutounian è imperniata su un’emissione sempre spiegata, sul forte: pochi alleggerimenti dell’emissione, poco legato, poche le sfumature, caratteristiche che danno vita a una Gioconda interpretativamente alquanto monocorde, benché sia innegabile che la Haroutounian sia un’eccellente professionista, la quale, nel complesso, fornisce una prova dignitosa.

Anna Maria Chiuri, come Laura Adorno, denota una vocalità dapprima non del tutto adeguata, per peso specifico vocale e volume, alla parte: appare troppo timorosa e poco a fuoco nella sortita dell’atto I. La linea di canto denota qualche incertezza allorquando la tessitura si fa più impervia e acuta. L’interpretazione appare talora rispecchiare le insicurezze vocali, delineando di conseguenza una Laura remissiva, sulla difensiva, poco incline a scontrarsi con l’ardore e la complessità del personaggio di Gioconda.

L’Enzo Grimaldo di Angelo Villari colpisce sin dall’irruzione in scena con “Assassini! Quel crin venerando” per potenza, squillo e bel timbro. La linea di canto, però, seppur fondata su mezzi vocali ragguardevoli, contempla poche sfumature: abbonda di accenti tribunizi, l’emissione è impostata sul forte e fortissimo; qualche mezza voce non manca, ma il suo “Cielo e mar!”è affrontato con stile stentoreo, poco credibile per essere il trepido vagheggiamento della donna amata.

È tutta l’interpretazione di Villari a fondarsi sullo sfoggio di un bel timbro e di una vocalità florida, munita di acuti smaglianti; a farne le spese, ovviamente, è il lirismo della parte del principe genovese proscritto dalla Serenissima.

Convince per la perfetta dizione, il bel timbro, la solida linea vocale e il fraseggio, il Barnaba di Ernesto Petti: al timbro brunito unisce spiccate doti di interprete. Il personaggio di Petti è una spia torva, con accenti e forzature - soprattutto nel finale dell’atto IV - forse eccessivamente truculenti, da smussare nelle future riprese della parte.

Al termine, in continuità con il grande successo ottenuto da Gioconda lo scorso 10 aprile, dalla sala gremita del San Carlo applausi prolungati e calorosissimi per tutti.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/81-opera/opera-2024/15323-napoli-la-gioconda-17-04-2024

venerdì 12 aprile 2024

La danza delle voci

 Napoli, 10 aprile 2024 - La più attesa delle produzioni della stagione lirica 2023 - 2024 del Teatro San Carlo, La Gioconda, non tradisce le aspettative della vigilia: cast di nomi stellari della lirica contemporanea, titolo assente dal palcoscenico napoletano dal lontano 1977: gli ingredienti per dar vita all’evento dunque ci sono.

Opera di quelle che un tempo si classificavano “per grandi voci”, La Gioconda, è un melodramma arzigogolato, iperbolico per taluni aspetti, in cui l’elemento canoro è al cubo per quasi tutti i protagonisti; La Gioconda, se non è opera tanto raffinata nella costruzione musicale, è sicuramente, per le tinte forti che la connotano e per lo spiccato melodismo di Ponchielli, drammone musicale accattivante e fascinoso.

Il libretto di Tobia Gorrio (Arrigo Boito), poi, fornisce al compositore l’occasione per creare una potente incarnazione del male, Barnaba, ascendente di Paolo Albiani e di Jago: senza dubbio, Verdi e Boito avranno ben altra raffinatezza di cesello musicale e psicologico, ma uno degli archetipi di quelle scultoree incarnazioni di perfidia è da individuare proprio in quest'opera, da non sottovalutare per gli sviluppi del melodramma della seconda metà dell’Ottocento.

La Gioconda esiste e si regge in piedi se ben fondata su possenti ugole dei cantanti: basta uno sguardo allo spartito per rendersi conto delle insidie delle parti vocali dei protagonisti, a cominciare da quella della cantatrice protagonista. L’attesa, dopo quarantasette anni, era riposta nel cast: Anna Netrebko, Jonas Kaufmann e Ludovic Tézier, rispettivamente per Gioconda, Enzo Grimaldo e Barnaba, costituiscono un terzetto di star liriche dei nostri giorni; accanto a loro era prevista Anita Rachvelishvili, la quale, dopo il forfait - le auguriamo di ritrovare al più presto la forma vocale -, è stata sostituita da Eve Maud Hubeaux, che ha vestito i panni di Laura Adorno fino a poche settimane fa a Salisburgo, dividendo il palcoscenico del Grosses Festspielhaus sempre con Netrebko e Kaufmann.

Inutile negarlo, l’attesa era soprattutto per la primadonna, al suo debutto italiano nella parte. Poco prima della rappresentazione si sussurra in teatro che il soprano russo sia febbricitante; come spiegherà lei stessa tramite un post pubblicato nella notte su Instagram, ha preferito, per rispetto al pubblico, non cancellare la performance e non far annunciare l’indisposizione. Ma apre bocca ed è subito Anna Netrebko: si è travolti dalla malia del timbro, dal flusso omogeneo e solido di voce, ben appoggiata sul fiato. Impressiona la sua capacità di sfumare, di alleggerire l’emissione capace di rendersi possente e prorompente. Quando la scrittura si addentra nelle registro grave, la voce mantiene compattezza e si oscura, con colori da mezzosoprano, conservando inalterato il proprio peso specifico. Se c’è una caratteristica tecnica da elogiare di questa prova è l’omogeneità vocale lungo tutta la tessitura: tanto luminosi squillanti gli acuti, quanto possenti e scuri i suoni gravi.

Quella di Anna Netrebko è una prestazione in crescendo: le basta poco tempo per mettere a fuoco una vocalità che si arroventa negli accenti e si illanguidisce negli abbandoni lirici. Della febbre, che avrebbe quasi messo in forse la partecipazione alla recita, non si individua traccia. In “Suicidio!” – la Netrebko ha dichiarato su Instagram di aver perso la voce all’inizio del quarto atto – impressiona per la potenza della cavata, per l’intensità dell’interpretazione, per la capacità di assottigliare l’emissione, malgrado la presenza di qualche suono più velato del solito.

A convincere e stupire, però, non sono soltanto la forma vocale. Lodare il rigoglio dei mezzi vocali, la perizia tecnica – che le ha consentito di superare il malessere febbrile – sarebbe limitativo: Netrebko si impone perché dà corpo, voce e anima alla complessa psicologia di Gioconda. Grazie anche a spiccate doti sceniche, all’innato fascino e avvenenza, scolpisce una donna oppressa, innamorata, delusa, vendicativa, perfida, e infine eroica. Una scultura levigata di una delle più iconiche e complesse eroine melodrammatiche dell’Ottocento. Si ha la sensazione che in questa Gioconda, ancor più che in altre figure finora interpretate, Anna Netrebko si sia immedesimata con maggior intensità: la varietà di accenti al fraseggio, la veemenza di talune accensioni, il lirismo di molte frasi denotano uno studio approfondito e accurato della psicologia della cantatrice veneziana.

Da ascoltare e da riascoltare Anna Netrebko in Gioconda, perché, senza dubbio, è un’eroina che sarà ancor più interiorizzata e approfondita dal grande soprano russo, con esiti ancor più lusinghieri di quelli già elevati raggiunti al debutto.

Seguiamo, come sempre, l’ordine di locandina, per scrivere della Laura Adorno di Eve Maud Hubeaux, poco convincente. Non mostra di possedere le note basse sicure e decise che pur la scrittura richiede; il timbro è alquanto chiaro; gli acuti non ben definiti; la linea di canto non sempre corretta; la moglie di Alvise Badoero, di conseguenza, solo abbozzata. Hubeaux appare troppo concentrata nel tener insieme la propria vocalità più che nel rendere convincente e realistico il proprio complesso personaggio.

Il Badoero di Alexander Köpeczi sfoggia buon volume e timbro alquanto suggestivo nella propria brunitura, sebbene il canto sia affetto da qualche forzatura di troppo; l’interprete nel complesso è convincente.

Voce dall’ampio volume e dal timbro molto scuro ha la Cieca di Kseniia Nikolaieva, la quale però sconta un’emissione che incrina la correttezza e la fluidità della linea vocale. Nel complesso la sua figura, al quale la regia affida un’improbabile apparizione post mortem, convince sul piano scenico e musicale.

L’altro divo di questa Gioconda è Jonas Kaufmann. Purtroppo il tenore tedesco è in forma alquanto problematica: la voce si è prosciugata, ha perso squillo e proiezione, è inaridita nei colori. Dispiace constatare che denoti evidentissimi problemi di fonazione, sia nel declamato, sia nel legato, afflitto da fiati sempre più corti. Si ha la sensazione che la sua emissione, da sempre non ortodossa, ma personale, oggi gli stia chiedendo di saldare il conto, proprio nel momento in cui il sostegno dell’apparato vocale non è (né può essere altrimenti) quello di anni addietro; e dispiace sinceramente ascoltare suoni opachi, qualche nota sporca e incerta, perché l’artista ha intelligenza e musicalità da vendere. Infatti, Jonas Kaufmann prova a supplire ai limiti di una vocalità alquanto bolsa con le suggestive mezzevoci (molto spesso in falsetto) e con le personalissime sfumature. Enzo Grimaldo, però, è parte che richiede organizzazione vocale in buone/perfette condizioni e tanto, tanto fiato.

Quella stessa intelligenza musicale, che ha consentito a Kaufmann di rendere accattivanti e meditati i personaggi che ha finora interpretato, oggi dovrebbe suggerirgli di percorrere strade più confacenti alle caratteristiche attuali della sua vocalità, di addentrarsi in un repertorio nel quale, per intelligenza e acume interpretativo, avrebbe ben poca concorrenza e rivali.

Tornando al presente, la sensazione che Enzo Grimaldo sia parte al di sopra delle possibilità vocali di Kaufmann si rafforza nel corso dell’opera; anzi, per la stima e ammirazione che si nutrono da sempre per l’artista, si soffre con e per lui nell’ascoltare suoni emessi a fatica, sforzati e privi di colore.

Ludovic Tézier, nei panni mefistofelici di Barnaba, è, insieme ad Anna Netrebko, il secondo fenomeno vocale e interpretativo di questa serata. Con il suo bellissimo timbro, la ricchezza di armonici, il grande volume (in crescita nel corso della serata), Tézier, tipico baritono grand seigneur, scolpisce una figura monumentale per la sontuosa rappresentazione della sua cattiveria: si percepisce un’attenzione maniacale per il colore di ogni singola inflessione, per il suono, grazie alla perfetta dizione italiana, di ogni singola parola. Il Barnaba di Tézier è un’incarnazione del male che però non rinuncia a signorilità: gli accenti truculenti insiti nella scrittura sono smussati, l’interpretazione si fonda sul culto del bel e ben cantare, dello sfoggiare una vocalità robusta e suoni sempre proiettati. Si ritrova, allora, tutta la melliflua perfidia dei suoi Jago e Scarpia e la nobiltà dei suoi Rigoletto e Simone: “O monumento!” e “Pescator, affonda l'esca” sono tra i momenti più fulgidi di una interpretazioni di riferimento.

Nei ruoli secondari si distinguono per precisione e perfetta integrazione con i protagonisti Lorenzo Mazzucchelli, che interpreta Zuàne, un cantore e un pilota, Roberto Covatta, Isèpo, e Giuseppe Todisco, un barnabotto.

Sul podio ritroviamo finalmente, dopo gli ultimi tre esiti operistici molto deludenti dei Vespri siciliani, di Don Giovanni Giovanni e Norma, un signor direttore. La concertazione di Pinchas Steinberg, pur non contraddistinta da sfoggio di fantasia ed estro, è di quelle che assicurano solidità, correttezza e alta professionalità a tutto lo spettacolo. A Steinberg si potranno rimproverare talune pesantezze agogiche di troppo, ma l’esperto direttore israeliano ha il merito di metter in risalto il tessuto orchestrale della Gioconda, la maestosità dei concertati, la teatralità di certe scene. E poi, aspetto da non sottovalutare, Pinchas Steinberg, profondo conoscitore dei complessi meccanismi orchestrali, riesce a donare smalto alla compagine orchestrale del San Carlo, per troppo tempo quasi mortificata da bacchette non all’altezza del suo potenziale tecnico: si ascolta un suono molto ben curato, un’articolazione complessiva ben calibrata, prime parti pregevoli (a cominciare da quella del clarinetto di Luca Sartori e dal violoncello di Alberto Senatore). Una prova strumentale, dunque, pienamente superata e convincente.

Fa molto bene anche il Coro diretto da Fabrizio Cassi: da mesi si assiste alla crescita della compagine dopo il momentaneo smarrimento imputabile, probabilmente, alla sostituzione della guida. Nella Gioconda, al netto di qualche imprecisione e incomprensione con la buca e di qualche suono forzato, si ascolta un un suono rotondo, pieno e idiomatico, ricco di sfumature. Molto ben eseguiti, nel loro colore pastello, gli interventi fuori scena. Il Coro è uno dei protagonisti di Gioconda, e stasera ha giocato egregiamente un ruolo di prim’ordine.

Meritano sincero apprezzamento per l’ottima esecuzione, per l’entusiasmo evidente di tutti i bambini, le ottime Voci Bianche del Teatro di San Carlo, istruite e guidate dall'espertissima Stefania Rinaldi.

La Gioconda strizza l’occhio al grand opera: il Balletto del San Carlo, guidato da Clotilde Vayer, è chiamato ad animare la pagina più nota dell’opera, la celeberrima Danza delle ore, coreografia di Vincent Chaillet, che mette in scena un duello tra Arlecchino (Salvatore Manzo), Pulcinella (Raffaele Vittozzi) e il Diavolo (Giuseppe Ciccarelli).

Last but not least, lo spettacolo. Come detto in apertura, si è scelto di iniziare queste riflessioni su questa Gioconda partendo dalle voci e dall’aspetto musicale, ritenendo, a torto o a ragione, il capolavoro di Amilcare Ponchielli opera fondata sulle voci. A contribuire al successo finale di questa produzione concorre, comunque, in misura determinante anche lo spettacolo firmato da Romain Gilbert, il quale – con le scene di Etienne Pluss e i magnifici costumi (dalla evidente e squisita cura sartoriale; tutti diversi tra loro anche quelli dei coristi!) di Christian Lacroix, il tutto sapientemente illuminato dal gioco delle luci di Valerio Tiberi – confeziona uno allestimento non calligrafico, che restituisce un’immagine di una Venezia cupa, percorsa da spie, inquisitori, principi con false identità e donne derelitte. Gli elementi iconografici riconducibili alla Serenissima ci sono tutti: la bocca di Leone, la scala che ricorda quella dei Giganti di Palazzo Ducale, le calli cupe della Giudecca, il senso di oppressione e di decadenza che emana la città lagunare del XVII secolo. La regia di Romain Gilbert pur non denotando picchi di fantasia e di inventiva, procede sicura, tendenzialmente ligia al libretto. Stride, però, con la drammaturgia dell’opera il seppellimento, da parte di Alvise Badoero, della moglie fedifraga in una sorta di botola sotto il pavimento della Ca’ d’Oro (non riconoscibile dalle scene, per inciso); Laura, nel finale dell’atto III, è dunque nascosta agli occhi di Enzo Grimaldo: difficile, pertanto, dare un senso logicamente compiuto al concertato “Già ti veggo, immota e smorta” che intona Enzo. In definitiva, si tratta di una produzione che sapientemente elimina dalla Gioconda il superfluo, contribuendo così, ad avviso di chi scrive, a far apprezzare più compiutamente un dramma di per sé ipertrofico nella drammaturgia e nella costruzione musicale.

Il significativo sforzo produttivo della Gioconda è apprezzato e premiato dalla sala gremita del San Carlo con lunghi applausi per le masse artistiche dei Cori e del Balletto. Molto apprezzati tutti i solisti, in particolare Anna Netrebko e Ludovic Téziertrionfatori di questa felice serata teatrale.


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