giovedì 31 ottobre 2024

Luci opache

 NAPOLI, 29 ottobre 2024 - È Carmen a chiudere la stagione lirica 2023 -2024 del Teatro San Carlo. Il legame tra il capolavoro di Bizet e la città di Napoli risale al 1879 quando, prima rappresentazione italiana, la storia dell’efferato femminicidio dell’eroina gitana trionfò a Napoli, non al San Carlo ma nei più raccolti e meno perbenisti spazi del Teatro Bellini.

Questa ripresa di Carmen segna il ritorno - dopo il debutto del 2015 e la ripresa del 2017 - dell’allestimento firmato dal regista Daniele Finzi Pasca. Come si dirà in seguito, già nel 2015 questo spettacolo creò più di un dubbio tra gli spettatori e chi oggi vi scrive, perplessità che il trascorrere del tempo non hanno attenuato, anzi. Ma se ne riparlerà.

Se l’aspetto visivo è quindi un déjà-vu, quello musicale è in parte un déjà entendu: andando con la memoria allo spettacolo presentato in forma di concerto nella straordinaria cornice di Piazza del Plebiscito (le Fondazioni liriche uscivano a fatica dal periodo plumbeo del Covid-19), nella locandina di stasera leggiamo nomi di artisti che presero parte a quelle serate estive di tre anni fa (qui la recensione). Sul podio, come allora, c’è Dan Ettinger: la sua lettura, che nel 2021 aveva impressionato per essere traboccante di energia e trascinate, stasera al San Carlo appare invece indecisa su quale strada interpretativa percorrere. Dopo lo scintillante e travolgente Prélude, la tensione, sin dall’esposizione del drammatico tema del destino, subisce un calo di intensità che si riverbera, al netto della naturali oscillazioni, quale percettibile sottofondo per tutta la durata della rappresentazione.

Grazie al conforto dell’acustica del San Carlo, Dan Ettinger, poi, opta per una lettura in cui non mancano tratti dalle sonorità quasi cameristiche: un tentativo, probabilmente, di riportare Carmen nell’originario alveo esecutivo dell’opéra-comique; peccato, però, che anche queste apprezzabili intenzioni - e ben realizzate dall’orchestra - finiscano per scontrarsi con improvvisi affondi sonori, affidati al fragore dei piatti (per inciso, sempre precisissimi e nitidi, così come tutto il reparto delle percussioni).

Lascia disorientati, quindi, questa lettura: assicura indubbiamente un eccellente rapporto tra buca e palcoscenico, ma alcuni rapporti agogici e dinamici nel corso dell’esecuzione lasciano perplessi. A tempi dilatati seguono strette incalzanti, a sonorità cesellate, che indugiano sul piano e il mezzoforte, seguono rapidi incendi sonori.

In ottima forma l’Orchestra del San Carlo risponde con la consueta professionalità alle richieste del direttore: quella sancarliana è una compagine ben organizzata, che sfoggia un bel suono (complimenti al primo flauto di Bernard Labiausse per il pulitissimo Entracte III), un’ampia gamma di dinamiche. Qualche maggiore sollecitazione quanto a fraseggio e passionalità avrebbe sicuramente trovato una resa musicale ben calibrata.

È una serata triste per il Coro del San Carlo: si piange la scomparsa, prematura e dopo una lunghissima malattia, del contralto Annarita Marchi. Prima dell’inizio dello spettacolo, due sue colleghe, a nome di tutto il Teatro, leggono un commosso e toccante ricordo dell’artista del coro, cui la rappresentazione viene dedicata.

Benché scosso dal lutto, il Coro, sotto la guida sicura, sapiente e meticolosa del direttore Fabrizio Cassi, onora con professionalità l’impegno, distinguendosi per il suono compatto e vigoroso, l’incisività e la duttilità delle articolazioni, per l’oscillare, secondo le prescrizioni di Bizet, tra sonorità nette e rarefatte.

Precisi e portatori di gioia gli interventi del Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo affidato alle cure dell’esperta Stefania Rinaldi.

Infine, si apprezza il lavoro della Compagnia di Balletto del Teatro San Carlo, diretto da Clotilde Vayer, sulle coreografie di Maria Bonzanigo: davvero molto suggestivo la danza, allusiva a quella dei Dervisci, che apre la Chanson bohème in apertura dell’atto II.

Qualche novità rispetto all’ultima esecuzione di Carmen la si ritrova nel cast vocale.

Aigul Akhmetshina, giovane mezzosoprano russo, approda al San Carlo nelle vesti di Carmen dopo la consacrazione nella parte ottenuta a New York e a Londra: e le aspettative non deludono, in particolare per la preziosa caratura del timbro brunito, l’ampiezza e la proiezione vocale, il dominio dell’intera tessitura della parte. Akhmetshina, poi, dimostra una ben calibrata arte scenica che rende il suo personaggio teatralmente intenso e sensuale. La sua però è una Carmen che non appare del tutto messa a fuoco: il fraseggio, non fondato su una dizione francese immacolata, è tendenzialmente uniforme. Al netto dell’indubbio fascino e al rigoglio dei mezzi vocali, non sono purtroppo numerosi i momenti di intensità interpretativa davvero avvincente.

Convince poco il Don José di Dmytro Popov: voce non sempre adeguatamente proiettata, priva di squillo e interprete alquanto inerte, da cui emerge un personaggio poco sfumato e avaro di colori.

L’Escamillo di Mattia Olivieri esibisce una spavalderia più scenica che vocale: in “Votre toast, je peux vous le rendre... Toreador, en garde” deve fare i conti con un registro grave non adeguato per consistenza e un’articolazione della linea di canto stentorea, poco levigata e dal fraseggio uniforme. È più incisivo nello scontro con Don Josè nell’atto III, a suo agio nel duetto con Carmen dell’atto IV.

Selene Zanetti, già Micaëla nell’edizione in forma di concerto en plein air del 2021, sfoggia bel timbro screziato, ma la linea di canto accusa qualche imperfezione quando la tessitura sale verso il registro acuto; l’interpretazione in generale appare compassata e dolente.

Brillanti, ben cantate ed espressive, invece, sono la Mercédès di Floriane Hasler e la
Frasquita di Andrea Cueva Molnar.

Ben assortiti i ruoli secondari, a cominciare dal Moralès di Pierre Doyen, dal bel colore vocale, per poi proseguire con i precisi Zuniga di Nicolò Donini, le Dancaïre di Régis Mengus, le Remendado di Loïc Félix, une Merchande d’Orange di Silvia Cialli, un Bohémien di Giacomo Mercaldo e, infine, Lillas Pastia, molto ben recitato, di Sergio Valentino.

Lo spettacolo firmato da Daniele Finzi Pasca, anche co-creatore delle luci insieme a Alexis Bowles, alla seconda ripresa dal 2015 al San Carlo rispolvera dubbi sull’esistenza di un visibile disegno registico, di una nitida visione drammaturgica.

La luce e i colori - giallo, bianco, nero con innesti di fucsia e rosso: un colore per ciascun atto - sono i protagonisti di questa Carmen. Hugo Gargiulo firma un impianto scenico essenziale, delimitato da linee luminose. La luce si manifesta, ridondante e talora molesta, anche sotto forma di barre luminose che fungono da corde, sfollagente, catene. Difficile individuare la coerenza - oltre che l’eleganza - drammaturgica di questi elementi.

E così l’impianto scenico diventa una festival di luci, un’allusione a ciò che fu la Festa di Piedigrotta a Napoli e a quelle che sono le feste patronali estive dei paesi del sud Italia.

A questa fervida esplosione di luminosità, ai numerosi fari, lampadine, barre al neon, però, non corrispondono altrettante idee brillanti sul versante registico: i movimenti in scena sostanzialmente stereotipati, tanto da parte degli artisti quanto dei Cori; l’irrompere delle teste taurine a mo’ di giostra desta, invero, ilarità.

Insomma, poche idee, confuse e ridondanti; ma l’occhio trova appagamento nei bei costumi (magnifico il Traje de Luces del torero Escamillo!) di Giovanna Buzzi, i quali, partendo dall’irrealistico mondo di luci e lampadine, ci indicano correttamente le coordinate geografiche di Siviglia.

Al termine, la sala gremita del San Carlo tributa un caloroso successo per tutti, con un particolare apprezzamento per la protagonista Aigul Akhmetshina.

La sigaraia Carmen ora passa il testimone all’ondina Rusalka: il 20 novembre il sipario si alzerà sull’inaugurazione della Stagione 2024 - 2025 con il capolavoro operistico di Antonín Dvořák che segnerà gli attesi debutti napoletani di Asmik Grigorian nel ruolo della protagonista e del regista russo Dmitri Tcherniakov.


Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/81-opera/opera-2024/15810-napoli-carmen-29-10-2024

sabato 12 ottobre 2024

Il richiamo del mare

 NAPOLI, 11 ottobre 2024 - A teatro gli applausi sono come i clienti: hanno sempre ragione! Una decina di minuti di acclamazioni finali, un’ovazione per Ludovic Tézier, apprezzamenti convinti e calorosi per tutto il cast; giudizi positivi per direttore d’orchestra, Orchestra e Coro del San Carlo.

Si può così riassumere il successo tributato alla ripresa, in forma di concerto, di Simon Boccanegra al San Carlo.

Sì, ancora una volta si ripete lo strano fenomeno - già riscontrato al San Carlo in occasione di SonnambulaRigolettoMacbethBeatrice di Tenda, produzioni di cui è stato dato conto in questa rivista - di calorosissimi e convinti apprezzamenti per opere eseguite in forma di concerto. Sul perché questo fenomeno puntualmente si ripete, ognuno avrà la propria opinione/convinzione. Qui ci si limita a registrare un dato, un binomio (opera in forma di concerto/successo caloroso) che puntualmente si ripete.

Tornando al concreto, già sulla carta il cast vocale, per Simon Boccanegra tra i migliori oggi ipotizzabili e tra i più complicati (se non altro per i tanti impegni delle star liriche coinvolte nel progetto) da schierare in palcoscenico; alla prova dei fatti, le aspettative risultano appagate. L’esecuzione in forma di concerto, seppur corredata da parchi movimenti scenici suggeriti dall’istinto - quasi mai errato - degli artisti e dalla scena, di cui diremo dopo, firmata dall’archistar giapponese Kengo Kuma, riporta la musica e il canto al centro dell’attenzione. E così si resta abbagliati e ammaliati dalla sontuosa vocalità e dall’interpretazione sfumata e sofferta di Ludovic Tézier nei panni del Doge genovese.

A Tézier basta poco sia per mettere a punto la sua sfolgorante macchina vocale sia per calarsi nei panni del padre/Doge di Genova. Del baritono francese, che padroneggia meravigliosamente l’idioma italiano, impressionano la tenuta vocale, costante per l’intera durata della parte, la bellezza, la compattezza e la ricchezza di armonici, la lucentezza e la precisione degli acuti, la linea di canto, prodiga di accenti, inflessioni, rarefazioni sonore e colori; ad emozionare, poi, è la sua capacità di interprete, quel cercare il giusto colore musicale per ciascuna frase, l’espressività in ogni legato, la veemenza nell’invocazione alla concordia e alla pace, il ribrezzo verso il traditore. L’atto III, dalla Scena III (da “M’ardon le tempia..), è un miracolo teatrale in un capolavoro, un condensato di emozioni che solo Giuseppe Verdi avrebbe potuto esprimere: ebbene, dall’apostrofe al mare di Simone Ludovic Tézier dà l’impressione di proiettarsi in un’altra dimensione, trascendente, onirica, suggellata dalla rarefatta invocazione in pianissimo “Maria”, ultime note e respiri del Doge. Il duetto finale con Fiesco, un Michele Pertusi per il quale è sempre più complicato trovare termini per descrivere la statura dell’artista, diventa un commovente caleidoscopio delle emozioni umane: in questi pochi minuti sono condensate e si confrontano due vite. Tézier e Pertusi danno voce al loro bagaglio di odi, vendette, incomprensioni e riappacificazione. Nel finale, il baritono francese diventa un Simone che è altro, per ricerca timbrica, accenti e introspezione psicologica, rispetto a quello conosciuto e ascoltato nel Prologo e nei due atti precedenti: una scultura che è stata smussata, raffinata e che si incammina verso la rarefazione. Simon Boccanegra e Tézier: un binomio che emoziona, convince e da cui si resta ammirati. Peccato, dunque, ma si dirà meglio in seguito, che a questi due scultorei personaggi in scena faccia da contraltare l’accompagnamento orchestrale di Michele Spotti ben poco partecipe all’intensità del momento.

Michele Pertusi è uno di quegli artisti che ad ogni ascolto, seppur incastonato nell’inesorabile fluire del tempo e nella diversità dei repertori, ci illustra il significato del termine artista: la sua interpretazione di Fiesco è una lezione di canto e stile verdiano, un’illustrazione didascalica su come costruire un personaggio ed entrare nelle sue vesti, anche se qualche elemento risulta di meno agevole realizzazione. Michele Pertusi ha una personalità musicale e artistica così tanto pronunciata e luminosa che è in grado di rischiarare anche gli antri più ombrosi di un registro grave non spesso come la scrittura di Fiesco richiede; ma la finezza dell’interprete, il suo dar peso e consistenza alla parola scenica, l’attenzione al fraseggio e alla costruzione di un personaggio umanissimo sin dall’addolorato “Lacerato spirito”.Pertusi scolpisce un uomo altero, sconquassato dal dolore, sofferenza che si sublima, al pari del Simone di Tézier, nel coinvolgente e lacerante duetto finale, la gemma più fulgida di questa pregevole esecuzione.

Sono immaginabili, e comprensibili, l’emozione e la tensione che Mattia Olivieri deve aver provato nel condividere il palcoscenico con due autentici cavalli di razza come Pertusi e Tézier: il suo Paolo Albiani, infatti, risente di una diffusa rigidità, vocale e interpretativa. Malgrado il timbro molto bello e di ottimo bronzo e squillo, la buona organizzazione vocale che gli consente di dominare con sicurezza le incursioni verso il registro acuto, Mattia Olivieri dà però l’impressione di essere un po’ troppo stentoreo nella linea di canto e poco mellifluo nel dare anima a questa potente quanto meschina personificazione del male, anticipatrice di quella del successivo Jago. Il baritono emiliano, dati i mezzi vocali e l’intelligenza musicale, possiede un sicuro margine di maturazione per tornare a vestire i panni e a gestire intrighi e veleno di Paolo Albiani.

Si distingue per il bel colore brunito del timbro Andrea Pellegrini nella piccola ma significativa parte di Pietro.

Marina Rebeka torna al San Carlo a quasi tre mesi dal suo inatteso debutto a Napoli (a luglio sostituì, all’ultimo momento, la collega Lisette Oropesa nella Traviata: qui la cronaca della serata) e vi fa ritorno per una parte che, per il fulgore giovanile del personaggio di Amelia, sembra lo specchio della sua vocalità e della sua meravigliosa, avvolgente e compatta pasta timbrica. Quella del soprano lettone è una prestazione in crescendo: sempre corretta, con acuti di rara luminosità, gestione eccellente del legato, dei fiati, delinea una Amelia traboccante di amore, per Gabriele Adorno e per il padre Simon Boccanegra. Marina Rebeka, evaporata la tensione iniziale percepita in “Come in quest’ora bruna”, diventa imperiosa, tanto nella bellezza del suo prezioso strumento quanto negli accenti; via via, pur nella compostezza vocale e interpretativa che la contraddistingue, si dimostra languida e appassionata.

A corredo di una linea di canto pulita e calibrata, di una vocalità molto ben organizzata (gli echi della lezione del belcanto, in particolare di quello rossiniano, risuonano nella sua vocalità aristocratica), che fa perno sullo smalto e sulla bellezza del timbro, Marina Rebeka denota, seppur con i limiti dell’esecuzione in forma di concerto, un evidente coinvolgimento scenico. Un’Amelia Grimaldi apprezzabile e convincente.

Per Francesco Meli quello di stasera al San Carlo è un “quasi-debutto”: nelle stagioni del Teatro infatti, il suo nome è apparso una sola volta, nel settembre del 2021, in un concerto in onore di Enrico Caruso nel centenario della morte ( leggi la recensione). Debutto operistico stasera pienamente convincente, e in una delle parti verdiane, Gabriele Adorno, che sembrano essere state scritte proprio per il tenore genovese.

A Francesco Meli, che sfoggia un’eccellente forma vocale, acuti squillanti, il solito bellissimo e suadente timbro vocale, basta la sortita fuori scena di “Cielo di stelle orbato” per dare una lezione di canto verdiano, quel canto che si origina, tra i tanti e vari requisiti, dal suono della parola, che scava e sviscera nell’espressività della scrittura vocale, che ricerca accenti, colori, sonorità sempre cangianti, che, quando necessario e se scritti, si limita a sussurrare se non addirittura a sibilare, un canto, quello che si usa chiamare “verdiano” che, in definitiva, “fa teatro”. E Francesco Meli sa come rendere umano, palpabile e sfaccettato il suo personaggio: il fraseggio è estremamente suggestivo, ricco di chiaroscuri, mezzevoci - qualcuna in meno in falsetto impreziosirebbe ancor più la linea di canto -, si percepisce impeto, veemenza, enfasi e attenzione alle pieghe del testo. In sostanza, un Gabriele Adorno che unisce l’aristocrazia dei natali all’impulso emotivo e vitale della gioventù. Un’interpretazione, quella di Meli, al giorno d’oggi di lusso e di riferimento.

Completano il cast il Capitano dei balestrieri di Vasco Maria Vagnoli e l’Ancella di Amelia di Silvia Cialli, entrambi artisti del Coro.

Se il cast vocale vince e convince, chi scrive registra entusiasmo e apprezzamento in misura minore, invece, per la direzione di Michele Spotti, il quale sin dal Prologo dà l’impressione di puntare ad assicurare una tendenziale precisione e articolazione musicale (non sempre del tutto ottenuta) tra palcoscenico e buca e ad apprestare un buon accompagnamento al canto. Della poetica musicale del mare, il protagonista nascosto e onnipresente di Simon Boccanegra quasi non c’è traccia; così come non è apparsa correttamente calibrata la giusta temperatura drammatica di alcuni momenti salienti dell’opera, duetto dell’agnizione tra Simone e Amelia, finale atto III.

Pare, questa, una lettura che punta alla correttezza, all’ordinato fluire della trama musicale, ma che, a differenza del cast vocale, non rende il giusto valore a tante gemme, momenti di pura tensione teatrale, bozzetti sonori, di cui Simon Boccanegra, partitura tra le più “sinfoniche” di Giuseppe Verdi, è disseminata.

L’Orchestra del San Carlo è formazione di suo sempre duttile e affidabile; stasera dà l’impressione di onorare il suo compito sulla base di ciò che le viene richiesto dal direttore. Sa e può, però, dare di più.

L’esecuzione in forma di concerto, per il Coro, ha un inconveniente: in molte occasioni (ad esempio, l’aria di Fiesco “Il lacerato spirito”, la sommossa nel corso della Scena del Consiglio, il lugubre finale dell’atto III) Verdi prescrive che sia fuori scena. Giocoforza, il Coro posto sul palcoscenico sfalsa i piani sonori concepiti, con il consueto acume teatrale, da Boito e Verdi. E così spiazza sentir risuonare, forte, “È morta!” mentre Fiesco piange la propria figlia: l’alterazione sonora finisce per attenuare l’angoscioso momento drammatico. Detto ciò, la prova del Coro, diretto con la consueta perizia e cura da Fabrizio Cassi, si districa con onore nelle complesse scene in cui è impegnato e si fa apprezzare, al netto dello sfasamento di cui si è detto, per il colore cinereo dell’ultima esclamazione “No - Boccanegra!!!” che chiude l’opera.

A far da sfondo a questa esecuzione in forma di concerto di Simon Boccanegra è stato invitato l’architetto giapponese Kengo Kuma che ha rivestito il fondale del palcoscenico di Alcantara, materiale ignifugo, dando corpo alla rappresentazione intitolata da Kuma stesso Shiwa Shiwa, una “piega-solco” che evoca l’andamento curvilineo della natura, allusivo alle onde del mare, elemento che domina l’opera. La creazione di Kengo Kuma è bianca, il colore della purezza, ma è impreziosita, per sottolineare i diversi momenti drammatici, dal gioco delle luci firmato da Filippo Cannata.

Shiwa Shiwa evoca anche le vele delle navi; e la memoria visiva di chi scrive, per motivi anagrafici non di prima mano, non può che correre al mitico Simon Boccanegra firmato da Giorgio Strehler per il Teatro alla Scala dei ruggenti e ricchi di fermento anni ’70, dell’era Paolo Grassi - Claudio Abbado.

Si ritorna all’incipit di queste osservazioni soltanto per registrare ribadire il trionfo della serata, l’ovazione per Ludovic Tézier, l’enorme apprezzamento per Michele Pertusi, per tutto il cast vocale e per i complessi musicali. W Verdi!, come ha inteso suggerire Ludovic Tèzier indicando verso l’alto mentre il pubblico del San Carlo gli tributava l’ovazione.

In chiusura, solo una nota a margine: nel leggere stamattina la rivista operawire.com si apprende che l’etichetta Prima Classic, fondata da Marina Rebeka, ricaverà da questa produzione di Simon Boccanegra una registrazione discografica.


Pubblicato in:

https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/81-opera/opera-2024/15767-napoli-simon-boccanegra-11-10-2024