martedì 31 dicembre 2024

Un anno di primedonne

 Negli ultimi giorni dell’anno ci sono domande, opinioni e bilanci che vengono scambiati tra i melomani: quante serate a teatro? Quali opere mi hanno colpito di più? Chi sono i cantanti, gli strumentisti, gli artisti che mi hanno impressionato maggiormente?

Come ogni anno, quindi, proviamo a mettere un po’ d’ordine nel groviglio di emozioni e ricordi che l’anno musicale appena trascorso ci ha regalato. Opinioni - pleonastico ribadirlo - personali, dettate da gusti e inclinazioni personali, dalla preferenza, spesso insondabile, verso un determinato repertorio, una particolare opera, un concerto, ecc.

Limitandomi a ciò che si è visto e recensito (non c’è coincidenza tra visto e recensito: il primo è più ampio del secondo) il catalogo dei ricordi più vivi è questo.

Seguendo principalmente gli spettacoli lirici e i concerti sinfonici da Napoli, tra i primi c’è da ricordare La Gioconda (leggi la recensione) “operona” per grandi voci: e al San Carlo c’era quanto di meglio potesse essere schierato oggi. Anna Netrebko, al di là di obiettive imperfezioni vocali, si è confermata anche nella parte di Gioconda artista carismatica e coinvolgente.

Altro spettacolo memorabile, per la presenza di due primedonne eccelse è stato il dittico Il castello di Barbablù e La voix humaine con, rispettivamente, le meravigliose Elīna Garanča e Barbara Hannigan, guidate e ispirate dalla regia di Krzysztof Warlikowski (leggi la recensione ).

La Stagione 2024 – 2025 del Teatro San Carlo è stata inaugurata con Rusalka di Antonín Dvořák con la magnetica, carismatica, meravigliosa (sarebbero molti gli aggettivi da utilizzare per descrivere la sua arte) Asmik Grigorian (leggi la recensione ) per la quale il regista Dmitri Tcherniakov ha costruito uno spettacolo su misura, che ne esalta le doti di attrice. Asmik Grigorian è stata protagonista anche di un raffinatissimo recital di melodies di Sergej Rachmaninov che ha letteralmente ammaliato il ristretto (troppi gli assenti, ahiloro!) pubblico raccolto intorno al soprano lituano (leggi la recensione)

Al San Carlo l’opera proposta in forma di concerto si è dimostra ancora una volta vincente: a ottobre ha riscosso un notevole successo Simon Boccanegra che ha schierato un cast affiatato capitanato dal meraviglioso Simone di Ludovic Tézier, affiancato dalla perlacea Maria/Amelia di Marina Rebeka, e con quel monumento di interpretazione verdiana (e non solo) che risponde al nome di Michele Pertusi. Francesco Meli, debuttante nell’opera al San Carlo, è stato un trascinante Gabriele Adorno. (leggi la recensione)

Meno interessante ed entusiasmante, rispetto a quella lirica, la stagione sinfonica: tra i concerti, troppo spesso dal marcato carattere lirico-sinfonico, si ricorda quello diretto da Marco Armiliato e Lucas Debargue al pianoforte e Matilda Loyd alla tromba (leggi la recensione ).

Dal Teatro Real di Madrid riaffiora il ricordo dei Meistersinger von Nürnberg “mediterranei” affidati alla bacchetta di Pablo Heras-Casado con un cast vocale che trova il suo fulcro nell’Hans Sachs raffinatissimo di Gerald Finley. Ottimo il complesso e poderoso apporto del Coro diretto da José Luis Basso (leggi la recensione )

Sempre dall’estero il concerto dei Wiener Philharmoniker diretti da Christian Thielemann al Musikverein di Vienna ci ricorda quanto questa orchestra sia gelosa custode del proprio suono e della propria aristocratica tradizione musicale (leggi la recensione).

Il 2024 ha visto un’incursione al Teatro Petruzzelli di Bari per l’inaugurale Fidelio (leggi la recensione) con un cast ben assortito ed equilibrato.

Dal Teatro Giuseppe Verdi di Salerno abbiamo seguito La bohème diretta da Daniel Oren e con la bravissima Mariangela Sicilia nella parte di Mimì (leggi la recensione)

Per il 2024 è (quasi) tutto: buon 2025 musicale, e non solo!

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giovedì 26 dicembre 2024

Dall'ombra alla festa

 BENEVENTO 22 dicembre 2024 - Sir Antonio Pappano torna quasi alle origini: al Teatro Comunale Vittorio Emanuele II di Benevento dirige il concerto inaugurale dell’undicesima stagione concertistica dell’Orchestra Filarmonica della città campana. L'attuale direttore principale della London Symphony Orchestra è molto legato al paesino di Castelfranco in Miscano (BN), terra d’origine dei suoi genitori, dove ogni estate dirige un concerto in memoria del padre Pasquale. Il legame e l’affetto che il grande musicista nutre per le sue origini sannite e per il paesino dal quale i genitori emigrarono verso Londra sono testimoniate dalle sincere e struggenti parole della sua recente autobiografia, La mia vita in musica, Marsilio, 2024: qui Pappano ricorda le estati dell’infanzia trascorse con i nonni a Castelfranco in Miscano, il desiderio dei genitori di tornare a vivere, per almeno sei mesi l’anno, nel luogo di origine; ricorda con concisione e partecipazione la morte, nel tragitto tra Castelfranco e Benevento, del padre.

Quando Antonio Pappano introduce il concerto con l’ormai iconico incipit di “Caro pubblico..”, una tradizione inaugurata a Roma negli anni in cui è stato direttore musicale dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, si percepisce che il grande direttore, complici anche le dimensioni raccolte del teatro Comunale di Benevento, si senta quasi a casa.

Con le consuete affabilità e chiarezza illustra il primo brano in programma la Sinfonia n. 1 in do minore per orchestra, op. 68 di Johannes Brahms: i tempi bui che stiamo vivendo sono per Pappano il presupposto per descrivere il passaggio dalla tonalità iniziale di do minore a quella finale di do maggiore. E l’interpretazione della Sinfonia, ben eseguita dall’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB, in acronimo), compagine giovane, ricca di energia, è modellata proprio sul lento e faticoso passaggio dalla tonalità cupa di do minore del primo movimento, Un poco sostenuto, a quella luminosa della sezione finale, Più Andante. Allegro non troppo, ma con brio, del quarto e ultimo movimento.

E così, se nel primo movimento Antonio Pappano cava dall’orchestra un suono grumoso, turgido e scuro, nel corso della Sinfonia lo alleggerisce lentamente, fino a raggiungere quello terso, ma non meno vibrante e inteso, del finale. Sotto la direzione di Antonio Pappano l’OFB suona con coesione e compattezza apprezzabili, ma a stupire sono, in particolare, l’energia e l’entusiasmo che la compagine promana.

L’Andante sostenuto del secondo movimento, invece, è un bel saggio di cantabilità: Pappano riesce a dare vigore ed espressività cantabile all’interno movimento, esaltandone l’articolazione melodica, facendolo risuonare quasi come un interludio operistico. In ciò l’OFB risponde con precisione, immergendosi in questa intensa spirare melodica, al cui interno si segnala l’intenso e ben calibrato intervento del primo violino di spalla di Alice Notarangelo. Il quarto movimento ribolle di quell’energia che Antonio Pappano stesso emana e che l’OFB recepisce e trasmette al pubblico.

Dopo l’impegnativa Prima sinfonia di Brahms il programma vira verso brani legati al periodo natalizio: nella Fantasia su Greensleeves di Ralph Vaughan Williams si ammirano la raffinata coesione tra i timbri delle diverse sezioni orchestrali dell’OFB, la morbidezza e l’eleganza dell’eloquio musicale, che trae giovamento, tra gli altri, dai raffinati e luminosi interventi del primo flauto di Vittorio Coviello.

Con tre brani dalla Suite dallo Schiaccianoci di Pëtr Čajkovskij ci addentriamo in pieno clima e calore natalizio: la Marcia è scintillante, il Valzer dei fiori coinvolgente, con percepibile accentazione sul battere della battuta in ¾; vivacissima e scintillate, infine, la Danza russa – Trepak conclusiva.

Ancora una volta a sorprendere sono la compattezza e l’entusiasmo dimostrato dall’Orchestra Filarmonica di Benevento, quasi galvanizzata dalla direzione: una prova di grande maturità professionalità per un’orchestra composta da promettenti e giovanissimi musicisti, una tra le realtà musicali più interessanti e apprezzabili che la Campania - territorio benedetto e dannato allo stesso tempo, come pochi in Europa - offre.

In chiusura del concerto, Sleigh Ride del compositore statunitense Leroy Anderson (1908 - 1975), tra le composizioni natalizie più celebri e amate, dal carattere allegro ed evocativo dell’inverno. Antonio Pappano e l’OFB si immergono nell’atmosfera vivace e festiva del breve brano, consegnando un’esecuzione imperniata sulla supremazia dell’elemento ritmico e sull’incisività degli ottoni e delle percussioni.

In questo clima caloroso il concerto si chiude con applausi scroscianti tributati al direttore, all’Orchestra Filarmonica di Benevento e alle sue prime parti.

Antonio Pappano - prima prepararsi per il secondo concerto della serata: ne sono previsti due, con il medesimo programma, alle ore 17 e alle 19.30 - si concede generosamente alle richieste di autografi, selfie e foto.

Buone Feste!

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/80-concerti-2024/15989-benevento-concerto-pappano-ofb-22-12-2024

martedì 10 dicembre 2024

A Weimar con Goethe

 NAPOLI, 6 dicembre 2024 - Ideata nel 1971 da Salvatore Accardo e Gianni Eminente la rassegna Settimana di musica d’assieme, complementare e in parallelo alla programmazione dell’Associazione Alessandro Scarlatti di Napoli, nel corso degli anni è diventato un punto di riferimento per musicisti e appassionati di musica da camera.

Le Settimane hanno ospitato ensemble e interpreti di fama internazionale, ai quali si sono affiancati giovani emergenti, in un’osmosi feconda di dialogo e crescita musicale.

La scelta del repertorio, che ha da sempre puntato a mantenere un equilibrio tra tradizione e innovazione, è sempre stata varia: la cronologia delle Settimane annovera classici della musica da camera, opere meno eseguite e composizioni contemporanee.

Il concerto che chiude la rassegna del 2024 propone infatti un’opera di non frequente ascolto, il Quintetto in mi bemolle maggiore op. 87 per pianoforte, violino, viola, violoncello e contrabbasso di Johann Nepomuk Hummel (1778 - 1837) e, nella seconda parte, il più eseguito (almeno rispetto al Quintetto di Hummel..) Sestetto in re maggiore op. 110 per pianoforte, violino, due viole, violoncello e contrabbasso di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847).

Di fronte al programma di un concerto ci si chiede quale sia il filo rosso che leghi i brani: leggendo le interessanti note di sala di Gregorio Moppi e ricordando le tappe fondamentali delle biografie di Hummel e Mendelssohn, si può affermare che siano la città di Weimar e Johann Wolfgang Goethe i traits d'union. Allievo di Wolfgang Amadeus Mozart, Johann Nepomuk Hummel a Weimar, dove ricoprì l’incarico di maestro di cappella e dove conobbe Goethe, trascorse il periodo più fecondo della sua esistenza: il Quintetto fu scritto nel 1802, ma pubblicato soltanto venti anni dopo. Nel panorama della musica cameristica tra ‘700 e ‘800, questa appare opera di transizione, troppo antiquata per rimandare a Mozart, ancora acerba per anticipare Beethoven. Di ascolto indubbiamente piacevole, il pezzo di Hummel ossequia i canoni della forma sonata, ma l’arricchisce farcendola di temi cantabili, dal gusto italiano.

E proprio di questa cantabilità - che trova nel pianoforte, strumento di cui Hummel era considerato virtuoso, la sua esaltazxione - l’ensemble schierato stasera si dimostra immediatamente adeguato, raffinato e appropriato interprete. Compete al nitido e corposo tocco di Antonello Cannavale, in questa composizione pilastro portante dell’intera esecuzione, esporre le melodie ora aggraziate ora energiche di Hummel. Al suo fianco, ad “ascoltare” e a dialogare, quattro raffinati cameristi: il violinista Gabriele Pieranunzi, il violista Francesco Solombrino, il violoncello di Danilo Squitieri e, a radicare i piedi del Quintetto nell’800, il poderoso contrabbasso di Ermanno Calzolari.

Nel corso dei tre movimenti che compongono il Quintetto si apprezza l’affiatamento e la simbiosi tra i cinque cameristi, pur impegnati singolarmente in autonomi ed eterogenei percorsi artistici, ma in questa occasione animati dal piacere di fare musica assieme. Un esempio, tra i vari, è il Largo, laddove il pianoforte ribadisce il proprio ruolo di protagonista esponendo uno dei temi più raffinati, mozartiani e cantabili, oltre che ricco di ornamentazioni, della composizione; gli archi sono chiamati a un ruolo da gregario, ma l’esecuzione è così ben calibrata che questi stendono un tappeto sonoro per farvi adagiare il tema e gli arpeggi del pianoforte.

Weimar e Goethe aleggiano anche sul secondo brano in programma: il Sestetto in re maggiore op. 110 per pianoforte, violino, due viole, violoncello e contrabbasso di Felix Mendelssohn Bartholdy fu composto nel 1824 dal giovanissimo musicista dopo aver conosciuto, appena dodicenne, il grande poeta a Weimar: tra i due si instaurò una profonda simpatia e una frequentazione feconda di stimoli artistici ed estetici per entrambi.

Il Sestetto è una composizione che, a dispetto dell'età dell'autore, denota un’abilità nell’organizzazione delle forma e della gerarchia strumentale al suo interno: anche qui il pianoforte ricopre un ruolo predominante; gli archi (Mendelssohn raddoppia le viole: a Francesco Solombrino si affianca, come prima parte, Francesco Fiore, cesellatore raffinato e attento) diventano quasi un’orchestra d’archi chiamata a interloquire con la tastiera. Antonello Cannavale, dopo quella del precedente Quintetto di Hummel, dà un’ulteriore prova del suo pianismo sempre appropriato, della solidità del ductus musicale, che trova anche qui nel pianoforte origine e compimento; ma in questa composizione, a dare forma e colore (più brunito rispetto a quello del precedente Quintetto di Hummel) ritroviamo, con il solo innesto di Francesco Fiore, gli stessi interpreti ora chiamati a conferire vigore al gioco degli archi. E in ciò, Pieranunzi, Fiore, Solombrino, Squitieri e Calzolarisi dimostrano precisi, calibrati, capaci di conferire grande suggestione e ricchezza di colori al malinconico Adagio del secondo movimento, che cede al passo al rapinoso Menuetto il cui Trio esalta il dialogo strumentale. Nel successivo e conclusivo Allegro vivace lo scintillante pianoforte di Antonello Cannavale ribadisce la gerarchia all’interno del Sestetto: prima il pianoforte, poi gli archi.

Al termine, applausi, apprezzamenti sinceri e un bis, il Menuetto dal Sestetto appena eseguito.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/80-concerti-2024/15945-napoli-concerto-finale-settimana-di-musica-d-assieme-06-12-2024

lunedì 2 dicembre 2024

Piacere per pochi

 NAPOLI, 1° dicembre 2024 - "È un piacer serbato... a pochi” il recital al San Carlo di Asmik Grigorian, accompagnata dal pianoforte di Lukas Geniušas. Sala poco meno che (semi)vuota – o, (semi)piena, a seconda della personale predisposizione all’ottimismo – per uno dei più raffinati e interessanti appuntamenti della stagione dei concerti. Il programma indubbiamente era troppo poco pop, ma il richiamo del nome della star Asmik Grigorian, trionfatrice in questi giorni al San Carlo in Rusalka (leggi la recensione), avrebbe meritato ben altra considerazione da parte del pubblico napoletano. Ma chi c’era ha apprezzato molto l’interpretazione ammaliante e malinconica ddel soprano delle romanze, dal lirismo struggente e appassionato, di Sergej Rachmaninov.

Di queste pagine Asmik Grigorian, sin dall’iniziale Non cantare, bella fanciulla, op. 4 n. 4 (citeremo i titoli nella traduzione italiana, così come indicate in locandina e nel programma di sala), è per caratteristiche dello strumento, per pasta vocale e agguerrita musicalità interprete ideale. Con la sua voce, corposa, omogenea, proiettatissima, il suo timbro color ambra, il fraseggio analitico e frastagliato, la Grigorian indaga e svela tutte le sfumature emotive delle romanze del russo naturalizzato statunitense, accompagnando gli ascoltatori in un viaggio tra i mutevoli e crepuscolari paesaggi sonori e dell’anima racchiusi nelle concise composizioni.

Quasi assorta in un’altra dimensione, bellissima ed elegantissima nell’austero abito grigio che rimanda alla moda degli anni ’40, il soprano riesce a trasmettere al pubblico la concentrazione che la anima e la pervade: il suo canto è un caleidoscopio di inflessioni, di colori, un susseguirsi di crescendo sonori ed emotivi, di lunghi e sospesi legati, smorzature, di improvvise accensioni emotive: dalla sua interpretazione emergono plasticamente la nostalgia di Non cantare, bella fanciulla, op. 4 n. 4, lo struggimento di Tutto mi ha tolto op. 26 n. 2, i tentativi consolatori di Oh, non rattristarti, op. 14 n. 8, tra le vette più intense toccate da Asmik Grigorian in questa serata che è stata un impetuoso susseguirsi di emozioni. Impossibile non ricordare il raffinatissimo Crepuscolo, op. 21 n.3, laddove la Grigorian, grazie a una tecnica di emissione perfetta, dipinge un quadro di contemplazione del cielo crepuscolare che cede il passo alla sera incipiente: un capolavoro di tecnica vocale e d’intensità interpretativa.

Insieme alle tinte serotine invernali, a sensazioni struggenti, rievocative e consolatorie, nelle romanze scelte dalla Grigorian e da Geniušas convivono quelle dolci e materne che animano Bambino, sei bello come un fiore, op. 8 n. 2, il canto del risveglio della natura di Acque primaverili, op. 14 n. 11, un insinuante crescendo di emotività che culmina in un’esplosione gioiosa.

La natura che si fa specchio dell’anima è una delle tematiche ricorrenti nelle liriche di Rachmaninov: si pensi, tra i vari esempi, la serenità interiore che si sposa con quella del fiume scintillante di luce, nei campi ricoperti di fiori di Com’è bello quiop. 21 n. 7.

Nel corso della serata a strabiliare è la versatilità di Asmik Grigorian di mutare colori ed espressività di romanza in romanza: è questo uno dei tanti pregi della sua personalità artistica: adattare i propri mezzi vocali all’espressività, finendo quasi per immedesimarsi, nel canto e nella postura, con il significato del testo letterario e musicale.

A contribuire alla carismatica e incandescente serata il pianoforte, raffinato, sempre ben calibrato nell’accompagnamento, creatore di cesellate atmosfere sonore, di Lukas Geniušas, in grande sintonia emotiva con il soprano.

Il programma riserva al pianista russo-lituano anche pagine solistiche: Hopak, una danza ucraina, dall’opera La fiera di Soročincy di Modest Musorgskij, il celeberrimo Volo del calabrone da La favola dello Zar Saltan di Nikolaj Rimskij-Korsakov e due dei 24 Preludi di Rachmaninov, i Preludiin sol diesis minore, op. 32 n. 12 e in re bemolle, op. 32 n. 13, pagine che confermano la raffinatezza del tocco, la rotondità del suono del pianismo di Geniušas, la sua capacità di adattarsi ai variegati piani sonori ed emotivi del recital.

Lo sparuto pubblico presente, attento, stregato dalla charodeika (“ammaliatrice” in russo; titolo di un’opera di Čajkovskij) decreta un trionfo, con applausi calorosissimi, richieste di bis che la Grigorian esaudisce riproponendo, quasi scusandosene in inglese, due romanze eseguite nel corso della serata.

Felici di essere stati presenti a una serata dall’altissimo valore musicale ed emozionante come poche, dispiaciuti e imbarazzati per la defezione del stragrande maggioranza del pubblico.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/80-concerti-2024/15918-napoli-concerto-grigorian-geniusas-01-12-2024

Non è un tramonto

 NAPOLI, 30 novembre 2024 - Im Abendrot (Al tramonto), l’ultimo Lied dei Vier letzte Lieder per soprano e orchestra di Richard Strauss (composti nel 1945 ed eseguiti postumi nel 1950), è una struggente e serena accettazione della fine dell’esistenza. Il testo di Joseph von Eichendorff recita: “Siamo passati tra pena e letizia, insieme, la mano nella mano, ora ci riposiamo dal cammino, in una terra tranquilla. Intorno si oscurano le valli, già l'aria si fa buia (...) O ampia, immobile pace! Così profonda nel tramonto! Siamo tanto stanchi del cammino: questa è forse la morte?” (trad. di Quirino Principe). Ist dies etwa der Tod? (Questa è forse la morte?)  è l’interrogativo che si/ci rivolge la voce del soprano, quasi trasfigurata, nel verso conclusivo.

Il ciclo è il canto del cigno di Richard Strauss, che si congeda dal mondo con questa crepuscolare, intensa e serena raccolta di Lieder (l’appellativo ultimi non provimene dal compositore, ma è stato attribuito dall’editore), dalla marcata connotazione, a dispetto dell’imponenza dell’organico orchestrale, intimistica e autobiografica. Sì, perché nei Vier letzte Lieder, nel canto solistico e nell’orchestra, dominano il senso di un’atarassica, aristocratica accettazione della fine, la consapevolezza dell’ineluttabilità del fluire della vita (musica e parole che potrebbero essere declamate da un’ancor più saggia e nobile Marescialla di Rosenkavalier alla fine dei suoi giorni) sublimata nella bellezza delle immagini evocate dai testi.

Tra le insidie esecutive di questo capolavoro estremo di Strauss c’è il riuscire a sottrarsi dalle lusinghe dell’enfasi sonora e del rilassamento eccessivo del ductus musicale, e riuscire a cogliere (e rendere in musica) la temperie spirituale, culturale e storica che i Vier letze Lieder ha generato: in questo canto struggente, infatti, si spengono, con la serenità della saggezza, l’alter ego di Richard Strauss e una civiltà musicale.

Peccato, dunque, che lo spirito di questo capolavoro della liederistica del ‘900 sia stato virato dalla interpretazione di Dan Ettinger e di Maria Agresta verso territori e dimensioni distanti da quelli evocati da Richard Strauss, strettamente legati al presente e all’immanente, piuttosto che, come la musica suggerisce, al futuro e alla trascendente.

Il primo Lied, Frühling (Primavera), sin dall’energico attacco d del soprano ha fatto presagire l’alterità del talentuoso soprano italiano al mondo musicale di Strauss dei Vier letzte Lieder. L’approccio è infatti più operistico che liederistico: si ritrova un’incisività lontana dalla scrittura evocativa e pacata di Strauss. Più appropriati alla poetica di questo ciclo sono September (Settembre) e Im Abendrot (Al tramonto), laddove la tempra di ottimo soprano lirico della Agresta consente di abbandonarsi a una linea di canto cantabile, dolce e intrisa di malinconia. Il terzo Lied, Beim Schlafengehe (Addormentandosi), ricorda l’approccio “operistico” riscontrato in apertura: quella della Agresta è una visione interpretativa, come tale soggettiva e da rispettare, che a chi scrive però appare non applicabile al lavoro straussiano, figlio di una cultura musicale dalla decisa identità, composto in un periodo storico, quello immediatamente successivo alla Seconda Guerra mondiale, il cui cumulo di macerie, spirituali e materiali, ha plasmato spirito e pieghe della partitura.

Purtroppo anche la direzione di Dan Ettinger appare lontana dalla poetica musicale e dal mondo spirituale dei Vier letzte Lieder: il passo impresso è turgido, le sonorità grumose e troppo poco evanescenti e poco stemperate (con l’eccezione delle battute finali di Im Abendrot. Questo è uno Strauss che sembra anticipare la cattedrale sonora della Quinta sinfonia di Anton Bruckner che si ascolterà, con esito più lusinghiero, nella seconda parte del concerto.

L’Orchestra del San Carlo, da lodare per il bel suono (ben calibrati l’intervento solistico del primo violino di spalla di Gabriele Pieranunzi nel terzo Lied Beim Schlafengehe, laddove Richard Strauss cita e sviluppa una cellula tematica del sublime terzetto conclusivo de Der Rosenkavalier, così come quello nella coda di September affidato all’ottimo primo corno di Alessandro Fraticelli), si pone sulla stessa sintonia interpretativa del direttore.

Al termine dell’esecuzione dei Vier letzte Lieder lunghi e calorosi applausi, con varie chiamate sul palcoscenico, accolgono Maria Agresta e Dan Ettinger.

Più convincente l’esecuzione della Sinfonia n. 5 in si bemolle maggiore, WAB 105 di Anton Bruckner (composta tra il 1875 e il 1877, eseguita la prima volta a Graz nel 1894), laddove Ettinger trova nella mastodontica struttura terreno fertile per esaltare le sue doti di concertatore: nel dipanarsi dei quattro movimenti, nella struttura “ciclica” della Sinfonia, il direttore musicale del San Carlo staglia con definizione cristallina gli episodi e i temi musicali giustapposti dalla scrittura di Bruckner.

La strumentazione sontuosa, con il suo indugiare e compiacersi di sonorità possenti da “organo orchestrale”, la marcata connotazione contrappuntistica (in particolare nel quarto e ultimo movimento, Finale: Adagio - Allegro moderato), il procedere per episodi della Sinfonia appaiono esaltati dalla concezione del direttore, che si dimostra a suo agio in queste dimensioni sonore. Come aveva già dimostrato con l’esecuzione della Sinfonia n. 4 Romantica (leggi la recensione), Bruckner è scolpito da Ettinger con una notevole perizia tecnica che ne esalta intensità e definizione delle forme. Emblematico per questo secondo aspetto il tratto e il nitore con cui conduce il Trio, dall’atmosfera pastorale e distesa, del terzo movimento, o il pizzicato dell’Adagio del secondo movimento.

In una partitura così complessa, banco di prova anche per le più tecnicamente agguerrite orchestre compagini sinfoniche, quella del San Carlo assolve egregiamente al suo compito: il suono è omogeneo e di bel colore; tendenzialmente ben calibrata, al netto di qualche imprecisione, l’articolazione nel corso della gigantesca sinfonia, che trova nel contrappuntistico Finale la sintesi delle intenzioni interpretative che hanno animato l’esecuzione, salutata da applausi calorosi e prolungati indirizzati all’Orchestra, alle sue prime parti e a Dan Ettinger.

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