domenica 30 marzo 2025

Poca tensione, molto fragore

 Napoli, 28 marzo 2025 - Se all’omega la tradizione del concerto per violino e orchestra non è ancora pervenuta (si pensi, giusto per citare un esempio, ai tanti pezzi scritti da compositori e compositrici contemporanee per la magnifica Anne-Sophie Mutter), l’alfa invece si può legittimamente individuare nel Concerto per violino in re maggiore, op. 61 di Ludwig van Beethoven (del 1806), capolavoro indiscusso della letteratura del genere di ogni tempo. Interpretato e inciso dalla quasi totalità dei grandi solisti dell’età contemporanea, oggi le ipotesi interpretative possono così riassumersi: 1) riproporre letture del passato; 2) accontentarsi di una correttezza esecutiva, che si limita a risvegliare quelle suggestioni insite nella assoluta e intrinseca bellezza della scrittura di Beethoven; 3) infine, ma quest’ultima è una virtù serbata a pochi, proporre nuovi e fantasiosi spunti.

Alla seconda categoria di queste opzioni va ricondotta la lettura priva di guizzi interpretativi e approfondimenti della violinista olandese Simone Lamsma. Le prime battute della sua parte – con la meravigliosa sequenza di acciaccature - fa temere per il prosieguo del concerto a causa del suono piccolo e tagliente, estremamente “freddo” e, in particolare, per un’intonazione alquanto imprecisa.

Per fortuna, nel corso del movimento il suono raggiunge un calore e un colore accettabile, la precisione dell’articolazione fa breccia e il ricordo della sbandata iniziale lentamente evapora. Purtroppo l’intera esecuzione dell’ampio primo movimento resta relegata in una lettura che rinuncia ad addentrarsi nelle pieghe dello spartito, incapace di catalizzare l’attenzione sulla solista. Domina una correttezza di fondo (conquistata dopo l’incipit estremamente problematico) ma che, ritornando alla personale classificazione iniziale sulle ipotesi interpretative del Concerto di Beethoven, non va oltre una sussiegosa linearità esecutiva, con un bel suono rotondo; ma oltre alle emozioni che la musica di Beethoven suscita di per sé, la lettura di Simone Lamsma aggiunge davvero poco.

Purtroppo, neppure dall’Orchestra del San Carlo diretta da Constantin Trinks vengono in aiuto interessanti spunti e una lettura quantomeno pulita: l’esecuzione si limita a cercare la correttezza, che non sempre è raggiunta. Trinks dà poi l’impressione di voler spaccare il capello in quattro, di addentrarsi in un labirinto di analisi dal quale però non si intravede la via di sintesi e di uscita: il discorso musicale generale, quindi, diventa tortuoso, frammentato, oscillante in allargamenti agogici che, privi di elementi interpretativi davvero interessanti, raffreddano il fluire delle emozioni del concerto.

Nel Larghetto del secondo movimento Lamsma e Trinkssi limitano a ricordarci quanto sia ultraterreno, inspiegabilmente sublime il librarsi in volo dello struggente lirismo del tema del violino.

Infine, ben poco energico, impreciso e non esente da pecche di intonazione, è l’attacco, senza soluzione di continuità, dal Larghetto al Rondò: Allegro del terzo movimento. Qui il gesto di Trinks, a dispetto della platealità, ottiene ben poco quanto a incisività e troppo quanto ad affondi sonori: poca tensione, molto fragore.

Simone Lamsma, al suo debutto al San Carlo, riceve applausi calorosi: regala un bis, di natura prettamente virtuosistica: il quarto movimento Les furies dalla Sonata n. 2 op. 27 di Eugène Ysaÿe, che le dà modo di farsi apprezzare per le doti tecniche e di virtuosa, per il suono corposo e dal bel colore.

Purtroppo la direzione di Constantin Trinks convince ancor meno nell’esecuzione della successiva Sinfonia n. 4 in fa minore, op. 36 di Pëtr Il'ič Čajkovskij (del 1878): sin dalla inquietante raffigurazione della “...potenza del destino che ostacola il nostro desiderio di felicità...” (da una lettera di Cajkovskij all’amica e mecenate Nadezda von Meck) della fanfara iniziale emergono i notevoli problemi tecnici (di sincrono e di intonazione, in particolare dei legni) che si ripresenteranno nel corso della Sinfonia. Il gesto di Trinks dà l’impressione, confermata dalla resa acustica, di rendere arduo ottenere coesione e buon bilanciamento nei rapporti sonori tra le sezioni. Ne deriva, soprattutto per il primo tempo, un’esecuzione in cui si riscontrano troppe mende, disattenzioni, problemi di tenuta generale.

Certi allargamenti agogici che Trinks chiede finiscono per rendere incoerente il discorso musicale, che raramente si erge da quella superficialità interpretativa nel quale è immersa l’intera Sinfonia.

Meglio fanno Trinks e l’orchestra nel successivo crepuscolare Andantino in modo di canzona del secondo movimento, apprezzabile per il contegno e il suono sontuoso degli archi; di bell’effetto poi, lo Scherzo. Pizzicato ostinato del terzo movimento.

Nelle intenzioni di Cajkovskij il quarto movimento, Finale. Allegro con fuoco, è una festa popolare: Trinks, più che dall’ilarità oscurata dall’apparire improvviso e sardonico, nel finale, del tema della “potenza del fato che ostacola il nostro desiderio di felicità”, appare attratto dai tonitruanti effetti sonori degli ottoni con i quali si chiude la Sinfonia. E ancora, poca tensione, molto fragore.

Lunghi e calorosi applausi salutano l’esecuzione della Sinfonia, il direttore Constantin Trinks, l’orchestra del San Carlo, le sue prime parti e due professori, il violinista Daniele Baione e il flautista Gianpiero Pannone, che, visibilmente emozionati, con questo concerto si congedano dall’orchestra per quiescenza.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/83-concerti-2025/16255-napoli-concerto-lamsma-trinks-san-carlo-28-03-2025

Concert à la carte

 NAPOLI, 27 marzo 2025 - Al concerto come una cena al ristorante. Come si ordinano le portate di un pasto raffinato, così si scelgono i brani che comporranno il programma musicale. È questa l’idea di fondo del concert à la carte proposto a Napoli dal Quartetto Wassily: il concerto è strutturato in più “portate”, che vanno dagli antipasti ai dolci. Per ciascuna portata è possibile scegliere tra due opzioni offerte dal menu à la carte. E chi sceglie cosa... gustare/ascoltare? Il pubblico! E come sceglie cosa…assaporare? Il Quartetto Wassily fa assaggiare le battute iniziali delle due pietanze proposte per ciascuna portata; il pubblico le ascolta e vota la prescelta applaudendo. Il brano/pietanza che riceve più applausi - certificati in re dubia da un applausometro installato nell’Ipad del violista del quartetto, diventa la pietanza della portata che sarà poi... servita. Il pubblico sovrano, insomma: la sovranità appartiene al pubblico che la esercita... tramite l’applauso.

Nel paese che raggiunge, a seconda delle contingenze, picchi di poco meno di 60 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio, di virologi, immunologi, esperti di politica internazionale, climatologi, economisti, diplomatici, ingegneri strutturisti, ecc, in effetti l’identificazione nel direttore artistico e/o responsabile della programmazione musicale di un’istituzione musicale mancava. Et voilà: per una sera si contribuisce - democraticamente, votando con un applauso – alla scelta di cosa ascoltare/mangiare.

L’antipasto ordinato dal pubblico è il secondo movimento, Assez vif, Très rythmé, dal Quartetto in fa maggiore di Maurice Ravel (composto nel 1903 ed eseguito l’anno successivo). Il piatto/brano scelto ha vinto il ballottaggio sull’Allegro Moderato dal Quartetto op. 77, n. 1 di Franz Joseph Haydn, che però sarà proposto come secondo “digestivo” della serata: il pizzicato è preciso, ma la preparazione non è della giusta temperatura, benché l’inizio faccia ben sperare, per la precisione e la pulizia esecutiva, in una cena soddisfacente.

Fondato a Lione nel 2012, il quartetto d’archi Wassily è composto da quattro giovani e talentuosi musicisti: Vincent Forestier (violino), Marine Faup-Pelot (violino), Clément Hoareau (viola) ed Auguste Rahon (violoncello). La prima portata fa già intravedere il buon amalgama di sapori/colori, l’equilibrio tra i vari componenti dell’ensemble, il loro affiatamento, la pulizia e la precisione tecnica.

Il primo piatto della cena – ordinato dopo aver assaggiato, come per ciascuna portata, tutte le pietanze del menu – è l’inquieto Allegro assai appassionato dal Quartetto op. 44 n. 2 di Felix Mendelssohn (del 1837): i sapori/colori si incupiscono e il grado di cottura del piatto/brano è perfetto. Chissà come sarebbe stato preparato l’altro piatto a scelta tra i primi, il Poco Adagio – Allegro dal Quartetto op. 74 di Ludwig van Beethoven, noto come quartetto “delle arpe” (1809): chissà!

Si passa al secondo piatto con il magnifico e meditabondo Adagio ma non troppo dal Quartetto “delle arpe”: è un’esecuzione molto pulita, che però si addentra poco nell’esplorazione dei meandri del brano. Occorreva un pizzico di condimento in più!

Infine, per dolce il pubblico ha scelto il Finale. Presto dal Quartetto op. 77 n. 1 di Franz Joseph Haydn (del 1797): frizzante, leggero, ilare, eseguito con giusto brio, e… molto ben zuccherato!

La cena ha soddisfatto il pubblico, tanto che lo chef offre due encores/liquori: il primo l’ottimo Lento dal Quartetto n. 12 “Americano” in fa maggiore, op. 96 di Antonin Dvoràk (del 1893) e, fine, l’Allegro moderato dal Quartetto op. 77, n. 1 di Franz Joseph Haydn.

E dopo questa succulenta e gustosa cena, ben preparata e servita dal quartetto Wassily, si guadagna l’uscita della raccolta sala del teatro Sannazaro soddisfatti e divertiti per aver indossato i panni, almeno per una sera, di responsabile della programmazione.

Ed ora... passeggiata serale digestiva!

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/83-concerti-2025/16254-napoli-concerto-wassily-quartet-27-03-2025

lunedì 24 marzo 2025

La poesia del violoncello

 NAPOLI, 22 marzo 2025 - Dedicato al mitico musicista russo naturalizzato statunitense Mstislav Rostropovič il Concerto per violoncello e orchestra n. 1 in mi bemolle minore, op. 107 di Dmitrij Šostakovič (eseguito in prima assoluta nell’allora Leningrado, il 4 ottobre 1959, affidato alle cure di Rostropovič, di Evgenij Mravinski e della Filarmonica di Leningrado... scusate se è poco!) sembra essere tagliato sulle corde espressive e tecniche del dedicatario: strutturato in quattro movimenti, (dopo il primo, il più ampio, i tre successivi si susseguono senza soluzione di continuità) è un brano imperniato sul virtuosismo espressivo e tecnico dello strumento, sul dialogo fitto tra strumento solista e orchestra.

E stasera al San Carlo c’è un solista che a si dimostra ben all’altezza del compito affidatogli: Truls Mørk è impeccabile tecnicamente, in possesso di un suono opulento, dal bellissimo colore, caldo e di velluto, e, soprattutto, denota un acume interpretativo intensissimo che gli consente di passare tra i diversi stati d’animo dei quattro movimenti con un’aderenza emotiva e tecnica sbalorditiva.

Tanto netto e preciso è l’incipit che espone il cosiddetto tema DSCH (un crittogramma musicale che, adoperando la notazione tedesca, rappresenta le iniziali del compositore secondo la traslitterazione Dmitri Schostakowitsch), quanto siderale e astratto è il successivo Moderato del secondo movimento: qui Truls Mørk cava dal suo violoncello un suono di stupefacente bellezza, ricco di armonici, tornitissimo; la cavata del suo arco si fa via via più intensa, il dialogo tra strumento solista e orchestra sempre più incandescente, evaporando allorquando interviena la meravigliosa e straniante celesta di Umberto Cipolla.

La Cadenza del terzo movimento è per Mørk un'ulteriore conferma delle sue doti di virtuoso e di interprete analitico e profondo: impressiona sia per la bellezza del suono – ma questa, come detto, è una costante dell’interno concerto e soprattutto del successivo encore – sia soprattutto per la raffinatezza e la varietà del fraseggio.

Dopo il lungo soliloquio della Cadenza, nel finale – Allegro con moto, in forma di Rondò – Truls Mørk e l’Orchestra del San Carlo diretta dall’ateniese Constantinos Carydis danno vita a una coinvolgente danza dai tratti luciferini (emblematici sono gli interventi del precisissimo ottavino di Francesco Camuglia) e dionisiaci che accompagnano il Concerto verso una conclusione all’insegna dello slancio vitale e della gioia.

All’ottima riuscita del Concerto di Šostakovič, oltre alla encomiabile prova di Truls Mørk, contribuisce in modo determinante l’Orchestra: precisa, attenta, compatta, ben rodata nell’intenso dialogo tra le famiglie strumentali e, soprattutto, perfetta nel creare, per la rarefazione delle dinamiche, una tappeto sonoro sul quale far adagiare l’intesa melopea del violoncello del Moderato del secondo movimento.

Constantinos Carydis, al suo debutto al San Carlo, ha il merito di trovare il giusto punto di equilibrio tra solista e orchestra e di gestire, in sintonia con Mørk, le dinamiche e i tempi più appropriati.

Per il violoncellista è un trionfo: applausi prolungati, calorosi e fragorosi, e richieste di bis che vengono esaudite con il meraviglioso e mesto El cant dels ocells, un canto natalizio catalano di medievale trascritto da Pablo Casals per lo strumento solo: l’errare della melodia, in poco più di tre minuti, ipnotizzano la sala del San Carlo. Truls Mørk è senz'altro un artista da seguire con estrema attenzione e interesse.

Dallo slancio gioioso che chiude il Concerto di Dmitrij Šostakovič si vira,in un viaggio nel passato di oltre cento anni, al giubilo - sarà questo il trait d’union dei due brani del programma? - che innerva ogni piega della Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore “Renana” op. 97 (composta nel 1850 ed eseguitala prima volta l’anno successivo) di Robert Schumann.

Ritroviamo l’Orchestra del San Carlo in buona forma, dal bel suono, finalmente valorizzato dalla camera acustica posta sul palcoscenico (dovrebbe essere adoperata in occasione di tutti i concerti sinfonici, anche per supplire alla sonorità secca del teatro), nel complesso precisa, benché si ascolti qualche menda nel primo movimento Lebhaft (Vivace).

L’attacco della Renana, così come dell’intero primo movimento, è tra i più insidiosi dell’intero repertorio sinfonico: il direttore Carydis se la cava discretamente, ma poi lascia prendere un po’ troppo il sopravvento ai timpani sull’intera orchestra.

Scoppiettante e spedito è il successivo Scherzo. Sehr massig, del cui Ländler Carydis, però, accentua il tono marziale.

Nicht schnell (Non veloce), un Lied di estrema grazia, è giocato su dinamiche leggere, in netto contrasto con quanto ascoltato in precedenza e con quanto si ascolterà in seguito.

Con Feierlich, il quarto movimento, Robert Schumann volle evocare la solennità del duomo di Colonia: Carydis e l’orchestra del San Carlo restituiscono l’immagine pulita delle austere campate della tarsia polifonica e religiosa che prepara al ritorno dello scoppiettante Lebhaft (Vivace) finale, in netto contrasto con il rigore del Feierlich precedente: Carydis si lancia nella danza vorticosa, accentuando anche qui l’apporto sonoro dei timpani, che troppo risultano sovradimensionati nel volume rispetto all’orchestra incrinando l’equilibrio tra le sezioni.

Alla fine resta il ricordo di una decorosa e vivida esecuzione della Renana, testimoniato da applausi convinti e prolungati per l’intera orchestra, le sue prime parti e il direttore greco Constantinos Carydis.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/83-concerti-2025/16237-napoli-concerto-mork-carydis-san-carlo-22-03-2025

sabato 22 marzo 2025

Crescendo barbarico

 NAPOLI, 20 marzo 2025 - Forse non tutti sanno che…al San Carlo la prima assoluta di Salome di Richard Strauss, il primo febbraio del 1908, ebbe uno spettatore d’eccezione: Giacomo Puccini. Di questa serata, nel rimarcare la propria distanza dalla poetica del collega tedesco e censurando l’esecuzione, il compositore lucchese scrisse a un amico: “..ieri capitai colla première di Salomé diretta da Strauss e cantata (?) dalla Bellincioni la quale danza a meraviglia. Fu un successo… ma quanti ne saranno convinti? L’esecuzione orchestrale fu una specie di insalata russa mal condita: ma c’era l’autore, e, tutti dicono, fu perfetto”. È interessante soffermarsi sul punto interrogativo tra parentesi successivo al participio passato “cantata”: misura quanto sia diverso il concetto di canto di Puccini rispetto a quello di Strauss.

Dal 1908 si contano, compresa la presente, ben nove riprese, che collocano Salome saldamente in testa alla classifica delle opere di Richard Strauss - poco, purtroppo - rappresentate al San Carlo.

Se Giacomo Puccini fosse stato presente stasera in sala sicuramente non avrebbe potuto paragonare l’esecuzione a “una specie di insalata russa mal condita”: la direzione di Dan Ettinger, direttore musicale del San Carlo, è sicura e nel complesso ben calibrata. Benché all'inizio potesse apparire esangue, priva della giusta della giusta dose di tensione ed erotismo che il notturno lunare esprime, nel corso dell’opera - ed è questa una tendenza che si riscontra anche per le prove degli interpreti principali - la drammaticità cresce, i colori si fanno più vivi, il tasso di erotismo, messo a decantare nella prima parte, inizia a ribollire con la celeberrima Danza dei setti veli per poi imboccare la sua curva rapidamente crescente.

Ettinger e l’Orchestra del San Carlo si dimostrano attenti a districarsi tra gli insidiosissimi innesti tematici e strumentali, i repentini cambi di misura che abbondano nella partitura di Strauss. Il direttore appare a suo agio nelle violenti sonorità di quest'opera, anzi, punta ad esacerbarne le caratteristiche più brutali. Salome può essere intesa come una profezia sul destino dell’Europa e del Novecento, un’apoteosi dell’irrazionalismo, della violenza barbarica e dell’ossessione incarnata dal desiderio inestinguibile della protagonista per il corpo di Jochanaan. In Salome (1905) Richard Strauss, ambiguo nei confronti del nazismo e dei suoi deliri antisemiti (recentissimo il ritrovamento del Lied Wer tritt herein?, dedicato al criminale di guerra Hans Frank, governatore della Polonia occupata e soprannominato il “macellaio della Polonia”, in segno di ringraziamento per aver impedito che la propria villa di Garmisch desse asilo a una famiglia di sfollati), ha intravisto il futuro; in Der Rosenkavalier (1911), intuendo l’imminente dissoluzione della koinè culturale degli Imperi centrali, se n’è estraniato rifugiandosi nella nostalgia del ‘700 di Maria Teresa; con Metamorphosen, Studio per 23 archi solisti, ha riflettuto sulla distruzione della cultura e dell’arte in Germania a causa della Seconda guerra mondiale.

Tornando all’interpretazione di Dan Ettinger, emerge vivida, come dichiarato dallo stesso direttore israeliano nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’opera, la sua affinità culturale alla storia di Salomè: infatti, la sua lettura, quando prende (lentamente) quota la tensione, non ha riserve ad affondare le mani nel turgore della partitura, nei suoi anfratti più brutali e dolorosi (emblematico è il risalto conferito alle percussioni), il ricorso a sonorità poderose e sferzanti. A farne le spese talvolta è l’equilibrio con il palcoscenico, anche a causa dei pesi specifici vocali piuttosto limitati, all’inizio, di Ricarda Merbeth (Salome) e di Lioba Braun (Herodias), purtroppo per l’intera parte.

Egregia, considerata l’estrema difficoltà della partitura e la complessità dell’ordito strumentale, la prova dell’Orchestra del San Carlo: tendenzialmente molto precisa, si dimostra compatta, sfoggia un’ampia gamma dinamica e di colori, sia delle sue prime parti che dell’intera compagine.

Bene anche le prove delle componenti del Balletto del San Carlo, diretto da Clotilde Vayer, impegnato nella Danza dei sette veli.

Due artisti del cast riportano chi scrive molto indietro nel tempo: il nome di Charles Workman, stasera Herodes, al lontanissimo 1998, quando al San Carlo fu Narciso nel Turco in Italia. Stasera è un tetrarca di Giudea molto ben caratterizzato nel suo fare libidinoso, ben cantato, pur non sfoggiando un peso adeguato all’imponente orchestra di Strauss, e scenicamente appropriato.

Anche il nome di Lioba Braun è presente negli annali del teatro e nella memoria di chi scrive: al San Carlo è stata Brangäne nel 2004 (parte poi ripresa nel 2015), Fricka nel 2005, Kundry nel 2007: stasera la sua Herodias si nota per la personalità d’artista e poco per la vocalità che ha pagato un tributo elevato al trascorrere del tempo.

Reduce al successo della recente Elektra (la recensione: leggi la recensione), la prestazione di Ricarda Merbeth è, come quella di gran parte del cast, in crescendo: se all’inizio denota un peso vocale non del tutto adeguato, al quale supplisce con l’idiomaticità e l’incisività del suo canto, nel corso dell’opera il fraseggio analitico, le doti d’attrice fanno decollare la sua Salome. Indubbiamente non può attendersi da un’interprete dalla carriera lunga e articolata carriera (ha iniziato come soprano leggero di coloratura) mezzi vocali rigogliosi; ma, laddove l’organo vocale denota qualche appannamento nel registro medio e basso, interviene l’intelligenza dell’artista. La scena finale, acme di tensione ed erotismo, è cantata e declamata con incisività terrificante, con un’attenzione spasmodica alla singola parola, sfoggiando acuti sicuri e netti (così come nel corso dell’intera interpretazione): Ricarda Merbeth dà l’impressione di aver canalizzato e liberato nella scena finale (“Ah! Du wolltest mich nicht deinen Mund küssen lassen, Jochanaan!”) tutta la tensione emotiva che con parsimonia ha accumulato nel corso dell’opera.

Piuttosto monolitico nell’interpretazione, invece, e dal timbro piuttosto chiaro e legnoso è Jochanaan di Brian Mulligan, la cui interpretazione, abbastanza corretta nella linea vocale, latita di fantasia e incisività.

Nei ruoli secondari, che mai come in Salome contribuiscono a definire l’ordito teatrale e musicale dell’opera, sono da lodare, pur nella brevità delle rispettive parti, le voci fresche e rigogliose di Narraboth di John Findone del Page der Herodiasdi Štěpánka Pučálková, entrambi molto appropriati, anche scenicamente, nel breve ma significativo scambio di battute che apre l’opera. Si segnalano, soprattutto per la pregevole esecuzione dell’insidioso quintetto dei cinque ebrei, l’espertissimo Gregory Bonfatti (Erster Jude), Kristofer Lundin (Zweiter Jude), Sun Tianxuefei (Dritter Jude), Dan Karlström (Vierter Jude), Stanislav Vorobyov (Fünfter Jude). Apprezzabili anche l'Erster Nazarener e lo Zweiter Nazarener  di Liam James Karai e Žilvinas Miškinis; l'Erster Soldat e lo Zweiter Soldat di Alessandro Abis e Artur Janda; infine, Ein Kappadozier di Giacomo Mercaldo e Ein Sklave di Vasco Maria Vagnoli, questi ultimi due artisti del Coro del San Carlo.

Sul versante scenico questa Salome ripropone l'allestimento firmato da Manfred Schweigkofler, già visto nel novembre del 2014. Se la memoria non inganna, non ci sono sostanziali cambiamenti di regia: lo spettacolo, alquanto statico, è racchiuso nella scena unica di Nicola Rubertelli che mescola riferimenti all’antichità a citazioni dei dipinti di Marc Chagall, amplificati dal riflesso di un incombente specchio. L'intento pare prevalentemente illustrativo: si racconta il dramma, la storia dell’ossessione di Salome, si governano i movimenti scenici dei protagonisti, si inciampa nella Danza dei setti veli, nel corso della quale la Merbeth accenna movimenti coreografici mentre sette ballerine, una per ciascun velo, la doppiano producendosi in una coreografia, di Valentina Versino, che della sensualità malata che la musica esprime poco o nulla.

Ma dell’analisi del groviglio psicologico di Salome e delle relazioni della sua “famiglia difficile”, punto focale delle recenti messinscene dell’opera (citare registi e/o spettacoli per operare paragoni è inelegante e fuorviante), il disegno di Schweigkofler, supportato dall’uso generico delle luci di Claudio Schmid, tace.

La novità sostanziale, rispetto allo spettacolo del 2014, è nei costumi, sontuosi e dai colori accesi, di Daniela Ciancio, direttrice della sartoria del teatro, la quale li ha impreziositi con gioielli e accessori realizzati in ScobySkin, materiale bio-fabbricato da microrganismi batterici derivanti dagli scarti di frutta e brevettato dalla TecUp.

L’atto unico di Salome probabilmente ha fiaccato la resistenza del pubblico del San Carlo, almeno di quello seduto in platea: neppure svaniti i quattro ultimi accordi tellurici che seguono all’imprecazione/ordine “Man töte dieses Weib!” (“Si uccida questa donna!”) di Herodes,  il fuggi fuggi si sovrappone agli applausi, prolungati ma poco calorosi, per tutti gli artefici dello spettacolo.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/84-opera/opera-2025/16234-napoli-salome-20-03-2025