lunedì 30 giugno 2025

Romanticismo trifronte

 NAPOLI, 28 giugno 2025 - “Romanticismo trifronte” potremmo definire il programma del concerto diretto da Marco Armiliato al San Carlo, che accompagna l’ascoltatore in un viaggio attraverso il Romanticismo tedesco di metà Ottocento. Johannes Brahms, Richard Wagner e Robert Schumann sono i volti che si incontrano durante il percorso.

Si parte dalla serenità elegiaca, elegante, limpida della Serenata n. 2 in la maggiore per piccola orchestra, op. 16 (prima versione del 1860, seconda del 1875, entrambe prive dei violini) di Brahms. Opera giovanile, che si nutre del culto della forma classica di discendenza haydniana e mozartiana, sotto la quale covano, quasi ingabbiate in un’architettura lineare e apollinea, i primi sussulti del ruggente melodismo di Brahms.

La Serenata ha carattere idilliaco, evocativo di paesaggi distesi, specchi di una classicità riflessiva: al suo interno dominano eleganza melodica, una vitalità ritmica sempre ben calibrata, un’armonia ricca. E di queste caratteristiche si dimostrano puntuali interpreti Marco Armiliato e l’Orchestra del San Carlo, compagine in gran forma, dal bel colore, molto ben amalgamata nelle sezioni, con quella dei legni che si fa notare per la precisione dell’ordito melodico e la brillantezza degli interventi delle prime parti: meritano menzioni ed encomi per la precisione e il bel suono dei loro interventi, in particolare, l’oboe di Carlo Mistretta, il clarinetto di Luca Sartori e il fagotto di Francesco Muratori.

Marco Armiliato dirige – così come gli altri brani in programma – senza partitura, a memoria; dà un saggio di tecnica direttoriale per la precisione del gesto e degli attacchi, per il senso del fraseggio, per la cura della distribuzione dei volumi sonori tra fiati e archi. È, quindi, una lettura fluida, fresca e godibile della Serenata giovanile di Brahms, brano incubatore dei futuri sviluppi sinfonici e cameristici del compositore di Amburgo.

Dopo l’intervallo, a riaccogliere il pubblico – sparuto, come purtroppo si registra negli ultimi tempi al San Carlo – è Vorspiel und Liebestod “Mild und leise” da Tristan und Isolde, riduzione orchestrale che giustappone il Preludio con la morte di Isotta, concepita da Wagner stesso nel 1860, cinque anni prima della prima rappresentazione a Monaco dell'opera completa.

Dalla elegia brahmsiana si passa dunque alla vertiginosa estasi wagneriana, dalla classicità viennese venata da lirismo romantico al romanticismo esasperato, anticipatore del dissolvimento tonale sotto la fascinazione dell’ardito cromatismo wagneriano.

La lettura del Vorspiel che ne danno Marco Armiliato e l’orchestra del San Carlo è costruita su un progressivo accumulo di tensione: il primo violino di spalla ospite, Fabrizio Falasca, si prodiga non poco a richiedere alla sezione la giusta intensità da iniettare nelle volute melodiche. I tempi a poco a poco, dopo la distensione iniziale, si fanno più stretti, il colore orchestrale più incandescente, sempre più espressivo e penetrante quello che gli archi. Armiliato ancora una volta dà prova della sua capacità di tenere compatta la compagine, di guidarla con mano esperta, precisione e, pur non offrendo una lettura rivelatrice di inesplorate opzioni interpretative per uno dei brani più celebri del repertorio operistico/sinfonico, lo si apprezza molto per la solidità, la cura e la coerenza dell’esecuzione, costruita con precisione e senza censurabili sbavature. Senza soluzione di continuità si transita verso il Liebestod, “Mild und leise”, interpretato da Maria Agresta, la quale, a giudizio di chi scrive, pur volendo aderire supinamente - e senza personale convinzione - alla trionfante dittatura del relativismo anche in materia di opzioni interpretative, di presunte inesistenze dei confini tra repertori, appare alquanto distante dalla poetica musicale wagneriana, sia per la vocalità, che è tipicamente italiana, sia per mancanza del peso specifico necessario ad affrontare il brano.

I dubbi e gli interrogativi sorti leggendo il nome di un’artista encomiabile e apprezzata qual è Maria Agresta accostato al Liebestod di Wagner hanno purtroppo trovato conferma nell’esecuzione: sicuramente suggestiva la scelta di puntare su un legato suadente, di avvicinare lo struggente canto di Isolde a un’aria italiana, tuttavia le ultime battute del brano mettono a dura prova, per precisione dell’intonazione e difetto di adeguato spessore, la vocalità del soprano, tanto da dar l’impressione di essere inghiottito, malgrado l’ottimo bilanciamento dei volumi operato da Armiliato, dai marosi dell’ampia orchestra wagneriana. Al termine, applausi di apprezzamento da parte del pubblico per Agresta e il direttore.

La terza e ultima faccia di questo trittico romantico è quella di Schumann: la Sinfonia n. 2 in do maggiore per orchestra, op. 61 (1846) chiude il concerto. Composta durante un periodo di profonda depressione, attraverso un percorso, si potrebbe dire, terapeutico e catartico la Sinfonia approda alla luminosa energia della tonalità di do maggiore dell’ultimo movimento, Allegro molto vivace. È tortuosa e tormentata la struttura di questa partitura, per certi aspetti, si pensi al lancinante Adagio espressivo del terzo movimento, anticipatrice della musica di là da venire.

Marco Armiliato e l’orchestra si immergono immediatamente nella maestosa fanfara di ottoni che apre la Sinfonia, per poi addentrarsi con sicurezza nell’ordito contrappuntistico del movimento. Estremamente brillante e aereo, anche al netto del non perfetto sincrono delle due coppie di quattro semicrome delle battute iniziali (il tempo è in 2/4) all’interno della sezione, è l’esecuzione dello Scherzo: Allegro vivace.

L’Adagio espressivo è probabilmente il vertice emotivo della sinfonia, dominato com’è da un’atmosfera autunnale: Armiliato fa dipanare il cantabile iniziale dei violini primi e secondi con la stessa articolazione con la quale affronta gli intermezzi operistici: l’orchestra, in questo movimento, “canta” più che suonare. L’effetto è di rara intensità, suggestivo, grazie anche al suono morbido e tornito, che si avvantaggia dell’uso della camera acustica, la quale si dimostra ancora una volta essenziale, in occasione dei concerti, per valorizzare il suono, valido strumento di riverberazione sonora in un teatro “secco” come il San Carlo. L’intero movimento, poi, procede fluidamente, con garbo, accumulando e trasmettendo tensione emotiva.

Correttezza, fluidità del ductus musicale e compattezza orchestrale caratterizzano anche il luminoso Allegro molto vivace (in do maggiore) del quarto e ultimo movimento, che vede il ritorno di fanfare e di costruzioni contrappuntistiche che conducono verso l’esito trionfante della Sinfonia.

Se è vero, come nel caso del precedente Vorspiel und Liebestod, che l’esecuzione non ci pone davanti alla scoperta di ignoti mondi interpretativi, non si può non lodare il pregio dell’esecuzione, la pulizia dell’insieme, il senso del fraseggio e della cantabilità conferito all’intera sinfonia dalla lettura accurata e solida di Marco Armiliato, concertatore e direttore istintivo e immediato, che ha la non comune capacità di individuare la scelta più convincente e corretta, la quale, se non sarà in grado di dare l’impressione di aver “ascoltato per la prima volta” un brano ampiamente conosciuto, sicuramente lascerà il ricordo di una esecuzione piacevole, precisa e ben costruita.

Queste sensazioni devono essere state condivise dal pubblico del San Carlo, il quale a Marco Armiliato, all’orchestra e alle sue prime parti tributa applausi prolungati, calorosi, densi di sincero apprezzamento.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/83-concerti-2025/16528-napoli-concerto-agresta-armiliato-san-carlo-28-06-2025

giovedì 19 giugno 2025

Alternanze virtuose

 NAPOLI, 17 giugno 2025 - Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa si conferma al momento tra le produzioni più riuscite e interessanti della stagione lirica 2024/2025 del Teatro di San Carlo. Dell’apprezzamento della prima rappresentazione, dello scorso 11 giugno, si è scritto qui). Le sei recite hanno visto alternarsi due compagnie di canto, entrambe provenienti dall’Accademia di Canto lirico del Teatro e ben amalgamate, composte da giovani dalle vocalità nel complesso interessanti, dalla buona tecnica, tutti artisti motivati e calati nelle rispettive parti.

L’entusiasmo e l’apprezzamento per il risultato qualitativo del primo cast ha acuito la curiosità di ascoltare anche quello alternativo (non esiste un ordine gerarchico): solisti motivati dai timbri luminosi, dotati nel complesso di buona tecnica, talentuosi e spontanei sulle scene.

In particolare, si impone la Carolina di Désirée Giove: voce luminosa, limpida e fresca, ben emessa, proiettata, interprete sempre lepida, molto intensa in “Deh! Lasciate ch'io respiri..”attrice, poi, disinvolta sulla scena. Insomma, i due soprani - Maria Knihnytskae Désirée Giove, appunto - che si sono alternati nella parte di Carolina sono artiste da tenere d’occhio per i rispettivi sviluppi di carriera.

Vocalità ben timbrata, emissione morbida, linea di canto pulita e fraseggio con varietà di accenti sono le caratteristiche del Geronimo di Sebastià Serra, molto appropriato e versatile anche sul versante scenico.

Tamar Otanadze è una Elisetta precisa e ben cantata, ma che sconta un peso che talora appare esiguo: la caratterizzazione del personaggio, anche grazie alle doti di attrice, è ben centrata nel corso di tutta l’opera.

Ottima dizione, mezzi ben amministrati e linea di canto ben gestita danno al conte Robinson di Maurizio Bove quei tratti di aura aristocratica che, nemmeno nei momenti più comici dell’opera, il personaggio fulcro drammaturgico del Matrimonio segreto non dovrebbe mai scrollarsi di dosso. Bove è bravo nell’individuare, e soprattutto nel non superare, il limite della comicità oltre il quale si rischierebbe di cadere nel ridicolo e nel volgare.

Molto incisiva per interpretazione e immedesimazione nel personaggio è la Fidalma di Antonia Salzano,la quale, al netto di un registro grave non del tutto adeguato per peso, gestisce bene il canto e scolpisce i recitativi.

Francesco Domenico Doto nei panni di Paolino è tenore che mostra uno strumento ben timbrato, tuttavia la fonazione appare spesso indietro e non perfettamente appoggiata sul fiato: alcuni acuti sono eccessivamente “spinti”, tanto che in più di un’occasione risuonano come “strozzati”. L’interprete è efficace, sia nei recitativi dominati con sicurezza, sia nella magnifica aria “Pria che spunti in ciel l'aurora”.

La visione registica, di cui si è parlato nella recensione della prima, ovviamente non muta: c’è da lodare come entrambe le compagnie di canto abbiano saputo inserirsi nei movimentati e simmetrici meccanismi della regia firmata da Stéphane Braunschweig, contribuendo a confezionare uno degli spettacoli più godibili della stagione lirica in corso.

La direzione di Francesco Corti - già apprezzata per i tempi serrati e mobili e le sonorità leggere - stasera appare ancor più rodata e frizzante rispetto alla già eccellente prova data in occasione della prima: per questo Matrimonio segreto, tra palcoscenico e orchestra ha aleggiato una percepibile atmosfera di contagiosa letizia che si è adagiata su questa produzione.

I vuoti in sala riscontrati in occasione della prima appaiono addirittura ampliati in occasione dell’ultima replica. Dai presenti, ad ogni modo, apprezzamento caloroso, sincero e meritatissimo per tutti gli interpreti.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/84-opera/opera-2025/16503-napoli-il-matrimonio-segreto-17-06-2025

venerdì 13 giugno 2025

Quel parlar di Carolina

 NAPOLI, 11 giugno 2025 - Il 7 febbraio 1792, quando Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa va in scena a Vienna al Burgtheater (non l’attuale edificio ottocentesco sulla Ringstraße, ma quello un tempo insistente su Michaelerplatz e inglobato nella Hofburg; il teatro il cui abbattimento è narrato da Stefan Zweig in Il mondo di ieri con struggente nostalgia: molti viennesi recuperarono un pezzetto delle tavole del palcoscenico che aveva visto nascere Le nozze di Figaro ed pertanto erano considerate sacre. Che tempi!), Wolfgang Amadeus Mozart riposa da due mesi nel cimitero viennese di Sankt Marx, Gioachino Rossini nascerà a Pesaro dopo 22 giorni, il 29 febbraio.

Il matrimonio segreto è un trait d’union tra Mozart e Rossini, uno dei più brillanti esempi dell’opera napoletana del ‘700, il preludio alla rivoluzione teatrale del Pesarese nel genere buffo: il gusto e l’intuito musicale Stendhal, che dei tre compositori fu fervido cultore, colse pienamente nelle sue pagine il ruolo e l’importanza che al capolavoro del musicista di Aversa spetta.

“Piena di sole, ecco la giusta definizione della musica di Cimarosa”, sentenziò il critico Eduard Hanslick in occasione di una ripresa viennese dell’opera: Il matrimonio segreto torna al San Carlo a distanza di trent'anni dalla sua ultima rappresentazione (chi scrive c’era) in uno spettacolo luminoso, con scene sobrie, eleganti e dominate dal bianco, disegnate dal regista Stéphane Braunschweig. All’interno dell’impianto strutturato in ariosi spazi bianchi astratti si inserisce un salottino borghese: le scenografie si compongono e scompongono, in un roteare di epoche e di ceti sociali, borghesi di oggi ed ieri, aristocratici settecenteschi.

Mobilità di scene, dunque, e gioco teatrale brillante e ben curato raccontano una storia che è contemporanea e antica: la condizione femminile, vista dagli occhi delle tre protagoniste, Carolina, Elisetta e Fidalma.

Se all’inizio tutti i personaggi vestono abiti moderni, progressivamente e a cominciare dal conte Robinson, figura che irrompe sulla scena proveniente da un mondo antico, indosseranno tutti costumi del XVIII secolo, di ottima fattura e dai colori brillanti firmati da Thibault Vancraenenbroeck. Soltanto Carolina, figura centrale del disegno registico, conserva, a testimonianza dell’attualità del messaggio di indipendenza femminile, vesti contemporanee per tutta la durata dello spettacolo.

La compagnia dei giovani e promettenti artisti provenienti dall’Accademia di Canto lirico del Teatro di San Carlo assicura credibilità scenica e inesausto movimento allo spettacolo nel complesso godibile, che corre su un ritmo teatrale ben calibrato e spedito - qualche recitativo poteva forse dipanarsi più lentamente - e che riesce con coerenza e garbo a coniugare antico e moderno, la storia anacronistica del libretto di Giovanni Bertati con le istanze proprie della sensibilità contemporanea.

In sintonia con il ritmo teatrale che governa il palcoscenico è la direzione musicale di Francesco Corti, specialista del repertorio settecentesco, che imprime al Matrimonio segreto una narrazione serrata: l’Orchestra del Teatro San Carlo - all’interno della quale per l’occasione siedono numerosi professori ospiti e che secondo l’uso settecentesco è posizionata quasi a livello della platea - ha suono leggero, netto, ma non mancano nuance e sinuosi abbandoni timbrici (si pensi ai tanti interventi dell’ottimo clarinetto di Simone Simonelli). Il direttore, poi, è molto bravo ad assicurare equilibrio e sincrono tra orchestra e palcoscenico, a valorizzare le potenzialità del cast.

Stasera si ascolta la prima delle due compagnie che si alterneranno nel corso delle repliche (fino al 17 giungo) e si può affermare che alla prova del palcoscenico l’apertura di credito verso i giovani allievi nel complesso è stata ben ripagata.

Merito innanzitutto della spigliata, spontanea e ben cantata Carolina di Maria Knihnytska, che si fa notare e apprezzare per il bel colore, la buona tecnica che le consente di ben amministrare la scrittura e le insidie vocali della parte. Un soprano da tenere d’occhio per i successivi sviluppi della carriera.

Vocalità interessante e interpretazione venata da crepuscolare sensualità per la Fidalma di Sayumi Kaneko dalla linea di canto precisa ed elegante. Chiude il terzetto femminile Anastasiia Sagaidak nelle vesti di Elisetta, la quale nel complesso è corretta ed efficace scenicamente.

Il settore maschile della produzione schiera il Paolino di Sun Tianxuefei, dalla vocalità solida e dall’adeguato peso vocale, la cui interpretazione si sarebbe giovata di un fraseggio più vario e analitico; sulla scena l’artista è credibile e ben inserito nel meccanismo teatrale di Stéphane Braunschweig.

I mezzi, l’emissione e la linea di Yunho Eric Kim, Geronimo, non appaiono del tutto in sintonia con lo stile canto settecentesco; la dizione, poi è da migliorare, tuttavia il giovane artista risulta nel complesso funzionale alla buona riuscita dello spettacolo.

Antimo Dell’Omo, infine, è un conte Robinson molto convincente dal punto di vista scenico, dal bel velluto vocale e dalla dizione nitida.

Al termine, il pubblico - in verità, assi sparuto - tributa un successo meritato e caloroso per tutti.

Peccato per chi non c’era: la messa in scena di un capolavoro della scuola napoletana - evento raro in cittài, purtroppo - avrebbe meritato ben più robusta partecipazione di pubblico, il quale, invece, come constatato in passato (ad esempio, come in occasione del concerto dedicato a Pasquale Cafaro e ad altri autori napoletani: la recensione), non appena in programma ci sono autori delòa tradizione partenopea inspiegabilmente diserta l’evento.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/84-opera/opera-2025/16485-napoli-il-matrimonio-segreto-11-06-2025

sabato 7 giugno 2025

Nel segno di Verdi

 NAPOLI, 6 giugno 2025 - Verdi, e Verdi sempre, e fortissimamente Verdi:chiedendo perdono a Vittorio Alfieri, potrebbe essere questa la sintesi dell’applauditissimo recital che Luca Salsi, accompagnato al pianoforte da Nelson Guido Calzi, ha tenuto al Teatro San Carlo.

Sebbene a Giuseppe Verdi sia dedicata la seconda parte del programma, il suo spirito ha aleggiato sin dalle quattro romanze da camera di Francesco Paolo Tosti proposte in apertura. Per descrivervi il concerto però stavolta procediamo a ritroso sulle tracce rispetto l’ordine di esecuzione dei brani: chi avrà la tenacia di leggere fino in fondo queste note ne comprenderà il perché.

Di Verdi Luca Salsi è riconosciuto come uno dei migliori interpreti odierni: ha interpretato le opere del musicista di Busseto sui più prestigiosi palcoscenici internazionali; è stato, tra le rappresentazioni da ricordare, Macbeth al Teatro alla Scala il 7 dicembre del 2021 (la recensione: Leggi la recensione), Marchese di Posa nel Don Carlo in quello del 2023 (la recensione: Leggi la recensione); più recentemente, per l’inaugurazione della Stagione 2024 – 2025 del Teatro dell’Opera di Roma, Simon Boccanegra.

Salsi e Verdi oggi costituiscono un binomio inscindibile e di indubbio pregio, che riscuote ampi consensi di pubblico e critica. Naturale, dunque, che la seconda parte del recital di stasera, dedicata ad arie e scene verdiane, sia risultata la più convincente e coinvolgente, nonché quella nella quale il baritono abbia espresso al meglio il suo talento interpretativo e le sue doti vocali: nei ben sei brani proposti - che diventano sette con il bis di “Cortigiani, vil razza dannata..” - l’aderenza stilistica dell’interprete si è correttamente coniugata con quanto eseguito.

Il percorso verdiano parte da “Se al nuovo dì pugnando” da La battaglia di Legnano (1849), l’unica opera propriamente risorgimentale di Verdi: qui Salsi si concentra - e questa è una costante di tutto il recital - sull’attenzione alla “parola scenica”, ai colori, alle inflessioni, caratteristiche interpretative, queste, che si noteranno ancor di più nel successivo e straziante “O vecchio cor che batti” da I due Foscari (1844), fine indagine psicologica sul peso e sul dramma del potere. Qui Salsi è un uomo anziano vocalmente possente e autorevole, che si compiace della propria carica di doge veneziano attraverso una linea di canto generosa, con affondi sicuri e vibranti ascese nel registro acuto; non mancano, comunque, ripiegamenti espressivi con ben distribuite e suggestive mezzevoci.

Lacerato, dolente e sfatto pur nella residua fierezza è il Macbeth che viene restituito da “Pietà, rispetto, onore”: lineacanto scultorea, talora enfatica, che quando necessario si ammorbidisce in intense mezzevoci, in colori ombrosi e suoni sussurrati che dipingono efficacemente un uomo vinto e consumato dalla brama di potere.

Dopo Widmung di Franz Liszt e Robert Schumann affidato al solo pianoforte - si dirà di Nelson Guido Calzi e dei brani a lui affidati - è il turno della grande scena di Rodrigo, il marchese di Posa dalla seconda parte del IV (o III atto: la numerazione varia a seconda dell’edizione in italiano presa in considerazione: in cinque in quella “di Modena” del 1886; in quattro in quella per la Scala, del 1884) “Per me giunto è il dì supremo… Io morrò”. Qui, al netto di qualche imprecisione, la linea di canto è pulita e maestosa, procede ostentando una profonda cavata vocale, sicurezza e squillo nel registro acuto, temperamento e, soprattutto, quella costante attenzione alla parola, all’inflessione più appropriata al momento drammaturgico che deve esprimere.

Sibilante, mellifluo e finemente laido è “Credo in un Dio crudel” da Otello (1887), pagina che dà modo a Salsi, quasi al termine di un recital vocalmente e fisicamente molto impegnativo, di sfoggiare una vocalità belluina; il suo “…E poi?” che fa risuonare inquietante e interrogatorio con un’insinuante mezzavoce è di quelli che restano impressi nella memoria.

La chiusura del programma è affidata a “L’onore! Ladri!”da Falstaff (1893), opera che il baritono parmigiano interpreterà, nel ruolo del titolo, al San Carlo nel febbraio 2026: in Falstaff la parola, è noto, conta al pari, se non più, della musica: in questo brano l’attenzione alla più piccola inflessione del testo si fa ancor più certosina e ricercata.

È un trionfo, suggellato da richieste di bis: ne vengono concessi ben quattro, di cui uno - la Parafrasi su Rigoletto di Franz Liszt - affidato alla brillante esecuzione di Nelson Guido Calzi.

La carrellata di encores parte da un sanguigno “Cortigiani, vil razza dannata..”da Rigoletto, per poi proseguire con uno scultoreo “Nemico della patria” da Andrea Chénier che brilla per il registro acuto solido e timbrato.

In chiusura, dopo essersi scusato preventivamente con il pubblico per la probabile pronuncia non corretta, Salsi intona Core ‘ngrato di Salvatore Cardillo, iconica canzone napoletana portata al successo da Enrico Caruso, alle cui tristi vicende sentimentali la canzona stessa è ispirata: prova superata per la pronuncia, impreziosita anche da qualche inflessione - come risuona “Nun te scurdà.., ad esempio” - tipicamente partenopea, linea di canto sussurrata e intimistica, distante dai clichés di “ugola al vento” e “cuore e sentimento” che spesso affliggono l’esecuzione di questo repertorio. La celebre canzone (del 1911) è affrontata come una romanza da salotto, eseguita con aderenza stilistica ben più appropriata rispetto a quella riscontrata nell’interpretazione delle romanze - e ora, per chi ha resistito nella lettura fino a questo punto, si parlerà della prima parte del recital - di Francesco Paolo Tosti, del quale vengono proposte L’ultima canzone, Non t’amo più, Sogno e L’alba separa dalla luce l’ombra, tra le più significati e note del raffinato compositore abruzzese.

Quello di Luca Salsi è, a giudizio di chi scrive, un Tosti eccessivamente “verdianizzato” nello stile e nell’interpretazione: lo spirito gigantesco del cigno di Busseto, con il quale il baritono si confronterà nella seconda parte del recital, aleggia e rende palpabile la sua tangibile presenza sin dai primi brani in scaletta. Tosti, così come i successivi Tre sonetti del Petrarca di Franz Liszt, Pace non trovo, Benedetto sia ‘l giorno, L’vidi in terra angelici costumi, emanano una teatralità a loro in verità poco riferibile per repertorio e stile della scrittura: in particolare nelle quattro romanze del compositore abruzzese, Salsi dà l’impressione di infondere a pagine destinate a ricchi ed esclusivi salotti aristocratici e borghesi dell’Inghilterra vittoriana quelle pozioni di enfasi e teatralità richieste da quelle di Verdi, ma che, per le romanze di Tosti e per i Lieder di Liszt, risultano non del tutto appropriate ed eleganti stilisticamente.

Ma, ad ogni buon conto, anche in Tosti e Liszt emergono e si apprezzano la dizione scolpita, l’attenzione alla parola, l’uso di un fraseggio vario, intenso e sorvegliato: si percepiscono, in definitiva, più incandescente incisività teatrale che raffinati sussurri da aristocratici salotti inglesi.

Una parte del merito per l’esito del recital e del trionfo finale va attribuita all’accompagnamento pianistico di Nelson Guido Calzi, sostegno solido e tendenzialmente puntuale del canto.

Oltre al bis di cui si è detto, la parafrasi di Franz Liszt da Rigoletto, al pianista sono affidate due parentesi: la prima è il sognante Notturno per pianoforte op.70, n. 2 di Giuseppe Martucci, la seconda Widmung, Lied di Robert Schumann trascritto per pianoforte da Franz Liszt, entrambe affrontate con tocco nitido e ricercata oggettività esecutiva.

Del caloroso successo finale, dei bis e del trionfo finale per Luca Salsi si è raccontato: Viva Verdi!

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/83-concerti-2025/16473-napoli-concerto-salsi-calzi-06-06-2025

martedì 3 giugno 2025

Rigoletto al tempo di Vichy

 SALERNO, 1° giugno 2025 - Rigoletto torna in Francia potrebbe essere la definizione sintetica per lo spettacolo che, al giro di boa della Stagione 2025 del Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno, va in scena nel teatro salernitano. L'opera tratta dal dramma Le roi s'amuse (1832) di Victor Hugo ritorna in patria: non negli splendori della corte cinquecentesca di Francesco I (il sovrano che, sconfitto e fatto prigioniero nel 1525 da Carlo V, lamentò che “tutto è perduto tranne l'onore”), bensì nel periodo più buio della storia recente, durante l’occupazione nazista del 1941. La messinscena è dominata da ambienti cupi e costumi - entrambi firmati da Alfredo Troisi - ben realizzati, precisi nei loro riferimenti didascalici: nell’atto II, dall’opprimente colore militaresco, troneggia il ritratto inquietante del collaborazionista maresciallo Philippe Pétain. Evocative della corruzione morale degli occupanti nazisti è la coreografia di Pina Testa.

Nello spettacolo firmato da Giandomenico Vaccari, infatti, il duca diventa il capo gangster di un gruppo di malavitosi dediti allo sfruttamento della prostituzione, ad omicidi su commissione, ad ogni genere di crimine. Trasposizione di luogo (da Mantova alla Francia) e di tempo (dalla corte rinascimentale del XVI secolo al 1941), dunque, per una regia che, a conferma dell’atemporale universalità dei temi del teatro di Verdi, reinterpreta la drammaturgia di Rigoletto con coerenza, gusto e con una ponderata cura dei movimenti scenici e della recitazione.

Il versante musicale si giova della ispirata direzione di Daniel Oren, che ancora una volta sale in cattedra per insegnare - e qualche direttore giovanissimo e meno giovane potrebbe ben apprenderne tecnica e arte - come governare al meglio il complesso rapporto dei volumi sonori tra palcoscenico e buca, come si accompagna il canto e si respira con esso, come si soccorre l'interprete nei momenti di difficoltà che nel corso di uno spettacolo lirico puntualmente si verificano, come si controlla una compagine orchestrale, la si tiene unita e si traggono da essa i colori e gli accenti più adeguati al passo teatrale e musicale.

Sotto la direzione del maestro israeliano, infatti, l’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno si dimostra disciplinata, coesa e sfoggia bel suono. Sullo stesso livello qualitativo si attesta il Coro del Teatro dell’Opera di Salerno, istruito da Francesco Aliberti, particolarmente incisivo in “Zitti, zitti, moviamo a vendetta”.

Nel complesso interessante e composto da nomi di rilievo internazionale il cast vocale schierato.

Arturo Chacón-Cruz veste i panni del Duca di Mantova: mezzi ed esuberanza e scenica di certo non difettano al tenore messicano, al pari di acuti di buono squillo, bronzo e proiezione, tuttavia la fonazione, soprattutto nel registro centrale, è spesso “in gola”, la linea spesso forzata. Il suo Duca, ad ogni modo, convince per la straripante comunicativa.

Voce dal significativo peso specifico, dal buon squillo, con profonda proiezione sono le caratteristiche del Rigoletto di Roman Burdenko; peccato però che la tecnica non consenta al baritono russo il totale controllo del canto, talora inficiato, in particolare nel legato e nei pianissimi - non sparsi a profusione, in verità - da imprecisioni nell’intonazione e da una diffusa genericità d’accento.

Jessica Pratt torna a giudizio di chi scrive, a una delle parti proprie e più congeniali per la sua naturale vocalità: la sua è una Gilda eterea, impreziosita da pianissimi ben controllati, che sfoggia acuti quasi sempre precisi e luminosi. Lunare e incisiva al tempo stesso, si trova in simbiosi con la direzione di Daniel Oren, che la sostiene nel corso dell’opera con il suo accompagnamento raffinato e tarato sulle necessità del soprano australiano.

Carlo Striuli presta la sua emissione eccessivamente cavernosa e stentorea alle parti del Conte di Monterone e Sparafucile.

Vocalità generosissima, fonazione dalla tipica inflessione slava per la credibile e convincente Maddalena di Alisa Kolosova, la quale punta a definire il lato lascivo del personaggio con affondi dall’ampia risonanza nei registri grave e medio.

Decorosi tutti i ruoli secondari, a cominciare dalla Giovanna di Miriam Tufano, così come gli affidabili Marullo di Italo Proferisce, Matteo Borsa di Vincenzo Peroni, il conte di Ceprano di Michele Perrella, la contessa di Ceprano e un paggio della Duchessa entrambi interpretati da Miriam Artiaco, un usciere di corte di Antonio De Rosa.

L’entusiasmo e l’apprezzamento del pubblico, crescenti nel corso della rappresentazione (vengono bissati, a sipario chiuso, “Sì, vendetta! Tremenda Vendetta!” e “La donna è mobile”), si tramutano in calorosissimi e prolungati applausi finali, con punte di ovazione per Jessica Pratt e Daniel Oren.

A Salerno l’appuntamento per gli appassionati d’opera è fissato per il 24 e 26 ottobre, quando andrà in scena Carmen di Bizet, affidata alla direzione di Daniel Oren e alla regia di Plamen Kartaloff.

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Seduzione mentale

 NAPOLI, 31 giugno 2025 - Elīna Garanča è figura di artista così sofisticata e complessa che non sfigurerebbe nella galleria di ritratti di Anime baltiche, meraviglioso libro di viaggio dello scrittore olandese Jan Brokken (classe 1949): persona raffinata, poliglotta, estremamente professionale, cittadina lettone e del mondo, moglie del direttore inglese-gibilterrino Karel Mark Chichon; la sua vita si divide tra le radici della sua Riga, il buen retiro andaluso, nei pressi di Malaga, e i palcoscenici internazionali.

Non ce n’era bisogno sicuramente, ma il recital sancarliano di stasera rappresenta ulteriore conferma e consacrazione del talento artistico del mezzosoprano lèttone, l’occasione per (ri)apprezzare - dopo la Santuzza in Cavalleria rusticana del 2020 destinata alla trasmissione in streaming nel periodo buio della pandemia da Covid-19 (leggi la recensione), la Carmen dell’estate del 2021 in Piazza del Plebiscito (leggi la recensione), la Principessa Eboli nello straordinario Don Carlo del 2022 (leggi la recensione), e, giusto un anno fa, la magnetica Judith nel Castello di Barbablù (leggi la recensione) - la musicalità, la professionalità, lo scrupolo nell’approccio ai vari repertori affrontati, la calibrata e fulgida vocalità di una delle interpreti più significative dei nostri giorni.

Ebbene sì: chi scrive confessa di nutrire e coltivare una sconfinata ammirazione nei confronti di questa artista, così lontana dalle troppe tentazioni di pressapochismo musicale che irretiscono anche talentuosissime star della lirica di oggi.

Da ogni ascolto, da ogni sua nuova interpretazione traspare lo studio approfondito, la cura e l’analisi del personaggio, il tempo e la dedizione per la messa a punto ottimale della parte “in gola”: nulla, quando si ascolta e si vede in scena Elīna Garanča, è lasciato al caso, all’improvvisazione; tutto è meditato e approfondito. Si pensi - soltanto per citare due suoi ultimi debutti – il modo con cui ha affrontato, qui al San Carlo, il citato Castello di Barbablù: i lunghi mesi di studio della lingue ungherese, l’immersione nella parte della protagonista dell’opera le hanno consentito di forgiare un ritratto scultoreo raffinatissimo della protagoinista; oppure, il suo acclamato esordio al Festival di Bayreuth come Kundry, parte che riprenderà la prossima estate per sole due recite, cesellata in ogni singola battuta, preziosa, aristocratica come poche, che non sfigura al fianco delle grandi interpreti che hanno calcato le tavole del teatro-tempio wagneriano.

Esaurita questa personalissima e infervorata laudatio delle doti (lo scorso maggio mi confessò di volersi dedicarsi esclusivamente allo studio durante l’estate 2024) di Elīna Garanča, deposte le vesti del fan sfegatato, proviamo a descrivere il recital di stasera, che si è giovato dell’accompagnamento al pianoforte, calibratissismo, imperniato sulla singola battuta, raffinato e preciso, di uno dei più grandi accompagnatori di oggi, lo straordinario Malcolm Martineau.

L’apertura del complesso e articolato programma (la Garanča affronta brani in tedesco, russo, francese, castigliano, italiano; e nel bis aggiungerà una romanza in lèttone: ben sei lingue!) è affidato sette lieder di Johannes Brahms, tratti da sei raccolte: si va dai struggenti Liebestreu Die Mainacht, da Geheimnis a Alte Liebe, cartoline dell’anima, nuances sonore, catabasi nell’animo umano nel corso delle quali il magistero vocale e interpretativo di Elīna Garanča indaga le pieghe più remote, illumina gli anfratti più reconditi: è un viaggio verso il cuore della cultura tedesca - di cui la Garanča domina l’idioma - affascinante, emozionante e improntato al culto di un aristocratico porgere di parole, suoni e melodie. Brani, i lieder di Brahms, che costituiscono la prima tappa del recital-viaggio di stasera.

Dal tedesco al francese: “D’amour l’ardente flamme” da La damnation de Faust di Hector Berlioz è la prima incursione nel repertorio francese. Linea di canto levigata e nobile affondi lirici di controllata intensità, lezione su cosa si intenda per “ben cantare”, su come si gestisce il fiato. E qui Malcolm Martineau è talmente bravo da quasi non far avvertire l’assenza dell’oboe!

Clair de lune di Claude Debussy dà tempo ad Elīna Garanča per prepararsi ai prossimi brani in scaletta e a Malcolm Martineau di far apprezzare il suo tocco etereo e raffinato.

Torna la diva per il seducente “Mon cœur s’ouvre à ta voix” da Samson et Daliladi Camille Saint-Saëns: è una scena di concupiscenza cerebrale più che carnale, il cui fascino magnetico si propaga dalla sprezzatura, da quell’eleganza controllata che cela il mistero femminile e l’intento seduttivo di Dalila.

Travolge, poi, con l’intensità vocale e interpretativa di “Me voici… Plus Grand, dans son obscurité” da La reine de Saba di Charles Gounodche mette in luce tutto lo splendore della vocalità del mezzosoprano, che sfoggia acuti luminosi e fermi.

Si ritorna alla lingua e al repertorio russo con la meravigliosa, tortuosa, “Da, chas nastal… Prastitye vi” da La Pulzella d’Orléans di Pëtr Il'ič Čajkovskij (ma riuscite a trovare una, una sola, sua composizione che non sia interessante?): qui la vocalità della Garanča si irrobustisce e si incupisce. Dal francese al russo nell’arco di pochi minuti: la spiccata versatilità le consente di adattarsi a repertori e culture diverse in un battere di ciglio!

Con le quattro romanze (Ne ver mne, drug!, Son, O, ne grusti! Vesennije vodi) di Sergej Rachmaninov si prosegue con l’idioma russo, che la Garanča, nata a Riga quando la Lettonia faceva parte dell’URSS, padroneggia come seconda lingua; si addentra nel mondo poetico e musicale di queste concise romanze con lo stesso scrupolo, approfondimento e introspezione psicologica, cura della linea di canto e acume interpretativo sfoggiati in occasione dei lieder di Brahms in apertura di recital.

La languida Berceuse di Jāzeps Vītols per pianoforte è preparatoria per la sezione più “pop” del recital. Con “Voi lo sapete, o mamma” da Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, Elīna Garanča restituisce il ritratto di una Santuzza tormentata e umiliata, ma che non perde un ette della propria aristocratica compostezza: è un dolore interiorizzato, espresso in un canto che non tradisce sbavature e affondi triviali.

Dalla Sicilia di Cavalleria alla Spagna della zarzuela, con “Cuando está tan hondo”da El Barquillero di Ruperto Chapí: brano struggente, immerso in una stupefacente tinta scura, con registro grave particolarmente tornito e acuto solido e luminoso.

Segue poi la celeberrima Habanera da Carmen di Georges Bizet, parte che è tra i cavalli di battaglia di Elīna Garanča: la seduzione aristocratica e cerebrale, coadiuvata da una gestualità ponderata di grande effetto, è tale da non lasciare alcuno indifferente.

La chiusura è affidata a un’altra aria dal repertorio della zarzuela spagnola, la travolgente Carceleras daLas hijas del Zebedeo diRuperto Chapí, brano che nel vorticoso fluire dei versi fa ancor di più apprezzare il poliglottismo vocale e non del mezzosoprano lettone.

Trionfo, applausi fragorosi da parte della sala del San Carlo purtroppo non affollata di pubblico come il recital avrebbe meritato, richieste di bis che vengono esaudite: si parte con la romanza Lillà op. 21 n.5 di Rachmaninov, che la Garanča introduce descrivendo una placida serata di maggio, accompagnata dalla compagnia di un buon bicchiere di vino, nel giardino della sua casa a Riga. Come secondo bis viene eseguito Ne poy, krasavitsa, pri mne, op. 4, n. 4, “la mia romanza preferita di Rachmaninov” afferma: dalla meravigliosa interpretazione traspare l’amore che la grande artista nutre per questo brano.

C’è tempo per una romanza lèttone - come dichiara introducendo il brano, tiene a far apprezzare al pubblico la sua lingua - , la placida Chiudi gli occhi e sorridi così come suona nella traduzione in italiano.

E, infine, come a creare un collegamento con la parte che la vedrà sul palcoscenico del San Carlo nella prossima stagione lirica, un assaggio da Adriana Lecouvreur: come ultimo bis, “Io son l’umile ancella”, affidato nell’opera, come noto, alla corda sopranile di Adriana; ovviamente a giugno 2026 Elīna Garanča vestirà i panni della principessa di Bouillon; tuttavia la perizia tecnica e la straordinaria estensione della propria vocalità le consentono di affrontare e risolvere con estremo decoro e in modo convincente anche in questa romanza

Il recital si conclude e resta la sensazione netta di aver avuto il privilegio di aver assistito a una serata difficilmente replicabile, per intensità delle emozioni, per magistero tecnico e interpretativo dei protagonisti del recital.

Elīna Garanča, infine, con questa serata suggella un’altra tappa indimenticabile del cammino artistico che dal 2020 sta affrontando con il pubblico napoletano, dal quale riceve apprezzamento e rispetto smisurati e meritatissimi.

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