martedì 28 gennaio 2014

Martedì, 28 Gennaio 2014 00:00

CLAUDIO ABBADO, UN RICORDO

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Claudio Abbado, un ricordo
Ricordare un grande direttore d’orchestra a pochi giorni dalla scomparsa senza rischiare di impantanarsi in rievocazioni agiografiche o, peggio, retoriche è impresa difficile. Ma se si tratta di Claudio Abbado – che dell’antiretorica ha fatto il tratto distintivo della propria arte interpretativa e della propria vita – ripudiare qualsiasi tentazione vanamente celebrativa costituisce un imperativo categorico.
Tra i più grandi direttori d'orchestra del secolo scorso, Claudio Abbado.
Più che aver diretto grandi orchestre, ha fatto musica con grandi musicisti: non una precisazione terminologica, ma l'essenza della filosofia dell'Abbado concertatore. Il direttore d'orchestra quale primus inter pares, che si diverte a far musica con altri musicisti, siano essi gli straordinari strumentisti delle blasonate Filarmoniche di Berlino o di Vienna o i promettenti giovani della Mozart, della Mahler Chamber Orchestra.
Il gesto elegante e misurato di Abbado non è mai perentorio; chiede, evoca quasi gli attacchi; invita con un sorriso a porgere un colore orchestrale; Abbado fa musica da camera anche quando è impegnato a dirigere una mastodontica sinfonia di Bruckner. Lo sguardo, vivo e concentrato, guida uno per uno i propri musicisti; la mano sinistra accarezza la melodia librandola nell'aria e imprimendole lo pneuma; quella destra scandisce nitidamente il tempo.
L’approccio alla partitura del direttore milanese si pone nel solco della lezione di Toscanini: rispetto assoluto della volontà dell’autore, cesura netta con le vecchie “tradizioni” interpretative. Profonda analisi della partitura: ascoltare la più celebre tra le sinfonie, un concerto, un’opera diretta da Abbado è comevedere una radiografica musicale della partitura. Non c’è strumento, benché amalgamato con l'orchestra, che non sia riconoscibile, che perda la propria individualità.
Nell’adorato Mahler non viene trascurata la rilevanza melodica e ritmica di nessun inciso musicale: non vi è marcetta o straniante melodia popolare, delle quali è farcito l'universo musicale mahleriano, ad essere fagocitata dal gigantismo orchestrale.
Al tempo stesso gli ampi squarci corali della Seconda Sinfonia, Resurrezione e dell’Ottava, Dei mille, risuonano con un’unica voce, poderosa, a tratti terrificante, una sintesi perfetta tra orchestra, coro e solisti.
Scomposizione della partitura e reductio ad unum: potrebbe così sintetizzarsi l'ermeneutica musicale di Abbado.
Il suo Rossini (Il barbiere di SivigliaLa cenerentolaL’italiana in Algeri, Il viaggio a Reims) è rivoluzionario: ritmo forsennato, scintillio strumentale, precisione, leggerezza e luminosità, allegria venata da un sospiro di melanconia. Il finale del I atto de Il barbiere di Siviglia, inciso con la London Symphony Orchestra negli anni Settanta, è la sintesi della nuova cifra interpretativa rossinianaUno spartiacque epocale: la storia dell’interpretazione del Rossini “comico” si divide in un avanti Abbado e un dopo Abbado.
Quando nel 2000, ripresosi dalla terribile malattia che improvvisamente lo aveva colpito, portò in tournée con i “suoi” Berliner Philharmoniker le Sinfonie di Beethoven, si ebbe l'impressione di ascoltare per la prima volta queste pagine sinfoniche pur così celebri. Una “nuova versione” delle sinfonie: una concezione quasi “cameristica” dell’esecuzione. Gli archi sensibilmente sfoltiti rispetto alla tradizione di Furtwängler e di Karajan; una ritmica dionisiaca mai avvertita prima di allora, la naturale percepibilità di ogni “a solo” di ottoni o legni, la rivelazione di ogni cellula ritmica nascosta tra le pieghe della partitura. Un’agogica che rompeva con la tradizione per assecondare le originarie indicazioni metronomiche dell’autore. Un suonotrasparente, prosciugato, ma pur sempre luminoso, come i dipinti di Piero della Francesca.
Dopo la rivoluzione delle esecuzioni filologiche – troppo spesso trasformatesi in archeologiche! – Abbado ha dimostrato che una Terza viatra il gigantismo sinfonico “alla Karajan” e le stridule sonorità dei tanti complessi musicali dediti ad esecuzioni “con strumenti originali” è possibile. E ciò senza rinunciare all'edonismo sonoro, alla precisione dell'intonazione, alla varietà dell'agogica, al sospiro sensuale del rubato.
Abbado è stato un uomo del '900; Gustav Mahler è stato un profeta delSecolo breve. Inevitabile quindi che tra l'interprete e il compositore boemo si stabilisse una relazione musicale. Solo Leonard Bernstein può competere, quanto a profondità dell'interpretazione, con Abbado nell'evidenziare i lati tragici, oscuri del mondo di Mahler. Ogni sinfonia, sotto la direzione di Abbado, si trasforma in una seduta psicanalitica, in un viaggio attraverso l'esplorazione dell’Io. Lavoro di scavo della partitura, attenzione ad ogni particolare, sottolineatura degli aspetti grotteschi e allucinati della musica mahleriana, queste le coordinate interpretative di Abbado.
Mozart viene riportato da Abbado (Nozze di FigaroDon GiovanniCosì fan tutteIl flauto magico) dall'inaccessibile empireo sulla terra: Mozart, cantore della religione dell'umanità, diventa umano, con le sue passioni e le sue contraddizioni. Difficile ascoltare un'esecuzione più serrata, sulfurea, del Così fan tutte diretto a Ferrara nel febbraio del 2000 a capo della sua creatura, la Mahler Chamber Orchestra.
Lo svecchiamento del repertorio, iniziato negli anni scaligeri (1968-1986) e proseguito negli anni berlinesi (1989-2002), è stato una costante della sua carriera: l'attenzione al repertorio della Seconda scuola di Vienna(Berg, Webern, Schoenberg) si è unita a quella per i compositori contemporanei.
Un musicista culturalmente curioso come Abbado non ha potuto resistere al fascino del grande repertorio russo. I confini in musica sono di quanto più assurdo possa ipotizzarsi: i risultati lusinghieri ottenuti nel repertorio russo, sia sinfonico (sinfonie di Tcaikovsky) che operistico (Boris GoudunovKovanchina, Amore delle tre melarance) lo hanno dimostrato. Abbado forgia uno dei migliori Boris della discografia per attenzione ai particolari incastonati nelle poderose scene corali (Scena dell'incoronazione, a titolo di esempio).
Verdi. Il terreno di elezione di Abbado, il compositore meditato e affrontato lungamente durante la carriera. Non il Verdi della trilogia popolare, ma quello più cupo e tormentato dei grandi uomini di potere (Don CarlosMacbeth, Simon Boccanegra). Anche e soprattutto in questo repertorio, fino agli anni Sessanta non molto frequentato, l'attenzione al lato più sinfonico della partitura, all’analisi psicologica dei personaggi, l'eliminazione delle incrostazioni della tradizione, costituiscono la cifra interpretativa. Spettacoli memorabili, nati dalla collaborazione con Giorgio Strehler, Luca Ronconi e Damiano Damiani e sotto l'ala protettiva e lungimirante del Sovrintendente Paolo Grassi, il più grande operatore culturale dell'Italia post-bellica.
Nel 2001, per celebrare il centenario della morte di Verdi, affronta Falstaff, commedia leggera quanto amara. La lettura di Abbado è divertita, ma distaccata; lascia che i personaggi corrano, si burlino indisturbati. Lui li segue, ma da lontano e con il sorriso ironico di chi “ha capito il giuoco”.
Dai primi anni 2000, dopo la malattia, le apparizioni di Abbado si sono via via diradate; lasciata la direzione musicale dei Berliner Philharmoniker si è dedicato, dal 2004, alla Orchestra Mozart, compagine giovanile che portò anche al San Carlo, nel marzo del 2009, in quello che è stato l'ultimo suo concerto a Napoli. Nei giorni precedenti la scomparsa di Claudio Abbado l'Orchestra Mozart ha annunciato la temporanea sospensione di tutte le sue attività per le crescenti difficoltà finanziarie.
Oggi il miglior modo per ricordare Abbado è cercare di tenere in vita l'ultima delle sue creature orchestrali. Claudio Abbado lo avrebbe desiderato più di ogni altra cosa.

sabato 25 gennaio 2014

"Pollini incanta con Chopin, nel ricordo di Abbado", articolo pubblicato in "Ilpickwick.it"

POLLINI INCANTA CON CHOPIN, NEL RICORDO DI ABBADO

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Pollini incanta con Chopin, nel ricordo di Abbado
Un diario intimo, acquerelli di variegate espressioni dell'animo umano; nostalgia, struggimento, rimpianto, disperazione, melanconia, illusioni. La produzione pianistica di Fryderyk Chopin (1810-1849) quale una sussurrata confessione, un monologo sommesso di un’anima pacatamente tormentata, tragicamente sensibile.
Il pianoforte è la voce dell’anima del compositore polacco; l'uditorio, quello circoscritto e raffinato dei salotti parigini; il ricordo e il cuore radicato nella natia Polonia, terra martoriata, contesa, oppressa, la cui nenia trova corpo nelle celebriPolacche e Ballate.
La solitudine dell'isola di Maiorca è tra i luoghi della rievocazione dell'amatissima Polonia; la relazione lunga e tormentata con la scrittrice George Sand la linfa vitale e musicale di un'esistenza votata prematuramente alla morte.
Il pianista italiano Maurizio Pollini (ogni presentazione è superflua) ha scelto di onorare Chopin, compositore d'elezione e nume tutelare della propria lunga e gloriosa carriera, in un recital presso la Sala Santa Cecilia dell'Auditorium di Roma.
La serata è stata aperta dal Preludio in do diesis minore per pianoforte, op. 45: non incluso nei celeberrimi ventiquattro preludi dell’opus 28, fu scritto nel 1841. Composizione di breve durata, ma tra i vertici della produzione chopiniana: un sospiro, un piacevole ricordo in musica nella pensosa tonalità di do diesis minore. Ricercatezze timbriche evanescenti, profondità e compiutezza d'ispirazione melodica, perfezione formale della composizione. Una gemma musicale.
Il recital è proseguito con una scintillante esecuzione della seconda Ballata op. 38 in fa maggiore. Composta sull'isola di Maiorca tra il 1836 e il 1839, come la terza e la quarta ballata, è scritta nel tempo di 6/8: misura melanconica, fluttuante, particolarmente congeniale al dipanarsi di melodie lunghe e ondeggianti.
Alla rievocazione silenziosa, all'intimo vagheggiare di un tempo felice perduto, si contrappone, nella seconda sezione della composizione, un dionisiaco “presto con fuoco” che sgombra il campo dalla illusoria tranquillità e mestizia sonora delle prime battute della composizione.
Maurizio Pollini ne regala un’esecuzione mirabile: una lettura scevra dai sentimentalismi e dagli eccessi romantici che la tradizione interpretativa ed esecutiva ha per troppo tempo affibbiato alla musica del compositore polacco. Una visione lucida e analitica dello spartito, sviscerato nelle sue pieghe più nascoste, tale da rendere visibile ogni cellula tematica. L’ordito ritmico e melodico immediatamente riconoscibile, i particolari armonici perennemente illuminati.
La terza Ballata op. 47 in la bemolle maggiore, composta nel 1840-1841, è innervata da un complesso unitario tematico; una mirabile contrapposizione e modulazione di temi; lirismo fluttuante e crescente tensione emotiva.
L'innovativa lettura di Chopin del pianista milanese è figlia delle esperienze e delle insidie interpretative della grande letteratura pianistica novecentesca, altro grande amore di Pollini; grazie all'assidua frequentazione di questo repertorio vengono evidenziate le anticipazioni timbriche, le strutture armoniche, i nessi silenti anticipatori degli anni futuri.
Chopin come profeta della nuova musica, unromantico con lo sguardo verso nuovi lidi musicali: questa la rivoluzionaria visione di Pollini.
Il programma dedicato a Chopin si chiude con laSonata n. 2 op. 35 in si bemolle minore, la più celebre tra le tre composte dal compositore polacco. Anch'essa composta nell'esilio volontario di Maiorca, contiene tra le pagine più famose dell'intera letteratura pianistica, la celeberrima Marcia funebre. La scrittura di tutta la sonata è estremamente ardita; l’ultimo movimento è di un pessimismo cupo, una concezione dell'aldilà senza speranza, definito pittorescamente da Anton Rubistein (compositore e pianista russo, 1829-1894) “vento ululante fra le tombe”!
Il virtuosismo di Pollini raggiunge, senza ostentazione e con naturalezza, esiti da manuale. La concitazione e i sincopati si conciliano con la nitidezza del tocco, con l’uso sempre appropriato del pedale, con l'illuminazione delle linee melodiche: difficile immaginare una resa più apollinea nel tocco, più compostamente nostalgica, della sublime melodia che divide le sezioni più gravi e funeree del movimento. Uno iato lirico, sospensione estatica, tra le cupezze degli accordi iniziali e finali del movimento.
La seconda parte del recital romano è dedicato a un altro “poeta” del pianoforte, Claude Debussy (1862-1918), legato alla Capitale in quanto vincitore del prestigiosoPrix de Rome e, pertanto, a Villa Medici dal 1885 al 1887.
Pollini sceglie il primo libro dei Préludes.
I due libri dei preludi furono composti in un arco temporale compreso tra il 1909 e il 1913.
Libertà formale e musicale delle composizioni, timbriche evanescenti che dipingonoelementi naturali, sensazioni, paesaggi, odori, cupe leggende. Privilegio concesso al pianoforte, probabilmente l'unico strumento in grado di potersi trasformare, sotto la sapiente “direzione” di mani esperte, in una colorata orchestra; il pianismo cesellato di Pollini ha trasformato i “bozzetti sonori”di Debussy in tele attribuibili agli evanescenti pennelli di un Renoir o un Monet.
Il pubblico ceciliano, ascoltatore attento e partecipe, ha risposto calorosamente al ritorno del pianista milanese a Roma, il quale ha regalato due bis: lo Studio op. 10 n. 12 La caduta di Varsavia e la splendida e celebre (ricordate il film Il pianista di Roman Polansky?) prima Ballata op. 23 in sol minore di Chopin.
Il pubblico, ipnotizzato dal florilegio musicale, ha tributato a Pollini una lunga ovazione.
Il concerto romano è stato dedicato alla memoria di Claudio Abbado, amico fraterno di Pollini, compagno di battaglie civili e culturali, nonché di eccezionali esecuzioni e incisioni discografiche.
Il Presidente della Repubblica Napolitano, prima che il recital iniziasse, con la voce rotta dall’emozione ha ricordato, insieme a Maurizio Pollini e al Presidente dell’Accademia di Santa Cecilia Bruno Cagli, la figura di Claudio Abbado, il lungo sodalizio artistico e umano con Pollini.
Commozione palpabile in sala per il tributo ad uno dei più grandi direttori d’orchestra della storia a pochi giorni dalla scomparsa.
Maurizio Pollini entra in palcoscenico. Buio in sala. E la magia ha inizio.



Maurizio Pollini in recital
produzione Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Roma, Auditorium Parco della musica – Sala Santa Cecilia, 22 gennaio 2014
durata 2h
in scena 22 gennaio 2014 (data unica)

 in: http://ilpickwick.it/index.php/musica/item/1004-pollini-incanta-con-chopin-nel-ricordo-di-abbado


sabato 11 gennaio 2014

"L'ondina Rusalka", articolo pubblicato in "Il Pickwick.it"

L'ONDINA RUSALKA


Rusalka, opera in tre atti, su libretto di Jaroslav Kvapil, del compositore boemo Antonin Dvořák (1841-1904) debutta al Teatro di San Carlo di Napoli. Un debutto tardivo (la prima rappresentazione data 31 marzo del 1901 a Praga), potrà obiettarsi, ma con un’ottima e raffinata produzione: comunque meglio tardi - e bene! - che mai.
Il libretto di Kvapil è ispirato da Undine di Friedrich de la Motte Fouqué, con elementi tratti dalla Sirenetta di Andersen, nonché dalla Campana sommersa di Hauptmann e narra la storia dell’ondina Rusalka, ninfa immortale delle acque, la quale, pur di poter sposare il Principe da lei amato, decide di diventare, con l’aiuto della strega Jezibaba, una semplice creatura mortale. Per raggiungere lo scopo, però, Rusalka deve rinunciare alla propria voce e, qualora un giorno dovesse essere tradita dallo sposo, sarà dannata a vagare in eterno in solitudine.
Il Principe e Rusalka si sposano; tuttavia il giorno stesso delle nozze il Principe si innamora di una Principessa straniera e abbandona Rusalka. Vodnik, lo Spirito delle Acque, padre di Rusalka, minaccia il Principe e l’ondina, ritrovata la voce, maledice la specie umana. Rusalka, trasformata in un fuoco fatuo, apprende dalla strega Jezibaba che vi è un’unica possibilità di salvezza: il Principe dovrà versare il suo sangue, ma Rusalka rifiuta fermamente la proposta.
Il Principe, lacerato dai rimorsi nei confronti della amata Rusalka, la ricerca e, pur sapendo che l’abbraccio dell’ondina gli sarà fatale, cede al suo bacio mortale morendo tra le sue braccia.
Rusalka, una fiaba della tradizione nordica immersa in una natura vergine, incantata, che si sviluppa attraverso un libretto drammaturgicamente debole, ma impreziosito dalla musica di Antonin Dvořák. L’opera è infatti un effluvio di spontanee e genuine melodie che promanano dal fecondo humus della tradizione musicale popolare slava (si pensi a Bedřich Smetanae, a Leoš Janáček) tanto cara al compositore e cifra stilistica predominante delle sue opere sinfoniche e cameristiche. Lirismo, sensuali abbandoni melodici, danze popolari, un crepuscolare e celeberrimo Inno alla luna (atto I), echi di canzoni popolari slave fanno di quest’opera il capolavoro operistico del compositore della sinfonia Dal nuovo mondo, l’unico rimasto stabilmente in repertorio.
Il San Carlo per la prima rappresentazione assoluta dell’opera a Napoli ha scelto un allestimento curato da Manfred Schweigkofler, direttore della Fondazione Teatro Comunale di Bolzano, il quale evoca la natura acquatica attraverso l’uso sapiente e originale di videoproiezioni di Christoph Grigoletti e con l’uso di costumi, di Mateja Benedetti, confezionati con materiali ecocompatibili. Il regista si avvale di cantanti che recitano in palcoscenico come attori consumati, riuscendo a far “camminare” un’opera, la quale, come detto, non trova nell’aspetto drammaturgico il suo punto di forza. Eppure la musica di Dvořák, con i suoi colori dall’impronta melanconicamente slava, compie il miracolo: rendere godibile un testo a malapena leggibile senza il corredo musicale.
L’opera, oltre all’intenso, lirico e celebre Inno alla luna, prima sussurrato e poi cantato da Rusalka innamorata, si snoda tra duetti amorosi, danze, evocazioni di canzoni popolari dal tipico e riconoscibile sapore slavo.
La produzione sancarliana si è giovata di una compagnia di canto affiatata, specialista del repertorio ceco (l’opera, naturalmente, viene data in ceco con sopratitoli in italiano, come è ormai consuetudine nei principali teatri del mondo).
Dina Kuznetsova ha prestato la sua voce imponente, ma perfettamente a suo agio nel canto a voce spiegata come in quello a fior di labbra, al ruolo della protagonista. L’Inno alla luna, la pagina più popolare dell’opera, ha trovato nella voce della Kuznetsova accenti e colori di intensa commozione.
Irina Mishura ha dato voce al ruolo significativo e impegnativo della strega Jezibaba: voce ampia, perfettamente timbrata nel registro basso, la Mishura ha disegnato una strega speculare alla freschezza e all’ingenuità di Rusalka.
Pavel Černoch, voce fresca e ben emessa, a proprio agio negli slanci lirici che la partitura gli richiede nei duetti d’amore, ha vestito i panni del Principe fedifrago.
Vodnik, lo Spirito delle Acque, è stato Richard Paul Fink, voce non proprio baciata da Madre Natura, ma perfettamente adatta al ruolo e domata con intelligenza musicale ai dettati della partitura.
Nel ruolo di femme fatale della Principessa Straniera Jolana Fogas, la quale alla voce seducente unisce l’avvenenza della figura.
Ottime, affiatate e integrate nel curatissimo disegno registico le parti secondarie, tra le quali si è segnalata la napoletana Francesca Russo Ermolli, spiritosa nel ruolo, evidentemente en travesti, dello sguattero.
Un encomio particolare è doveroso all’orchestra del San Carlo, la quale, sotto l’esperta ed ispirata direzione di John Fiore,music director del Norwegian Opera & Ballet, ha saputo esprimere magistralmente i caleidoscopici colori della raffinata partitura, creando un equilibrio perfetto tra “golfo mistico” (celebrandosi nel 2013 il bicentenario della nascita di Richard Wagner, preferisco adoperare questo termine in luogo del più adoperato “buca”) e palcoscenico, dando una lettura che ha compendiato in una riuscita sintesi musicale gli abbandoni lirici agli elementi danzanti e a quelli mutuati dal folklore musicale.
Un’ulteriore prova, quindi, che il San Carlo dispone di una compagine orchestrale pronta ad affrontare con lusinghieri risultati qualsiasi repertorio.
Il coro, guidato da Salvatore Caputo, ha dato una prova brillante, benché alle prese con l’ostica lingua ceca.
Uno spettacolo da non perdere, per l’originalità del titolo, dell’allestimento e per l’elevata qualità musicale.


Rusalka
di Antonin Dvořák
libretto di Jaroslav Kvapil
direttore John Fiore
regia Manfred Schweigkofler
maestro del coro Salvatore Caputo
con Dina Kuznetsova, Pavel Černoch, Jolana Fogas, Irina Mishura, Richard Paul Fink, Andrea Porta, Francesca Russo Ermolli, Antonio Di Matteo, Valda Wilson, Federica Giansanti, Giuseppina Bridelli, Orchestra e Coro del Teatro San Carlo
scene Walter Schuetze
costumi Mateja Benedetti
luci Claudio Schmid
videoproiezioni Christoph Grigoletti
assistente ai costumi Concetta Nappi
Napoli, Teatro San Carlo
in scena dal 22 al 29 gennaio 2013


"L'olandese e il suo equipaggio approdano al San Carlo", articolo pubblicato in "Il Pickwick.it"

L'OLANDESE E IL SUO EQUIPAGGIO APPRODANO AL SAN CARLO

Blasfemia, tempeste di mare, cupio dissolvi, nichilismo, fantasmi, redenzione: Der Fliegende Holländer di Richard Wagner.
Opera in tre atti rappresentata per la priva volta a Dresda il 2 gennaio 1843, scelta dal Teatro San Carlo di Napoli per celebrare il bicentenario della nascita del compositore tedesco (22 maggio 1813), coetaneo di Giuseppe Verdi (nato il 10 ottobre dello stesso anno).
L’opera di Wagner, della quale il musicista è anche il librettista, è imperniata sulla leggenda nordeuropea dell’OlandeseVolante e del vascello fantasma: secondo varie versioni della leggenda l’Olandese, identificato con il capitano Bernard Fokke o con il capitano Vanderdecken, a capo del proprio vascello fantasma, sarebbe condannato a un duraturo e implacabile destino avverso.
Secondo la principale versione l'Olandese Volante si macchiò di blasfemia insultando Dio e sfidandolo ad affondare la nave durante una terribile tempesta. A causa della bestemmia Dio tramutò il capitano e l’equipaggio in fantasmi, condannandoli a navigare per l’eternità, senza poter ritornare a casa. Per un’altra versione della leggenda il capitano avrebbe peccato di hýbris: durante una tempesta avrebbe giurato di voler in ogni caso superare il Capo di Buona Speranza, anche a costo di dover navigare in eterno. Secondo altri il vascello sarebbe partito da Amsterdam per conto della Compagnia delle Indie con un carico da trasportare a Giava. L’impavido capitano Vanderdecken e il suo equipaggio nei pressi del Capo di Buona Speranza sarebbero stati colpiti da una terribile tempesta. Vanderdecken non ascoltò una voce che lo implorava d'invertire la rotta, ma bestemmiò e invocò il Diavolo, promettendogli che, se fosse riuscito a doppiare il Capo, avrebbe potuto prendere la sua anima nell’Ultimo giorno. La nave naufragò e l’intero equipaggio perì. Tutti, però, furono rifiutati dalla Morte e condannati ad errare per i mari in eterno con la nave fantasma.
Questa la storia intorno alla quale è imperniata l’opera di Wagner; il compositore tedesco vi aggiunge un tema a lui assai caro, centrale in tutta la sua produzione: la redenzione.
Un Angelo ha concesso all’Olandese di naufragare una volta ogni sette anni e, se riuscirà a trovare una moglie che gli sarà fedele per l’eternità, la maledizione cesserà.
L’opera inizia descrivendo proprio i primi momenti della momentanea tregua della maledizione dell’eterno vagare: l’olandese approda, a seguito dell’ennesima tempesta, sulle coste della Norvegia.
Il naufragio per lui è dunque possibilità di rinascita, non epilogo di grave crisi.
L’olandese – nell’opera non ha un nome proprio – narra la sua triste storia, la sua maledizione, la possibilità di redenzione, promessagli da un Angelo, rimasta finora un vagheggiato quanto irrealizzato sogno. Esprime il suo tormento: l’impossibilità di morire, la dannazione all’eternità, all’eterno vagare. Gli resta un’unica possibilità: il mondo dovrà pur finire un giorno, dovrà pur scoccare il Giorno del Giudizio e con esso la sua maledizione, la sua eterna tragedia, avrà fine. Un delirio nichilista.
Un’esaltazione al Nulla, letterariamente e musicalmente avvolgente, è il tema del lungo monologo dell’Olandese dell’atto I.
Il capitano, appreso che Daland ha una figlia nubile, intravede la possibile fine della maledizione; Daland, colpito dalle ricchezze del capitano, gli accorda immediatamente la mano. Senta, figlia di Daland, trascorre le sue giornate osservando un ritratto: è la tormentata effige dell’Olandese Volante, che vuole redimere ad ogni costo. Canta alla nutrice Mary e alle ragazze che tessono nella sua casa la storia dell’Olandese, dichiarando a tutte la sua volontà di salvarlo.
La ballata del II atto di Senta è il nucleo originario dal quale è germinata, musicalmente e letterariamente, l’intera opera.
Senta ha un fidanzato: un petulante e insignificante cacciatore, Erik. Questi le narra un suo incubo: Daland presentava a Senta uno straniero che la portava con sé in mare. Daland effettivamente si reca da Senta: tra la ragazza e l’oscuro capitano piomba un silenzio assordante. I due si guardano (gli sguardi in Wagner e la loro trasposizione musicale sono più eloquenti di mille parole: si pensi allo sguardo del finale del I atto del Tristan und Isolde), poi, finalmente, parlano prima a se stessi, poi tra loro: l’Olandese sente di poter di nuovo sperare. Senta vede nell’Olandese proprio l’uomo del ritratto, quello che ha giurato di voler salvare. La ragazza giura all’Olandese fedeltà in eterno: il matrimonio s’ha da fare.
Si festeggia; gli allegri marinai di Daland invitano l’equipaggio dell’Olandese ad unirsi ai loro canti e balli; dall’equipaggio del vascello nessuna risposta, nessun cenno di vita. Silenzio. Nessuna luce. Sollecitati più volte, dal vascello si vedono dei fantasmi: i marinai gioiosi di Daland atterriscono. La muta e tenebrosa ciurma del vascello arrivato da chissà quale mare è composta da fantasmi!
Un tempesta disperde tutti.
Senta arriva inseguita da Erik che la rimprovera per le nozze con il misterioso Olandese; i due sono scorti dall’Olandese, il quale, sentendosi nuovamente tradito, intende salpare. Racconta a Daland, a Senta e ai suoi marinari di essere l’Olandese Volante, l’uomo maledetto da Dio e dannato a errare in eterno, causa di sventure per le donne che innumerevoli volte lo hanno amato e poi lo hanno tradito. La nave salpa e Senta si tuffa tra i flutti per redimere l’amato Olandese morendo annegata: il suo olocausto pone fine alla maledizione dell’Olandese e del suo vascello.
A undici anni dall’ultima messa in scena di Der Fliegende Holländer, il San Carlo sceglie proprio quest’opera giovanile (1843) per celebrare il bicentenario della nascita del compositore di Lipsia.
Piaccia o meno – Wagner generalmente non ammette mezze misure: lo si ama o lo si odia – la storia della musica si può dividere in due ere: unprima Wagner e un dopo Wagner.
Il dopo è contrassegnato dalla coesistenza/scontro tra ammiratori, epigoni, emuli, denigratori della sua arte musicale e non solo: è concepibile la psicanalisi di Sigmund Freud senza il III atto di Die Walküre? La gran parte della produzione letteraria di Thomas Mann senza la suggestione wagneriana? La filosofia di Nietzsche?
Nell’anno del bicentenario il Teatro San Carlo affida la direzione musicale dello spettacolo a Stefan Anton Reck, bacchetta esperta, efficace nell’evocare le tempeste orchestrali e corali, anche grazie al preziosissimo contributo dell’ottimo coro, diretto da Salvatore Caputo, con risultati lusinghieri.
La regia, le scene e i costumi dello spettacolo, di estrema raffinatezza e fedeltà al testo, sono firmati dal regista greco-francese Jannis Kokkos: le scene evocano le tenebre in cui è stata scaraventata l’anima del protagonista e dei suoi compagni di sventura.
La terribile tempesta di mare che apre l’opera è resa magnificamente attraverso gli antichi artifizi scenografici corredati da essenziali proiezioni; il palcoscenico è illusoriamente ampliato da uno specchio inclinato che raddoppia i personaggi.
Nei panni del capitano maledetto si sono alternati Juha Uusitalo e Jalun Zhang: il primo ha sopperito a una vocalità apparsa eccessivamente logora, ad una linea di canto spesso fuori controllo, con l’espressività della sua interpretazione.
Jalun Zhang, voce rotonda, scura, ben emessa, ha delineato un Olandese meno efficace dal punto di vista interpretativo rispetto a Uusitalo, ma vocalmente sicuro, con voce scura e ben timbrata.
Senta ha avuto la voce di Elisabete Matos e Jennifer Wilson: la Matos ha sfoggiato acuti lucenti come lame; la Wilson ha trovato il suo punto di forza in una linea di canto ben cesellata e in una voce omogenea in tutti i registri e dall’ampio volume.
Sicuro il Daland di Stanislav Shvets, così come l’Erik, dalla voce baldanzosa, di Will Hartmann.
Buone le parti secondarie; una menzione speciale merita Elena Zilio, artista lirica dalla lunga carriera e dalla innegabile classe: a lei era riservato il ruolo dell’anziana nutrice Mary.
Il coro del San Carlo continua a stupire: la qualità vocale, le dinamiche della fusione sonora tra le voci hanno trovato in occasione di questa produzione lirica una delle prove migliori dell’anno. La stagione del San Carlo prosegue dunque nel segno di una qualità crescente.
Forse i wagneriani – giusto per rifarsi a vecchie categorie di melomani – avrebbero desiderato leggere nella programmazione qualche altro titolo del loro idolo, considerato che il grande compositore amò soggiornare e comporre a Napoli e che all’eterno rivale il San Carlo ha dedicato La traviata inaugurale, la Messa da Requiem e si appresta a mettere in scena Rigoletto. Ma si sa: non è possibile parlare di Wagner in Italia senza avvertire la necessità, quasi innata, di contrapporlo al Genius loci ed eterno rivale Verdi, soprattutto nell’anno del doppio bicentenario!
Ma queste contrapposizioni, sterili e riduttive al pari di tante altre, nell’ora delle larghe intese hanno almeno un merito: testare la vitalità dell’opera.
A dar fuoco alle polveri ci ha già pensato il Teatro alla Scala inaugurando la stagione del bicentenario verdiano conLohengrin di… Wagner! Al San Carlo, al momento, Verdi batte Wagner per 3 (Traviata e Rigoletto, Messa da Requiem) a 1!



Der Fliegende Holländer (L'Olandese Volante)
musica e libretto Richard Wagner
direttore Stefan Anton Reck
regia, scene e costumi Jannis Kokkos
ripresa da Stephan Groegler e Gianni Marras
luci Guido Levi
riprese da Daniele Naldi
regia video Eric Duranteau
maestro del coro Salvatore Caputo
produzione Fondazione Comunale di Bologna
durata 3h
L’Olandese Juha Uusitalo (21/04) / Jalun Zhang (26/04), Daland Stanislav Shvets, Erik Will Hartmann, Senta Elisabete Matos (21/04) / Jennifer Wilson (26/04), Mary, la nutrice Elena Zilio, Steuermann Enzo Peroni
Orchestra e Coro del Teatro di San CarloNapoli, Teatro San Carlo, 21 e 26 aprile 2013
in scena dal 19 al 28 aprile 2013



"L'opera buffa napoletana", articolo pubblicato su "Il Pickwick.it"

L'OPERA BUFFA NAPOLETANA


l binomio Napoli e musica evoca immediatamente l’inestimabile patrimonio della grande canzone napoletana la quale, attraverso i suoi “topoi” letterari, la sensualità delle sue melodie, ha contribuito a rendere Napoli celebre nel mondo.
Basterebbe quale unico esempio l’universalità della canzone ‘O sole mio per testimoniare il successo planetario delle melodie napoletane, amate ed interpretate dai più grandi cantanti lirici della storia, in primis quell’Enrico Caruso nei confronti del quale la sua città natale fu ingiustamente avara di successi.
Eppure, accanto a questo patrimonio noto in tutto il mondo, la città della Sirena Partenope (il canto, la musica erano evidentemente nel codice genetico sin dalla sua origine mitologica) può legittimamente vantarsi di essere stata nel ‘700 una delle più importanti capitali musicali europee.
Dai suoi quattro Conservatori (Santa Maria di Loreto, Pietà de’ Turchini, Sant’Onofrio a Capuana e I poveri di Gesù Cristo), attivi per scopi filantropici sin dalla metà del XVI secolo, sono usciti fior di compositori che hanno dominato le principali Corti europee e infiammato accesi dibattiti sull’opera nell’allora capitale morale europea, Parigi.
L’"opera buffa": se l’opera lirica è prodotto culturale tipicamente e geneticamente italiano, quella buffa ha un certificato di nascita che ne attesta geograficamente i suoi natali a Napoli, nel popolare Teatro San Bartolomeo la sera del 28 agosto 1733, quando un giovanissimo compositore marchigiano, Giovan Battista Pergolesi (1710- 1736), mette in scena il suo “intermezzo” più famoso, La serva padrona, all’interno dell’opera seria Il prigionier superbo.
Di quest’ultima opera le rappresentazioni sono divenute sempre più rare, mentre oggi, a distanza di quasi duecentottanta anni da quella sera del 1733, La serva padrona incanta ancora con la freschezza delle sue melodie le platee di tutto il mondo.
L’opera buffa, nata letteralmente “all’interno” dell’opera seria, quale "intermezzo", una sorta di "ricreazione" musicale tra gli atti lunghissimi - probabilmente già all’epoca noiosissimi! - delle opere serie, soppianta un po’ alla volta la sua anziana e attempata genitrice.
L’opera seria, evasione culturale di corti incipriate e imparruccate, viene spazzata via "con" e "insieme" all’ "ancien régime".Amori interclassisti (e nell’Europa ancora cronologicamente distante dalla Rivoluzione francese del 1789!), sagacia femminile, travestimenti con susseguente agnizione finale costituiscono i temi centrali e innervanti del nuovo genere musicale, seppur stereotipati e modellati sulle figure della Commedia dell’Arte.
Poseidone, Giove, Persefone, i tanti tronfi generali dell’antichità, le varie Didone abbandonate cedono il posto a personaggi calati nella vita reale, carnali e palpitanti, che amano e ridono come la gran parte degli abitanti di “quel paradiso abitato da diavoli” (Goethe) che era (ed è) Napoli.
Ed ecco che la genuinità e la semplicità delle melodie, oscillanti tra un’irrefrenabile allegria e un’onnipresente latente malinconia stemperata nelle frequenti modulazioni "in minore" e nell’accordo "di sesta napoletana", si contrappone brutalmente alle infinite arie, alle iperboliche ed artificiose volute vocali dei castrati dell’opera seria "ante" riforma gluckiana.
L’opera buffa, nata in un teatro popolare antistante al porto di Napoli, assecondando la sua vocazione, diventa "lo" spettacolo popolare dell’epoca, capace di attrarre e appassionare gli strati più umili della popolazione, nella città di Napoli che storicamente assiste alla quotidiana, chiassosa e pacifica commistione di plebe e nobiltà.
Varcati i confini del Regno napoletano (la Napoli del ‘700 era la più popolosa città italiana, nonché tra le più grandi città europee insieme a Londra e Parigi), sarà proprio una rappresentazione del capolavoro pergolesiano nel 1752 ad innescare nella Capitale francese la cosiddetta "Querelle des Bouffons": vivace contrapposizione culturale tra i sostenitori della melodicità dell’opera di Pergolesi, della semplicità e della freschezza del soggetto e l’artificiosità e la prolissità dell’Acis et Galatée di Jean-Baptiste Lully, musicista fiorentino, ma francese d’adozione.
Parigi vide contraporsi due schieramenti: uno, che annoverava, tra i tanti, Jean-Jacques Rosseau e Diderot; il gruppo degli enciclopedisti lodò l’opera buffa italiana per la sua attualità e facile intellegibilità delle sue melodie; l’altro schieramento, costituito principalmente da ricchi e potenti, sosteneva la musica francese di Lully e Jean Philippe Rameau.
La prematura ma prolifica eredità di Pergolesi, morto a soli ventisei anni al culmine di una carriera musicale che lo avrebbe potuto rendere il Mozart italiano, fu raccolta da Cimarosa e Paisiello, giusto per citare due tra i tanti ambasciatori dell’opera buffa nell’Europa del XVIII e XIX secolo.
L’aversano Cimarosa (1749-1801), educato alla musica nel Conservatorio napoletano di Santa Maria di Loreto, chiamato dalla zarina Caterina II di Russia alla Corte di San Pietroburgo come maestro di cappella, vi rimase dal 1787 fino al 1791.
Lasciata la Russia e diretto verso l’Italia, il 7 febbraio 1792 a Vienna fece rappresentare al Burgtheater il suo capolavoro, Il matrimonio segreto.
Caso unico nella storia della musica, l’imperatore d’Austria Leopoldo II in persona, terminata la rappresentazione, intimò il "bis" dell’intera opera la sera stessa della sua prima rappresentazione.
"Musica piena di sole", fu l’icastica definizione della musica di Cimarosa formulata dal temibile critico Eduard Hanslick (1825-1904), praghese di nascita, ma viennese autentico, fervido oppositore di Wagner.
Il sole di Napoli e del meridione italiano (i Conservatori partenopei accoglievano al suo interno musicisti provenienti da tutte le regioni del Regno di Napoli, esteso dal Golfo di Gaeta sino alla Sicilia), la vitalità della musica, la soavità delle melodie conquistarono definitivamente quella che è indiscutibilmente la capitale mondiale della musica, la città in cui vissero e morirono Mozart, Beethoven e Schubert: Vienna.
Mozart, morto povero e sepolto nella fossa comune proprio nella capitale austriaca nel 1791, non è musicalmente concepibile, almeno per la produzione di opere liriche in italiano, senza la lezione della scuola musicale napoletana, da lui magistralmente assimilata ed elaborata.
Capolavori quali Le nozze di Figaro e, soprattutto, il napoletanissimo Così fan tutte  sono i discendenti nobili di quell’opera nata sulle tavole del piccolo Teatro San Bartolomeo.
La "Despina" del Così fan tutte è l’evoluzione musicale - e, soprattutto, psicologica - della Serpina pergolesiana; i finali del II e del IV atto de Le nozze di Figaro, pur nella loro sublimità prettamente mozartiana e nello scavo psicologico dei personaggi, sono anche l’evoluzione dei tanti “finali I atto” delle opere di Cimarosa e Paisiello (in particolare Re Teodoro in Venezia di Giovanni Paisiello; Vienna, 1784).
E il Così fan tutte, ambientato proprio all’ombra del Vesuvio, può essere immaginato quale omaggio estremo del compositore salisburghese alla gloriosa scuola musicale partenopea, un ritorno ideale dell’estremo Mozart a quel paradiso - seppur, come detto, popolato da diavoli! - che è Napoli e che lo vide quattordicenne accolto alla corte della regina Maria Carolina d’Austria.
La filosofia di vita di Despina è l’evoluzione dell’astuzia di Serpina; il relativismo di Don Alfonso è tipicamente partenopeo, la simmetricità del gioco dei personaggi, la sensualità delle melodie ("E nel tuo, nel mio bicchiero…", "Il core vi dono..."), i travestimenti dei due fidanzati strizzano l’occhio a quel materiale tematico dell’opera buffa dei primordi.
Il tarantino Paisiello (1740-1816), epigono della gloriosa opera buffa, creatore di un capolavoro quale la commoventeNina, o sia la pazza per amore (si ascolti la sublime aria di Nina Il mio ben quando verrà, con quel dialogo struggente tra flauto e voce umana), si trova a dover contrastare, suo malgrado, l’irruzione sulla scena operistica di un altro debitore della scuola napoletana, il quale, saldato il debito, ha costruito una meritatissima fortuna musicale, il pesarese Gioacchino Rossini (1792-1868).
È concepibile il finale dell’atto I del Barbiere di Siviglia o del I atto de L’italiana in Algeri, de Il Turco in Italia senza il surreale finale dell’atto I de Il matrimonio segreto di Cimarosa?
Oggi la scuola napoletana si vede attribuita quell’importanza che le compete, soprattutto grazie all’instancabile attività di ambasciatore della cultura italiana e napoletana nel mondo del grande direttore d’orchestra Riccardo Muti, il quale pochi anni fa dedicò un progetto triennale all’interno del Festival di Pentecoste di Salisburgo proprio ai tesori musicali napoletani del ‘700.
Ed oggi Serpina, Uberto, Paolino, Carolina, Nina, Fidalma, Don Geronimo calcano ancora i più prestigiosi teatri del mondo regalando sorrisi e leggerezza, come quella sera al teatro San Bartolomeo di quasi duecentottanta anni fa.

"Dal Doge Boccanegra al Doge Foscari", articolo pubblicato su "Il Pickwick.it"

DAL DOGE BOCCANEGRA AL DOGE FOSCARI


E dopo il Doge genovese Simon Boccanegra a calcare le tavole del palcoscenico del Teatro Costanti di Roma è il Doge di Venezia Francesco Foscari. Il Teatro dell’Opera celebra il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi mettendo in scena, oltre al Simon Boccanegrainaugurale e la ripresa del Nabucco a luglio, un’opera giovanile di Verdi, ingiustamente considerata minore tra quelle del catalogo del compositore di Roncole.Opera romana, I due Foscari, essendo andata in scena la prima volta il 3 novembre 1844 al Teatro Argentina.
Con questa opera Verdi inizia ad approfondire una delle tematiche preferite della propria drammaturgia: il dramma del potere. Benché l’analisi della tematica sia agli albori, già si intravede compiutamente in filigrana quell’acuta introspezione psicologica dei futuri MacbethSimon Boccanegra e, soprattutto, Don Carlo.
Opera di congiure, condanne ingiuste, Consiglio dei Dieci, esilio, morte: I due Foscari. Il figlio del Doge veneziano Francesco Foscari (1373 -1457), Jacopo Foscari, è accusato del duplice omicidio di due membri della potente famiglia dei Lorendano e per questo condannato dal Consiglio dei Dieci all’esilio a Creta.La moglie di Jacopo Foscari, Lucrezia Contarini, prega il Doge Foscari, addolorato per la sorte del figlio, di annullare la sentenza ingiusta; il Doge oppone il suo rifiuto: la Legge veneziana non può essere fermata neppure dal Doge.Il Doge Foscari vive il suo dramma di uomo di potere e di padre consapevole di non poter aiutare minimamente il figlio ingiustamente accusato di delitti orrendi e di essere al centro di una congiura di palazzo.Jacopo Foscari è costretto a partire per l’esilio: saluta la moglie, i figli e il Doge per l’ultima volta, augurandosi di poterli rincontrare in Cielo.Il Doge, afflitto per la perdita dell’ultimo figlio, apprende da Barbarigo che un reo si è autoaccusato degli omicidi ingiustamente attribuiti al figlio Jacopo.
La verità però giunge troppo tardi.
Lucrezia Contarini, si precipita dal Doge per comunicargli che Jacopo, appressandosi a partire per l’esilio, è morto di crepacuore.
I membri del Consiglio, portando a termine la congiura ordita contro l’anziano Doge, chiedono a Francesco Foscari di abdicare, di consegnare le insegne del potere dogale.L’anziano Doge rinuncia al potere e si disfa dell’anello dogale. Sente la campana della Basilica di San Marco che saluta l’elezione del nuovo Doge: dopo quest’ultimo dolore il Doge muore di crepacuore, come il figlio Jacopo.
L’Opera di Roma, come per il Simon Boccanegra inaugurale, ha affidato le cure musicali dell’opera alla sapiente, profonda e lirica bacchetta di Riccardo Muti, che, ancora una volta, conferma di essere l’interprete verdiano di riferimento.
Negli ultimi anni si sta assistendo ad un percettibile mutamento della cifra interpretativa di Muti: ai toni spesso baldanzosi, garibaldini, a tratti corruschi, al calor bianco tipici degli anni scaligeri, si sta sostituendo una visione lirica, a tratti intimistica, fondata su agogiche meno tese e su colori orchestrali tenui, quasi pastello, su un uso sapientissimo delle dinamiche che esaltano le capacità vocali dei cantanti.Il clarinetto del preludio dell’atto I cantava melanconicamente la melodia del dolore di Jacopo come raramente si ascolta.L’accompagnamento orchestrale del duetto dell’atto I tra Jacopo e Lucrezia evidenziava e amplificava il senso di struggimento dei protagonisti.Il finale, invece, esprimeva il disprezzo del vecchio Doge che ritrova negli ultimi istanti di vita il suo orgoglio, benché minato dal dolore della perdita dell’ultimo figlio.
La perdita del figlio, altro tema assai caro a Verdi, si insinua in quest’opera e in tutta la futura produzione verdiana con prepotenza, benché silenziosamente.
La regia dello spettacolo era di Werner Herzog, cineasta tedesco, regista, tra gli altri, del film Fitzcarraldo, sicuramente più a suo agio con la scarna drammaturgia wagneriana piuttosto che con quella, assai più complessa, verdiana.
Regia anonima, priva di idee originali, alla quale bisogna riconoscere il merito di aver comunque illustrato la trama con fedeltà al testo.Le scene e i costumi, precisi nel connotare l’ambientazione veneziana dell’opera, erano di Maurizio Balò.Ben assortito il cast vocale.
Luca Salsi, malgrado la giovane età, ha interpretato con autorevolezza vocale e scenica il ruolo dell’anziano Doge: voce scura, ben timbrata, ha delineato una figura di padre dolente attraverso l’uso sapiente di un’emissione vocale in grado di evidenziare le frasi liriche, così come quelle più tribunizie.
Un Doge che, anche nella fase più acuta del proprio dramma personale, non scade mai in effetti vocali pre-veristici.
L’impervio ruolo di Lucrezia era affidato a Tatiana Serjan.Si resta stupiti per la potenza vocale e per la suggestione del timbro, benché non propriamente bello, del soprano russo, tuttavia dopo lo stupore iniziale si pensa che la Serjan, non riesca a scrollarsi di dosso il ruolo di Lady Macbeth, il quale – a ragione! – le ha dato notorietà planetaria.Pur avendo ben cantato la parte di Lucrezia, questo personaggio necessiterebbe di minor vigor vocale e minore instabilità psicologica. Resta comunque l’ottima resa vocale che ancora una volta ha confermato l’indubbia capacità del soprano di San Pietroburgo di dominare con facilità anche i ruoli più ostici del repertorio verdiano per soprano.
Francesco Meli era Jacopo Foscari.Davvero difficile esprimere con le parole la bellezza del timbro del giovane tenore genovese: accento perfetto, voce baldanzosa, fresca, capace di lirici sussurri e di veementi abbandoni.Francesco Meli ha confermato l’ottima impressione fornita nel ruolo di Gabriele Adorno nel Simon Boccanegra inaugurale.
Buoni tutti gli altri interpreti.
Perfetto nell’evocare il clima cupo dell’opera il coro del Teatro dell’Opera di Roma, il quale sotto la direzione di Roberto Gabbiani si sta imponendo come uno dei migliori in Italia, perfetto nella resa del tanto discusso “colore verdiano”.
L’orchestra dell’Opera conferma, se ce ne fosse bisogno, di essere una compagine sempre in perfetta sintonia con il direttore d’orchestra.
In attesa di ascoltare Nabucco nel mese di luglio, non resta che essere felici che in Italia, nell’anno del bicentenario verdiano, sia possibile allestire produzioni all’altezza del Genio verdiano e, sicuramente, delle sue aspettative!



I due Foscarimusica di Giuseppe Verdi
libretto Francesco Maria Piave
direttore Riccardo Muti
regia Werner Herzog
con Luca Salsi, Tatjana Serjan, Francesco Meli, Luca Dell'Amico, Antonello Ceron
orchestra e coro Teatro dell'Opera
maestro del coro Roberto Gabbiani
scene e costumi Maurizio Balò
luci Vincenzo Ramponi
Roma, Teatro Costanzi
in scena dall'8 al 16 marzo 2013

http://www.ilpickwick.it/index.php/teatro/item/280-dal-doge-boccanegra-al-doge-foscari

"Il mare in musica", pubblicato su "Il Pickwick.it"

IL MARE IN MUSICA


Il mare è lo sfondo materiale e soprattutto sonoro del Simon Boccanegra (Milano, Teatro alla Scala, 1881), melodramma in un prologo e tre atti di Giuseppe Verdi, che ha inaugurato con enorme successo di critica e di pubblico la stagione lirica e di balletto 2012 -2013 del Teatro dell’Opera di Roma.
Simon Boccanegra, primo Doge genovese, proviene dal mare: è "un uom di mare", come ricorda Amelia Grimaldi. È un corsaro, eletto allo scranno dogale grazie al voto popolare. Davanti al mare ceruleo Amelia Grimaldi, baciata dal sole del meriggio, attende l'arrivo dell'amato Gabriele Adorno. Al mare il vecchio Doge confiderà gli affanni del potere, rammaricandosi di non aver trovato, avendolo solcato assiduamente, in esso la tomba. Il mare diviene il liquido amniotico di Simone: "Ah! Il mare, il mare! Perché in suo grembo non trovai la tomba!", declama Simone nel III atto.
Intrighi politici, lotte tra patrizi e plebei nella Genova del ‘300 costituiscono le tematiche narrative di quest’opera dell’estrema maturità di Verdi.
Il libretto di Arrigo Boito, futuro autore dei testi letterari degli ultimi capolavori verdiani Otello (1887) e Falstaff (1893), è ricco di preziosismi linguistici e riesce a dare compiutezza ed unità drammaturgica a una trama arzigogolata, contorta come poche: agnizioni, personaggi che nell’evoluzione dell’azione sono costretti a cambiare identità per sfuggire a vendette politiche, la trama che si sviluppa lungo un arco cronologico di ventiquattro anni. Tuttavia Verdi, grazie alla sua capacità di sintesi e allo spiccato senso drammaturgico, dipinge con pennellate musicali un capolavoro.
Il colpo di teatro che conclude il Prologo produce negli ascoltatori un effetto di straniamento improvviso: Boccanegra, proprio nel momento in cui viene acclamato Doge dalla folla festante, scopre il corpo esanime della sua amata. Il ritmo cadenzato di gioiosa marcia si contrappone agli accenti di dolore e smarrimento dell’uomo Simone.
Il compositore di Roncole di Bussetto – del quale nel 2013 si celebrerà il bicentenario della nascita – analizza anche in quest’opera le tematiche preferite della propria drammaturgia: il dramma connesso al potere e il rapporto genitore/figli.
L’elemento erotico – l’amore tra Amelia Grimaldi e Gabriele Adorno – resta sfumato, sicuramente non predominante.
Il Doge Boccanegra assiste alle lotte intestine della Repubblica genovese, prodigandosi per placare gli accesi animi nella Sala del Consiglio di Palazzo Ducale proprio additando "l'ampio regno dei mari".
Ma di potere morirà Boccanegra, avvelenato da Paolo Albiani, una delle più compiute personificazioni verdiane del Male,prossimo del subdolo Jago del successivo Otello (1887).
In quest'opera il rapporto genitoriale reciso drammaticamente (esperienza vissuta da Verdi stesso per ben due volte) è incarnato da Jacopo Fiesco, il quale nel meraviglioso prologo dell’opera piange la morte della figlia Maria, un tempo sedotta proprio dal Boccanegra.
Il Doge, ormai avvelenato da Paolo Albiani, si riconcilia con Fiesco, suo acerrimo ma leale antagonista politico, pochi istanti prima di spirare tra le braccia della figlia: l’ “affidamento” di Amelia, figlia di Maria Fiesco, al di lei nonno Jacopo segna la pace tra gli eterni rivali di un tempo che si ritrovano entrambi sconfitti dalla vita.
La Capitale ha avuto il privilegio di ascoltare l’interpretazione di Riccardo Muti, navigato – giusto per rimanere in tematica marina! – direttore verdiano, alla sua prima lettura del Simone.
Coadiuvato dall’ottima orchestra del Teatro dell’Opera, il maestro napoletano (sì, Muti si vanta nel mondo dei suoi natali, biasimando, a ragione, i luoghi comuni e i problemi irrisolti di cui Napoli è quotidianamente afflitta) è riuscito a far sentire la voce, percepire l’odore del mare, discreto ma onnipresente spettatore delle passioni dei personaggi del dramma musicale. La fine orchestrazione di Verdi evoca il mare negli snodi cruciali dell'opera, quasi anticipando i colori impressionistici del Debussy de La mer (1905).
Muti e la sua compagine orchestrale sono riusciti a far percepire in sala l’alito consolatorio della fresca brezza marina, il mesto rifrangersi dell'onda che quasi seppellisce Boccanegra, imponendo un insinuante silenzio evanescente nelle ultime battute dell'opera.
Una lettura lirica, pervasa da nostalgia, da un tenue e costante senso crepuscolare è la cifra interpretativa adottata da Muti. Tuttavia la sua orchestra riesce anche a ruggire magistralmente allorché occorre sottolineare la feroce lotta tra le fazioni guelfe e ghibelline, ed essere terrificante nella quasi espressionistica scena della auto-maledizione di Paolo Albiani del Quadro II del I atto.
Sicuramente un'interpretazione che sarà un imprescindibile punto di riferimento per il futuro.
Nella parte del doge genovese l’ottimo baritono romeno George Petean: ha delineato un Simone dal variegato spessore psicologico, uomo politico deciso, a tratti crudele, sebbene incline a tenerezza paterna. Da antologia il cruciale duetto finale con Fiesco per la capacità di Petean di alleggerire l'emissione al fine di evocare il progressivo allontanamento di Simone dagli affetti terreni.
Impressionante per caratura vocale, bellezza timbrica ed autorevolezza scenica il basso ucraino Mitri Beloselskiy nei panni di Fiesco: l'aria del prologo “Il lacerato spirito” riusciva a trasmettere efficacemente il dolore del padre privato dell'amata figlia Maria, così come il successivo incontro/scontro con Simone ne metteva in luce la vocalità matura e l’alterigia  del piglio scenico.
Paolo Albiani era Quinn Kelsey, eccellente per qualità e spessore vocale, ma non molto convincente scenicamente nella scena della maledizione. Amelia era Maria Agresta, emergente soprano campano, promessa della lirica: voce calda, ricca di armonici, ben appoggiata sul fiato. Gabriele Adorno, infine, era interpretato da Francesco Meli, tenore di primo ordine: voce squillante, capace di legati, di incisi al calor bianco, ma anche di abbandoni lirici screziati di malia.
Sempre preciso e in perfetta sintonia con i suggerimenti orchestrali il coro diretto da Bruno Casoni.
Le scene, fedeli alle prescrizioni del libretto, erano del premio Oscar Dante Ferretti, coadiuvato nell'arredamento scenico dalla moglie Francesca Lo Schiavo, i costumi di Maurizio Millenotti.
La regia, infine, era affidata all'inglese Adrian Noble: rispettosa del libretto, perfettamente aderente alla lettura musicale di Muti.
In sintesi, una produzione, quella del Simon Boccanegra romano, da annoverare tra le migliori del Teatro della Capitale degli ultimi anni.



Simon Boccanegra
musica di Giuseppe Verdi
libretto di Francesco Maria Piave, Arrigo Boito
direttore Riccardo Muti
regia Adrian Noble
con George Petean, Maria Agresta, Eleonora Buratto, Dmitry Beloselskiy, Riccardo Zanellato, Francesco Meli, Quinn Kelsey, Marco Caria, Luca Dell'Amico, Saverio Fiore, Simge Bũyũkedes, Orchestra e Coro del Teatro dell'Opera di Roma
maestro del coro Roberto Gabbiani
scene Dante Ferretti
arredamento Francesco Lo Schiavo
costumi Maurizio Millenotti
movimenti coreografici Sue Lefton
luci Alan Burrett
durata 3h
Roma, Teatro dell'Opera, 11 dicembre 2012
In scena dal 29 novembre all'11 dicembre 2012