domenica 23 novembre 2025

Tasti lucidi

 NAPOLI, 20 novembre 2025 - Il pianismo di Nikolai Lugansky si nutre di lucidità formale, della cura del tocco, del suono nitido, rotondo, adamantino. Nella serata che lo ha visto protagonista per la stagione concertistica 2025 - 2026 dell’Associazione Alessandro Scarlatti, è stato proprio questo equilibrio, fra slancio interpretativo e misura, fra visione architettonica e poesia timbrica, a rivelarsi la chiave di lettura di un recital che ha saputo conquistare il pubblico senza mai indulgere al facile effetto.

Apertura affidata alla Sonata in re minore op. 31 n. 2 La tempesta di Ludwig van Beethoven: composta tra il 1801 e il 1802, appartiene al cruciale momento in cui il musicista prende coscienza della propria sordità incipiente, il cui grido di disperazione troverà parole nel Testamento di Heiligenstadt (1802). Di questa pagina, sospesa tra tragedia ed eroismo, Lugansky opta per una lettura di adamantina nitidezza, articolata con un tocco terso e cristallino. Le linee si stagliano pulite, lo sguardo è attentissimo alle proporzioni e ai rapporti di tensione. Un margine più ampio di impeto emotivo nei passaggi più drammatici avrebbe sicuramente restituito maggiore autenticità allo spirito della sonata: Lugansky per non correre il rischio di mostrarsi troppo incisivo e drammatico preferisce apparire distaccato dal magma emotivo che crepita sotto la costruzione beethoveniana.

Nell’interpretazione di Lugansky “La tempesta” non si trasforma mai in uragano. Ma, riflettendoci, questa compostezza di fondo dona al brano coerenza e nitore che diventano emblemi della dignità di Beethoven nella tragica accettazione del proprio destino.

Dalla tensione esistenziale e strutturale della Tempesta si passa al mondo caleidoscopico di Robert Schumann. Composto tra il 1839 e il 1840, il Carnevale di Vienna è per l’autore una “grande sonata romantica”, un edificio sonoro nei cui antri spira un carnascialesco spirito di sovversione e libertà; al suo interno Lugansky si lascia avvolgere dal brio rapsodico del giovane Schumann: ne esalta i colori vividi, le incisive caratterizzazioni, la fantasia narrativa sempre guizzante e sottile. Ogni episodio del Carnevale diventa un cammeo autonomo e, allo stesso tempo, parte di una festa sonora governata con una verve elegante e misurata, dai colori iridescenti e nitidi: parco l’uso dei pedali, quanto mai ampia la gamma dinamica e l’intensità del tocco.

Dopo l’ebbrezza romantica di Schumann, il viaggio pianistico di Lugansky compie un salto temporale e culturale: con Debussy e le Estampes (1903), la musica si fa colore. Il suono diventa immagine sfuggente, evanescente, sensazione pura, “materia” che si crea e si dissolve. Ogni pezzo è un quadro sospeso: Pagodes rievoca immagini di meravigliose pagode che si stagliano sul paesaggio orientale; La soirée dans Grenade ci immerge nell’atmosfera spagnola, così cara ai musicisti francesi; Jardins sous la pluie è la descrizione di un acquazzone autunnale (nota di cronaca e di colore: nel giorno del concerto Napoli ne ha visti molteplici e di grande intensità!).

Lugansky entra in questo mondo in punta di piedi, con un suono rarefatto, timbricamente cangiante, ma pur sempre, quale retaggio della scuola russa, vibrante, robusto. Anche per Estampes l’evanescenza sonora è ancorata a un controllo saldissimo: nella lettura elegante e composta di Lugansky non c’è cittadinanza per nebulosità e sentimentalismo. È un Debussy non del tutto immerso nelle visioni impressionistiche, ma di spiccata e limpida coerenza musicale.

Il viaggio si conclude approdando nel regno di Richard Wagner, la cui musica, pensata per orchestre imponenti, appare “comprimibile” nella stringata sintesi sonora della trascrizione pianista soltanto a costo di essere disposti a rinunciare a gran parte del suo valore. Eppure con l’Entrata degli Dei nel Valhalla - nella trascrizione di Louis Brassin (del 1877) ampliata dallo stesso Nikolai Lugansky, che ha recentemente pubblicato un interessante CD dedicato a Wagner - lo Steinway si trasforma in un’orchestra: il brano è un caleidoscopio di colori; cascate di note adornano le linee melodiche che il tocco pulito e robusto di Lugansky non fanno mia perdere di vista.

E così l’Entrata degli Dei diventa una scena sinfonica per pianoforte: piani sonori finemente stratificati, monumentalità controllata, profondo respiro orchestrale che però non schiaccia mai la trasparenza del tocco.

La successiva esecuzione della trascrizione di Franz Listz della Morte di Isotta (1867) è invece affrontata con qualche ridondante venatura di autocompiacimento che finisce per spezzare il flusso, ininterrotto e crescente, di emozioni della composizione.

Dopo gli ultimi evanescenti accordi del Liebestod di Isotta, la raccolta sala del Teatro Sannazaro diventa cassa di risonanza di calorosi applausi, di un meritatissimo tributo. Lugansky concede ben quattro bis: il Préluden. 12op. 32, il n. 7 op. 23 Lilacs, Op. 21 n. 5 di Sergej Rachmaninov. Qui Lugansky ritrova la sua patria spirituale, l’abito perfetto per il suo pianismo, saldo e lucidissimo, che si intreccia con un lirismo schietto. Il fraseggio respira con naturalezza, sostenuto dal consueto controllo tecnico impeccabile e impreziosito dalla elegante visione poetica. Quello di Lugansky è un Rachmaninov che rifugge da enfatica magniloquenza e da un virtuosismo ostentato; trova, quindi, nel pianismo del maestro russo uno dei suoi interpreti più autorevoli e convincenti del nostro tempo.

Nel mezzo dei tre encore di Rachmaninov, inoltre, è incastonata una scintillante e attenta al dettaglio esecuzione dell’Etude op. 10 no. 8 di Frédéric Chopin.

E dopo i bis, ulteriori applausi.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/83-concerti-2025/16967-napoli-concerto-lugansky-20-11-2025

sabato 22 novembre 2025

Alla ricerca della fiera

 NAPOLI, 18 novembre 2025 - Asmik Grigorian torna al Teatro di San Carlo. A un anno esatto dalla sua magnetica Rusalka (la recensione) e dal raffinatissimo recital (la recensione) che avevano infiammato il pubblico napoletano, il soprano lituano di origine armena, recentemente premiato come Female singer of the year 2025 agli International Opera Awards, riabbraccia la sala che l’ha eletta a sua beniamina.

A guidare la serata è Dan Ettinger, alla sua ultima uscita da direttore musicale del Massimo napoletano (lo ritroveremo come ospite nella prossima stagione), per inaugurare la stagione sinfonica 2025-2026, più che programmaticamente intitolata Be luminous.

Ed è subito trionfo luminoso e senza riserve per Asmik Grigorian, festeggiata da prolungate e calorose acclamazioni che la inducono a regalare, pur dopo un programma impegnativo, che si snoda tra Puccini, Verdi e Richard Strauss, e ben due encore.

L'apertura del concerto è affidata alla bacchetta di Dan Ettinger e all’Orchestra del Teatro San Carlo: il solenne e gioioso preludio all’atto I da Die Meistersinger von Nürnberg di Richard Wagner suscita immediatamente ben più di qualche perplessità per alcune imprecisioni e la tenuta d’insieme e nel condurre le linee contrappuntistiche, per la gestione problematica dei piani sonori tra le sezioni orchestrali, per scelte agogiche (nella sezione finale, stupisce la scelta di allargare notevolmente il tempo, laddove Wagner in partitura prescrive, riferendosi alla dinamica, esclusivamente marcato): è un Vorspiel anodino nelle scelte interpretative, privo di nerbo, greve nel passo e, ancor più, nella resa sonora.

A voler intendere il programma come un’esplorazione della musica europea tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, la rivoluzionaria lezione di Richard Wagner è stata declinata da Giacomo Puccini e Richard Strauss secondo i rispettivi humi culturali e ascendenze musicali: con le obiettive peculiarità, il compositore di Lucca e quello di Monaco di Baviera, tra i più grandi uomini di teatro del periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, hanno elaborato e interiorizzato le innovazioni musicali e strumentali wagneriane. E il programma di stasera, tanto per i brani canori, quanto per quelli puramente strumentali, costituisce occasione per riflettere sui nessi e sulle trame della musica europea di quel periodo, sulla figura di Giacomo Puccini quale musicista tout court europeo, primus inter pares al fianco di Strauss, Ravel, Berg, Janáček, come ha dimostrato il compianto Michele Girardi.

Dall’ouverture di Wagner si approda a “Un bel dì vedremo..” da Madama Butterfly di Puccini.

Per questo, come per i successivi brani interpretati da Asmik Grigrorian, artista completa ed eccelsa per musicalità, mezzi vocali, intensità interpretativa, dominio tecnico, è necessario un breve preambolo: al di fuori del suo liquido amniotico del palcoscenico, privata del suo debordante e magnetico carisma dell’attrice, la Grigorian perde una considerevole porzione del suo smisurato valore. È questa una percezione riscontrata da chi scrive anche in occasione di precedenti ascolti esclusivamente concertistici: la sola cantante Grigorian, scissa dalla componente d’attrice, priva di quelle graffianti zampate da autentica felina da palcoscenico che ipnotizzano al suo solo apparire in scena, convince e ammalia a poco a poco.

Il suo “Un bel dì vedremo” stasera è corretto, molto ben cantato, soprattutto nella gestione dei lunghi fiati – da manuale! – tuttavia non ha quel fremito e non emana quel carisma che riflettono le sue interpretazioni teatrali. La vocalità - si nota e si noterà anche nella successiva “Sola, perduta, abbandonata” da Manon Lescaut - soffre di qualche asprezza di troppo e uniformità nell’emissione, un po’ distante dal fluido e vario, nelle increspature musicali ed emotive, fluire melodico e psicologico pucciniano.

Non è aiutata, va detto, dall’accompagnamento di Dan Ettinger, il quale denota una gestione problematica e incerta dell’equilibrio tra orchestra e solista: i volumi strumentali sono tendenzialmente ispessiti così tanto da mettere in difficoltà perfino una vocalità dal grosso calibro qual è quella della Grigorian.

L’Intermezzo da Manon Lescaut è uno di quei brani pucciniani che, come aveva già mirabilmente rivelato l’insuperabile incisione di Giuseppe Sinopoli, testimonia a pieno titolo l’appartenenza di Puccini alla grande musica europea. Dan Ettinger e l’Orchestra del San Carlo collocano il brano in una temperie pienamente novecentesca, ricca di ombre e tensioni: la rilevanza che la concertazione conferisce alla sezione degli ottoni è, per predominanza e incisività, quasi “alla Richard Strauss”. La compagine orchestrale qui si dimostra attenta, disciplinata, dal suono corposo; il fraseggio scolpito di Dan Ettinger, poi, conferisce al brano una suggestiva patina di attesa e melanconia. Sugli scudi gli interventi delle prime parti, in particolare il violoncello di Pierluigi Saranica e la viola di Francesco Mariani.

È con “Sola, perduta, abbandonata” che Asmik Grigorian spicca il volo e prende quota: dopo l’interlocutorio e non del tutto a fuoco “Un bel dì vedremo..”, malgrado qualche opacità del registro grave, la disperata esclamazione (“Tutto è finito!”) “poco cantata” e un’idiomaticità indubbiamente perfettibile, l’artista si cala nei panni della disperata Manon indagando, grazie a una vasta gamma di sfumature, le pieghe della psicologia della giovane destinata a morire in una landa desolata e deserta.

Tra Puccini e Strauss, un’incursione verdiana dedicata a Macbeth.

Dopo un Preludio all’atto I alquanto bolso nei tempi, è la Grigorian a mandare in delirio il pubblico del San Carlo con una travolgente interpretazione di “Vieni t'affretta” - inspiegabilmente privata della lettura della lettera “Nel dì della vittoria le incontrai..” - e della cabaletta “Or tutti, sorgete”. È una Lady Macbeth sottilmente perfida: l’ampiezza e il timbro vocale, il registro acuto saldo e acuminato, le sottigliezze dinamiche, le sfumature del fraseggio imprimono al concerto la prima e profonda zampata ferina. Nel finale della cabaletta Grigorian sale attraverso le insidiose quartine di semicrome (abbastanza sgranate) all’acuto con determinazione luciferina.

Una roboante e magniloquente “Danza dei sette veli” da Salome di Richard Strauss apre la seconda parte del concerto, dove si apprezzano l’ampiezza e la tornitura del suono orchestrale, la ampia gamma dinamica, che però Ettinger sollecita nelle regioni del fortissimo, la buona tenuta d’insieme.

Segue la scena finale dell’opera, “Ah! du woltest mich nicht deinen Mund küssen lassen”: qui la Grigorian, nonostante l’orchestra del San Carlo prodiga di sbavature e dal suono eccessivamente turgido - che Ettinger, nel più evidente esempio di squilibrio timbrico della serata, sembra quasi scagliarle contro - riesce a imporsi con accenti mordenti, inflessioni velenose, declamati scolpiti, affondi luminosi nel registro acuto, alleggerimenti d’emissione magistralmente calibrati. Il fraseggio si fa lama, il suono carne. L’interprete scava e affonda il suo istinto in ogni singola parola, in ciascuna nota: è un’analisi così profonda e intesa da condurre a un’immedesimazione tra Salome e Grigorian.

L’esecuzione si scioglie in un fragorosissimo applauso liberatorio, una reverenza verso un’artista capace di leggere nel profondo e tra le righe della psicologia di Salome.

È un autentico trionfo per Asmik Grigorian, la quale dopo una programma così vario e impegnativo concede ben due bis, nel segno di Strauss e Puccini.

Il primo, il soffuso e sussurrato Lied Morgen del compositore tedesco - accompagnato dal morbido e vellutato suono del violino di Gabriele Pieranunzi e dal calibrato ed etereo accompagnamento orchestrale: il Lied, per chi scrive, rappresenta, nel suo equilibrio esecutivo, il vertice qualitativo del concerto. In Morgen si stenta a riconosce, tanto è a fior di labbro l’emissione, sinuosa e volteggiante la linea di canto, in Asmik Grigorian la stessa interprete che soltanto pochi minuti prima ha affrontato con impeto ferino la scena finale da Salome: una magistrale testimonianza di versatilità stilistica per un’artista che possiede il crisma della straordinarietà.

In ultimo, una toccante interpretazione di “O mio babbino caro” da Gianni Schicchi: il timbro indubbiamente non ha la luminosa freschezza di quello che si associa al personaggio di Lauretta, ma la proiezione dei pianissimi, la gestione dei fiati, le sottigliezze dinamiche, il lavoro di cesello sui propri ragguardevoli mezzi vocali restituiscono le inquietudini della ragazza.

Al termine, il concerto inaugurale della stagione sinfonica è accolto da applausi calorosi per Dan Ettinger e l’orchestra del San Carlo, le sue prime parti; lunghe ovazioni per Asmik Grigorian.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/83-concerti-2025/16962-napoli-concerto-grigorian-ettinger-san-carlo-18-11-2025

mercoledì 5 novembre 2025

La poesia della voce

 NAPOLI, 31 ottobre 2025 - Dopo i recital di canto di Lisette Oropesa (Napoli, concerto Oropesa/Praticò, 09/01/2025), Rosa Feola (Napoli, concerto Feola/Burnside, 30/03/2025), Elīna Garanča (Napoli, concerto Garanča/Martineau, 31/05/2025) e Luca Salsi (Napoli, concerto Salsi/Calzi, 06/06/2025) il 2025 si chiude con un appuntamento di lusso: Ludovic Tézier, accompagnato (ma il verbo, come si vedrà, è riduttivo) da Julius Drake, chiude la rassegna del 2025. Entrambi propongono un viaggio storico, e soprattutto poetico, attraverso l’Ottocento, dal ciclo Dichterliebe op. 48 (1840) di Robert Schumann ai Wesendonck-Lieder (1857 - 1858) di Richard Wagner, passando per Felix Mendelssohn Bartholdy, e con una sosta nella Francia di Jacques Ibert; un viaggio della voce nella propria coscienza, dove il canto diventa strumento di conoscenza e meditazione. Ed è un artista della caratura di Ludovic Tézier, reduce dallo strepitoso successo personale quale Renato in Un ballo in maschera (Napoli, Un ballo in maschera, 11/10/2025), a guidarci nel programma ricercato e dall’ascolto indubbiamente impegnativo, circostanza, quest’ultima, che potrebbe aver contribuito a scoraggiare una fetta troppo ampia di pubblico dal partecipare all’evento: un vero peccato, perché ascoltare artisti come Ludovic Tézier e Julius Drake così in sintonia tra loro è merce rara (i due hanno eseguito recentemente il medesimo programma a Vienna e a Lione) .

Il baritono francese sin dall’iniziale Dichterliebe sorprende per lo stile e la compenetrazione musicale con il testo di Heine e la musica di Schumann: è una prova di grande versatilità per un cantante dal corredo vocale straordinario, universalmente associato al repertorio operistico. Infatti, ascoltando i Lieder di Schumann appare difficile credere che soltanto venti giorni fa Tézier sullo stesso palcoscenico riceveva una lunga ovazione dopo uno scultoreo, imponente e intenso “Eri tu”, da ascriversi tra i momenti memorabili vissuti al San Carlo negli ultimi dieci anni. Ma stasera riesce a indirizzare quella stessa sontuosa pasta vocale verso l’introspezione, a passare dalla parola scenica di Verdi alla parola “interiorizzata” del Lied tedesco, repertorio nel quale mostra un controllo da manuale dei suoi rigogliosi mezzi. Con una linea di canto elegante, costantemente sfumata, raccolta, a tratti intimistica insegue e afferra l’atmosfera, il colore più appropriato all’aspetto emotivo e psicologico di ciascun Lied.

Il pianoforte di Julius Drake, profondo conoscitore dello stile di questo repertorio, non accompagna ma respira e canta insieme alla voce, diventando, per varietà di colori e simbiosi interpretativa, lo specchio del ventaglio di emozioni espresse dal baritono francese, il quale passa dall’evocazione primaverile di Im wunderschönen Monat Mai alla perentorietà degli accenti corposi di Ich grolle nicht e Ein Jüngling liebt ein Mädchen.

Con le Quatre chansons de Don Quichotte (1932/33) di Jacques Ibert, Ludovic Tézier torna alla sua madrelingua: queste chansons, concepite per il film di George Wilhelm Pabst, appartengono a un Novecento con l’occhio rivolto al passato. La dizione ovviamente impeccabile, l’eleganza nel canto, lo scavo interpretativo consentono a Tézier di delineare un Don Quichotte innamorato, nostalgico e rassegnato.

Nella Chanson du départ, l’eroismo è temperato da autoironia; con la Chanson à Dulcinée, la voce si fa sognante, con un fraseggio che oscilla tra tenerezza e distacco, mentre la Chanson de la mort de Don Quichotte è un addio senza patetismo. Il pianoforte di Julius Drake porge una tavolozza timbrica estremamente variegata: il suo pianismo, improntato alla leggerezza francese, crea atmosfere di trasparente malinconia. Tocco delicato, suono nitido, cura del fraseggio e fluidità del discorso musicale sono qualità che si apprezzano nei due brani, affidati al solo pianoforte, in programma: dai Lieder ohne Wortedi Felix Mendelssohn Bartholdy si ascoltano Venezianisches Gondellied op. 62 n. 5 eDuetto op. 38 n. 6. Dopo la lettura di una breve introduzione ai brani, incentrata in particolare sul (pessimo) rapporto tra Mendelssohn e Wagner, ci si abbandona al languido e crepuscolare scivolare sull’acqua della gondola veneziana per poi essere conquistati dalla successiva melodia che si doppia in due voci del Duetto op. 38/6, brani interpretati da Drake con raro cesello del particolare incorporato in un’unitaria veduta d’insieme.

La chiusura del complesso programma è affidato a Richard Wagner, ai Wesendonck-Lieder, composti tra il 1857 e il 1858, coevi alla creazione di Tristan und Isolde: qui Tézier dimostra come perfino una vocalità naturalmente possente possa essere alleggerita, grazie al dominio tecnico, in un’emissione a fior di labbro: la gamma dinamica è ampia, le mezzevoci, anche quando in falsetto, sono magnificamente proiettate; i colori nelle inflessioni si fanno sempre più vari, il fraseggio più incandescente.

Quello dei Wesendonck-Lieder è un Wagner a cavallo tra il repertorio cameristico e quello, ovviamente d’elezione, del dramma musicale (non a caso Träume e Im Treibhaus vengono presentati come Studien zu Tristan und Isolde dall’editore Schott), nel quale Tézier si aggira con sicurezza e autorevolezza, cogliendo l’essenza intima della composizione, una sorta di diario intimo scritto in un turbolento fermento creativo. Julius Drake è talmente incisivo nel suo accompagnamento che in Im Treibhaus riesce ad evocare la strumentazione che Wagner farà ascoltare nell’atto III di Tristan und Isolde.

Malgrado la sala molto poco piena - come il bicchiere, la sala è mezza piena o mezza vuota? -, chi c’era, al termine di un ascolto attento, tributa applausi convinti a entrambi gli artisti. Malgrado il programma estremamente impegnativo e defatigante, vengono regalati ben tre encore:Sogno di Francesco Paolo Tosti - le cui romanze da salotto, per perfezione formale e freschezza ed eleganza di ispirazione, più si avvicinano alla forma del Lied tedesco - affrontato con nobile senso del legato e incisività negli accenti; segue An die Musik, D. 547 di Franz Schubert, senza dubbio il più grande liederista della storia, che Tézier interpreta come un’ardente dichiarazione d’amore alla musica.

Infine, si ritorna a Wagner, ma stavolta quello operistico, per il notturno “O du mein holder Abendstern” da Tannhäuser, nell’interpretazione di Tézier crepuscolare e incisivo, e magnificamente accompagnato da Julius Drake.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/83-concerti-2025/16896-napoli-concerto-tezier-drake-31-10-2025

Oggettività iberica

 NAPOLI, 30 ottobre 2025 - È un viaggio nella musica spagnola di fine Ottocento e primo Novecento il programma scelto da Pablo Mielgo per il suo concerto al Teatro di San Carlo: dalla coerente successione dei brani, coniugando folclore e raffinatezza timbrica, danza e introspezione, emergono le due anime della sua musica, quella popolare e pittoresca e quella modernista, curata e rarefatta nella strumentazione, intrisa di luce e mistero.

Si parte con il preludio da El Tamburo de los Granatieros, zarzuela del 1894 di Ruperto Chapí (1851 - 1909) che combina la verve popolare con un gusto orchestrale scintillante, giocato su contrasti e chiaroscuri, sull’esaltazione di una coinvolgente energia ritmica. Dal podio, Mielgo impone incisività e brio, ottenendo un buon equilibrio tra precisione e vitalità espressiva, con tempi agili e fraseggio elastico. L’Orchestra del San Carlo risponde con prontezza, disegnando trame sonore vivide, ricche di colori, con gli ottoni squillanti, gli archi ben articolati e le percussioni incisive.

L’itinerario prosegue incontrando la musica dall’autentico e intenso sapore iberico di Manuel de Falla: dalle atmosfere notturne e misteriose delle Noches en los jardines de España, passando tra l’Interludio y Danza da La vida breve, si approda alle esplosive e travolgenti Suites 1 e 2 da El sombrero de tres picos. Le Noches, composte tra il 1909 e il 1916 e nutrite dell’esperienza francese dell’autore, costituiscono una delle più alte sintesi tra impressionismo e spirito iberico. In questa pagina, tuttavia, la direzione di Mielgo, pur controllata, appare in più interessata alla chiarezza strutturale che a valorizzare l’impalpabile senso notturno che aleggia nei tre brani che compongono le impressioni sinfoniche. C’è forse troppa luce e ben poco mistero nella sua lettura: il direttore, poi, si sofferma sui singoli momenti musicali piuttosto che sull’unitarietà dell’intero brano; in più occasioni il discorso appare trattenuto, poco fluido, concentrato com’è ad esaltare l’impasto sonoro denso e oggettivo. La sensazione è di osservare i paesaggi evocati da Falla illuminati da una abbacinante luce diurna, anziché rischiarati da chiarori lunari.

Al pianoforte Juan Pérez Floristán si nota per la solidità tecnica, la chiarezza e la luminosità di un tocco saldo e nitido, mai eccessivamente percussivo. Tuttavia, anche per la parte pianistica la componente impressionistica, notturna e visionaria della scrittura rimane alquanto nascosta: quella di Pérez Floristán è un’interpretazione più oggettiva che sensuale, nella quale il fraseggio non sempre si traduce in evocazione poetica.

La sinergia, fondata peraltro sui medesimi intenti interpretativi, tra solista e orchestra, è ben assicurata sul piano tecnico da Pablo Mielgo, il quale gestisce con equilibrio i volumi sonori tra la compagine orchestra, in forma smagliante e coesa, e il pianoforte.

Al termine, delle Noches  il giovane Pérez Floristán riceve applausi calorosi e prolungati: concede un bis, la vorticosa e virtuosistica Danzas argentinas, op. 2, Danza del gaucho matrero di Alberto Ginastera.

Tutt’altro clima e atmosfera per l’Interludio y Danza da La vida breve, dramma lirico in due atti (del 1913) di Manuel de Falla, pagina di fulminea energia e teatralità che Pablo Mielgo affronta, al netto di qualche veniale imprecisione nella tenuta generale, con autentico slancio drammatico: trasmette all’orchestra - che risponde dimostrando una buona tenuta d’insieme e un colore pieno, compatto e vibrante - un senso di coinvolgente urgenza espressiva.

Infine, a chiudere la serata e il viaggio musicale, le Suites n. 1 e 2 da El sombrero de tres picos, balletto in due parti del 1919: nelle esplosioni di ritmi, colori e luci della partitura Pablo Mielgo, mostrando la sua vena più comunicativa, curando con attenzione le dinamiche, l’articolazione e la brillantezza ritmica, ha gioco facile nel far propagare verso l’orchestra e il pubblico il suo entusiasmo contagioso. L’orchestra sfoggia un suono lucido ma morbido, capace di passare con naturalezza dalle sinuose atmosfere de La Trade al tripudio danzante della Jota che chiude la seconda suite.

Nelle due suites il colore orchestrale, omogeneo ma variegato, denota una compagine in forma eccellente: legni dal suono duttile (significativi, per la loro incisività, gli interventi del primo fagotto di Edoardo Capparucci nella Trade e del corno inglese di Gabriele Cutrona nella Danza del molinero), archi luminosi, ottoni ben calibrati e percussioni scintillanti.

In chiusura, dopo la travolgente Jota finale ad imporsi sono gli applausi convinti e meritati che il pubblico - purtroppo non folto, come l’accattivante programma avrebbe meritato - tributa all’orchestra del San Carlo, alle sue prime parti e a Pablo Mielgo.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/83-concerti-2025/16891-napoli-concerto-perez-floristan-mielgo-san-carlo-30-10-2025