Ravello, 24 agosto 2025 - Michael Spyres da Bayreuth a Ravello. Lo scorso venerdì il tenore statunitense era sulla Grünen Hügel (Collina Verde) per vestire i panni di Walther von Stolzing in Die Meistersinger von Nürnberg e domenica, molto più a sud della capitale dell’Alta Franconia, a Ravello, luogo legato a presenza e memoria wagneriana, ha interpretato, affacciato su un lembo di paradiso sospeso tra cielo, mare e i monti della Costiera amalfitana, funamboliche arie tenorili del ‘700.
Difficile immaginare repertori, quello di Wagner e quello della musica dei primi decenni del ‘700, più diversi tra loro per stile, vocalità e significati: ma per Spyres i cambi di repertorio risultano agevoli quanto quelli di ottava. Prodigi possibili soltanto se, in coro, Madre Natura, lo studio, il dominio tecnico, l’intelligenza e la gestione attenta degli sviluppi di carriera hanno la benevolenza di eleggere un artista a proprio testimone. Ed è per questo distillato di fattori che per Michael Spyres, anche nell’epoca in cui, finendo di fatto per svalutarli, si tende ad ingigantire spesso acriticamente oltremisura ogni sorta di talento, appare appropriato l’appellativo di “fenomeno vocale”.
I presupposti di tale definizione, a giudizio di chi scrive, sono molteplici. Ci si limita a prestare attenzione alla straordinaria estensione vocale, alla tecnica sopraffina, alla bellezza del timbro morbido, vellutato; a meravigliarsi per un’estensione priva di “scalini” tra i registri. Quella si Spyres è una vocalità, anche nel repertorio barocco, sempre ben appoggiata sul fiato, perfettamente emessa e proiettata, pur a dispetto di un calibro - ma a Ravello si è “tra mare e cielo, tra cielo e mar” seppur con l’ausilio di una ben ponderata e calibrata amplificazione - non da peso massimo vocale.
Ma appena il tenore del Missouri intona le prime note, prima ancora dei suoni, ad imporsi sono la sua affabilità e gentilezza; subito dopo, l’istinto musicale, declinato secondo intelligenza e gusto, la perfetta, scolpita e chiara dizione italiana, il fraseggio spontaneo, alieno da stucchevoli manierismi.
Già soltanto la considerazione delle specificità delle due eterogenee parti wagneriane affrontate da Spyres questa estate a Bayreuth – Walther von Stolzing in Die Meistersinger von Nϋrnberg, diretti dal nostro Daniele Gatti, e Siegmund in Die Walküre nella prima ripresa del Ring affidato alla direttrice d’orchestra australiana Simone Young – il concerto di stasera fornisce l’esatta misura della versatilità della sua vocalità e della poliedricità della figura d’artista.
Serata di crescente intensità sul belvedere di villa Rufolo, giocoforza imperniata sulla fenomenale vocalità del tenore statunitense, accompagnato dalla sempre pertinente cantabilità e incisività de Il Pomo d’Oro – ensemble stasera forse a ranghi eccessivamente esigui: solo due violini, una viola, un violoncello, un contrabbasso, una tiorba e il clavicembalo - affidato, insieme alla direzione raffinata e ispirata nel fraseggio, a Francesco Corti, concertatore recentemente apprezzato su queste pagine in occasione del recente Matrimonio segreto al Teatro San Carlo (la recensione: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/84-opera/opera-2025/16485-napoli-il-matrimonio-segreto-11-06-2025): tutti insieme danno vita a un viaggio interessante e suggestivo attraverso il repertorio del Settecento operistico italiano/europeo, con incursioni nella musica strumentale di Antonio Vivaldi, Baldassarre Galuppi e Giuseppe Sammartini.
Il programma - che per la parte vocale ricalca in parte quello inciso dagli stessi interpreti di stasera per l’interessante compact disc Contra-Tenor edito dall’etichetta Erato nel 2023 - è concepito come un viaggio tra le diverse declinazioni dell’opera seria e della scrittura strumentale coeva.
L’apertura affidata alla magnifica aria di Bajazet “Empio, per farti guerra” da Tamerlano di Georg Friedrich Händel. Spyres cala subito l’asso: approccio eroico, sicuro e virile alla scrittura vocale, imperniato sul culto del bel colore, della ricerca di sonorità timbratissime, che alternano furore declamatorio e precisione e nitidezza virtuosistica.
Dall’eroico Händel si passa a Vivaldi di “Cada pur sul capo audace” da Artabano, re de’ Parti: qui, perfettamente accompagnato dal preciso e calibrato accompagnamento del Pomo d’Oro, Spyres si immerge nelle volute della drammatica della scrittura vivaldiana, sfoggiando – e sarà una costante dell’intero concerto – una straordinaria omogeneità, per timbro, risonanza e peso specifico: impressiona “vedere” scendere e risalire rapidamente la voce perfettamente aggrappata sul crinale della ardua tessitura.
Il Concerto in Sol minore per archi e basso continuo RV 156 di Antonio Vivaldi concede al tenore il tempo per un breve riposo e al Pomo d’Oro l’occasione di mostrare e apprezzare, così come in occasione delle successive oasi strumentali del Concerto a quattro n. 3 in re maggiore di Baldassare Galuppi e del Concerto grosso in La maggiore op. 2 n. 1 di Giuseppe Sammartini, l’elevata caratura tecnica e interpretativa dei componenti dell’ensemble fondato nel 2012, e che ad oggi ha all’attivo l’incisione di ben quarantaquattro dischi: rigore tecnico unito a un fraseggio vario, arioso, declinato secondo uno spiccato senso di cantabilità e sonorità italiane, valorizzazione del contrappunto, vitalità ritmica, possesso di un’ampia gamma dinamica rendono questo complesso tra le più interessanti e apprezzabili formazioni musicali dei nostri giorni.
Con “Vil trofeo d’un alma imbelle” da Alessandro nell’Indie di Baldassare Galuppi, Spyres muove i passi sul percorso che conduce a esaltare la tavolozza espressiva, quasi cameristica, di alcuni dei brani in programma (con caratteristiche analoghe sarà l’aria di Domenico Sarro, come si dirà): si accantonano momentaneamente le volute virtuosistiche a favore di scavo in una linea di canto dai tratti più cantabili e idilliaci.
Del barese, ma di formazione napoletana, Gaetano Latilla si ascolta “Se il mio paterno amore” da Siroe, Re di Persia: la bellissima aria accende la miccia della batteria dei fuochi d’artificio vocali che deflagrerà nella successiva “Nocchier, che mai non vide l’orror della tempesta” da Germanico in Germania di Nicola Porpora, nume e maestro assoluto di vorticosi funambolismi vocali, che trasforma Spyres, con la sua impressionante padronanza dei registri estremi e il nitore delle colorature, in un atleta vocale.
Muta il registro espressivo con la toccante aria “Fra l’ombre un lampo solo” da Achille in Sciro di Domenico Sarro, opera che ebbe l’onore di inaugurare, il 4 novembre 1737, il Teatro di San Carlo: si ascoltano accenti morbidi, a tratti elegiaci, venati da bruniture e da un pathos misurato.
Ci si avvia verso la conclusione della serata con “Solcar pensa un mar sicuro” da Arminio del “caro sassone” Johann Adolf Hasse: esecuzione precisa e sicura che mette in luce la bellezza espressiva delle colorature.
La sorte di Antigono del compositore milanese Antonio Maria Mazzoni è intrecciata con una delle più gravi sciagure della storia dell’umanità, quella che incrinò la fiducia dell’ottimismo illuministico: il terremoto di Lisbona del giorno di Ognissanti del 1755, che provocò un numero di vittime, secondo le stime, variabili e non attendibili dell’epoca, prossimo alle 100.000 (la popolazione della capitale lusitana allora era stimata in circa 275.000 persone). Antigono sarebbe dovuto andare in scena all’Ópera do Tejo - teatro distrutto dal sisma - qualche giorno dopo il fatidico 1 novembre 1755: si dovrà attendere il 2011 per ascoltare per la prima volta l’opera, di cui esiste una incisione con, guarda caso!, Michael Spyres nel ruolo protagonista. Stasera dall’opera di Mazzoni si ascolta, come ultimo brano in programma, l’aria “Tu m’involasti un regno”: dominio assoluto della tessitura, repentini incursioni nel registro grave, risalite repentine in quello acuto, fino a toccare, con un bellissimo e squillante falsetto, un penetrante sovracuto. L’interprete, poi, rende con vigore la tragicità e la nobiltà del personaggio.
L’entusiasmo del pubblico è ripagato dalla generosità di Michael Spyres che, dopo aver inanellato una serie di arie complesse e defatiganti, regala un bis: dall’oratorio Theodora di Händel “Dread the fruits of Christian folly”, pagina che concilia virtuosismo e tensione drammatica in una mirabile sintesi, perfettamente resa da Spyres e da Il Pomo d’Oro.
Successo convinto per un artista già apprezzato a Ravello nel 2021 ma che dal Teatro San Carlo - sul cui palcoscenico alcuni dei suoi repertori troverebbero terreno a dir poco d’elezione (nonché di nascita) - manca dal lontanissimo dicembre del 2005, quando vestì i panni di Jaquino in Fidelio che inaugurò la stagione lirica 2005 - 2006: un’assenza prolungata e inspiegabile per un artista del suo calibro dalla più grande istituzione musicale della Campania che si spera sia colmata presto.
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