NAPOLI, 7 maggio 2026 - Il terzo appuntamento della stagione 2026 del Maggio della Musica, rassegna diretta con intelligenza e coraggio da Stefano Valanzuolo, riserva al pubblico napoletano un concerto e un debutto da ricordare.
Per doti tecniche e curriculum, a dispetto della giovane età, Simone Rubino può essere considerato tra i massimi percussionisti italiani (e non solo): stasera debutta a Napoli, dopo concerti da solista e collaborazioni con orchestre, tra le tante, quali i Berliner e Wiener Philharmoniker e l'Accademia di Santa Cecilia.
Per questo suo primo incontro con la città di Napoli sceglie un programma tanto provocatorio nel titolo quanto eloquente nella sostanza: MARIM-BACH. Un neologismo felice, quasi un manifesto: la marimba che abbraccia e reinventa J.S. Bach, o forse Bach che si lascia sedurre dalla marimba.
Ad aprire il recital, la Suite per liuto in Mi minore BWV 996 del compositore di Lipsia. Basta poco per accorgersi di trovarsi di fronte a un musicista fuori dal comune: i tasti di legno, sotto i colpi delle bacchette di feltro, risuonano con precisione maniacale, luminosità calda e rotonda, con risonanza prolungata che evoca il liuto barocco in modo sorprendentemente naturale. La celebre Bourrée, in particolare, è un momento di grazia assoluta: ma ci torneremo.
A seguire, sempre all’insegna di J.S. Bach, la Suite n. 3 in Do Maggiore per violoncello BWV 1009 nella raffinata trascrizione di Eduardo Egüez. Concepita per le corde dello strumento ad arco, questa suite rivela e rivive sulla marimba una seconda vita, dimostrando, ancora una volta quanto “assoluta” sia la musica del Kantor: al di là del tempo e della immanenza strumentale. La Courante scorre con leggerezza acrobatica, la Sarabande si distende in una meditazione quasi estatica, la Gigue conclude la suite con irresistibile energia.
Poi accade l’inaspettato. Quando Rubino affronta i tre brani vocali del programma - di Sartorio, Vivaldi e Monteverdi - impugna le bacchette e accompagna il suo stesso canto. Con “Orfeo tu dormi” dall'opera L’Orfeo (1673) di Antonio Sartorio, compositore veneziano contemporaneo e rivale di Cavalli, Rubino sfoggia una voce ben impostata, con un’emissione tipica del repertorio barocco: leggera, morbida, capace di aderire con naturalezza alla prosodia del testo. Con “Vedrò con mio diletto” dall’opera Il Giustino (1724) di Antonio Vivaldi - una delle arie più amate del repertorio teatrale vivaldiano, con la melodia che sembra sgorgare direttamente dal cuore - la voce e il calibratissimo accompagnamento della mariba confermano le loro qualità: musicalità, fraseggio elegante, ornamentazione sobria e consapevole, suono rotondo e nitido.
A chiudere il programma, preceduto dalla lettura del testo, il madrigale Sì dolce è ‘l tormento SV 332 (1624) di Claudio Monteverdi, concepito per soprano e basso continuo. È un brano che possiede e irradia tutta la dolente bellezza del primo Seicento italiano, con quella sovrapposizione paradossale di dolcezza e tormento che solo Monteverdi sa sintetizzare con intensità lacerante. Rubino lo affronta con commovente semplicità, lasciando che il suono lieve della marimba funga da naturale accompagnamento al canto.
Terminato il programma ufficiale, dopo calorosissimi applausi, c’è tempo per un bis. Si torna al principio della serata, alla Bourrée dalla Suite per liuto in Mi minore BWV 996, già eseguita in apertura. Una scelta forse non casuale, ma programmatica: perché quella Bourrée è un brano già “contaminato”, forse quello che meglio di ogni altro illustra la cifra dell’intero concerto. Nel 1969, i Jethro Tull - la band progressive-rock britannica guidata da Ian Anderson con il suo flauto traverso suonato obliquamente - ne realizzarono una versione cult nell'album Stand Up, trasformando la danza barocca in un manifesto della contaminazione tra antico e moderno.
Quella Bourrée sembra quasi un inchino alla perenne attualità della musica di J. S. Bach: il Kantor, i Jethro Tull e Simone Rubino non appaiono così distanziati nel tempo.
Non a caso, parlando del rapporto tra barocco e improvvisazione, Rubino ha dichiarato: “Il mio compositore di jazz preferito? Johann Sebastian Bach! Se vivesse ai giorni nostri, Bach avrebbe sicuramente già composto una sonata o una suite per uno strumento etereo come il vibrafono o la marimba”.
Simone Rubino, la cui musicalità trabocca da ogni poro, è ottimo strumentista - come attestano i premi vinti e una carriera di primissimo pianto - e, soprattutto, un ammaliatore con la sua marimba. E il pubblico accorso alla neoclassica Villa Pignatelli di Napoli è uscito letteralmente stregato dal concerto e dalla interessante proposta di ascolto.
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