domenica 15 febbraio 2026

L'enigma della libertà

 MADRID, 11 febbraio 2026 - Opera enigmatica, di incerta classificazione, a metà strada tra Pelléas et Mélisande (1902) di Claude Debussy e i turgori orchestrali di Richard Wagner, Ariane et Barbe-Bleue (1907) di Paul Dukas resta creazione solitaria, suggestiva e interessante: in bilico tra l’eredità della musica di area germanica di fine Ottocento, le raffinatezze e rarefazioni timbriche impressionistiche e una buona dose di istinto teatrale, l’opera sfugge ad un’immediata catalogazione.

Testamento artistico dell’autore dell’Apprenti sorcier, questa partitura misteriosa e introversa fonde con sapienza la materia fiabesca di Charles Perrault e la sensibilità rarefatta di Maurice Maeterlinck dando vita a una parabola sull’indipendenza, sulla libertà e sulla responsabilità della scelta.

Il nuovo spettacolo del Teatro Real di Madrid, firmato da Àlex Ollé già della Fura dels Baus, in coproduzione con l’Opéra national de Lyon,è di acuta intelligenza e spiccata teatralità: le scene di Alfons Flores, eleganti e sobrie così come i costumi di Josep Abril, immergono l’azione in una vasta sala per banchetti con specchi, animata da numerosi ospiti che siedono ai tavoli mentre partecipano alle nozze tra Ariane e Barbe-Bleue.

Le luci di Urs Schönebaum illuminano gradatamente, in unisono con il percorso di liberazione di Ariane e delle altre precedenti spose del marito, un mondo cupo: l’intero spettacolo è concepito quale Gradus ad lucem, un lento e faticoso percorso di emancipazione femminile, liberazione e illuminazione innescato dalla ribellione di Ariane.

La sala da pranzo diventa un microcosmo: quando nel secondo atto Ariane mostra alle precedenti mogli imprigionate il mondo esterno, la disposizione dei tavoli muta. Si innalza una piramide sulla quale svetta la liberatrice, Ariane. Una scena, questa della costruzione della piramide, densa di riferimenti simbolici e di grande suggestione visiva e teatrale, sintesi, a giudizio di chi scrive, della chiave di lettura dello spettacolo: la scelta consapevole e la conquista della libertà da parte delle donne imprigionate. Altro momento di impressionante drammaticità e di vivido intuito registico è quello della scena del linciaggio del tiranno Barbe-Bleue: legato a una sedia, testa in basso, con le spalle rivolte al pubblico, con di fronte le mogli, le quali poi lo mostreranno, ormai inoffensivo, alla platea.

A questa lettura suggestiva e approfondita analisi psicologica fa da contraltare la direzione musicale affidata a Pinchas Steinberg che valorizza, grazie all’Orchestra del Teatro Real prodiga di colori, precisa e molto ben tornita nel suono, l’aspetto sinfonico della partitura. E in ciò risiede il pregio e il limite della lettura del maestro israeliano: da una parte, si gustano le finezze strumentali dell’opera, vengono enfatizzati lo slancio sinfonico, l’ampio spettro della tavolozza timbrica, oscillante tra tinte ambrate, livide e aurorali, e il passo teatrale; dall’altra, l’equilibrio sonoro tra buca orchestrale e palcoscenico subisce ben più che qualche incrinatura. Si ha più volte la sensazione che direttore e Orchestra siano troppo attenti all’aspetto strumentale della partitura finendo per relegare in secondo piano le esigenze del palcoscenico: in sintesi, una lettura di grande pregio ed estrema lucidità, ma troppo sinfonica e poco operistica.

All’indomani della meravigliosa prova offerta con I masnadieri stupisce la versatilità del Coro Titular del Teatro Real, diretto da José Luis Basso, che con quest’opera muta radicalmente registro canoro ed espressivo: si passa dalla rovente energia magmatica dei cori verdiani, alle intense atmosfere sonore della partitura di Dukas smussate e levigate rispetto alla bruciante teatralità del giorno precedente. Meravigliosa, per colori, controllo dei volumi, coesione e fusione interna alla compagine è la progressiva crescente intensità dinamica ed emotiva nella scena che chiude l’atto I, vertice di una prova magistrale.

Primo in ordine di locandina è il Barbe-Bleue del basso Gianluca Buratto, il quale pur nell’estrema brevità della parte si apprezza per il magnifico colore del timbro, scuro e ricco di armonici, per l’ampia e per l’interpretazione scenica e musicale estremamente convincente.

Ariane, la protagonista dell’opera, è interpretata dal mezzosoprano irlandese Paula Murrihy, che appare più volte in debito di volume e consistenza vocale in relazione alle necessità della parte, che deve confrontarsi/scontrarsi con la densa orchestrazione di Dukas. Meglio il versante interpretativo, che si giova di un fraseggio vario e intelligente, ma purtroppo privo di una pronuncia francese davvero musicale.

Silvia Tro Santafé dà della nutrice un ritratto molto convincente per l’aspetto scenico e credibile per quello musicale. La vocalità, sebbene accusi segni di stanchezza, mantiene una buona dose di luminosità timbrica.

Molto ben assortito il quintetto delle mogli di Barbe-Bleue, a cominciare dalla Sélysette di Aude Extrémo,che detiene la parte più ampia tra quelle delle precedenti mogli; si distinguono per il perfetto inserimento nello spettacolo e la precisione musicale Jaquelina Livieri, Ygraine, María Miró, Mélisande, e Renée Rapier, Bellangére.

L’attrice Raquel Villarejo Hervás interpreta efficacemente il ruolo muto di Alladine; molto bello il colore vocale di Luis Lòpez Navarro, un vecchio contadino; bene anche il secondo e terzo contadino di José Ángel Florido e Nacho Ojeda.

Benché poco rappresentata, la raffinata scrittura di Ariane et Barbe-Bleue e questa eccellente produzione dal potente impatto visivo e musicale conquistano il folto pubblico della sala del Teatro Real che riserva a tutti i protagonisti dello spettacolo applausi convinti e calorosi.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/87-opera/opera-2026/17168-madrid-ariane-et-barbe-bleue-11-02-2026

Nessun commento:

Posta un commento