giovedì 12 marzo 2026

Il senso del suono

 NAPOLI, 10 marzo 2026 - All’interno del Festival pianistico 2026 del Teatro di San Carlo - rassegna che rappresenta uno degli eventi più stimolanti della stagione concertistica - il recital di Seong-Jin Cho è uno degli appuntamenti di maggiore rilievo artistico interesse dell’intero cartellone. Dopo l’inaugurazione affidata a Beatrice Rana (la recensione) stasera è il turno del pianista sudcoreano, vincitore nel 2015 (a soli ventuno anni: Seong-Jin Cho è nato nel 1994) del Concorso pianistico internazionale Fryderyk Chopin. Da allora la sua carriera ha letteralmente preso il volo, collaborando con orchestre prestigiose come i Berliner e i Wiener Philharmoniker, la London Symphony Orchestra o la Boston Symphony Orchestra, con direttori quali Simon Rattle, Gustavo Dudamel, Andris Nelsons e Antonio Pappano, e diventando artista di riferimento dell’etichetta discografica Deutsche Grammophon.

Oggi il pianismo di Cho appare una sintesi tra controllo analitico, purezza e rotondità del tocco e naturalezza espressiva. Il suo stile evita l’esibizionismo, la tecnica, solidissima, rimane sempre al servizio di una visione musicale lucida, coerente e profondamente meditata. Di ciò è prova il programma della serata, che punta a far intravedere le trame sonore che si dipanano tra i brani.

Dalla scrittura barocca saldamente tonale di Johann Sebastian Bach alla modernità radicale e dodecafonica di Arnold Schönberg, passando per il romanticismo inquieto di Robert Schumann per approdare, infine, alla poesia pianistica di Frédéric Chopin, Cho si addentra in un viaggio che attraversa quasi due secoli di storia musicale indagando le diverse declinazioni di forma, fantasia e libertà espressiva.

Ad aprire il recital è la Partita n. 1 in si bemolle maggiore BWV 825, prima delle sei Partite (BWV 825 – 830) pubblicate da Bach nel 1731. Cho l’affronta con compostezza e rigore stilistico impressionanti. Colpisce anzitutto la straordinaria pulizia e bellezza del suono: definito, ricco, rotondo, vario nel colore e nel volume; poi per la perfetta intelligibilità delle forme, del gioco contrappuntistico. Sotto le dita del pianista diventa immediatamente “visibile” l’architettura polifonica. E poi, controllo dinamico di grande raffinatezza: dinamiche sempre attentamente ponderate, mai esibite ma funzionali alla costruzione di una trama di stupefacente equilibrio e raffinatezza. Nel Praeludium emerge dalle prime battute la solidità architettonica della pagina; l’Allemande, con il suo carattere riflessivo, è resa con fraseggio vario; nella Courante il passo danzante si fa più mobile e leggero. La Sarabande, centro espressivo della suite, raggiunge, per chi scrive, il momento di più intensa concentrazione lirica e perfezione esecutiva dell’intera Partita; i due Minuetti e la Giga zampillano con leggerezza e spontanea naturalezza. È un Bach dal nitore classico, dominato da un’articolazione limpida e da una visione formale di straordinaria lucidità, imperniata su un suono definito ma ricco, solido, discendente - per evocazione, ma ben più ammaliate e tornito - dalla incisività di quello del clavicembalo.

Dal rassicurante universo tonale di Johann Sebastian Bach si vira verso le inquietudini novecentesche della Suite per pianoforte op. 25 di Arnold Schönberg, composta tra il 1921 e il 1923 e considerata la prima grande realizzazione sistematica della tecnica dodecafonica. Eppure il contrasto con Bach appare evidente soltanto qualora ci si fermi alla superficie dei due brani. La suite schönberghiana, primo vagito di un mondo sonoro che punta a scardinare la poderosa costruzione musicale e teorica di Bach, mantiene la struttura della suite barocca, quasi a voler instaurare un dialogo sotterraneo con la tradizione.

In Schönberg Cho dà la sensazione di partire da una base timbrica non del tutto estranea a quella adottata in Bach - suono sempre pulito, controllato, definito - ma lo trasforma e filtra secondo le tensioni del Novecento. Nella Partita dominava una continuità limpida e ordinata, nella Suite si avvertono le incrinature timbriche, nette e improvvise screziature dinamiche, rapidi affondi sonori che rompono l’equilibrio classico della pagina precedente; eppure il gioco di rimandi ed evocazioni tra le due pagine, così distanti tra loro, viene efficacemente evidenziato dall’esecuzione di Cho.

Con il Faschingsschwank aus Wien op. 26, composto da Robert Schumann tra il 1839 e il 1840 durante il suo soggiorno viennese, ci si addentra nell’accidentato territorio romantico. Opera dal carattere libero, il breve ciclo alterna episodi di esuberanza vitalistica a momenti di lirismo più intimo. Qui la tavolozza timbrica si amplia sensibilmente: le dinamiche si fanno più spinte, l’articolazione interna quasi rapsodica; tocco incisivo e suono più ricco, unito al sapiente uso del pedale, delineano un’interpretazione il cui ago della bussola indica un’emotività forse più ostentata che partecipata. La Romanza è quasi un monologo pianistico sospeso nel tempo. Gli episodi centrali mantengono la giusta dose di tensione che trova nel Finale uno accesso di trascinante energia pianistica.

La seconda parte del recital è costituito da quattordici Walzer dell’amato Chopin, scelti tra i diciannove che ci sono pervenuti. Composti tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, questi brani appartengono alla dimensione più elegante e mondana della produzione chopiniana; tuttavia sarebbe estremamente riduttivo confinare queste gemme al puro intrattenimento da salotto: anche in queste composizioni il compositore e pianista polacco ha trasfuso la sua anima, scrivendo pagine di profonda intensità emotiva e di prodigioso equilibrio formale, e di rapinosa raffinata ispirazione. La lettura di Cho sembra quasi voler riportare queste pagine alle loro origini sociali e culturali, restituendone la dimensione brillante e conviviale. Sotto le sue dita i Walzer sono pagine vive e scintillanti, che sprigionavano una joie de vivre soltanto raramente incrinata da refoli di malinconia e nostalgia. L’agogica serrata, le dinamiche finemente calibrate, il controllo tecnico assoluto, fondato su un suono ricchissimo e su una notevole varietà timbrica, ductus musicale brillante e uso sapiente del rubato e del rallentando contribuiscono a restituire a queste composizioni tutta la loro freschezza originaria. Si potrebbe tuttavia evidenziare, pur nel quadro di un’esecuzione tecnicamente e artisticamente ineccepibile e dalle intenzioni interpretative ben definite, una tendenziale oggettività e meccanicità di fondo che a volte dà la sensazione di non lasciar intravedere ulteriori opzioni interpretative rispetto alla meravigliosa e impeccabile esecuzione.

Al termine, è un successo fragoroso e caloroso quello che il pubblico del San Carlo tributa a Seong-Jin Cho, richiamato più volte sul palcoscenico. Concede un bis, il Notturno op. 9 n. 2 di Chopin, eseguito con la stessa eleganza dell’intero recital: dinamiche finemente cesellate e linea melodica di grande purezza.

Il terzo appuntamento con il Festival pianistico è fissato per il prossimo 19 marzo con Igor Levit, già ospite della rassegna nel febbraio del 2025 (la recensione): Beethoven, Schumann e Chopin gli autori in programma.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/86-concerti-2026/17241-napoli-concerto-cho-10-03-2026

Nessun commento:

Posta un commento