sabato 14 febbraio 2026

Carlo vive!

 MADRID, 10 febbraio 2026 - Opera di passaggio, I masnadieri (Londra, 22 luglio 1847) occupa nel corpus dell'autore una posizione singolare: figlia di una commissione londinese, nata nel solco del primo Verdi, quello degli “anni di galera”, ma già protesa verso un teatro più psicologico, l’opera resta un ibrido affascinante, in cui l’impeto drammatico e romantico della tragedia di Friedrich Schiller, purtroppo smorzato dal claudicante libretto di Andrea Maffei, si innesta su una scrittura musicale che, sebbene non contenga i vertici drammaturgici e musicali del coevo Macbeth (Firenze, 14 marzo 1847), in nuce annuncia preziose anticipazioni della successiva produzione verdiana.

Proprio per il suo essere opera in limine, incubatrice di future evoluzioni, richiede interpreti capaci non solo di sostenere le difficoltà vocali - la parte di Amalia fu scritta sulle caratteristiche di Jenny Lind, “l'usignolo svedese” - ma soprattutto di restituire la tensione teatrale ed emotiva che attraversa l’intera partitura: un teatro di passioni estreme, di conflitti interiori più che di pura azione, di lacerazioni e di declamazione eroica; un’opera il cui titolo - unico esempio insieme a I Lombardi alla prima crociata - rimanda non a un personaggio o episodio storico, ma a una “massa”, in questo caso di banditi: nello “scandaloso” capovolgimento dei valori di cui il teatro di Verdi è meraviglioso esempio, in questa opera (e prima ancora nella tragedia di Schiller) una masnada e il loro capo diventano gli eroi positivi del dramma, uomini degni di ammirazione malgrado l’intrinseco e obiettivo biasimo morale.

L’esecuzione in forma di concerto al Teatro Real di Madrid, affidata alla attenta e coerente direzione di Francesco Lanzilotta, si colloca felicemente in questa prospettiva, puntando tutto sulla densità drammatica della musica e sulla qualità del cast vocale, senza mediazione visiva che possa mascherare la debolezza drammaturgica dell’opera, da imputare al libretto di Andrea Maffei.

Fin dal Preludio si apprezza il gesto saldo, chiaro e analitico di Lanzilotta, al suo debutto a Madrid. Assicura perfetto equilibrio tra orchestra, il folto coro e i solisti; opta per una lettura tesa, di vivida forza drammatica, che, pur nell’urgenza della narrazione, non rinuncia a mettere in risalto colori e preziosità della partitura; assicura e risveglia, grazie a scelte agogiche ben calibrate sul dettato drammaturgico, passo teatrale e solido accompagnamento al canto. La concertazione, nel raffinato equilibrio d’insieme, vibra e palpita di contrasti e improvvisi scatti dinamici, dell’alternarsi di affondi lirici e corruschi episodi al calor bianco.

L’orchestra del Teatro Real risponde con compattezza, bel suono e duttilità, offrendo una tavolozza timbrica equilibrata, tanto nelle tinte fosche che fanno da contorno alle figure di Carlo, Francesco e i masnadieri quanto in quelle verginali, crepuscolari e liriche che ammantano quella di Amalia.

In quest’opera Verdi assegna una sorprendente dignità drammaturgica e musicale alla banda dei masnadieri: con i suoi numerosi interventi, la cogenza del suo codice d’onore, le rarefatte atmosfere degli interventi della sezione femminile il Coro, quindi, assurge a personaggio della tragedia, collocandosi nell’economia dell’opera per importanza musicale e drammaturgica accanto alle parti di Carlo, Amalia e Francesco.

Coerentemente con l’importanza che Verdi gli assegna, il Coro Titular del Teatro Real si compone di ben ottanta elementi: preparato e guidato da José Luis Basso, si impone e troneggia in questa esecuzione per la coesione e precisione d’insieme, per la spiccata idiomaticità - l’attenzione alla parola musicale, al suo colore e significato, è tale che quasi si dimentica di ascoltare un coro non italiano -, la molteplicità di dinamiche e colori, e soprattutto per l’energia e l’impeto drammatico che sprigiona negli episodi di maggior concitazione. Stasera il Coro di José Luis Basso è una tigre ruggisce, si infiamma con scatto felino, ma che sa anche ammansirsi controllando il suo vigore per mitigarlo in dolcezze madreperlacee.

Questi Masnadieri madrileni nascono evidentemente attorno alla figura artistica di Lisette Oropesa, interprete, dopo la produzione della Scala del 2019 e della Bayerische Staatsoper dello scorso anno, di riferimento per la parte di Amalia. Quella del soprano cubano-statunitense è una scelta non casuale, che conferisce a questa produzione un baricentro lirico preciso, orientando l’equilibrio complessivo verso una lettura in cui la dimensione elegiaca e intimista del personaggio femminile diventa contrappunto emotivo alla violenza morale che pervade l’opera.  

A Lisette Oropesa basta la cavatina di Amalia “Venerabile, o padre, è il tuo sembiante..Lo sguardo avea degli angeli”per conquistare il Teatro Real: linea fluida e pulitissima, legato e dizione perfetti, agilità nitide, trilli precisi e rotondi; la voce, poi, appare irrobustita per peso specifico e nella risonanza. Insomma, una lezione di canto, impartita grazie a un bagaglio tecnico così agguerrito che fa apparire semplicissima una scrittura invece piena di insidie. Poi c’è l’interprete, così calata nella parte da tratteggiare un’Amalia raffinata, cesellata, ma reale, palpabile e carnale pur nella scrittura vocale e nei tratti elegiaci che Verdi le assegna.

L’aria che apre l’atto II, “Tu del mio Carlo al seno” e la successiva cabaletta “Carlo vive?... Oh caro accento”sono così ben cantante, con accenti di aristocratico coinvolgimento emotivo che infiammano il pubblico del Teatro Real: a fuor di pubblico, dopo lunghi e fragorosissimi applausi, Francesco Lanzillotta e Lisette Oropesa decidono di concedere il bis della caballetta. E da questo momento in poi la sua prova è un crescendo di “ben e bel cantare”, di abbandono lirico e di aderenza psicologica all’evoluzione del personaggio: stasera la regina al Teatro Real è lei, Lisette Oropesa.

E intorno al lei il cast schiera Alexander Vinogradov nei panni di Massimiliano: voce fin troppo ampia e tonante per una parte creata dal declinante Luigi Lablache (si era nel 1847: gli anni ruggenti delle creazioni rossiniane e donizettiane erano alle spalle), ben timbrata, ma con dizione ed emissione alquanto ingarbugliate, troppo slava e troppo poco italiana; più convincente l’interprete che disegna plasticamente la figura dolente di uno degli innumerevoli padri verdiani.

Piero Pretti ancora una volta conferma che l’intelligenza, la padronanza tecnica, la precisione musicale sono doti che aiutano ad affrontare parti che in astratto non appaiono congeniali, per scrittura, peso, colore e per consolidata tradizione esecutiva, a una specifica organizzazione vocale. Il tenore sardo appartiene però a quella schiera di artisti che coltivano una lodevole “sincerità esecutiva”: non ricorre mai ad artifizi o camuffamenti nell’affrontare le roventi frasi declamate, insistenti sul registro medio della tessitura, quasi anticipatrici della scrittura vocale di Don Alvaro dell’opera “innominabile”, preferendo affrontare la parte di Carlo con la propria genuina vocalità, senza forzare i suoni, non rincorrendo bruniture e pesi che non siano nel suo patrimonio naturale.

Quello di Pretti è un Carlo dalla linea di canto sicura e composta, saldo negli acuti; una figura di eroe tragico e nobile che accetta con fermezza il suo destino, tormentato, attraversato da una malinconia di fondo che emerge con particolare evidenza nei momenti più lirici, quale, tra tutti, la magnifica romanza dell’atto II “Di ladroni attorniato”.

Di grande rilievo, in particolare per aderenza e forza teatrale, è la prova di Nicola Alaimo come Francesco: chiamato all’ultimo per sostituire il previsto Mattia Olivieri, reduce da quasi concomitante produzione dei Masnadieri a Marsiglia, il suo è forse il personaggio drammaturgicamente più moderno dell’opera, quello psicologicamente più sfaccettato.

Il baritono palermitano sfoggia una vocalità naturalmente scura, ampia e pastosa, che gli consente di disegnare un antagonista subdolamente velenoso. Il suo canto si fonda sulla parola e su un fraseggio incisivo: il Sogno, in apertura dell’atto IV, di sconvolgente intensità drammatica, giustamente viene premiato dal pubblico con applausi calorosi.

Tra i ruoli secondari si segnala il convincente Arminio di Alejandro del Cerro; bene Albert Casals; opaca la prova di George Andguladze quale Moser.

Questa esecuzione dimostra come I masnadieri, opera frettolosamente etichettata come “minore”, possieda invece forza teatrale autentica, che, pur privata, come stasera, dell’apparato scenico-registico, emerge dalla partitura, dalla sua struttura nervosa, fremente e frammentata ma sorprendentemente moderna.

Occorrono, affinché I masnadieri riverberi il suo valore, la presenza di una compagine corale dall’energia vulcanica e trascinante come quella in forza al Real, un cast di prim’ordine - e dal quale spicca l’Amalia di riferimento di Lisette Oropesa - e una concertazione che sappia governare le forze della partitura individuando il punto di equilibrio tra impeto garibaldino, distensioni liriche, potenza corale e intimismo vocale: a Madrid, José Luis Basso, Lisette Oropesa e Francesco Lanzillotta ne sono autorevoli testimoni.

Dopo le ovazioni durante l’atto II e il bis concesso dalla Oropesa - la sua terza volta al Real dopo quelli di Lucia di Lammermoor nel 2018 e La traviata nel 2020, come informa il solerte ed efficiente Ufficio Stampa del teatro madrileno - tutti gli artefici dei Masnadieri ricevono prolungati e calorosissimi applausi, con punte di ovazione per Lisette Oropesa, il Coro e il suo direttore José Luis Basso e il direttore Francesco Lanzillotta.

Carlo vive? Sì, Carlo e i suoi masnadieri vivono!

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