venerdì 13 febbraio 2026

Sestetto fin de siècle

 Ernő Dohnányi, Antonín Dvořák

String sextets
Sestetto Stradivari dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
VDM High End Records/ NovAntiqua Records
Codice EAN/UPC 8033638550489, 2026

Non potrà vantare i vertici di musica assoluta toccati dal quartetto d’archi, il perfetto equilibrio strumentale e timbrico, la dotta e raffinata conversazione tra i quattro strumenti, lo scorgersi titanico sugli spazi metafisici degli ultimi quartetti di Beethoven, tuttavia la letteratura per sestetto per archi (due violini, due viole, due violoncelli) - ensemble di densità armonica profonda e colore più caldo, prossimo a una concezione “sinfonica” della musica da camera - annovera pagine ricche di ispirazione, fascino e suggestione.

Già con i settecenteschi sestetti di Luigi Boccherini emergono le potenziali dell’organico strumentale: cantabilità distesa e raffinato gioco timbrico. L’Ottocento vede esperimenti (Luigi Arditi, Louis Spohr, Alexander Borodin); ma è con i due sestetti di Johannes Brahms op. 18 e op. 36 (rispettivamente del 1860 e del 1867) che, coniugando rigore formale, ricchezza sonora e respiro quasi orchestrale, il canone riceve definizione e consacrazione.

I sestetti del compositore di Amburgo, infatti, apriranno la strada ad alcuni dei capolavori della musica cameristica romantica: il Sestetto op. 48 (1879) di AntonínDvořák, pervaso da lirismo slavo e vitalità danzante e il Souvenir de Florence op. 70(1892)di Petr Ilic  Čajkovskij, impetuoso e teatrale; acconto a questi, quasi coevo al Souvenir, il Sestetto in si bemolle maggiore Wo 80 (del 1893) di Ernö Dohnány (1877 - 1960; raffinato compositore ungherese, nonno del celebre direttore d’orchestra Christoph von Dohnányi scomparso novantacinquenne nel settembre del 2025).

Quasi a chiudere la stagione dell’epoca d’oro del sestetto, le sublimazioni e le inquietudini tardo-romantiche di Verklärte Nacht (1902) di Arnold Schönberg e del Sestetto in fa maggiore op. 118 (1910) di Max Reger.

È dunque motivo di estremo interesse confrontarsi con nuove incisioni discografiche dedicate al repertorio del sestetto, tanto più quando riguardano opere che non possono vantare una tradizione esecutiva consolidata. È il caso del Sestetto in si bemolle maggiore WoO 80, composto dal sedicenne Ernő Dohnány, pagina che sorprende per la maturità della scrittura e per una personalità musicale già perfettamente consapevole dei propri mezzi. Non a caso il compositore tornerà più volte su questa partitura, rivedendola nel 1896 e poi ancora nel 1898. Opera di contrasti, chiaroscuri, inquietudini, varietà ritmica, il sestetto di Dohnány vibra e vive sotto gli archi del Sestetto Stradivari dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, attualmente costituito da David Romano e Ruggiero Sfregola, violini, Raffaele Mallozzi e David Bursack, viole, Diego Romano e Sara Gentile, violoncelli: spartito alla mano, sin dall’Allegro ma tranquillo si nota il rigoroso rispetto delle dinamiche richieste dalla scrittura di Dohnány. Il movimento, giocato su repentini crescendo e diminuendosforzati, riceve dall’esecuzione fedele e rigorosa del Sestetto Stradivari plasticità e tornitura sorprendenti. Il suono ricco - ottimamente valorizzato dall’equilibrio della registrazione – si fa intenso, vivido, scuro e sulfureo conferendo la giusta tinta a ciascuno dei movimenti del sestetto: molto suggestivo, ad esempio, nello Scherzo. Allegro vivace del secondo movimento, il contrasto tra i colori tra le battute iniziali e quelle (43 e ss.) del Trio I: improvvisamente il discorso musicale si increspa; i violoncelli suonano quasi cupi; il da capo con le crome staccate dei violini e delle viole riportano il brano in un’atmosfera più tersa.

Intriso di suadente cantabilità è l’Adagio quasi andante del terzo movimento, laddove il dialogo strumentale si fa quasi sinfonico: l’esecuzione garantisce equilibrio perfetto tra gli strumenti, rende ben individuabili ciascuna delle sei voci in una “discussione” pacata, fluida e lineare, accarezzata dalla profondità e dal calore della cavata dei violoncelli.

Il tempo tagliato (2/2) del Finale. Animato è il corollario dei contrasti dell’intero sestetto: qui la compagine, nata all’interno della meravigliosa Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e da gennaio impegnata in una lunga tournée in Germania, non si lascia ad andare a vulcaniche esplosioni di energia, ma, coerentemente con lo spirito della composizione, delle sua cupa tinta espressiva (non a caso è scritto nella tonalità di si bemolle minore), dà del movimento una lettura incisiva ma calibrata che, memore dei chiaroscuri crepuscolari dei movimenti precedenti, ne smussa i tratti marziali.

Dall’Ungheria di Ernö Dohnány si passa alla Boemia di Antonín Dvořák con il Sestetto in la maggiore op. 48. Composto nel 1878, la composizione si colloca per l’ispirazione folklorica e l’attenzione per forme in stretta continuità con le Danze slave e con il Quartetto op. 51.

La lettura del Sestetto Stradivari esalta la cantabilità distesa, genuinamente popolare del primo movimento, Allegro moderato: qui l’atmosfera è rilassata, gioviale, e il suono traduce efficacemente lo spirito del movimento. La freschezza dell’ispirazione di Dvořák innerva un’esecuzione dominata da contagiosa gioia di vivere, scaldata da un crepitio - nelle ultime battute - che dà linfa vitale all’intero movimento.

Il carattere popolare è molto ben sottolineato nel legato e negli staccati del primo violino (battute 8 e ss.) a mo’ di sorrisi velati da malinconia della Dumka del secondo movimento: il violino di David Romano è sinuoso e insinuante; espone il suo tema sull’accompagnamento molto ben calibrato e cullante degli altri strumenti.

Travolgente, nitida e decisa è l’esecuzione della Furiant, danza popolare boema, del terzo movimento.

L’articolato finale è un Tema con variazioni (Allegretto grazioso, quasi Andantino): si apprezza la cura nel dare compiutezza e autonomia a ciascuna delle sei variazioni; ad ognuna i suoi suoni e colori, tenuti insieme da una sorprendente linearità e compattezza esecutiva.

Un’incisione - disponibile sulle principali piattaforme di streaming e da marzo anche in formato compact disc - che si segnala dunque non soltanto per la qualità dell’esecuzione e della registrazione, ma anche per l’intelligenza del progetto editoriale: riproporre una pagina come il Sestetto di Ernő Dohnány riporta all’attenzione degli interpreti e del pubblico un tassello della letteratura cameristica fin de siècle, la cui frequentazione resta sporadica nonostante l’evidente ricchezza di invenzione tematica, la solidità formale e l’eccellente artigianato della scrittura strumentale. Al tempo stesso, l’accostamento con un quasi “classico” del genere come il Sestetto op. 48 di Dvořák invita a riconsiderare il ruolo e il potenziale espressivo del sestetto d’archi, laboratorio privilegiato di sperimentazione timbrica e strutturale tra Ottocento e Novecento: un repertorio che, come dimostra questo disco, avrebbe molte ragioni per occupare uno spazio più stabile nella programmazione concertistica e discografica contemporanea.

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