SALERNO, 8 maggio 2026 - Al principio della serata Gioachino Rossini si impossessa del Teatro Giuseppe Verdi. È presente nella musica e nel ticchettio degli archi sui leggii che sgorgano dalla buca; è raffigurato nel soffitto che domina la sala del teatro municipale di Salerno; ed è persino fra il pubblico, dove un giovane Rossini - stasera incarnato dal valentissimo pianista Maurizio Iaccarino - si aggira fugacemente per la platea per poi rifugiarsi in un placo e dialogare brevemente con Don Gaudenzio in una incursione metateatrale ideata dal regista Raffaele Di Florio. È un’apertura di farsa che appare quasi una dichiarazione: ci ricorda come Il signor Bruschino appartenga al laboratorio febbrile e fecondo del giovane Rossini, a quel teatro in cui il meccanismo farsesco diviene meravigliosa e distillata architettura ritmica, gioco illusionistico, vertice e vertigine dell’equivoco. Composta nel 1813 per il Teatro San Moisè di Venezia, l’ultima delle farse rossiniane possiede il vitalismo e l’impronta di un autore appena ventunenne che tuttavia ha già piena consapevolezza degli ingranaggi teatrali, drammaturgici e delle loro dinamiche. Nel Signor Bruschino il meccanismo scenico vive di musica che genera l’azione, la organizza secondo una pulsazione incessante.
Il regista salernitano Raffaele Di Florio dimostra di aver ben chiara questa natura estremamente dinamica della farsa, tanto da costruire uno spettacolo innervato da ritmo continuo, animato da un moto che raramente concede tregua. Talvolta, però, l’insistenza nel sottolineare e/o accentuare mimicamente gli accenti musicali, l’uso di controscene, l’horror vacui prossemico finiscono per produrre una certa ridondanza gestuale, distraendo l’occhio (e l’orecchio) piuttosto che esaltare il raffinato meccanismo comico rossiniano.
La regia però ha l’indubbio merito di creare uno spettacolo godibile, che ricalca, al netto di qualche inserimento nei recitativi, la drammaturgia della farsa; ma soprattutto fa emergere la qualità dell’impianto scenico, ideato dal sempre accurato Alfredo Troisi, che firma anche i bellissimi costumi: belle le quinte e i fondali dipinti e/o proiettati, sempre eleganti con il richiamo agli stilemi architettonici di Ferdinando Sanfelice che donano allo spettacolo una raffinata impronta settecentesca senza indulgere in calligrafismo di maniera.
Specularmente al ipervitalismo che si vive in scena, dal podio Jordi Bernàcer opta per tempi tendenzialmente serrati, puntando con decisione sulla vivacità dell’azione. La concertazione, tuttavia, non sempre trova quella precisione e quella trasparenza indispensabili al Rossini buffo. Sin dalla Sinfonia si avvertono talune sfasature negli attacchi, nella tenuta d’insieme e nel sincrono; nel corso della serata il discorso appare più stringente nelle agogiche che realmente brillante. A latitare alquanto è il guizzo, la fantasia timbrica, ma soprattutto quella leggerezza sgranata che dovrebbe far risaltare il gioco delle trame strumentali e vocali rossiniane. E così anche il suono dell’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno appare a tratti eccessivamente pesante, poco rifinito e brillante nei colori. Tuttavia l’orchestra segue con disciplina le indicazioni gestuali provenienti del podio e sostiene adeguatamente il palcoscenico.
Quanto al cast vocale, autorevole protagonista della serata è Carlo Lepore, artista di consumata esperienza e profondo conoscitore del repertorio buffo rossiniano (e non solo: ultimamente frequenta con assiduità il grande quello serio ottocentesco e vivo e vivido è pure il ricordo pucciniano del suo Gianni Schicchi a Roma diretto da Michele Mariotti). Il suo Gaudenzio possiede imponenza teatrale quasi scultorea: ogni sillaba è cesellata con magistrale chiarezza, la dizione è esemplare, il fraseggio sempre animato da intenzioni vivissime. Domina la scena con naturalezza assoluta, trasformando il tutore gabbato in una figura umanissima, aliena da eccessi caricaturali, grazie anche a una recitazione di consumata sapienza.
Convincente la prova di Maria Sardaryan, Sofia dalla vocalità fresca e luminosa, sostenuta da buona tecnica e da un registro acuto saldo e ben proiettato. Il soprano armeno viene a capo della scrittura e delle agilità della scrittura rossiniana,mostrando inoltre una presenza scenica vivace e spontanea, ben innestata in questo allestimento fondato sul dinamismo dell’azione.
Fabio Capitanucci è un Bruschino padre musicalmente solido e scenicamente efficacissimo. Se il volume vocale appare talvolta leggermente contenuto rispetto alle esigenze della sala, l’artista supplisce con intelligenza teatrale, fraseggio accurato e padronanza dei tempi comici.
Di particolare interesse il Florville di Pierluigi D’Aloia, in possesso di una voce ampia, di bel timbro, ben proiettata, sostenuta da una dizione nitida e da buona musicalità, doti che gli consentono di valorizzare uno dei ruoli tenorili più interessanti del primo Rossini, tratteggiandone con efficacia tanto l’impeto amoroso quanto la sulfurea mobilità teatrale.
Ben organizzate e perfettamente integrate nel tessuto dello spettacolo anche le parti secondarie: il Bruschino figlio di Rino Matafù, il Delegato di polizia di Antonio De Rosa, il Filiberto di Dario Giorgelè, apprezzabile per il bel timbro vocale, e la Marianna di Giulia Lepore, arguta, disinvolta e padrona del palcoscenico.
Al termine, un successo caloroso ha premiato tutti gli artefici di uno spettacolo capace di sprigionare e infondere vitalità e - effetto più che mai apprezzabile e al quale tendere in questi tempi bui - un fanciullesco e lieve sorriso.
Infine, ricordatevi che Gioachino Rossini non si allontana dal Teatro Verdi di Salerno: lo ritroveremo, il prossimo 29 maggio (con un’unica replica il 31), con il suo Barbiere di Siviglia diretto da Daniel Oren e con la regia di Riccardo Canessa.
Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/87-opera/opera-2026/17392-salerno-il-signor-bruschino-08-05-2026
Nessun commento:
Posta un commento