martedì 8 settembre 2026

Teatro nudo

 NAPOLI, 6 settembre 2026 - Ci sono opere che hanno bisogno di un imponente apparato teatrale e altre che, quando la scena tace, rivelano di poterne anche farne a meno. Aida paradossalmente appartiene alla seconda categoria. Dietro le piramidi, le sfingi, le marce trionfali, le trombe egizie e tutta l’egittomania che da un secolo e mezzo tendono a sovrapporsi e a oscurare le preziosità notturne della partitura, Giuseppe Verdi nasconde un’opera sorprendentemente intima (il manifesto di questa cifra è il preludio all’atto I), attraversata da solitudini, desideri repressi, di conflitti interiori, violenze psicologiche e personaggi che si consumano nel proprio isolamento. Il grande Trionfo occupa una sola scena, quella conclusiva del secondo atto: il resto è soprattutto notte, attesa, tormento, vagheggiamento, speranze, ansia, ricatto, amore e morte.

È forse per questo che l’Aida in forma di concerto che il Teatro di San Carlo propone dopo la pausa estiva, in vista della conclusione della scintillante stagione 2025 - 2026 Be Luminous si rivela più teatrale di molte Aida allestite, a cominciare dall’ultima del 2022 (la recensione). Mancano scene, costumi, masse in movimento, regia; ma non una significativa dose di teatralità. A restituirla sono soprattutto tre interpreti di statura internazionale, Anna Netrebko, Jonas Kaufmann e Luca Salsi, capaci di trasformare la semplice disposizione concertistica in uno spazio drammatico nel quale ogni sguardo, inflessione e silenzio acquista significato. E se la spettacolarità viene meno, emerge con maggiore nitidezza l’aspetto intimistico: è un’Aida di esseri umani, non di Re, condottieri, vincitori e vinti.

E il risultato è, come accaduto al San Carlo quando sono state proposte opere in forma di concerto, sorprendente: un parterre stelle per vocalità e istinto teatrale fa dimenticare che davanti agli occhi non c’è nulla da guardare, ma solo tanto da ascoltare.

La protagonista della serata è Anna Netrebko. La sua è una prova in crescendo: dopo qualche appannamento iniziale prende quota progressivamente fino a toccare nel terzo atto una di quelle vette interpretative che appartengono ormai inequivocabilmente al palmarès personale. La vocalità conserva quel sontuoso manto armonico, ricchezza di colori, la proiezione che la rende immediatamente riconoscibile e ammaliatrice; in più, a differenza di altre occasioni, il soprano russo-austriaco rinuncia agli artificiosi affondi nel registro grave. Ma è soprattutto la straordinaria capacità di assottigliare l’emissione, di emettere note filate di straordinaria bellezza da uno strumento opulento in modo da restituire la complessità psicologica di Aida. Peccato - è doveroso ammetterlo - per il non sempre accurato peso riservato al testo del libretto.

Il terzo atto, così come nella precedente edizione sancarliana del 2022, diventa il suo momento clou. In “O cieli azzurri... o dolci aure native” la Netrebko trova suoni e accenni per esprimere al meglio la sua inquietudine; progressivamente restituisce il ritratto di una donna divisa fra il desiderio e il dovere, fra l’amore per Radamès e il vincolo di sangue che la lega al padre e alla patria. Il celebre do acuto è sfumato, si assottiglia e resta a lungo sospeso, quasi sottratto alla gravità, mentre il timbro si illumina di armonici e la linea di canto acquista sensualità morbida e dolente. Ammalia e ferma il tempo in teatro. Al presente si ritorna con un lungo scroscio di applausi.

Anche Jonas Kaufmann costruisce un Radamès assai più interessante di quanto la dimensione eroica della parte potrebbe far supporre. I mezzi vocali mostrano segni di usura e in diversi momenti il volume e la proiezione risultano obiettivamente esigui e insufficienti, il timbro piuttosto prosciugato. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi al dato vocale, perché Jonas Kaufmann è artista di statura tale da saper fronteggiare, grazie alle spiccatissime musicalità e intelligenza, anche gli appannamenti vocali. Il suo è un Radamès, come già delineato nella Aida napoletana en plein air del 2020 (la recensione), tormentato e vibrante: un condottiero che, prima ancora, è un uomo innamorato, esitante, macerato, capace di affidare alle mezzevoci, alle sfumature e al fraseggio ciò che altri affidano esclusivamente alla tempra sonora.

Già in “Celeste Aida si delinea la portata di questo approccio interpretativo: non è il sogno di un tronfio militare, ma il vagheggiare estatico della donna amata da parte di un uomo. Il canto sfumato (molto intensa la messa di voce sul si bemolle che chiude la romanza, così come scritto da Verdi!), l’attenzione al fraseggio e alla parola confermano la complessa concezione del personaggio che il tenore bavarese ha di Radamès. E quando Verdi gli impone l’accento eroico, lo fa risuonare senza rinunciare alla complessità psicologica: “Sacerdote, io resto a te” denota ottima tenuta e una forza che, nonostante molte riserve sullo stato vocale, appare senza dubbio invidiabile.

Se Netrebko e Kaufmann restituiscono il conflitto amoroso, Luca Salsi porta sul palcoscenico uno dei personaggi più feroci dell’opera, Amonasro, parente prossimo del suo monumentale e mellifluo Scarpia. Ed è forse proprio nella sua prova vocale che la natura profondamente teatrale di questa Aida concertistica si manifesta con maggiore evidenza.È un Amonasro perfido, torvo, doppio; un uomo che usa la figlia, che ne conosce le fragilità e non esita a esercitare su di lei una vera e propria violenza psicologica pur di piegarla al proprio volere. Il duetto del III atto è scolpito dal baritono parmigiano con una vocalità torrenziale, ricca di peso e incisività, governata con intelligenza: la dizione è nitida, l’attenzione alla parola scenica, alle inflessioni e agli accenti risulta vivida, la linea di canto è improntata a varietà dinamica e fraseggio scavato.

L’equilibrio e il pregio del cast trova nella Amneris di Elizabeth DeShong l’elemento meno risolto. La vocalità rigogliosa si distingue per ricchezza e solidità, risuonando con naturalezza nel registro centrale e in quello acuto; in queste sezioni il colore appare più sopranile che autenticamente mezzosopranile. È però l’unica del cast a cantare leggendo lo spartito, circostanza che inevitabilmente condiziona anche l’aspetto interpretativo. La sua Amneris, personaggio centrale nella drammaturgia dell’opera, si dovrebbe giovare di un maggiore scavo psicologico e di una progressione psicologica più netta e coinvolgente verso la furia e la disperazione del IV atto.

Da lodare l’ottima prova di Alexander Köpeczi nella parte di Ramfis: il basso ungherese-rumeno conferma - anzi accresce! - le positive impressioni suscitate lo scorso marzo come Raimondo in Lucia di Lammermoor (la recensione). L’emissione è morbida, il timbro di bellissimo colore scuro, la linea di canto rotonda e nobile. È un sacerdote la cui stessa vocalità possiede quella severità ieratica che Verdi richiede.

Molto ben cantata è anche la Sacerdotessa di Désirée Giove, artista di casa al San Carlo, alla cui Accademia di canto si è formata e dove ha già interpretato parti significative riscuotendo conviti successi di pubblico. Bello e incisivo il timbro vocale, linea di canto sorvegliata; soprattutto, la Giove riesce nell’impresa di non sfigurare aprendo la gran scena della Consacrazione dopo il “Ritorna vincitor!” di Anna Netrebko.

Accettabili, pur con qualche riserva, le parti secondarie del Re d'Egitto di Andrea Pellegrini, e il Messaggero di Sun Tianxuefei.

Dal podio Riccardo Frizza assicura alla serata buona tensione e controllo. La concertazione privilegia la continuità e la correttezza del discorso e, malgrado taluni squilibri sonori, il sostegno al canto è tendenzialmente garantito, così come ben governato risulta l’equilibrio fra orchestra, coro e solisti. Quella di Riccardo Frizza è una lettura solida, più attenta alla tenuta complessiva che alla ricerca delle tante sfumature della scrittura strumentale.

L’Orchestra del Teatro di San Carlo risponde con disciplina e compattezza, mostrando buon amalgama fra le sezioni e solidità nei momenti di maggiore concitazione, non immuni però, da eccessivi affondi.

Anche il Coro, preparato dal maestro Fabrizio Cassi, sfoggia sonorità rocciose e possenti; non mancano tuttavia suggestivi assottigliamenti, ancor più preziosi perché sottraggono l’opera alla dimensione monumentale nella quale una certa tradizione esecutiva tende a confinarla.

Svaniti i trasfigurati accordi finali che accompagnano “O terra addio”, il San Carlo, gremito come non accadeva da tempo, esplode in applausi fragorosi e prolungati all’indirizzo di tutti i protagonisti dello spettacolo. L’ovazione più lunga e calorosa è meritatamente riservata ad Anna Netrebko. Serata da ricordare e da incorniciare.

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lunedì 7 settembre 2026

Luce fredda sulla costiera

 RAVELLO, 5 settembre 2026 - A Ravello, anche in una torrida serata di fine estate, il respiro è rapito dalla bellezza del panorama; nel corso dell’ultimo concerto della settantaquattresima edizione del Ravello Festival, invece, si registra una contraddizione: il concerto, interamente dedicato alla musica di Robert Schumann stenta a decollare e a trovare coinvolgimento e battito in simbiosi alla struggente bellezza di Villa Rufolo e del suo panorama.

Fatto strano, per l’esecuzione di brani di un compositore – Robert Schumann, appunto – per il quale l’urgenza irregolare dell’ispirazione e della frase, l’improvviso sprofondare nell’intimo e il riemergere febbrile e incandescente delle idee musicali costituiscono le caratteristiche principali della sua arte.

Il compositore tedesco, affidato all’incontro fra Simon Rattle, Isabelle Faust e la Freiburger Barockorchester, fa calare il sipario sul ricco cartellone degli eventi del Festival di Ravello: un appuntamento, questo di stasera, sulla carta di straordinario interesse e richiamo, testimoniato dal tutto esaurito registrato, anche per la possibilità di confrontare la sensibilità esecutiva storicamente informata della compagine tedesca con partiture che la tradizione ha spesso ammantato di una greve patina tardoromantica.

Il programma accosta il Concerto per violino in re minore WoO 23 alla Seconda Sinfonia in do maggiore op. 61. Queste opere permettono di osservare Schumann da prospettive diverse, affrancandolo dai condizionamenti della sua tormentata biografia. Si evita così di interpretare la sua musica alla luce del suo tragico destino psichico, cercandovi a tutti i costi il dramma degli ultimi anni e leggendo ogni asperità, eccentricità o frattura formale come una premonizione della malattia. Il Concerto per violino e la Seconda sinfonia, pur non avulse da riferimenti biografici, raccontano un musicista impegnato a trovare una forma all’inquietudine personale e romantica.

Il Concerto, composto nel 1853 per il grande violinista Joseph Joachim, è probabilmente l’opera che più ha subito gli influssi della confusione quasi totalizzante tra biografia e arte di Schumann. Joachim non lo eseguì mai pubblicamente e il lavoro rimase per decenni ai margini del repertorio, fino alla sua riscoperta nel 1937.

Nel leggere la partitura del concerto si nota che il violino solista non appare quale “eroe” che si contrappone all’orchestra: la sua, invece, è una voce che nasce e si muove dentro l’orchestra, che lotta per affermare la propria individualità e per non restare riassorbita nel tessuto collettivo. È una concezione sorprendentemente moderna per un concerto per violino e orchestra ottocentesco, che rende particolarmente importante la gestione dell’equilibrio dei piani sonori tra violino e orchestra.

Da questo punto di vista Sir Simon Rattle, direttore dalla lunghissima e apprezzata esperienza alla testa delle più blasonate compagini europee, compie una scelta interpretativa tecnicamente molto interessante: separa con nettamente il piano del violino da quello dell’orchestra. La Freiburger Barockorchester – che suona secondo prassi esecutive filologiche, con assenza o ridottissimo vibrato per gli archi, con i corni a mano, flauti in legno, violoncelli privi di puntale di appoggio a terra, ecc. –non ha mai costituito un fondale sonoro indistinto alla solista. Il tessuto orchestrale resta percepibile e nitido; il violino, complice anche il suono corposo e proiettatissimo della Faust, emerge con chiarezza e oggettività, senza essere fagocitato dalla massa. È questo indubbiamente uno dei meriti più evidenti della serata: un risultato esecutivo, per un concerto iper-romantico come quello di Schumann, di grande novità e suggestione.

La gestione dei rapporti sonori sembra guardare alla tradizione barocca nella quale la Freiburger affonda le proprie radici: il solista è chiaramente individuato e in primo piano, l’orchestra lo accompagna e ne completa il discorso.

Tuttavia, la cura tecnica del dettaglio, il ribaltamento della concezione sonora del concerto per violino rispetto alle intenzioni di Schumann finiscono per evidenziare criticità sul versante interpretativo. Insomma, per usare espressioni colloquiali, non c’è alcuna coincidenza tra famolo strano e famolo bene.

Rattle imprime infatti al Concerto un passo pesante, bolso, privo di quella tensione nervosa che la scrittura schumanniana pretende. Si avverte, nei tre movimenti – e in particolare nell’ultimo, Lebhaft, doch nicht schnell (Allegro, ma non troppo) – una sensazione generale di assenza di propulsione del discorso: la musica fluisce, si evidenziano i dettagli, ma l’insieme procede in modo anodino. Le esasperazioni delle dinamiche e delle agogiche nel primo movimento – scelte che possono certamente trovare una giustificazione nell’ambito delle prassi esecutive storicamente orientate – finiscono per appesantire e sfilacciare ancor più il discorso musicale.

In questa esecuzione, la filologia non appare garanzia di verità musicale: essa punta a liberare la partitura dalle incrostazioni della tradizione, ma non riesce a restituirle respiro e una concezione convincente e individuabile.

La stessa Isabelle Faust, tecnicamente impeccabile, sembra rimanere prigioniera della prospettiva interpretativa di Rattle. Il suono del suo strumento (dovrebbe esibirsi con un violino di Antonio Stradivari, detto la “Bella Addormentata”, del 1704), è bellissimo: terso, nitido, perfettamente controllato, capace di far emergere ogni particolare della linea senza mai perdere omogeneità e rotondità. Ma proprio queste qualità costituiscono, paradossalmente, il limite della sua lettura: dà del concerto una visione oggettiva, sorvegliatissima, pulita, ma nella quale c’è poco spazio per quella febbre emotiva che dovrebbe attraversarlo.

Il problema emerge soprattutto nel Langsam, dove il violino sembra assumere la natura intima e quasi confidenziale del Lied. Qui la bellezza del suono della Faust resta intatta, ma esso raramente si trasforma in temperatura e tensione emotiva.

Il finale, con la sua polacca, conferma l’impressione generale. L’energia ritmica è anemica; il controllo è impeccabile, ma la pulsazione non diventa mai liberazione.

Esecuzione, in definitiva, di grande pulizia, interessante per la ricerca di un inedito equilibrio fra solista e orchestra e per la chiarezza delle trame del tessuto strumentale, ma (troppo) poco coinvolgente, soprattutto se confrontato alla straordinaria e tormentata carica emotiva che la partitura custodisce.

Con la Seconda sinfonia in do maggiore per orchestra, op. 61, composta tra il 1845 e l’anno successivo, le sorti artistiche della serata migliorano. Rattle trova maggiore mobilità e incisività, la capacità più convincente di far vibrare l’organismo orchestrale. La fanfara iniziale degli ottoni acquista peso, lo Scherzo corre con una vivacità più naturale e l’intero arco della composizione appare meglio governato e ispirato rispetto al Concerto.

Qui Rattle e la Freiburger Barockorchester hanno l’indubbio merito di rendere leggibili le linee con una cura analitica, tuttavia non sempre riescono a trasformare quella leggibilità in un pensiero complesso e articolato. L’esecuzione appare come se il direttore fosse alla ricerca della visione interpretativa con la quale unificare i quattro movimenti. Alla partitura non si dà un’impronta personale, che, da un direttore della esperienza e del prestigio di Simon Rattle, sarebbe legittimo attendersi. Ma se al maestro britannico non difettano perizia tecnica, controllo dell’orchestra, conoscenza delle prassi esecutive e capacità di illuminare particolari che restano spesso nascosti, si avverte tuttavia la mancanza di un’interiorizzazione della partitura, presupposto fondamentale affinché una esecuzione corretta e documentata riesca anche a emozionare l’ascoltatore.

L’orchestra, invece, merita un plauso convinto. La Freiburger Barockorchester affronta Schumann con disciplina, precisione e notevole attenzione alla qualità dell’impasto, mantenendo ben individuabili le diverse componenti del tessuto. Delle insidie le tende l’ambiente: il caldo umido gioca qualche scherzetto all’intonazione degli strumenti; i suoni amplificati provenienti da una festa nei pressi della villa Rufolo – non si poteva garantire un’assoluta “tregua acustica” almeno nell’ora e mezzo della durata del concerto? – risultano nel corso del concerto per violino a dir poco molesti.

La scelta dell’organico e degli strumenti fa quindi ascoltare Schumann sotto una luce trasparente, priva di monumentalità sonora.

Al termine, applausi calorosi - anticipati da quelli ormai immancabili fra un movimento e l’altro dei due brani in programma - salutano il direttore Simon Rattle, la violinista Isabelle Faust, la Freiburger Barockorchester.

La musica svanisce, sul Festival cala il sipario, ma l’incanto serale di Villa Rufolo resta.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/86-concerti-2026/17637-ravello-concerto-faust-rattle-freiburger-barockorchester-05-09-2026