venerdì 15 dicembre 2023

In limine mortis

 NAPOLI, 12 dicembre 2023 - Una Turandot..in limine. Questa locuzione latina potrebbe sintetizzare lo spettacolo che ha inaugurato la stagione lirica e di balletto 2023 - 2024 del Teatro San Carlo: si celebrano due centenari, quello della morte di Puccini - che cadrà il 29 novembre 2024 - e quello della nascita di Maria Callas - lo scorso 2 dicembre -, che fu applaudita la prima volta al San Carlo nel febbraio del 1949 nelle vesti della algida principessa cinese.

In questa nuova produzione del Teatro di San Carlo, l’estremo capolavoro di Puccini è reinventato e collocato sul precario equilibrio tra sogno e realtà, vita e morte, fiaba - molto dark - e allucinazione, presente e passato: lo scivolamento da un opposto all’altro, tra quelli citati, individua la cifra caratteristica dello spettacolo, appesantito da tante (troppe) trovate, da un gioco di rimandi ad atmosfere e periodi storici tra loro distanti ed eterogenei. Questo caleidoscopio di idee, di visioni mostruose che sembrano essere uscite dal pennello di un Hieronymus Bosch nostro contemporaneo, è inserito nel plot drammaturgico reinventato dal regista, il vulcanico Vasily Barkhatov, al suo debutto in Italia.

Com’è noto, Turandot è l’opera incompleta (più che incompiuta) di Giacomo Puccini: il compositore lucchese - non soltanto a causa dei primi sintomi della grave malattia che lo condusse alla morte - non riuscì a dare una forma definitiva al finale della fiaba Turandot: già sul finire del 1923 (dunque quasi a un anno dalla morte) la sua inventiva si era arenata proprio sulla composizione dell'ultima scena. Come tradurre in musica il disgelo da parte di Turandot? Quale eco la tragica morte di Liù – una delle più "pucciniane" tra le sue eroine, una delle tante donne che nel teatro (e nella psicologia, soprattutto) di Puccini pagano con la vita la “colpa” di aver amato –avrebbe riverberato sul trionfo dell’amore tra Calaf e Turandot? Questi sono e restano interrogativi senza soluzione: l'unico enigma irrisolto di Turandot. I finali di Franco Alfano (eseguito in questa produzione, la versione "Alfano-Toscanini", sforbiciata di un centinaio di battute rispetto a quella originaria concepita da Alfano) e Luciano Berio ci forniscono una risposta parziale e non definitiva. Restando ai fatti, Puccini non è riuscito/non ha voluto completare il finale di Turandot.

Ebbene, proprio l’assenza di una soluzione definitiva per Turandot di Puccini deve aver indotto il regista Vasily Barkhatov a riscriverne la drammaturgia, immaginando e portando in scena, nella scomposizione e frammentazione dell’azione teatrale tra realtà e allucinazione, un happy end di forme e sapore cinematografico: Calaf e Turandot, nell’intimità di un’automobile, si scambieranno finalmente un bacio appassionato. Il bacio, appunto: il punto cruciale di Turandot, quello che aveva determinato l'impasse creativa di Puccini, viene superato, senza troppe implicazioni psicologiche, dalla riscrittura drammaturgica del regista russo. È un bacio rapito in scena e scambiato appassionamente in un’automobile: da questo mezzo origina il racconto immaginato da Barkhatov, e tutto in esso confluisce. Lo spettacolo, infatti, si apre con un antefatto: dopo il funerale di Timur (ambientato nella magnifica Basilica di San Lorenzo Maggiore in Napoli), vediamo e ascoltiamo Calaf e Turandot discutere, con marcato accento dialettale dei doppiatori, in auto. I due si scambiano recriminazioni, incomprensioni, accuse, insomma tutto il bric-à-brac di una coppia in crisi. Nel bel mezzo di questa discussione da soap-opera, avviene un improvviso scontro frontale con un’altra auto: Calaf resta gravemente ferito nell’incidente; soccorso, viene trasportato nella camera dove viene operato. Da questo momento lo spettacolo vira verso la dimensione onirica. Ciò che si vede è una proiezione del deliquio comatoso di Calaf. Il confine tra il presente/reale (l’intervento volto a salvare la vita a Calaf all’interno della sala operatoria, che fastidiosamente incombe sulla scena) e ciò che viene rappresentato (le immagini delle allucinazioni di Calaf in limine mortis) si fa sempre più labile.

L’impianto scenico di Zinovy Margolin - l’interno dell’Abbazia di San Galgano - diventa il centro e il vortice di una ridda di personaggi: i costumi firmati da Galya Solodovnikova vestono Ping, Pang e Pong come psicopompi, frati con la falce (chiarissimo il riferimento), altre figure che ricordano i mamuthones sardi, mostri che sembrano uscire dalle Pitture nere di Francisco Goya, il tutto in una commistione di stili ed epoche eterogenee. L’Imperatore Altoum evoca, adagiato in una teca e sotto gli occhi vigili di due pupazzi, gli scheletri di Waldsessen, in Baviera. A rimarcare l’atmosfera dark gothic e il labile confine tra sogno/incubo e veglia da cui origina la fiaba di Turandot vi sono le luci di Alexander Sivaev, le quali, prediligendo tinte cupe e sinistre, governano le proiezioni di immagini sulle campate dell’Abbazia.

In scena dunque un’orgia di citazioni letterarie (Dante per l'atto I, Ovidio per il II) e cinematografiche, di rimandi, richiami simbolici, e banalità (le risposte ai tre enigmi impresse in tubi fluorescenti da bar anni ’70/80, l’armatura che cinge Turandot come a rimarcare la sua impenetrabilità, Ping, Pang e Pong che diventano chirurghi, il finale cinematografico durante il quale Calaf e Turandot, seduti sul palcoscenico, guardano l'happy end del loro film d'amore, ecc.), che finiscono per appesantire e far smarrire il filo narrativo della nuova drammaturgia, la quale, optando per una dimensione prevalentemente onirica, pur non manca di spunti suggestivi.

Il palcoscenico, sul quale pendono ora l’auto incidentata, ora la sala operatoria, entrambe in continuo e molesto saliscendi, è attraversato da varie piroghe, da due barche, che evocano il traghettamento della narrazione tra i vari piani narrativi, tra quello del reale e quello del sogno, e viceversa, tra la vita e la morte, tra veglia e allucinazione. Ma pur con queste premesse, l’apparizione di Turandot, una delle più potenti presentazioni musicali di Puccini, viene teatralmente svilita: la Principessa irrompe nella sala operatoria (quindi nel mondo reale e presente) nel bel mezzo dell’operazione salvavita a Calaf. In apertura del secondo atto viene proiettato di nuovo, con pochissime variazioni, il video dell’incidente: ma stavolta Calaf si salva e Turandot finisce in coma e in sala operatoria. I deliqui che danno forma alla narrazione ora sono quelli della Principessa. “Turandot non esiste” ricorda la videoproiezione sul vetro esterno della sala operatoria: proprio la "negazione ontologica" di Turandot per il regista diviene il presupposto per raccontare una fiaba nera, in bilico tra realtà e immaginazione, che dalla morte va verso la vita e l’amore.

Ci sono tante (troppe) idee nello spettacolo firmato da Vasily Barkhatov: la sua narrazione, a causa del continuo sfalsamento dei piani cronologici e narrativi dell’intreccio, talora non appare coerente con la premessa di fondo, quella di mettere in scena, con due distinti punti di osservazione, una fiaba scaturita da allucinazioni. La duplicazione dei piani narrativi ne è il risultato, senza che si percepisca una profonda distinzione psicologica tra quello di Calaf e quello di Turandot.

L’originalità - malgrado, restando nell’ambito del teatro in musica, si scorga uno sfumato déjà vu della Bohéme firmata da Claus Guth a Parigi - della proposta registica resta in definitiva confinata alla rappresentazione di Turandot quale fiaba frutto dei deliqui comatosi dei due protagonisti, al ripudio di ogni riferimento riconducibile alla Cina e a un’impostazione drammaturgica fondata sulla duplicità dei piani di lettura, oltre che su una congerie di citazioni cinematografiche, rimandi scenici, iconografici e gestuali a volte privi di immediata interconnessione. Ma da simili premesse e ambizioni registiche ci saremmo aspettati un'attenta analisi della psicologia dei protagonisti dell’opera e, in particolare, di Liù (personaggio chiave di Turandot, soltanto sbozzato da questo disegno registico, a testimonianza della scarsa importanza che si attribuisce alla figura della piccola schiava è la sua prosaica uscita di scena), non limitata alla rappresentazione di una coppia in crisi e del cinematografico e banalissimo happy end conclusivo.

Una precisazione: chi scrive apprezza le regie che sollecitano la riflessione e ad interrogarci sul nostro presente. La vitalità del teatro, in musica e non, è stimolare domande piuttosto che fornire riposte. Ma la riscrittura drammaturgica di Vasily Barkhatov, pur partendo da un’idea di fondo suggestiva - Turandot come fiaba evanescente e onirica, in limine, frutto dell’immaginazione dei due protagonisti -, a causa dell’eccesso di rimandi, sfalsamenti narrativi e citazioni, sembra perdere il filo del discorso, inciampando in scene/trovate/costumi che possono comprensibilmente destare ilarità.

Decisamente più lineare, definito e molto convincente il versante musicale della produzione, che vede in Dan Ettinger un concertatore preciso, teso ad evidenziare i nessi e i riverberi tra la partitura di Turandot e la koinè musicale del ‘900, in particolare con Le Sacre du printemps di Igor Stravinskij. Quella di Ettinger è, infatti, una direzione “barbarica” (nell’accezione musicale dell’aggettivo), che immerge Turandot nella temperie della civiltà musicale del Novecento europeo, improntata a una narrazione serrata ed energica, consumata da bruciante drammaticità, con un'agogica appropriata al fluire teatrale. Ma in questa vigorosa e turgida visione, non mancano i momenti per abbandonarsi a bozzetti orchestrali (l’apparizione della luna, la trenodia per Liù, tra i vari) di distillato lirismo, a nuances ben realizzate grazie al lavorio di cesello che l’eccellente forma dell’Orchestra del San Carlo consente a Dan Ettinger; tuttavia, si avverte qualche affondo tellurico, che a volte rischia di incrinare l'equilibrio tra orchestra, coro e cantanti.

Dopo il lavoro di concertazione lodato in occasione della recente Madama Butterfly (qui la recensione), Dan Ettinger perviene dunque a una lettura teatrale, molto ben adagiata sulla drammaturgia musicale della storia d’amore messa in musica da Puccini, che scava mella partitura alla ricerca di sonorità inquietanti (le percussioni nella scena degli enigmi, ad esempio). Il Novecento musicale, con le sue armonie ardite, le dissonanze, la ritmica a tratti esasperata, la raffinatezza della strumentazione e dei timbri delle evanescenti atmosfere, di cui la partitura di Turandot è dotta testimonianza, trova nella concertazione di Dan Ettinger una riuscita sintesi con l’intensità del melos pucciniano. Sugli scudi il Coro, diretto per l’occasione da Piero Monti, che pur avrebbe necessitato di elementi aggiuntivi: troppo esiguo, per Turandot, l'organico coinvolto. Malgrado ciò, si ascoltano ora sonorità granitiche, tendenzialmente compatte e poderose, ora melliflue e soffuse, in linea con le prescrizioni di Puccini e la concezione di Ettinger. Fa bene anche il Coro di Voci Bianche diretto da Stefania Rinaldi, molto suggestivo in "Là, sui monti dell'est",gemma di esotismo orientale, raffinata trascrizione di Giacomo Puccini stesso di una tradizionale melodia cinese (“Canzone del gelsomino”).

Il pregio di questa produzione è quello di schierare, per i tre ruoli protagonisti, tra i migliori interpreti in circolazione per le parti di Turandot, Calaf e Liù.

La principessa di Sondra Radvanovsky stupisce per il notevole e poderoso tonnellaggio vocale, per la proiezione e gli acuti fendenti. Si notano delle asprezze timbriche nel registro acuto e una dizione italiana poco chiara e scolpita, osservazioni che comunque non intaccano una prestazione vocalmente superlativa. L’artista, pur nella umanizzazione del personaggio imposta dalla regia, delinea una donna che conserva momenti di sprezzante alterigia. Grazie alla raffinata tecnica di emissione, Radvanovsky riesce a piegare alla proprie intenzioni espressive uno strumento possente, come, tra i vari esempi, nei confronti con il padre Altoum e con Liù “Chi pose tanta forza nel tuo cuore?”. “In questa reggia” e “Straniero, ascolta!”, all’opposto, sono delle vere e proprie cannonate, un flusso di argento brunito proveniente da una vocalità, per volume, al di fuori dell’ordinario. Il Calaf di Yusif Eyvazov, malgrado l’annuncio in apertura di un’improvvisa indisposizione, brilla e si staglia per buona potenza, incisività e precisione della dizione, ottima proiezione, qualità che ci inducono a non impantanarci sulla vexata quaestio dell'obiettivo scarso appeal del timbro. Eyvazov riesce a dominare la ardua e acuta tessitura con naturalezza; fraseggia e alleggerisce l’emissione disegnando un Principe Ignoto convincente tanto vocalmente quanto scenicamente. La Liù di Rosa Feola, grazie all’ottima tecnica di emissione, sfoggia un fraseggio cesellato con finezza che le consente di rendere Liù una donna sinceramente innamorata e dolente. Intensi, proiettati e benissimo appoggiati sul fiato sono i pianissimi, poi rafforzati da una messa di voce ben calibrata e controllata.

Nicola Martinucci conferisce come personale dono sacrificale all’Imperatore Altoum, mortificato e ridicolizzato da questa visione registica, il ricordo di una voce squillante e possente, e la fama di indimenticabile specialista della parte di Calaf. Classe 1941, Martinucci, pur con l'inevitabile precarietà vocale, riesce a delineare un Imperatore stanco e provato: la sua prestazione, in chi scrive, provoca moti di commozione, tenerezza, e tanta malinconia per il ricordo vivido dell'ultima interpretazione del suo ancor valido e squillante Principe Ignoto al San Carlo (correva l’anno 2002).

Il Timur di Alexander Tsymbalyuk ha voce robusta, ma emissione ruvida e ingolata. In buona simbiosi vocale il trio composto da Ping, Pang e Pong, rispettivamente Roberto de Candia, Gregory Bonfatti e Francesco Pittari, ottimi interpreti di una delle pagine più interessante e geniale dell’opera in apertura dell’atto II. Tra le parti secondarie, molto bene il Mandarino del solido e sempre convincente Sergio Vitale; dal coro provengono la prima e la seconda ancella, rispettivamente Valeria Attianese e Linda Airoldi, e il Principino di Persia, quasi del tutto offuscato dalla regia, di Massimo Sirigu.

Al termine della rappresentazione, la seconda replica di questa produzione, la sala gremita del San Carlo tributa applausi prolungatissimi e, soprattutto, convinti e calorosissimi per il direttore Dan Ettinger, il maestro del coro Piero Monti e tutti gli interpreti, con punte di ovazione per Sondra Radvanovsky, Rosa Feola e Yusif Eyvazov.

Il dovere di cronoca impone di registrare dei buu e degli improperi scagliati da una piccola parte del pubblico all'indirizzo del regista ("È una vergogna!", "È uno schifo!", "Ho pagato il biglietto per vedere questo schifo di spettacolo") che si sono distintamente ascoltati al termine del primo atto dell'opera. Comunque la si pensi su questa tipologia di regie, le discussioni animati, gli screzi e gli sfoghi in teatro e sui social (ma per questo secondo "luogo" il discorso sarebbe ben più complesso, coinvolgendo anche aspetti extramusicali) dimostrano, qualora ce ne fosse bisogno, che l'opera gode di ottima salute.

Infine, una nota di colore a mo' di moscone giornalistico napoletano: dal palco reale ha assistito alla rappresentazione Anna Netrebko.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/74-opera/opera-2023/14949-napoli-turandot-12-12-2023

lunedì 20 novembre 2023

Per Giulia

 NAPOLI, 19 novembre 2023 - Un’immagine che si imprime nel ricordo: il soprano Maria Agresta guadagna il palcoscenico del Teatro San Carlo tenendo strette tra le mani due simboliche scarpe rosse; emozionata, a nome di tutto il Teatro, pronuncia una ferma e condanna della violenza contro le donne.

Queste calzature, con il loro groviglio di interrogativi, tormenti, violenza e fallimenti che recano con sé, restano adagiate ai piedi del podio per l’intera durata della prima parte dal concerto, l’ultimo della stagione sinfonica 2022 - 2023, che vede al suo debutto sancarliano la direttrice d’orchestra finlandese Susanna Mälkki. Lo sgomento per il recente femminicidio di Giulia Cecchettin, ultimo di una lunghissima e inaccettabile scia di morte, è intenso.

Dalla tragicità della cronaca nera ci eleva verso l’astratto regno musicale con “Ah! Perfido”, scena ed aria per soprano ed orchestra, op.65 di Ludwig van Beethoven: composta dal musicista di Bonn nel 1796, testimonia il suo raro incontro con il mondo dell’opera italiana. L’aria su testo di Metastasio - è tratta dal libretto di Achille in Sciro, musicato, tra i tanti, da Domenico Sarro per l’inaugurazione del Teatro di San Carlo il 4 novembre 1737 - risente delle lezioni sulla vocalità italiana impartite da Antonio Salieri al giovane Beethoven. “Ah! Perfido”, aria di derivazione mozartiana per eleganza e intensità dei sentimenti espressi, ha trovato in Susanna Mälkki una raffinata cesellatrice dell’articolazione delle forme, nonché del fraseggio: orchestra precisa, dal bel suono nei melanconici impasti timbrici che Beethoven prescrive.

Nel dar voce ai mutanti stati d’animo di Deidamia di Sciro, che implora l’eroe Achille di non abbandonarla per andare a combattere a Troia, Maria Agresta restituisce, attraverso un fraseggio ben screziato, una donna fiera ma tormentata.

Si resta nel connubio tedesco-italiano con la successiva aria “Infelice! Già dal mio sguardo”, op.94 di Felix Mendelssohn Bartholdy, del 1843: anche questa aria è su testo del poeta cesareo Metastasio, imperniata sulla forma Scena e aria di marca prettamente teatrale.

La versione scelta da Maria Agresta e Susanna Mälkki stasera non prevede la presenza del violino solista; la direttrice finlandese ne dà una lettura sbalzata, rapsodica e palpitante, con affondi sonori che però mettono in difficoltà la vocalità di Maria Agresta, che denota in più punti della scrittura vocale qualche appannamento di troppo. Ma l’idea di restituire il ritratto di una donna che ricorda un amore e i bei momenti passati resta vivida.

Nell’intervista rilasciata a Dario Ascoli per il Corriere del Mezzogiorno Susanna Mälkki ha dichiarato che il fil rouge che lega i tre brani del programma del concerto è da individuare nella “giovinezza degli autori, delle forme musicali, del lied con orchestra e della sinfonia del Novecento per la pagina di Mahler” che per la Mälkki è “forse l’ultimo poema sinfonico del XIX e la prima sinfonia del Novecento”: la seconda parte del concerto è appunto dedicata alla Sinfonia n. 1 in re maggiore “Titano” di Gustav Mahler, eseguita nel 1889, nella prima versione, e nel 1893 nella seconda.

È un risveglio della natura poco esuberante quello del primo movimento della Sinfonia, Langsam, Schleppend, Wie ein Naturlaut; im Aanfag sehr gemächlich; belebtes Zeitmass (Lentamente, trascinato, come un suono della natura; all'inizio molto tranquillo): dopo il misterioso pedale degli archi dell’incipit del primo movimento, il leggiadro tema (citazione e la rielaborazione del secondo dei Lieder eines fahrenden Gesellen) introdotto dai violoncelli appare quasi reticente ad abbandonarsi alla gioiosa rinascita primaverile. La concertazione sin dall’inizio appare non accurata così come il movimento avrebbe richiesto, con mende nell’articolazione generale e una malcelata superficialità di fondo nello scavo interpretativo.

La sinfonia procede tendenzialmente fluida e con incisività nel secondo movimento, Kräftig bewegt, dock nicht zu schnell (Vigorosamente mosso, ma non troppo veloce): qui si apprezza soprattutto il ductus leggero e la cura del fraseggio impressi dalla Mälkki alle danze contadine morave e alla reminescenza del valzer viennese.

L’Orchestra del San Carlo e il bel solo del primo contrabbasso, Giovanni Stocco, rendono al terzo movimento, Feierlich und gemessen, ohne zu schleppen (Solenne e misurato senza trascinare),la sua essenza di luogo musicale nel quale riemerge il mondo del compositore boemo nonché quello di un’età storica giunta al capolinea. Susanna Mälkki  fa risuonare lugubre il tema introdotto dal contrabbasso che storpia il celebre canone Bruder Martin: questa patina plumbea resta impressa sull’intero movimento, appena rischiarato dall’irrompere, improvviso e con effetto straniante, degli echi di musica klezmer, che, ad avviso di chi scrive, scivolano nel corso del movimento in modo piuttosto anonimo.

Con l’attacco tellurico del quarto e ultimo movimento, Stürmisch bewegt. Energisch (Tempestosamente agitato), Susanna Mälkki  e l’orchestra generano un’esplosione di tensione che prelude al successivo - e opposto per tinta ed essenza - meraviglioso tema di intenso lirismo affidato agli archi. Qui Susanna Mälkki  e l’orchestra del San Carlo sono efficaci nel curare il “respiro” del tema, la sua sospensione all’interno del movimento così incandescente che conduce al finale trionfalistico, ben preparato, grazie al sapiente dosaggio del crescendo di tensione, dalla direttrice finlandese: nella battute conclusive, come prescritto da Gustav Mahler, l’intera sezione dei corni si alza in piedi.

Applausi calorosissimi e prolungati, particolarmente apprezzati dall’affabile e visivamente soddisfatta direttrice Susanna Mälkki, decretano un incondizionato successo per il concerto conclusivo della stagione sinfonica.

L’inaugurazione della prossima stagione è fissata per il prossimo 20 dicembre: Dan Ettinger dirigerà un monumento della musica sacra, la Grande Messa in do minore per soli, coro e orchestra, K 427 di Wolfgang Amadeus Mozart, preceduta dall’esecuzione della Sinfonia n. 5 in si bemolle maggiore, D 485 di Franz Schubert.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/75-concerti-2023/14880-napoli-concerto-maelkki-agresta-19-11-2023

lunedì 6 novembre 2023

Il tempo di Weinberg

 NAPOLI, 4 novembre 2023 - “Il tempo di Mieczysław Weinberg è arrivato!”, si potrebbe affermare parafrasando una celebre auto profezia di Gustav Mahler: Weinberg, nato in Polonia nel 1919 da genitori ebrei, emigrato, a seguito delle persecuzioni naziste, in Unione Sovietica, è un testimone delle due folli ideologie che hanno insanguinato il Secolo breve. Genitori e sorella furono sterminati nel lager di Trawniki; Weinberg, riparato in Unione Sovietica, provò sulla propria pelle il clima politico antisemita del dopoguerra: suo suocero fu assassinato su ordine di Stalin nel 1948. Lo stesso compositore fu imprigionato nel 1953: venne rilasciato solo dopo la morte del dittatore.

Recentemente la sua figura di musicista è oggetto di crescente apprezzamento e riscoperta da parte della musicologia: Mieczysław Weinberg è considerato “il terzo grande compositore sovietico” (dopo Dmitrij Dmítrievič Šostakóvič e Sergej Sergeevič Prokof'ev).

Parte del merito dell’interesse crescente attorno a uno dei compositori più enigmatici, eclettici e interessanti del ‘900 va attribuita all’opera di riscoperta del violinista Linus Roth, il quale da tempo si dedica all’esecuzione in pubblico e all’incisione dei violinistici di Weinberg. E stasera propone, per la prima volta a Napoli, il Concerto in sol minore per violino e orchestra, op. 67, composto da Weinberg nel 1959 e dedicato al grande solista sovietico Leonid Kogan che lo eseguì nella capitale nel 1961, accompagnato dall’Orchestra Filarmonica di Mosca diretta da Gennady Rozhdestvensky.

Questo concerto per violino è una sorta di biografia in musica del compositore stesso: all’interno dei quattro movimenti si stratificano le lacerazioni, le solitudini, le origini di Weinberg. Si avverte immediatamente la derivazione dalla musica ebraica: vi si alternano melodie contemplative (stupenda e struggente quella dell’Adagio del terzo movimento) e di concisa incisività, prepotentemente ritmate, come, tra le tante, quella che apre il concerto, o la ripetizione ossessiva del Walzer dell’Allegretto del secondo movimento.

Il Concerto op. 67 è composizione nettamente sbilanciata sulla parte violinistica, assegna all’orchestra il difficile compito di far da contrappunto ritmico e melodico ai temi esposti dal violino: ritmo incalzante, scintillio dell’elemento percussivo, placide lamentazioni coesistono all’interno di questo pezzo, da ascrivere, per potenza espressiva, bellezza dei temi e sapienza nella costruzione, tra i migliori della letteratura violinistica del ‘900.

Linus Roth dà di questo capolavoro una lettura estremamente incisiva, infuocata: precisissimo, cura e dà risalto a ogni dettaglio musicale e armonico della parte (abbondano bicordi e tricordi), cava dal suo meraviglioso Stradivari “Dancla” (del 1703) un suono rotondo, incisivo e caldo. Un’esecuzione incandescente che esalta la bellezza delle reminiscenze melodiche ebraiche che costituiscono l’ossatura del concerto: ma è nel lungo, melodioso e straziante Adagio del terzo movimento, laddove Weinberg fissa su pentagramma la propria lacerazione e solitudine esistenziale, che il violino di Linus Roth e l’Orchestra del San Carlo, diretta da Dan Ettinger, suggellano il momento più intenso del Concerto e dell’intera serata: la cavata del solista è intensa, poi diventa più aerea e rarefatta, fino a chiudersi in un pianissimo che quasi racchiude e conclude l’esistenza tormentata del compositore. L’Orchestra del Teatro San Carlo è un organismo preciso, affidabile, in sincronia ritmica ed emotiva con la parte violinistica: sotto la guida di Dan Ettinger è efficace nel sottolineare i momenti sincopati del concerto, così come a distendere un tappeto sonoro sul quale aleggia il canto lirico del violino.

Un’esecuzione, questa del Concerto in sol minore per violino e orchestra, op. 67 di Mieczysław Weinberg convincente e molto apprezzata dal pubblico: trionfatore è Linus Roth, che concede un encore, la Sonata per violino solo in re minore “Ballade”, op. 27, n. 3  di Eugène Ysaÿe in un'esecuzione impeccabile per uno dei brani più ardui della letteratura per violino solo.

Questo di stasera è un concerto bifronte: nella prima parte una composizione un Concerto per violino dal rarissimo e interessante ascolto, nella seconda l'Eroica di Ludwig van Beethoven, capolavoro ed evergreen del repertorio sinfonico. Ma la dicotomia del concerto non si limita alla popolarità delle composizioni in programma. Se del Concerto per violino di Weinberg Dan Ettinger e l’Orchestra del San Carlo danno una lettura complessivamente precisa, ben calibrata, improntata alla cura dei dettagli e dei meccanismi orchestrali, altrettanto non si può dire dell’esecuzione beethoveniana.

Nei quattro movimenti che compongono la Sinfonia si dipana e sprigiona un’inesauribile energia musicale, tratto distintivo delle interpretazioni di Dan Ettinger; tuttavia, sin dagli accordi iniziali, si ha la sensazione che questo flusso di vitalità musicale sia non correttamente incanalato nel corso dell’esecuzione: a farne le spese sono gli ingranaggi della Sinfonia stessa. Troppi scollamenti tra le sezioni dell’Orchestra (soprattutto tra archi e legni nel primo movimento), eccessiva enfasi delle dinamiche, articolazione incalzante, sicuramente, ma che finisce per diventare a tratti grossier, tesa più alla ricerca dell’effetto sonoro che alla drammaticità del ductus musicale.

Dinamiche stringenti, brucianti - che troppo spesso mettono a repentaglio la compattezza e la precisione, garantita, per quanto riguarda la fila dei violini, dalle indicazioni della spalla Daniela Cammarano - non restituiscono una lettura appassionante e raffinata dell’Eroica.

Affondi sonori troppo marcati (i timpani nel primo movimento e nella Marcia funebre del secondo, giusto per citare un esempio tra i molti possibili) e dinamiche incalzanti e tese, in definitiva, non riescono a supplire alla latitanza di un’unità drammatica nell’interpretazione del capolavoro di Beethoven, ma soprattutto incrinano - probabilmente anche a causa del gesto poco chiaro del concertatore e malgrado gli udibili e fastidiosi incitamenti all’orchestra - l’equilibrio e il funzionamento dei meccanismi orchestrali.

Al termine, applausi prolungati da parte della sala quasi gremita del Teatro di San Carlo, nella ricorrenza del suo duecentottantesimo compleanno.

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giovedì 2 novembre 2023

L'orrore della guerra, la gioia del Belcanto

 NAPOLI, 31 ottobre 2023 - Gli orrori della guerra irrompono in scena e nel nostro eterno presente. È un atto di denuncia della barbarie della violenza, che travolge e disumanizza vincitori e vinti, lo spettacolo che Calixto Bieito firma per l’attesissimo ritorno di Maometto II di Gioachino Rossini al Teatro San Carlo.

A Napoli, in duecentotré anni, soltanto tre produzioni: la prima assoluta del 1820, la ripresa del 1826 e stasera, dopo centtonovantasette anni di silenzio (ma Maometto II ha ripreso a circolare nei teatri dopo la riscoperta del Rossini Opera Festival del 1985), questa produzione, affidata alla esperta bacchetta di Michele Mariotti e al provocatorio regista spagnolo Calixto Bieito, che per la prima volta firma uno spettacolo per il San Carlo. Spettacolo dall’indiscutibile impatto emotivo, che punta a spiazzare e disorienta il pubblico, a far riflettere sulla tragica atemporalità della guerra.

All’interno dell’impianto scenico very minimal di Anna Kirsch - due fondali, bianco per il primo atto, nero per il secondo - e delle luci, molto statiche, di Michael Bauer vaga un’umanità sconfitta. Non c’è un preciso riferimento temporale: i costumi di Ingo Krügler vestono uomini e donne, militari a noi contemporanei. L’eterno presente della violenza, la sua immanenza negli aggrovigliati corsi e ricorsi storici del genere umano è il fulcro attorno il quale ruota l’idea registica di Bieito: Rossini e il suo librettista Cesare della Valle raccontano una storia di assedi, distruzioni, morte, ultimatum di quasi sei secoli fa; purtroppo nulla di più eternamente connaturato alla storia umana, ai fatti degli ultimi due anni. Di questi orrori Bieito ci dà una rappresentazione declinata nel nostro tempo: i più piccoli, e tutto ciò che ruota intorno al loro mondo, sono le vittime principali dell’assurdità della guerra. Scuote l’immagine di Selimo che prende violentemente a pugni un bambino adagiato nell’interno del passeggino.

La violenza irrompe nella quotidianità: la sua brutalità sorprende donne che spingono passeggini, carrelli della spesa, persone che girano con il monopattino, che giocano con un pallone. Bambini, uomini e donne, militari: tutti travolti dalla guerra, tutti stremati dall’assedio della violenza.

Per illustrare questo concetto Calixto Bieito si affida a trovate registiche indubbiamente discutibili, le quali, in assenza delle note nel libretto di sala, si prestano a molteplici e opinabili interpretazioni. Paolo Erisso si presenta in scena deambulando mentre è sottoposto ad ossigenoterapia, rimando, forse, alla sua condizione governatore di un’umanità di assediati; chi appare come vincitore, trasporta sacchetti con dentro bottino di guerra, ha mani lorde di sangue innocente. I cavalli di Frisia disseminati sulla scena, oggetti feticcio di questa messinscena, oltre ad essere ostacoli difensivi militari appaiono sono un richiamo alla Croce, simbolo universale, metareligioso e atemporale, della sofferenza: su un cavallo di Frisia viene torturato e quasi crocifisso un prigioniero, su un altro allargherà le braccia Anna in chiusura dell’atto I.

Chi è convinto di conquistare il mondo non farà altro che distruggerlo: è una suggestiva (semi)citazione dal film Il grande dittatore di Charlie Chaplin la scena in cui Maometto II gioca con una mappa geografica mondiale: i fatti narrati da Rossini risalgono all’assedio di Negroponte del 1470, il film di Chaplin è del 1940; e oggi calpestano la crosta terreste dittatori e folli criminali che si divertono a “giocare” con i destini dell’umanità. Il teatro e l’arte sono lo specchio del presente.

Ma non si può negare che la regia di Bieito ricorra a trovate irrisolte, che con la rilettura e la drammaturgia dell’opera hanno ben poco da spartire: non è chiaro il senso della sottolineatura degli impulsi autolesionistici di Anna, dell’accenno a pratiche sadomaso nel lungo duetto fra lei e Maometto nell’atto II, dell’elevazione a mezz’aria dei cavalli di Frisia/croci durante la trasformazione della scena nei sotterranei del tempio, l’agitare da parte di Calbo dei sacchetti neri dei rifiuti indifferenziati.

E ancora: dal palcoscenico provengono rumori molesti che distraggono dall’esecuzione musicale; il coro è ingabbiato in un sostanziale immobilismo, spesso dà le spalle al pubblico; ai cantanti (a Maometto II, in particolare) è richiesto di cantare in posizioni scomode; il movimento e la gestualità dei cantanti sono poco accurati.

Dubbi e incertezze interpretative sul disegno registico, e soprattutto su molte delle sue trovate, restano; ma al termine dello spettacolo resta impressa nella memoria, e violentemente, la raffigurazione nuda e cruda della violenza e della degradazione dell’umanità che ogni guerra porta con sé.

Se la regia dà adito a incertezze e soluzioni interpretative non univoche e discutibili, il versante musicale convince e conquista immediatamente, grazie alla concertazione travolgente e teatrale di Michele Mariotti e a un cast vocale che schiera tra i migliori specialisti rossiniani dei nostri giorni.

È una lettura tesa, sbalzata nelle dinamiche, nell’articolazione del fraseggio delle melodie di Rossini quella che Michele Mariotti imprime a Maometto II. Si percepisce immediatamente la cura dei particolari - non c’è gemma strumentale e armonica che non sia valorizzata -, la compatta e teatrale visione d’insieme: agogica serrata, narrazione fluente, incisività, abbandono lirico, sbalzo e tensione impresso alle grandi forme rossiniane (meravigliosa, per la concatenazione dei tempi, la cura del fraseggio e dei colori, l’esecuzione del cosiddetto. “terzettone” “Ohimè, qual fulmine!”). Quella di Michele Mariotti è una direzione rapinosa, che della innovativa scrittura orchestrale di Rossini del 1820 mette in luce i prodromi musicali romantici che germoglieranno nei decenni successivi. È immersa, infatti, già nella temperie musicale romantica la meravigliosa e articolata Gran scena ed aria “Alfin compiuta è una metà dell'opra”.

L’idea interpretativa di Michele Mariotti è ottimamente assecondata dall’Orchestra del Teatro San Carlo, la quale, benché il numero di prove della produzione sia stato ridotto dalla proclamazione dello sciopero nazionale delle Fondazioni liriche e da rivendicazioni locali, è precisa, incisiva, scintillante in tutte le sezioni, recettiva di ogni indicazione proveniente dal podio. Da elogiare le prime parti, tra le quali l’ottimo primo clarinetto di Luca Sartori e la prima arpa di Elena Vallebona.

Il giudizio sul Coro, diretto dal Maestro del Coro Aggiunto Vincenzo Caruso, impone un distinguo: se la sezione maschile appare compatta, precisa, dal suono netto e poderoso, quella femminile denota, come già evidenziato nella recente Beatrice di Tenda (qui la recensione: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/74-opera/opera-2023/14721-napoli-beatrice-di-tenda-23-09-2023), qualche scollamento di troppo, non adeguata incisività e sostegno sonoro. La sezione migliora nell’atto II, ma degli elevati standard esecutivi raggiunti fino a solo qualche mese fa resta, purtroppo, uno sbiadito ricordo.

Ottime notizie anche dal fronte vocale: Dmitry Korchak, nei poco agevoli panni vocali di Paolo Erisso, domina con naturalezza l’impervia scrittura vocale: acuti precisi, svettanti, linea di canto incisiva e corretta, che gli consente di superare anche un momentaneo e giustificabile momento di annebbiamento vocale sul finire dell’atto I. Korchak, interprete dal fraseggio accurato e raffinato, con spiccato senso dell’articolazione della melodia rossiniana, disegna un Paolo Erisso dalla psicologia tormentata e credibile scenicamente.

Semplicemente meravigliosa Vasilisa Berzhanskaya nei panni di Anna: il giovane mezzosoprano russo domina e fa suo, vocalmente e interpretativamente, una delle più complesse “parti Colbran”. Il timbro brunito, l’omogeneità dei registri e l’ottima emissione consentono alla Berzhanskaya di affrontare e risolvere tutte le insidie della parte: legato fluido e intenso, acuti timbratissimi, corposo registro basso, abbandono lirico, pulizia e nitore delle colorature, incisività degli accenti costituiscono l’armamentario tecnico di un’esecuzione entusiasmante, che trova nel rondò finale la sua più compiuta sintesi.

E dietro un’esecuzione vocale tecnicamente ineccepibile c’è un’interprete che dà voce ad ogni piega dell’animo di Anna: se in principio appare interpretativamente più “trattenuta”, nel corso dell’opera si scioglie: il fraseggio si fa sempre più cesellato, l’impeto drammatico sempre più incalzante, fino alla mirabile scena finale.

Roberto Tagliavini è un Maometto II che si giova di notevoli mezzi vocali: bel timbro, morbidezza e rotondità dell’emissione, registro acuto luminoso e possente, controllo delle colorature, carisma vocale. Sin dalla cavatina d’esordio “Sorgete, in sì bel giorno” il basso parmigiano ammalia per la dizione scolpita, l’incisività del fraseggio, l’eleganza della linea di canto. È un Maometto spavaldo e nobile: dall’interpretazione di Tagliavini emergono il condottiero sanguinario e l’uomo innamorato e tormentato.

Convincente, sebbene sconti la tendenza a gonfiare eccessivamente i suoni nel registro centrale e qualche forzatura di troppo in quello basso, Calbo di Varduhi Abrahamyan, mezzosoprano armeno dal timbro suggestivo, dotato di buona tecnica vocale e di eccellenti intenzioni interpretative.

Quanto ai ruoli secondari, le prove di Li Danyang, Condulmiero, e Andrea Calce, Selimo, si adeguano all’elevato livello qualitativo dell’intero cast vocale.

Applausi prolungati per tutti, con una punte di ovazioni per Vasilisa Berzhanskaya, Michele Mariotti e Roberto Tagliavini (in ordine decrescente, secondo il personale e impreciso applausometro) chiudono una delle serate musicali più interessanti e ricche di stimoli della storia recente del San Carlo.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/74-opera/opera-2023/14828-napoli-maometto-ii-31-10-2023

martedì 17 ottobre 2023

Il presente chiama Verdi

 L'11 ottobre incontriamo a Salerno, dopo la prova generale di Pagliacci al Teatro Giuseppe Verdi, il baritono Ernesto Petti che ha interpretato la parte di Tonio.

Maestro, partiamo dal presente: chi è Tonio per lei? Ci parli della sua vocalità, della sua psicologia, di come vede questo personaggio e di quali sono le caratteristiche vocali della parte.

Tonio è un personaggio estremamente complesso; la sua scrittura vocale dà al baritono la possibilità di esprimere un’ampia gamma tecnica. Innanzitutto, il suo Prologo apre l’opera, e ciò è già di per sé complicato, un po’ come “Celeste Aida” intonata ‘a freddo’ da Radames. In Pagliacci Tonio ha un esordio simile. A lui Leoncavallo affida un manifesto: deve far comprendere le intenzioni dell’opera, la crudeltà della storia, la sua tragicità.

Nel corso di Pagliacci è un personaggio che attraversa vari stati d’animo: ama, non ricambiato Nedda; il rifiuto gli genera rancore, cattiveria, vendetta. È un uomo tormentato; ma deve anche esprimere l’amore, e quindi deve saper legare le frasi musicali.

Insomma, per me è uno dei personaggi più complessi e sfaccettati del repertorio baritonale.

Non è il suo debutto assolto nella parte, ma qui a Salerno, nella sua città, questa produzione ha un’importanza particolare...

Sì, ho già cantato Tonio a Cagliari, ma reinterpretarlo a Salerno, sotto la direzione del maestro Daniel Oren - che è molto esigente, ti aiuta e sorregge sempre - è come riscoprire la parte. Grazie al maestro Oren credo di riuscire ad esprimere il personaggio a tutto tondo.

Ora facciamo un passo indietro: qual è stata la sua formazione musicale e quali sono stati gli incontri più hanno inciso sulla sua formazione?

Ho iniziato a studiare il pianoforte; mi sono avvicinato alla lirica grazie a mio padre, che era un grande appassionato. Potrei affermare che i miei maestri di canto sono stati i vinili, quelli di Franco Corelli in particolare! Non ho avuto un vero e proprio maestro di canto ad indirizzarmi nello studio. Ho studiato, e lo faccio tuttora, molto me stesso; ho fatto molto sport, ho praticato l’apnea, attività che migliorano la respirazione e che aiutano a comprendere il proprio corpo.

Un maestro che ha cambiato il mio modo di cantare è stato il grande baritono Ludovic Tézier: l’ho incontrato un paio d’anni fa e mi ha insegnato a controllare il canto. Tézier è un maestro del ‘controllo’! Ho avuto la fortuna di lavorare con grandi direttori – mi vengono in mente Roberto Abbado, Daniel Oren, Dan Ettinger – e ognuno mi ha insegnato qualcosa di importante.

Come si definirebbe oggi?

Mi sento un baritono quasi vicino alla maturità; ora mi sento padrone della mia voce e credo che stia per arrivare il meglio dalla sua espressione.

I suoi prossimi impegni prevedono molte parti di Verdi. Quali caratteristiche deve necessariamente avere un baritono per affrontare il repertorio verdiano?

Occorre saper cantare su tessiture acute senza perdere la rotondità della voce, la sua copertura; non bisogna mai aprire troppo i suoni, cosa che può essere ‘tollerata’ nel repertorio verista, ma in Verdi proprio no! Per affrontarlo occorrono necessariamente nobiltà, fraseggio e legato. Se non si è un baritono dalla linea di canto ‘nobile’, Verdi non lo si può cantar bene!

A proposito di ruoli baritonali ‘nobili’, lei sarà a novembre Rodrigo del Don Carlo - parte già interpretata al Teatro San Carlo nel dicembre 2022 - a Modena, Reggio Emilia e Piacenza. Ci parli di questo personaggio e della sua vocalità.

Per me Rodrigo è un personaggio nobile, ma ambiguo: è un manipolatore di Filippo e di Carlo. Per lui conta solo salvare la Fiandra: tutto è finalizzato a questo scopo; e per cercare di raggiungere la salvezza della Fiandra – lo ripete nell’opera – ‘usa’ l’affetto di e verso Carlo. Secondo me, si sacrifica per la Fiandra, più che per amore di Carlo.

E dal punto di vista vocale quali sono le caratteristiche e le insidie della parte di Rodrigo?

Be’, Rodrigo è un compendio di un mondo vocale. L’aria finale deve essere cantata piano, sul fiato, serve un fiato lunghissimo. La parte ha in sé tutto quello che il canto verdiano pretende: eleganza, nobiltà, fraseggio e perfetta intonazione.

Tra dieci anni come si vede? Quali saranno i prossimi obiettivi vocali?

A trentasette anni ho già cantato parti di Verdi complesse e ‘pesanti’. A breve sarò Barnaba nella Gioconda (nell’aprile 2024 al Teatro San Carlo, n.d.r.)Quando si è giovani, e si hanno energia e forza, queste parti vanno affrontate. Non penso che il repertorio ‘impegnativo’ debba essere affrontato solo quando si è più avanti con gli anni, dalla piena maturità vocale. Ora ho gli acuti; non so se tra dieci anni li avrò ancora. In futuro potrei dirigermi verso il verismo, repertorio che amo molto, ma per il momento canterò molto Verdi: amo Verdi, ho un rapporto speciale con le sue parti, e poi noto che fa bene alla voce!

E Donizetti c’è ancora nella sua carriera?

Ho cantato molte volte Lucia di Lammermoor; oggi la parte di Enrico è diventata difficilissima: i direttori d’orchestra non tagliano più (quasi) nulla, la parte diventa molto faticosa.

Come può l’opera lirica conquistare il pubblico giovane?

Penso che l’opera andrebbe insegnata nelle scuole. Oggi pomeriggio, qui a Salerno, la prova generale di Pagliacci era stata aperta agli studenti. C’erano molti bambini ai quali l’opera è piaciuta molto. Si dovrebbe continuare ad avvicinarli così, da subito.

Io sono cresciuto con la lirica, perché mio padre l’ascoltava e quando ho iniziato a prestarle più attenzione, mi sono appassionato. Per far lo stesso con i ragazzi, bisogna indirizzarli e guidarli nell’ascolto, portarli a teatro. Bisogna far entrare il teatro nelle scuole. In fondo la musica lirica è contemporanea, è ricca delle emozioni che provano i ragazzi.

Chi vorrà ascoltarla dove potrà?

Dopo Pagliacci qui a Salerno, ci sarà a novembre Don Carlo a Modena, Reggio Emilia e Piacenza; a Modena tornerò a dicembre per Il trovatore; poi, a Barcellona, a febbraio, Un ballo in maschera; La Gioconda a Napoli in aprile; a Stoccarda, da giugno, Il trovatore e alcune altre belle e importanti opere seguiranno, ma al momento non le possono annunciare.

La ringrazio del tempo che ci ha dedicato e le faccio un in bocca al lupo per i prossimi impegni e per la sua carriera!

Evviva il lupo! Grazie a voi dell'Ape musicale per l’intervista.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/interviste/14777-intervista-ernesto-petti

lunedì 16 ottobre 2023

L'anima della diva

 Abbiamo assistito a una serata di melodie russe o a una rappresentazione operistica? È questa la domanda che ci frulla nel cervello al termine del recital di Anna Netrebko, accompagnata dal pianista Pavel Nebolsin al Teatro San Carlo. La diva più diva dei nostri giorni torna a Napoli, ad un anno dal trionfale successo (qui la recensione: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/68-concerti2022/13625-napoli-concerto-netrebko-bignamini-08-10-2022) del concerto di apertura della Stagione sinfonica, ed è trionfo e ipnosi.

Malgrado il programma per nulla pop, raffinato e integralmente dedicato alla romanza da camera russa - Rimsky-Korsakov, Rachmaninov e Čajkovskij gli autori in programma; solo tre incursioni nell’opera lirica, ovviamente russa! - Anna Netrebko ha tenuto letteralmente inchiodato in sala un pubblico attento, stregato dalla malia della sua voce e, ancor di più, dal debordante, fascinoso, ipnotico e indefinibile carisma artistico.

Sulla bellezza del timbro vocale della Netrebko, sulle sue naturali doti vocali, sulla strabiliante tecnica di emissione e proiezione dei suoni, tra irriducibili detrattori e osannanti ammiratori, son scorsi – e scorrono - fiumi di inchiostro (e di byte): l’obiettività impone di registrare l’irrobustimento della tempra vocale, una sempre più pronunciata screziatura del timbro, la cavata possente, simile a quella di un violoncello, la perfetta proiezione degli acuti, l’aleggiare delle mezzevoci e l’irradiarsi dei pianissimi in ogni angolo della grande sala del San Carlo, lo stupore per la colonna di fiato e di suono che Anna Netrebko aziona ogni qualvolta la tensione drammatica richiede una buona dose di calor bianco. Quella di del soprano russo- è una gestione da manuale del proprio meraviglioso strumento vocale: domina la tecnica vocale a tal punto da far ‘girare’ la voce per il teatro anche quando, per ‘teatralizzare’ le romanze eseguite, dà le spalle al pubblico.

Ma se lo stupore per le innate qualità vocali e la ricchezza di armonici del timbro di una vocalità obiettivamente fuori dal comune dovrebbe essere argomento pacifico e scontato per un’artista con la storia della Netrebko, il recital di stasera ha stupito per l’acume interpretativo che il soprano russo-austriaco ha riservato ai brani in programma.

Sin dalle prime melodie di Nikolai Rimsky-Korsakov - al quale è dedicata la prima parte del recital - Anna Netrebko si è immersa nella scrittura vocale illuminando ogni segno d’espressione, cesellando ogni singola frase, soffermandosi su ogni accento: nei bei testi che cantano del silenzio della notte, di venti che sussurrano, di allodole che cantano, di nostalgia di terre lontane la Netrebko ritrova e fa risuonare la sua anima russa, il pulsare di quella meravigliosa e sorprendente civiltà artistica esplosa, in tutte le arti, nel corso dell’800. Anna Netrebko, con il supporto dell’accompagnamento sempre attento, calibrato, quasi pudico di Pavel Nebolsin, pianista dal tocco raffinato e devoto alle esigenze del canto, fa risuonare ogni parola/nota di questi bozzetti musicali: si nota un’attenzione al suono della singola parola, al colore della frase molto più profonda e accentuata rispetto a quella riservata all’interpretazione del grande repertorio italiano. Si percepisce, e immediatamente, che il repertorio che affronta stasera è la musica che le scorre e pulsa nelle vene.

Tra le gemme della prima parte del recital resta impresso l’abbandono alla melodia struggente di Plenivshis' rozoj, solovey di Rimsky-Korsakovindimenticabile per la purezza del legato, per la cavata poderosa e la partecipazione empatica impressa alla romanza.

E poi c’è la ‘teatralità’ - da cui l’interrogativo nato a fine recital - di Anna Netrebko arricchisce l’intero programma della serata: si muove per il palcoscenico, calibra i movimenti, i gesti, le espressioni di dolore e di dolcezza del viso, accenna passi di danza, il tutto come se vestisse panni e costumi di un’eroina della più appassionante opera lirica.

Si prende e occupa con il suo carisma scenico il grande e deserto palcoscenico del San Carlo; lo percorre in lungo in largo, lancia un caleidoscopio di sguardi, di fuoco, melanconici, ridenti. In una espressione, fa teatro: rende palpitante anche la più assopita romanza da salotto.

È un recital da ascoltare e da vedere, che ci dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, qual è l’esatta caratura artistica di Anna Netrebko.

Non c’è espressione di testo e musica che non sia declinata in un gesto scenico, in una espressione del viso, in un’inflessione vocale. In un programma articolato come quello scelto da Anna Netrebko, sarebbero molti i momenti in cui si assiste alla fusione tra bellezza vocale, perizia tecnica, scavo interpretativo a dover essere menzionati, ma inevitabilmente sconterebbero la preferenza soggettiva di chi scrive, nonché il tedio dell’elencazione; tuttavia la scena dello scioglimento da La fanciulla di neve di Rimsky-Korsakov appare una gemme splendente all’interno di una preziosa collana. Qui, come negli altri brani di cui si dirà, le caratteristiche vocali e interpretative riscontrate nel corso dell’intero recital hanno raggiunto le punte più alte, trovato la forma di espressione più compiuta.

Così come resta impresso lo stupore cantato in Zdes’ khorosho di Sergei Rachmaninov, con quel prodigio dei suoni filati che riempiono teatro e spettatori di emozione e ammirazione.

Ma è nelle romanze di Pëtr Il'ič Čajkovskij, forse il più colto, raffinato, cosmopolita e irriducibilmente ‘russo’ tra i grandi compositori della grande madre Russia dell’800, che Anna Netrebko trova e tocca le corde più profonde della sua anima: con naturalezza, lontana da cerebralismi, dipana una linea di canto dalla macerata espressività, perfettamente complementare al doloroso attorcigliamento del melos di Čajkovskij; quello di Ya li v pole da ne travushka bïla? è un pianto straziante: Anna Netrebko scava nelle pieghe della scrittura, esalta il tono funereo, la tinta bruna del brano, un ‘canto del destino’ di immediata riconoscibilità cajkovskiana, struggente, inteso e disperato come solo la musica del divino Pëtr Il'ič sa esserlo. In questa disperata romanza la Netrebko scolpisce accenti cupi, sussurri prossimi a rantoli, altera, per rendere ancor più intensa l’interpretazione, la bellezza del timbro vocale: a giudizio di chi scrive, è questo il momento più intenso e teatralmente coinvolgente dell’intera serata, già ricchissima di emozioni e di numerosi istanti di spiccato carisma.

Pubblico stregato dalla personalità vocale e scenica di Anna Netrebko; al termine è un trionfo di applausi.

Non c’è espressione di testo e musica che non sia declinata in un gesto scenico, in una espressione del viso, in un’inflessione vocale. In un programma articolato come quello scelto da Anna Netrebko, sarebbero molti i momenti in cui si assiste alla fusione tra bellezza vocale, perizia tecnica, scavo interpretativo a dover essere menzionati, ma inevitabilmente sconterebbero la preferenza soggettiva di chi scrive, nonché il tedio dell’elencazione; tuttavia la scena dello scioglimento da La fanciulla di neve di Rimsky-Korsakov appare una gemme splendente all’interno di una preziosa collana. Qui, come negli altri brani di cui si dirà, le caratteristiche vocali e interpretative riscontrate nel corso dell’intero recital hanno raggiunto le punte più alte, trovato la forma di espressione più compiuta.

Così come resta impresso lo stupore cantato in Zdes’ khorosho di Sergei Rachmaninov, con quel prodigio dei suoni filati che riempiono teatro e spettatori di emozione e ammirazione.

Ma è nelle romanze di Pëtr Il'ič Čajkovskij, forse il più colto, raffinato, cosmopolita e irriducibilmente ‘russo’ tra i grandi compositori della grande madre Russia dell’800, che Anna Netrebko trova e tocca le corde più profonde della sua anima: con naturalezza, lontana da cerebralismi, dipana una linea di canto dalla macerata espressività, perfettamente complementare al doloroso attorcigliamento del melos di Čajkovskij; quello di Ya li v pole da ne travushka bïla? è un pianto straziante: Anna Netrebko scava nelle pieghe della scrittura, esalta il tono funereo, la tinta bruna del brano, un ‘canto del destino’ di immediata riconoscibilità cajkovskiana, struggente, inteso e disperato come solo la musica del divino Pëtr Il'ič sa esserlo. In questa disperata romanza la Netrebko scolpisce accenti cupi, sussurri prossimi a rantoli, altera, per rendere ancor più intensa l’interpretazione, la bellezza del timbro vocale: a giudizio di chi scrive, è questo il momento più intenso e teatralmente coinvolgente dell’intera serata, già ricchissima di emozioni e di numerosi istanti di spiccato carisma.

Pubblico stregato dalla personalità vocale e scenica di Anna Netrebko; al termine è un trionfo di applausi.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/75-concerti-2023/14772-napoli-concerto-netrebko-nebolsin-13-10-2023

martedì 10 ottobre 2023

L'inverno dei migranti

 NAPOLI, 7 ottobre 2023 - “Opera musicale non tradizionale”: così Roberto Andò definisce Winter journey, nato dalla collaborazione tra il compositore Ludovico Einaudi, il librettista irlandese Colm Tóibín e lo stesso Andò, ideatore della drammaturgia, oltre che regista.

Spettacolo dal forte impatto visivo ed emotivo, Winter journey rende inscindibili tra loro il raffinato e incisivo libretto (in inglese), la rappresentazione curata sapientemente da Andò, alla quale si sovrappongono i video di Luca Scarzella, dal taglio cinematografico, e la musica di Ludovico Einaudi, la quale, nella raffinatezza e concisione delle cellule tematiche, “illustra” la narrazione e, soprattutto, la rappresentazione espressiva ed emotiva di questo viaggio invernale.

Più correttamente, siamo portati ad individuare due viaggi invernali: perché, se il primo immaginato dagli autori è quello che narra, attraverso i dialoghi e i monologhi dei protagonisti, la vicenda del Man (uomo) partito dalla sua terra martoriata con la speranza di trovare un futuro migliore e di essere accolto in Europa, il secondo viaggio è un atto di accusa nei confronti de Vecchio Continente che ha smarrito gli ideali di accoglienza, eguaglianza, tolleranza e che ha dimenticato il suo nobilissimo patrimonio filosofico.

In scena dunque, vediamo e percepiamo due inverni: quello emotivo, dell’anima dell’uomo costretto a fuggire dalla disperazione, che lascia la moglie e il figlio, che è alla ricerca perenne di un fortunoso ponte di comunicazione (a noi europei smartphonedipendenti resta impressa la ricerca dell’uomo di un cellulare con la batteria carica per mandare sms alla sua donna, per farle sapere di essere sopravvissuto alla traversata in mare); l’altro inverno è quello calato sull’Europa: il libretto di Colm Tóibín è un duro j’accusenei confronti delle politiche europee in materia di migrazione, troppo influenzata da squallidi calcoli elettorali e ossessionata da paure spesso figlie di pregiudizi e stereotipi.

Del dramma, storico ma soprattutto personale, dell’emigrazione Roberto Andò dà una rappresentazione teatrale strutturata in sette sezioni - quasi pannelli di un polittico di un lungo peregrinare - toccanti, opprimenti (quelle in mare, perfettamente sottolineate dai video di Scarsella, ad esempio), dalle scene e luci di Gianni Carluccio e dai costumi di Daniela Cernigliaro, che inchiodano il dramma dell’emigrazione hic et nunc, mettendoci davanti al nitido specchio del nostro presente.

A sottolineare le tappe di questo viaggio interiore la musica di Ludovico Einaudi, alla sua prima “opera lirica”: l’adorato pianoforte qui si accompagna a una narrazione orchestrale di grande suggestione, nel corso della quale le cellule melodiche quasi si adagiano sulle pieghe delle emozioni, delle speranze deluse del Man e della sua Woman. Composizione emotivamente intensa, che nella ripetizione ossessiva delle micromelodie crea atmosfere sonore dalle quali emerge lo struggimento, la delusione, l’oppressione del viaggio del migrante, in sintonia speculare con l’aspetto teatrale-cinematografico.

La calibratissima resa musicale si giova della direzione, precisa nella gestione dei volumi e pesi sonori, di Carlo Tenan: si ascoltano nitidamente le strutture di Einaudi, le loro dinamiche e colori. Da lodare, dunque, anche perché impegnate in un repertorio poco/nulla frequentato, l'esattezza, la duttilità e la versatilità dimostrate dall’Orchestra del San Carlo e dal Coro, diretto da Vincenzo Caruso.

Badara Seck, nei panni di Man, è un artista intenso, che emoziona con il suo canto straziante, intriso nei melismi, nei colori della tradizioneafricana; pari per intensità e coinvolgimento è la magnifica e sensualissima vocalità di Woman di Malia (Maria Chamley).

Determinante alla riuscita dello spettacolo sono anche i recitanti, che doppiano fuori scena Man e Child – rispettivamente Mamadou Dioume e Leslie Nsiah Afriyie – e soprattutto il Politician di Jonathan Moore, perfetto nell’incarnare l’anima inaridita di un indeterminato politico europeo (in realtà, a sentire i suoi refrain sul tema, riconoscibilissimo) che propone e urla slogan ai suoi elettori.

Al termine dello spettacolo – un’ora e mezza circa, senza intervallo; a giudizio di chi scrive, forse durata non commisurata, per eccesso, alla stringatezza della trama e alla concisione del linguaggio musicale di Einaudi – sono ben sette i minuti di applausi calorosi che salutano la prima rappresentazione assoluta a Napoli di Winter journey, coproduzione del Teatro Massimo di Palermo (dove è andata in scena nel 2019) e del Teatro San Carlo, per il quale era stata programmata per la Stagione lirica 2019-2020, poi stravolta dalla pandemia di Covid-19 e, infine, recuperata stasera.

Dopo il silenzio gravido di emozione e smarrimento che segue agli ultimi accordi, la sala, quasi del tutto gremita, tributa un successo convinto per gli autori e artefici dello spettacolo.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/74-opera/opera-2023/14759-napoli-winter-journey-07-10-2023