NAPOLI, 22 marzo 2026 - L’accostamento tra la Sinfonia n. 35 in re maggiore “Haffner” di Wolfgang Amadeus Mozart e la Quarta Sinfonia in sol maggiore di Gustav Mahler è riflessione sulla forma classica della sinfonia e sulle sue metamorfosi: il modello ideale di quelle di Haydn e Mozart si specchia, deformato, nel sottile e sapiente gioco di scomposizione e ricomposizione del mondo esplorato da Mahler nelle sue sinfonie, dalle quali viene proposta quella che omaggia la musica del Settecento e in particolare il Salisburghese.
Se la Haffner è una meravigliosa sintesi di grazia, dinamismo, gioiosa immanenza, la Quarta di Mahler, invece, sembra provenire da un mondo lontano decadente, in rapida dissoluzione; quest’ultima è proiettata verso la trascendenza (il Lied conclusivo Das himmlische Leben/La vita celeste ne è chiaro indizio) ma si presenta malata, distorta, affannosa (si pensi al sublime Ruhevoll/Calmo del terzo movimento), a tratti, come gran parte della musica di Mahler, caricaturale.
Questa distanza espressiva tra le due composizioni, il cui accostamento produce, come vedremo, progressiva estraniazione, è acutamente individuata dalle letture, opposte seppur speculari, delle due sinfonie proposte da Dmitry Matvienko.
Sin dalle prime battute della “Haffner” (del 1783) si viene rapiti dagli imperiosi salti di doppia ottava, dal ritmo puntato del primo tema: quella del bielorusso, che torna al San Carlo a quasi due anni dal suo debutto napoletano (qui la recensione), è una direzione frenetica, pulsante, a tratti fin troppo vorticosa e sbalzata, che però nel complesso trova il miglior compromesso tra esuberanza ed eleganza (ad esempio, il raffinato Trio del minuetto). Ad eccezione di qualche affondo sonoro eccessivo dei fiati e dei timpani, il concertatore garantisce equilibrio sonoro tra le sezioni, dando tendenzialmente risalto agli archi - stasera in gran spolvero per bellezza, morbidezza e smalto sonoro, varietà dinamica e di fraseggio e precisione interna - il cui passo deciso è molto ben impresso e controllato dal primo violino di spalla di Fabrizio Falasca.
Al termine di questa Haffner si apprezzano la sostanziale pulizia dell’esecuzione - qualche suono sporco tra quelli più esposti della sezione dei fiati merita indulgenza: si ascoltano anche nelle compagini più blasonate -, la levigatezza degli archi, la reattività dell’orchestra al gesto elegante e plastico di Matvienko, il quale con cambi dinamici e agogici dimostra fantasia interpretativa di grande suggestione.
Muta radicalmente l’approccio interpretativo con la Sinfonia n. 4 in sol maggiore (del 1901) di Gustav Mahler: sin dall’attacco del primo movimento - Bedächtig, Nicht eilen, recht gemächlich (Riflessivo, Non affrettato, Molto comodo) - viene staccato un tempo abbastanza rilassato. Tutta la concertazione procede sul crinale di un’agogica trattenuta, a tratti affannosa: il discorso musicale procede per scomposizione, per successione di blocchi ai quali si dà connotazione quasi cameristica per la nitidezza strumentale e per il risalto conferito alle strutture armoniche della partitura.
Nel secondo movimento, il violino accordato un tono sopra che impersona una figura quasi demoniaca dell’ottimo Fabrizio Falasca e Matvienko evitano ogni effetto grottesco troppo marcato, preferendo apparire insinuanti, quasi ambigui. Il risultato è una tensione sottile, che, nel fitto gioco di sponda con i fiati, si insinua nel tessuto orchestrale senza mai esplodere in maniera plateale.
Il terzo movimento, Ruhevoll/Calmo, la pagina più profonda della sinfonia, è, a giudizio di chi scrive, il momento più intenso dell’esecuzione: qui il direttore, contrariamente a quanto ci si sarebbe aspettato, stacca un tempo alquanto sostenuto, dispiega un fraseggio ampio, sorvegliatissimo, evitando di inciampare nella flebile elegia. La costruzione delle arcate dinamiche è operata con coerenza e gradualità; il climax è raggiunto senza forzature, come naturale esito della progressione del discorso musicale.
Il movimento finale ci conduce verso una dimensione trascendente: Mahler introduce la voce umana, stasera affidata al soprano Marina Monzó, chiamata a evocare la visione ingenua e trasfigurata di Das himmlische Leben/La vita celeste. La Monzó si distingue per la purezza dell’emissione, il bellissimo timbro luminoso, la linea di canto nitida, priva di manierismi. La sua interpretazione trova un equilibrio convincente tra semplicità e consapevolezza stilistica. Il timbro si integra con il tessuto orchestrale, grazie anche all’attenzione di Matvienko nel mantenere sempre trasparente ed equilibrato l’accompagnamento.
La lunga corona sull’ultima pausa, non spezzata da applausi prematuri, testimonia la riuscita dell’intento mahleriano: trasportare l’ascoltatore verso beatitudini impalpabili, eppure intuibili.
Dopo il silenzio, applausi prolungati e calorosi da parte del folto pubblico del San Carlo all’indirizzo del direttore, dell’orchestra, delle sue prime parti e del soprano Marina Monzò, raffinata evocatrice di dimensioni ultraterrene.
Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/18-concerti2015/17272-napoli-concerto-monzo-matviienko-san-carlo-22-03-2026
Nessun commento:
Posta un commento