RAVELLO, 11 luglio 2026 - rima ancora di essere un capolavoro, L’Orfeo di Claudio Monteverdi è un’invenzione: quella del melodramma italiano, del teatro musicale come oggi lo intendiamo, della parola che si fa azione attraverso il suono e dell’arricchimento del recitar cantando quale nuova forma espressiva. A oltre quattro secoli dalla prima rappresentazione mantovana del 1607, questa opera conserva intatta la propria forza rivoluzionaria, imponendosi ancora oggi come una delle più complesse e affascinanti per interpreti chiamati a coniugare rigore stilistico e teatralità. La 74ª edizione del Ravello Festival, nell’affidarne, in esclusiva per l’Italia, l’esecuzione a Jordi Savall consegna questo patrimonio a uno dei massimi specialisti del repertorio antico, protagonista da decenni di un serio e approfondito lavoro di ricerca capace di restituire alla musica del Seicento una vitalità aliena da sterile esercizio filologico.
Il Belvedere di Villa Rufolo offre una cornice impareggiabile; il progressivo calare della sera, la discreta illuminazione della villa in stile moresco e il panorama sospeso fra cielo e mare quasi esaltano la dimensione mitica della “favola pastorale” di Monteverdi.
Prima di provare a descrivere la serata, si esprime qualche riserva riguarda invece la gestione dell’amplificazione del concerto. Se è comprensibile la necessità di sostenere un organico relativamente contenuto in uno spazio aperto e particolarmente ampio come quello del Belvedere, il risultato, però, appare in più momenti eccessivamente invasivo: clavicembalo e arpa sono così amplificati che emergono con una presenza fin troppo marcata, finendo talvolta per prevalere sul canto e alterando quel delicatissimo equilibrio timbrico sul quale Monteverdi costruisce gran parte della propria tavolozza sonora. Alcune improvvise folate di vento, poi, contribuiscono a rendere molesta la diffusione del suono, accentuando una sensazione di artificiosità che avrebbe meritato probabilmente una più attenta e studiata calibrazione.
Ma al di là del limite tecnico, la qualità musicale della serata si rivela invece di assoluto rilievo.
Savall dirige con la naturale autorevolezza di chi ben conosce e frequenta questa partitura (sono reperibili incisioni audio e video con cast pressoché coincidente con quello schierato stasera a Ravello). Il gesto è essenziale, privo di compiacimento, ma continuamente rivolto a plasmare il respiro della frase. La sua concertazione privilegia l’aspetto discorsivo della scrittura monteverdiana, nella quale ogni inflessione nasce direttamente dalla parola poetica, nonché la vitalità ritmica e lo scintillio strumentale.
La lettura convince per morbidezza, sinuosità e continuità del fraseggio. L’agogica respira con estrema naturalezza, le dinamiche si modellano senza forzature e il fluire musicale procede con una cantabilità accompagnata da ben calibrata tensione drammatica. Savall non ricerca effetti, ma lascia che siano i continui mutamenti degli affetti disseminati nella partitura a forgiare il rilievo teatrale della partitura, costruendo un racconto di intensa partecipazione emotiva.
Determinante il contributo del Concert des Nations, ensemble che conferma il proprio ruolo di assoluto riferimento nell’interpretazione della musica antica. Gli strumenti originali restituiscono una tavolozza timbrica ricchissima, costruita da colori cangianti, trasparenze e brillantezza ritmica. Il basso continuo accompagna costantemente il respiro delle voci con fantasia e duttilità, mentre l’intero organico suona con precisione, equilibrio e piena aderenza al linguaggio monteverdiano.
Splendida anche la prova del Coro della Capella Reial de Catalunya, che si distingue per omogeneità dell’impasto vocale, chiarezza della dizione e raffinata assimilazione della prassi esecutiva seicentesca. L’ensemble vocale si inserisce nel tessuto orchestrale, contribuendo a quell’equilibrio fra parola e musica che costituisce il cuore dell’opera.
Di ottimo livello anche il cast vocale, composto da artisti specialisti del repertorio, del suo stile, tutti consapevoli delle peculiarità della vocalità monteverdiana, fondata su mobilità e fantasia continue innestate sul basilare del recitar cantando e sull’assoluta centralità della parola.
Mauro Borgioni è un Orfeo di intensa partecipazione lirica, capace di coniugare nobiltà d’accento e naturale eloquenza: il fraseggio pone costante attenzione al peso espressivo del testo senza mai indulgere in accenti estranei alla cifra stilistica richiesta dalla scrittura vocale.
Marie Théoleyre affronta la duplice parte della Musica e di Euridice con timbro luminoso, linea vocale sicura e una presenza scenica che, pur nell’esecuzione in forma di concerto, trasmette partecipazione emotiva. Sara Mingardo possiede tutta l’esperienza artistica per conferire alla Messaggera autorevolezza quasi austera, sostenuta da una parola scolpita con chiarezza.
Marianne Beate Kielland, nelle parti di Speranza e Proserpina, si distingue per sicurezza vocale ed equilibrio interpretativo.
Salvo Vitale presta a Caronte e Plutone il proprio bel timbro morbido, delineando con efficace autorevolezza entrambe le figure infernali, mentre Furio Zanasi affronta la parte di Apollo con canto saldo, timbro ben proiettato ed eleganza interpretativa.
Completano il cast Anna Piroli (Ninfa), Victor Sordo (Pastore I/Spirito II), David Tricou (Pastore II/Spirito IV), Ferran Mitjans (Pastore III/Spirito I) e Etienne Prost (Pastore IV/Spirito III).
È un parterre vocale di evidente omogeneità, nel quale ciascun interprete concorre all’eccellente livello dell’esecuzione musicale: tutti denotano spiccata idiomaticità e un fraseggio eloquente e calibrato, inserendosi nel sinuoso organismo sonoro scolpito da Jordi Savall. Una lettura improntata a rigore stilistico e coinvolgimento emotivo che restituiscono la modernità del primo grande capolavoro del melodramma italiano.
Al termine, le tenebre avvolgono Villa Rufolo, lunghi e calorosi applausi salutano Jordi Savall, Le Concert des Nations, La Capella Reial de Catalunya e l’intero cast.
Nell’incanto della villa duecentesca suggestivamente illuminata e sospesa sul mare il canto di Orfeo sembra continuare a risuonare ben oltre la vigorosa moresca che chiude l’opera, ricordandoci come proprio da questa musica abbia avuto origine una delle più straordinarie avventure della civiltà musicale occidentale.
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