VIENNA, 17 maggio 2026 - Ci sono opere che si impongono grazie alla solidità della loro architettura teatrale e altre che, invece, vivono soprattutto di bellezza melodica, clima, di “profumi” sonori, di seduzione timbrica, di quella indecifrabile alchimia che riesce a trasformare una drammaturgia fragile in un’esperienza poetica. Les pêcheurs de perles (1863) appartiene alla seconda categoria. E proprio per questa caratteristica ogni regia che tenti di “rafforzarne” o riscriverne la drammaturgia sghemba corre il rischio di ottenere il risultato opposto: non colmare le debolezze del libretto, ma sostituirle con un corredo teatrale e simbolico improbabile. Ed è ciò che accade con il nuovo allestimento dell’opera di Bizet che ha debuttato alla Wiener Staatsoper. Il regista tedesco Ersan Mondtag firma uno spettacolo, sulla discutibile drammaturgia di Till Briegleb, visivamente ipertrofico e concettualmente sovraccarico che, lungi dal colmare le ingenuità del dramma di Bizet, finisce spesso per amplificarle involontariamente fino a toccare, in alcuni momenti, il territorio del risibile (Nadir sbarca da un grande yacht; Zurga guida i lavoratori della fabbrica tessile; Léïla è una sacerdotessa della moda, una sorta di fashion influencer; il secondo atto si svolge in un centro commerciale in cui a dominare è una scala mobile di marmo). Mondtag - che cura anche scenografia e costumi - ripudia la dimensione esotica dell’opera (che pure ne costituisce il connotato musicale più evidente) per trasferirla in un universo postindustriale dominato dal culto del lusso, della moda e della mercificazione del corpo. La comunità dei pescatori - che vive e lavora in un factory, come si preferisce dire oggi... - diventa una collettività alienata, immersa in un mondo che allude all’industria tessile, alla performance artistica contemporanea e a rituali pseudo-religioso.
Il problema di questa concezione non è l’attualizzazione della drammaturgia - se coerente e, soprattutto, indagatrice del messaggio e del senso profondo del testo teatrale ben venga! - quanto l’arbitrarietà del nuovo codice visivo e drammaturgico adoperato da Mondtag: procede per accumulo di immagini e scene senza riuscire mai davvero a costruire un coerente disegno teatrale.
Eppure bisogna riconoscere allo spettacolo una notevole vis figurativa. Alcuni quadri possiedono un’indubbia potenza plastica e lo spettacolo, al di là di una gestualità a tratti scontata, è condotto con ricorso a buona tecnica teatrale: le masse corali trasformate in una umanità deformata, i costumi volutamente grotteschi e ipercolorati, le luci taglienti di Henning Streck scolpiscono i personaggi, i video di Luis August Krawen contribuiscono a dissolvere ogni residuo di naturalismo. A Ersan Mondtag bisogna riconoscere di comprendere il potere dell’immagine e di saper riempire lo spazio scenico con continuità visiva che finisce per soffocare quella fragile e sensuale leggerezza che costituisce la natura dei Pêcheurs.
Il pubblico viennese riserva sonori dissenso alla regia già all’inizio del secondo atto, mentre sulle note di “Toreador, en garde, Toreador, Toreador!”, viene diffuso all’interno del centro commerciale in scena un annuncio registrato con la voce del sovrintendente della Staatsoper Bogdan Roščić.
Sul versante musicale le cose procedono significativamente meglio, con ben altre ragioni di interesse.
Daniele Rustioni, al suo debutto alla Wiener Staatsoper, guida l’orchestra con evidente trasporto e abbeverandosi della ricchezza timbrica della compagine viennese. Talora, però, la fascinazione per la sontuosità orchestrale finisce per incrinare il delicato equilibrio richiesto da Bizet. Il suono è opulento, persino abbagliante nella qualità degli impasti strumentali; ma non sempre possiede la trasparenza, la morbida iridescenza, quel “profumo” tipicamente francese che quest’opera richiederebbe. In più occasioni la buca eccede nel volume e nella densità, sacrificando l’equilibrio fra orchestra e canto. È una lettura che privilegia il colore e l’affondo sonoro più della finezza delle atmosfere: scelta legittima, ma non sempre aderente per questo repertorio.
Semplicemente splendido il coro della Wiener Staatsoper preparato da Thomas Lang, punto di forza della produzione: puntuale negli attacchi, corposo nella sonorità, incisivo nella scansione ritmica e teatralmente presente, la compagine conferisce all’opera compattezza e tensione.
Quanto al cast vocale, seguendo l’ordine di locandina, il soprano armeno Kristina Mkhitaryan disegna invece una Léïla lontana dall’idea tradizionale della sacerdotessa eterea e siderale. La voce è ampia, robusta, dal timbro scuro e sensuale, con uno spessore e peso specifico superiori a quanto richiesto dalla parte. Conseguentemente le agilità difettano talvolta di leggerezza, naturale fluidità e sgranatura, ma il personaggio, in compenso, acquista polpa, peso drammatico, partecipazione emotiva. La sua Léïla non seduce per fragilità o evanescenza, bensì per intensità e presenza scenica.
Juan Diego Flórez affronta Nadir con intelligenza tecnica e consumata esperienza stilistica. La sua prova è in crescendo: inizialmente si ha la sensazione che la sua vocalità non sia del tutto idealmente centrata per la parte del pescatore (in questa produzione ricco magnate della moda). Il volume appare contenuto, la proiezione non sempre sufficiente ad attraversare la massa orchestrale, gli acuti non sempre denotano lo smalto, lo squillo e la sicurezza di un tempo. Il registro centrale appare non del tutto adeguato per una parte che richiede sì eleganza e morbidezza, ma anche una certa consistenza lirica, in particolare nella canzone di Nadir “De mon amie, fleur endormie” nell’atto II. Tuttavia, nel corso della serata, la prova cresce sensibilmente: Flórez mette in campo tutto il proprio fulgido arsenale tecnico, il controllo del fiato, la raffinatezza di emissione e soprattutto quella qualità del legato che è tra i suoi tratti distintivi e di maggior pregio.
Ludovic Tézier si rivela autentico dominatore vocale della serata. Il suo Zurga si fonda sui propri imponenti mezzi: voce ampia, compatta, proiettata con impressionante facilità e capace di riempire la sala con una naturalezza a tratti perfino brutale. Il baritono francese opta per una linea interpretativa febbrile e coinvolgente. La scontata impeccabilità della prosodia francese si unisce a un fraseggio che talvolta assume colori, inflessioni e accenti quasi verdiani: probabilmente un falso storico per Bizet, ma che Tézier trasforma in un’intensità drammatica così potente. Ne emerge uno Zurga monumentale, stratificato, percorso da autentiche tensioni interiori, lacerato, come nella scultorea interpretazione dell’aria dell’atto III “O Nadir, tendre ami de mon jeune âge”.
Da lodare la prova di Ivo Stanchev come Nourabad: basso dalla voce sonora e autorevole, capace di conferire reale consistenza a un personaggio che il libretto di Michel Carré e Eugène Cormon lascia ai margini dell’azione.
Alla fine applausi prolungati - se ne cronometrano più di dieci minuti - per tutti gli artefici della parte musicale, con calorosissime ovazioni per Juan Diego Flórez, Ludovic Tézier e Kristina Mkhitaryan.
Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/87-opera/opera-2026/17414-vienna-les-pecheurs-de-perles-17-05-2026
Nessun commento:
Posta un commento