VIENNA, 15 maggio 2026 - Alla Wiener Staatsoper Der Rosenkavalier non è soltanto un titolo di repertorio nella programmazione del teatro della capitale austriaca: è un topos della memoria teatrale e della civiltà viennese, una sorta di autoritratto musicale dell’Austria imperiale contemplato attraverso il filtro della nostalgia.
Quando Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal presentarono l’opera nel 1911 a Dresda, l’Impero austro-ungarico viveva gli ultimi splendori prima della dissoluzione (1918): il mondo asburgico di Franz Joseph I - apparentemente saldo, ma scosso da crepe profonde dal suo interno - continua a danzare vorticosamente sul crinale dell’abisso. Eppure DerRosenkavalier guarda ancora più indietro: all’età aurea, ormai perduta nel 1911, dell’imperatrice Maria Teresa, al Settecento mozartiano, in netta contrapposizione con la austera malinconia decadente della Vienna di fine impero.
Tutto in questo capolavoro musicale (e letterario: il libretto di von Hofmannsthal ha un’autonoma e altissima dignità teatrale) appare già perduto eppure miracolosamente vivo.
L’ombra di Mozart e i meccanismi teatrali delle Nozze di Figaro aleggiano ovunque, ma filtrati attraverso la sensibilità crepuscolare del primo Novecento; il rococò si è mutato nelle sinuose volute all’Art Nouveau; la conversazione settecentesca, il gusto per il travestimento e la burla ora pulsa e si amplifica nella sontuosa e vasta orchestra straussiana.
E soprattutto a tenere tutto insieme, a legare frammenti, echi e sussulti di mondi tra loro distanti c’è il Walzer: è uno straordinario anacronismo musicale - il Walzer si addice all’Ottocento e non all’età di Maria Teresa in cui a dominare è invece il minuetto - che assurge a simbolo sonoro dell’intera civiltà viennese, nonché nervo e nerbo della drammaturgia dell’opera. Nel suo movimento tripartito, nel Rosenkavalier pulsa un universo culturale: sensualità, ironia, frivolezza, malinconia, dissoluzione. Strauss dissemina la partitura di richiami alla grande tradizione dei Walzer viennesi, sino a quasi citare letteralmente Dynamiden, op. 173 di Josef Strauss associandolo al barone Ochs, incarnazione grottesca e irresistibile di un’aristocrazia con un piedi ormai al di fuori dalla storia ma ancora aggrappata ai propri rituali e prosopopea mondani.
Der Rosenkavalier è un microcosmo: racchiude mondi ed evoluzioni storiche, quello che unisce Maria Teresa al Kaiser Franz Joseph (Cecco Beppe, per i patrioti ottocenteschi italiani), Mozart alla famiglia degli Strauss viennesi, il Settecento illuminista alla splendida decadenza asburgica del primo Novecento. E nella fusione mirabile tra i versi di Hugo von Hofmannsthal (il librettoè un’opera originale, non è tratta da un testo preesistente) e la musica di Richard Strauss quell’universo trova forse la propria epitome ed evocazione artistica più sublime e commovente.
Lo storico allestimento firmato da Otto Schenk (1930 - 2025), nato per la Wiener Staatsoper il 13 aprile 1968, a dispetto dell’età, continua a restituire l’immagine del Settecento reinventato da Hofmannsthal e Strauss: ancora oggi appare uno degli involucri teatrali meglio congegnati per custodire al suo interno questo scrigno di civiltà musicale. Lo spettacolo appartiene alla storia del teatro viennese e il costante successo di pubblico ne attesta longevità e vitalità. Malgrado i suoi quasi sessanta anni, infatti, continua a “profumare di Settecento”.
Le scene di Rudolf Heinrich e i costumi di Erni Kniepert conservano quella sontuosità e pregnanza pittorica che evitano di scadere sia nella cartolina decorativa sia nella sterile archeologia teatrale. Tutto appare filtrato attraverso il prisma dalla memoria: la camera della Marescialla immersa in una penombra dorata, il fasto volutamente un po’ volgare e ostentato della casa di Faninal, la locanda del terzo atto dove la commedia lentamente si incupisce, sfaldandosi lentamente in meditazione sul tempo e sulla rinuncia.
Il pregio di questo spettacolo risiede proprio nella sua capacità di “respirare” insieme alla musica, di gestire i movimenti e la gestualità sulla musica. Otto Schenk ha saputo raccontare e far intendere l’azione teatrale anche a chi non abbia conoscenza della raffinata lingua del libretto: i gesti, la mimica scorrono paralleli e rispettosi delle didascalie, la prossemica è accurata. E stasera la bravura dei protagonisti anche sul versante attoriale fa sì che gli sguardi, il più piccolo gesto diventano espressione teatrale compiuta, grazie anche al risalto dato dalle luci. Insomma, godere - perché di ciò si tratta - oggi di questo spettacolo significa vivere contemporaneamente due nostalgie sovrapposte: quella di Rosenkavalier per il Settecento perduto e per la sua armonia e quella del pubblico contemporaneo per un teatro musicale, sontuoso, intelligentissimo, curato nei dettagli, elegante, a suo modo calligrafico, e soprattutto profondamente umano.
Sul podio Alexander Soddy firma una direzione di gran pregio: rapinosa nel trascinare il flusso melodico e teatrale senza sacrificare minimamente il lavoro di cesello e i caleidoscopici colori che l’orchestrazione pretende. Ottiene dalla Wiener Staatsoperorchester sonorità ora di opulenza quasi tattile ora evanescenti, sempre governate da lucidità, incisività e precisione e culto per il bel suono.
Le dinamiche risultano ampie, scolpite con finezza, sinuose nel loro mutare, molto ben calibrato l’uso del rubato; gli archi vellutati respirano con morbidezza tutta viennese; i legni dialogano con una trasparenza cameristica. Non mancano turgori sonori novecenteschi, che creano un contrasto di rara suggestione con il morbido ed evocativo mélange di Walzer. E qui sta, a giudizio di chi scrive, il merito più evidente della direzione di Soddy: addentrarsi e destreggiare con perizia l’insidioso codice interpretativo del Walzer viennese. Il tempo ternario viene staccato con quel leggerissimo indugio sul secondo movimento in levare: in quel brevissimo ritenuto il Walzer acquista languore, sensualità, ironia, morbidezza. È in quell’istante che da semplice danza si trasforma in civiltà musicale.
I professori d’orchestra della Wiener Staatsoper potrebbero quasi suonare Der Rosenkavalier ad occhi chiusi: questa musica appartiene geneticamente al loro DNA, scorre e pulsa nel loro sangue. Quanto l’ottima resa sia addebitabile ai Wiener o al direttore è un dubbio che inevitabilmente balena: l’ideale è che l’orchestra si trovi davanti a un direttore capace non tanto di imporsi quanto di assecondare e organizzare quella tradizione vivente senza irrigidirla. E Soddy riesce perfettamente nell’impresa, ottenendo un equilibrio ideale fra spontaneità teatrale e raffinatezza sinfonica e impeto e slancio vitalistico increspato da venature malinconiche. Guida e asseconda, al tempo stesso, la perfetta orchestra viennese.
Questa serata fortunata ha dalla sua anche un cast vocale che appare oggi difficilmente migliorabile per intelligenza e acume interpretativo e teatrale, equilibrio stilistico e obiettive qualità vocali.
Camilla Nylund non interpreta la Marescialla, ma semplicemente la è. Penetra nelle pieghe psicologiche del personaggio attraverso un fraseggio analitico, scolpito su mezzevoci, sospensioni, colori, sussurri e inflessioni continuamente cangianti. Ogni parola sembra meditata, interiorizzata, vissuta, accarezzata da una patina crepuscolare di nostalgia, rimpianto, rassegnazione. La sua Marescialla è tanto monumentale quanto profondamente umana. Il grande monologo sul tempo dell’atto I genera momenti di toccante commozione: se la voce non possiede più la luminosità di un tempo, proprio questo piccolo vulnus si trasforma in risorsa interpretativa: affina ulteriormente la serena malinconia del personaggio, rendendolo ancora più vulnerabile, più consapevole del proprio declino e, quindi, ancor più saggio. Quando poi riappare nel terzo atto, chiamata quasi a ristabilire l’ordine morale dopo il caos farsesco costruito attorno al barone Ochs, sembra davvero irradiarsi, come Strauss pretende, una luce dal palcoscenico. La sua lezione di saggezza nasce dall’accettazione del dolore e del tempo che passa. Nylund è una Marescialla tanto coinvolgente, tanto interiorizzata, tanto autenticamente vissuta, tanto ben cantata che è impossibile non farsi ammaliare dalla profonda e nobile saggezza della sua lezione di vita.
Accanto a lei trionfa il magnifico barone Ochs di Günther Groissböck. Il basso austriaco evita qualsiasi caricatura triviale e costruisce grazie a una vocalità solida, alla varietà di accenti, un personaggio gigantesco, vitalissimo, un po’ cafone e maldestro, ma che non perde nulla della suo carisma. La vocalità è freschissima, sontuosamente timbrata, proiettata con impressionante naturalezza, con un registro grave sonoro e compatto. Fine dicitore, attore di eccezionale presenza scenica, Groissböck domina il personaggio con assoluta autorevolezza e simpatia.
Timbro seducente, di bel colore ambrato è l’Octavian di Samantha Hankey, artista dalla cavata vocale intensa, ampia e coinvolgente. Disegna un Quinquin nobile, spavaldo, innamorato e convincente anche come attrice, speculare, per ardore e fremiti giovanili, alla serafica compostezza della Marescialla.
Nikola Hillebrand è una Sophie di rara perfezione stilistica, dal timbro purissimo, celestiale, dalla proiezione luminosa e dalla linea di canto impeccabile, caratteristiche non comuni che restituiscono tutto il candore del personaggio senza mai inciampare nella vuota leziosità. Alla purezza vocale e all’ottima tecnica si unisce un’intelligenza interpretativa che rende palpabili i tumulti interiori della giovane. Una gioia per le orecchie, gli occhi e la mente!
Eccellente Adrian Eröd, Faninal di grande rilievo musicale e teatrale, molto ben calibrato nel delineare il borghese arricchito ossessionato dall’ascesa sociale. Thomas Ebenstein (Valzacchi) e Stephanie Houtzeel (Annina) formano una coppia di italiani intriganti irresistibili: insinuanti, spiritosissimi, musicalmente impeccabili. Già, l’Italia: nel Rosenkavalier viene spesso evocata da Hofmannsthal attraverso stereotipi settecenteschi volutamente caricaturali e o negativi - basti pensare al generale napoletano citato nel libretto che si dà alla fuga (allusione, anch’essa anacronistica, del librettista ai generali di Francesco II di Borbone, cognato dell’Imperatore Franz Joseph, che si dileguarono davanti all’avanzata dei Mille di Garibaldi, salvo poi riscattare l’onore con l’eroica resistenza nella battaglia di Gaeta) o alla figura stessa del Cantante, sublime citazione e omaggio, benché caricaturale, del melodramma di matrice metastasiana.
Ed è qui che il breve intervento di Michael Spyres diventa autentico lusso teatrale. Al (bari)tenore americano bastano i pochi minuti che la parte gli riserva per imporsi grazie alla linea di canto - dallo stile italiano ed elegantemente rifinita - fresca, morbida, perfettamente proiettata, sostenuta da dizione impeccabile. Una perla, Michael Spyres, in questa preziosa produzione.
Nel Rosenkavalier la riuscita dello spettacolo dipende in maniera decisiva anche dalla miriade di ruoli minori, autentico banco di prova di ogni ripresa: soprattutto nel terzo atto basta una minima imprecisione per incrinare il perfetto meccanismo teatrale e musicale dell’insieme.
Stasera invece ogni figura risulta perfettamente integrata nel tessuto collettivo dello spettacolo. Meritano dunque un convinto encomio Regine Hangler (La signorina Marianne Leitmetzerin), Wolfgang Bankl (Un commissario di polizia), Wolfram Igor Derntl (il maggiordomo della feldmarescialla), Lukas Schmidt (il maggiordomo di Faninal), Marcus Pelz (un notaio), Jozefína Monarcha (una nobile vedova); Dijana Kos-Galic, Irena Krsteska, e Arina Holecek (Tre nobili orfane); Hyejin Han (una modista), Jörg Schneider (un oste), Thomas Köber (un venditore di animali domestici); Oleg Zalytskiy, Burkhard Höft, Johannes Gisser e Oleg Savran (i quattro valletti della Marescialla); Wolfram Igor Derntl, Martin Müller, Konrad Huber, Michael Wilder (i quattro camerieri); Jaroslav Pehal (Leopold, servitore del barone) e Wataru Sano (un domestico): tutti esemplari per precisione musicale e senso teatrale.
Al termine successo vivissimo, con ripetute chiamate al proscenio e autentiche ovazioni soprattutto per Camilla Nylund e Günther Groissböck, Alexander Soddy e la meravigliosa Nikola Hillebrand, protagonisti di una serata memorabile.
Evaporati gli applausi, resta quella dolce malinconia che soltanto Der Rosenkavalier sa lasciare nell’animo: la sensazione di aver vissuto per qualche ora un mondo perduto che non tornerà più. Ma anche la consapevolezza, insegnata dalla Marescialla con infinita umanità, che la vera saggezza consiste nell’accettare il fluire delle cose senza tentare di trattenerle.
Der Rosenkavalier, opera sulla vita e, per chi scrive, una delle opere della vita.
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