mercoledì 20 maggio 2026

Haydn, l'italiano

 VIENNA, 16 maggio 2026 - La storia della sinfonia si divide tra prima e dopo Franz Joseph Haydn: il prima ricomprende una forma fluida, a metà strada tra un’ouverture teatrale avulsa dalla scena e una successione di danze, un elegante intrattenimento strumentale; il dopo, invece, un organismo compiuto, una forma in cui articolare pensiero, enfasi drammatica, architettura e invenzione timbrica nella più alta forma strumentale che la civiltà musicale occidentale abbia prodotto.

Con le sue oltre cento sinfonie Haydn non codifica soltanto un linguaggio, ma inventa un modo nuovo di plasmare la musica strumentale, fondato sullo sviluppo continuo della materia sonora, sul dialogo interno dei temi, sulla tensione dinamica tra forma ed espressività. Ed è soprattutto nelle grandi ed estreme sinfonie londinesi che questa concezione raggiunge un elevato grado di maturità stilistica non priva di monumentalità. Qui il classicismo viennese tocca il proprio vertice da cui si intravede l’orizzonte beethoveniano.

È proprio l’importanza storica e musicale della musica sinfonica di F. J. Haydn che il concerto diretto da Riccardo Muti alla testa dei mitici Wiener Philharmoniker sembra voler riaffermare e sottolineare. Il suo Haydn non è soltanto il “padre nobile” della sinfonia, bensì il compositore percorso da tensione drammatica, da respiro vocale, da un’energia interna incessantemente mutevole. Quello di Muti è un Haydn inquieto, teatrale, pienamente vivo, già proiettato verso Beethoven e profondamente radicato, soprattutto per il modo di trattare il ductus melodico, nella civiltà musicale italiana.

Il direttore napoletano privilegia ed enfatizza, allo stesso tempo, la dimensione vitalistica, cantabile e architettonica. Messo al bando ogni cedimento alle lusinghe delle prassi esecutive filologiche, l’interpretazione delle sinfonie n. 102, 103 e 104 restituisce un Haydn pulsante, innervato di umorismo - Leonard Bernstein lo considerava maestro di umorismo in musica, per l’uso di pause improvvise, violenti sbalzi dinamici, ecc - guizzante nell’articolazione melodica e ritmica.

C’è una buona dose di italianità nell’Haydn visto da Muti, soprattutto nel procedere elegante e plastico dei temi musicale, nel loro raffinato e cesellato fraseggio. Il compositore, del resto, a Vienna ebbe come maestro Nicola Porpora: lavorò accanto al grande operista napoletano come accompagnatore e assistente. Da quella frequentazione evidentemente assimilò la capacità di scolpire la linea melodica, di imprimere respiro al fraseggio. Ed è proprio questa ascendenza italiana che la visione di Muti riporta alla luce.

In occasione del nono concerto in abbonamento della stagione dei Wiener Philharmoniker al Musikverein, il programma è concepito come un imponente trittico dedicato alle ultime sinfonie londinesi, la n. 102, la n. 103 “Mit dem Paukenwirbel” (col rullo di timpani) e la n. 104 “Salomon”.

Sin dalle prime battute del Largo che apre la sinfonia n. 102 (del 1795) si intuisce che Muti intende assecondare l’opulenza e la bellezza della Filarmonica di Vienna, valorizzandone la straordinaria compattezza, la densità della pasta orchestrale, il suo smalto inconfondibile, l’ampiezza del respiro sinfonico, conferendo a Haydn una dimensione “pre-beethoveniana”.

Ma ciò che rende ancor più interessante questa visione è la coesistenza di monumentalità e vitalità. L’orchestra non si irrigidisce mai nel peso sonoro: vibra, respira, canta.

Esempio immediato di ciò è il passaggio, intensamente dialettico, tra la gravità del Largo e l’energia del successivo Vivace del primo tempo della sinfonia n. 102. Gli impasti timbrici e il dialogo tra archi e legni sono di splendido colore e di sgranata nitidezza. Gli archi viennesi sfoggiano il loro consueto manto di sonorità brunita, vellutata, mentre i legni emergono con colori cangianti e un’eleganza cameristica sempre perfettamente fusa nel tessuto orchestrale.

A colpire, soprattutto nel successivo Adagio è la cura che il direttore, con un gesto misurato ed eloquentissimo, imprime al ductus melodico: un fraseggiare articolatissimo ma sempre limpido e fluido, sostenuto da una cantabilità tutta italiana, venato da dinamiche ampie e cangianti. La frase in questo Adagio si espande, respira e si contrae con naturale elasticità, conferendo al movimento pacata serenità.

Pur controllando le strutture della sinfonia senza eccessive dilatazioni, il flusso musicale appare sempre vivo, in trasformazione continua, mai ingabbiato nel dogma della forma.

Eleganza nell’articolazione e fantasia interpretativa, dominata da irresistibili contrasti dinamici, dominano nel Minuetto e nel magnifico Trio, che Muti e i Wiener eseguono con eleganza genuina ed elegante.

Nella sinfonia n. 103 “Rullo di timpani” (1795) la visione vitalistica e cantabile di Muti trova un altro interessante esempio. Il celeberrimo incipit, lungi ad essere un effetto teatrale, diventa il punto germinale, i primi battiti, dell’organismo sinfonico. Da quel rullo iniziale si dipana la costruzione sinfonica, attraversata da improvvise accensioni luminose e da ombre armoniche di sorprendente profondità, evidenziate dalla gestione accuratissima delle dinamiche e dallo splendore sonoro della Filarmonica di Vienna.

Qui Muti e l’orchestra diventano travolgenti pur senza mai perdere il controllo del respiro interno. L’orchestra avanzava con energia quasi tellurica, continuamente modellata attraverso minime flessioni agogiche e una gestione magistrale del rubato, con la contrapposizione costante tra sonorità cineree e luminose: un esempio degli umoristici contrasti disseminati tra le pagine della musica di Haydn. Si scioglie in un sorriso nel leggiadro tema in 6/8 introdotto dagli archi e dai legni con una sintesi sonora mirabile, di quella morbidezza e lucentezza che solo le orchestre più blasonate sanno rendere. Straordinario, nell’Andante del secondo movimento (un tema con variazioni), il magnifico solo affidato al violino del Konzertmeister Rainer Honeck, cesellato con aristocratica naturalezza e perfettamente integrato nel respiro lirico dell’intera interpretazione. L’esecuzione è tanto perfetta che durante l’esecuzione Muti non nasconde un simpatico ed eloquente cenno di sincero apprezzamento: si porta la mano sinistra sulla tempia come a voler omaggiare l’intervento del Konzertmeister.

Incedere deciso ed energico per il Minuetto e il Trio che sfociano nel turbinoso finale Allegro con spirito imperniato su due temi come una sorta di doppia fuga: qui Muti procede con nitore, accostando gli affondi sonori dei Wiener a sonorità sottili e insinuanti.

La sinfonia n. 104 “Salomon” (1795), ultima del catalogo haydniano, assume infine il carattere di una vera summa: si ha la sensazione che Muti voglia (di)mostrare come tutta la futura concezione ottocentesca della sinfonia sia già contenuta in Haydn: la tensione drammatica delle introduzioni lente e la sua immediata contrapposizione con il successivo Allegro, l’importanza dello sviluppo dei temi, la progressiva accumulazione di energia che deflagra nei finali.

Anche nei momenti di massima espansione, il direttore mantiene una straordinaria mobilità interna del fraseggio. In questa sinfonia si ritrovano elevate al cubo tutte le qualità dei Wiener: suono sontuoso che però non rinuncia a trasparenza, compattezza e precisione nell’articolazione delle singole sezioni, ampio ventaglio di dinamiche, il senso di appartenenza a una civiltà musicale di cui i Wiener stessi si sentono orgogliosamente, e a buon diritto, unici depositari. Nel Finale della “Salomon” l’orchestra sembra letteralmente danzare: una gigantesca macchina ritmica pulsante di energia, guidata con lucidissima intelligenza formale.

La poetica dei contrasti nel primo movimento della “Salomon” (Adagio; Allegro) riceve consacrazione scultorea, vivida e bruciante; nell’Andante del secondo movimento la cantabilità è di una grazia solida che mai scade in leziosità; il Minuetto e Trio, curati nel loro fluire e osmosi, sono un sussulto di energia e respiro che troveranno compiuta sintesi nel finale, Spiritoso, che brilla nel tema del refrain che si contrae e si espande sotto le mani di Riccardo Muti e gli archi della Filarmonica di Vienna, ripreso e amplificato dai fiati. La sezione si conclude in un clima di gioia che contagia i Wiener Philharmoniker, il direttore e, soprattutto, il foltissimo pubblico del Musikverein, che tributa alla magnifica orchestra, alle sue prime parti e a Muti un’autentica e prolungata ovazione.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/86-concerti-2026/17413-vienna-concerto-muti-wiener-philharmoniker-16-05-2026

Nessun commento:

Posta un commento