NAPOLI, 31 maggio 2026 - Quando il sinfonismo della prima metà dell’Ottocento ha tentato di trasformare le suggestioni del paesaggio in musica, tra gli esiti più affascinanti vi sono quelli che evocano la campagna idealizzata di Beethoven e le brume storiche e sentimentali della Scozia di Mendelssohn-Bartholdy.
Due brani lontani per linguaggio e temperamento, ma accomunati dalla medesima cifra poetica: rendere la natura non oggetto di descrizione, ma una condizione dello spirito. Quindi, da un lato la contemplazione rigeneratrice dei campi, rifugio per Beethoven dalle inquietudini e dai dolori dell’esistenza; dall’altro, per Mendelssohn-Bartholdy, il paesaggio che diventa memoria, evocazione storica, suggestione romantica.
È lungo questo fil rouge che Donato Renzetti costruisce il programma del concerto che segna il suo ritorno al Teatro di San Carlo, accostando la Sinfonia n. 6 in fa maggiore, op. 68 Pastorale di Beethoven e la Sinfonia n. 3 in la minore Scozzese, op. 56 di Mendelssohn-Bartholdy, in una serata dominata da un’idea interpretativa coerente e ben realizzata.
Composta fra il 1807 e il 1808 e presentata nel 1808 al Theater an der Wien, la Pastorale va ben oltre intenti meramente descrittivi: la natura è rappresentata come esperienza interiore, come luogo di pacificazione, liberazione e rigenerazione personale. La sinfonia beethoveniana costituisce un articolato itinerario emotivo che culmina ottimisticamente nei sentimenti di gratitudine e riconciliazione dopo la tempesta.
Analoga la genesi della Scozzese di Mendelssohn-Bartholdy: l’ispirazione nacque durante il viaggio compiuto in Scozia nel 1829; il compositore rimase colpito dalle rovine dell’Holyrood Palace e dai luoghi legati a Maria Stuarda. La Scozia evocata nella sinfonia è ricerca di continuità atmosferica che attraversa i quattro movimenti, trasformando il ricordo del viaggio, sospeso tra malinconia e slancio epico, in contemplazione lirica.
Probabilmente, proprio partendo da queste premesse, comuni tanto alla sinfonia di Beethoven quanto a quella di Mendelssohn-Bartholdy, Renzetti offre una lettura omogenea delle due partiture, fondata su una concezione dei tempi ampia, distesa, quasi contemplativa.
Nella Pastorale, la cui durata ha sfiora i quarantasette minuti, il direttore privilegia la dimensione lirica e pacificata. Si avverte a tratti una relativa rinuncia all’impeto che la partitura - in modo particolare l’Allegro di Tuonoe tempesta del IV movimento - pretende: alcuni passaggi avrebbero forse meritato una tensione e una pulsazione ritmica più marcata e vigorosa; eppure questa scelta appare coerente con l’impostazione generale dell’esecuzione. Le agogiche si susseguono con naturalezza e coerenza, senza fratture né brusche accelerazioni/rallentandi; la cura delle dinamiche costruisce un clima di serenità diffusa che permea l’intera interpretazione della sinfonia.
Sotto la bacchetta di Renzetti, più che la dimensionale drammatica, emerge quella contemplativa. Delicata la scena al ruscello, quasi dominato da un senso religioso di riconciliazione l’ultimo movimento. La stessa Tempesta non rompe l’equilibrio complessivo del ductus, ma appare quale momento necessario per ritrovare la quiete.
Da lodare il contributo dell’Orchestra del Teatro di San Carlo, che offre una prova di notevole qualità per precisione, coesione e controllo timbrico. Di pregio soprattutto la fluidità dell’articolazione generale - sempre morbida e levigata come la lettura del concertatore pretende -, oltre a un amalgama interno particolarmente coeso. Il suono, vellutato, “ingentilito”, perfettamente aderente alla visione interpretativa. Gli archi sfoggiano compattezza e duttilità; i legni colori raffinati e sempre perfettamente integrati nel tessuto orchestrale.
Ne risulta una lettura che, se sacrifica qualcosa dell’energia sull’altare della contemplazione, acquista però compostezza apollinea e serafica serenità che Beethoven dissemina nella partitura.
La medesima opzione interpretativa si ritrova nella successiva Sinfonia n. 3 in la minore Scozzese, op. 56 di Felix Mendelssohn-Bartholdy: anche qui Renzetti distende il respiro della sinfonia, lasciando sviluppare ogni episodio con naturalezza e continuità, senza forzature né contrasti esasperati.
Particolarmente suggestivo, per la cantabilità impressa agli archi, è l’Adagio, cuore espressivo, con la sua rievocazione di una nostalgia ricorrente, della sinfonia. Qui gli archi del San Carlo affrontano la lunga linea melodica con morbidezza, respiro e naturalezza dalla tipica cantabilità e colore italiano. Il fraseggio è analitico, il suono raccolto e sussurrato, mentre la progressione delle tensioni si sviluppa attraverso una concatenazione agogica estremamente coerente ed elegante. Ma è l’intera compagine orchestrale a distinguersi per brillantezza, duttilità e precisione: nitidi e vari nei colori i legni, nel complesso sicuri gli ottoni. Anche nella Scozzesea imporsi è la continuità narrativa, la fluidità del discorso musicale ricercati e ottenuti da Renzetti. È una visione poco incline alla muscolare esibizione drammatica, ma che restituisce nobiltà e respiro poetico alle due partiture, sulle quali adagia una leggera patina di nostalgia.
Al termine, il pubblico del San Carlo saluta il ritorno di Donato Renzetti, tributandogli, così come all’orchestra e alle sue prime parti, prolungati e calorosissimi applausi.
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