mercoledì 3 giugno 2026

Nel segno della tradizione

 SALERNO, 29 maggio 2026 - Rossini è ancora al Verdi. Non ha lasciato il teatro dopo il recente Il signor Bruschino (la recensione: leggi la recensione); è rimasto fra le quinte, nella tela che domina la sala, in quella capacità di trasformare il teatro e la vita in una macchina musicale lanciata a velocità vertiginosa. E se la farsa veneziana del 1813 mostra l’enorme potenziale di un ventunenne già padrone dei segreti dell’opera, con Il barbiere di Siviglia quel corredo di sapienza e genialità raggiunge la sua più compiuta perfezione. Qui Rossini non sperimenta, domina. Ogni numero musicale diviene propulsione drammaturgica, ogni crescendo energia teatrale, ogni concertato una prodigiosa, movimentata, alla Francesco Borromini viene da dire, architettura della contorsione. A poche settimane dal Bruschino, dunque, al Teatro Verdi di Salerno la stagione lirica prosegue, prima della pausa estiva, nel solco del teatro buffo del Pesarese con il titolo che più di ogni altro ne sintetizza vitalità, precisione meccanica e inesauribile capacità melodica, ritmica e teatrale.

Per il nuovo allestimento salernitano il regista Riccardo Canessa sceglie una strada che rifugge sovrastrutture interpretative e rivisitazioni drammaturgiche, affidandosi invece alla solidità del racconto e alla forza intrinseca dei personaggi. La vicenda, trasportata negli anni del settennato di Rossini a Napoli (dal 1815 al 1822) - periodo fecondissimo, durante il quale, pur legato da vincoli contrattuali ai teatri napoletani, il compositore era libero di scrivere per altre piazze, quali, nel caso del Barbiere, il teatro Argentina di Roma - trova una collocazione visiva nei vicoli dei Quartieri Spagnoli di una Napoli popolare e brulicante di vita, specchio e humus di quel mondo teatrale da cui l’opera buffa rossiniana trae parte della propria linfa vitale. Napoli non sostituisce Siviglia, ma l’affianca: dagli interni si scorgono scorci del capoluogo dell’Andalusia.

Canessa conferma quelle caratteristiche che già sono emerse nei suoi precedenti lavori recensiti per questa rivista: una regia costruita su movimenti ben misurati, sulla precisione dei meccanismi teatrali e sull’attenzione alla recitazione.

Lo spettacolo vive di dettagli ben curati, di una vitalità che accompagna l’azione musicale. Amministra con cura gli spazi ridotti del palcoscenico salernitano; nulla è lasciato al caso, ogni idea contribuisce al funzionamento dell’ingranaggio comico, senza eccessi caricaturali ma con una teatralità immediata.

Determinante per la riuscita dello spettacolo è il contributo di Alfredo Troisi, che firma scene e costumi. Anche qui emerge quella sapienza artigianale che costituisce uno dei tratti più riconoscibili del suo lavoro. I vicoli napoletani sono ricreati con gusto, mentre gli interni della casa di Bartolo conservano il legame con la Siviglia del libretto: dalle finestre della stanza di Rosina si scorgono infatti la Giralda, il fiume Guadalquivir e la Torre dell’Oro, in un suggestivo dialogo visivo fra le due città.

I costumi, accuratamente realizzati, contribuiscono alla coerenza dell’impianto scenico, mentre le sparute proiezioni si inseriscono con discrezione nel tessuto dello spettacolo, senza mai assumere carattere invasivo. Ne nasce un allestimento all’insegna della tradizione, funzionale e coerente, capace di accompagnare l’opera senza sovraccaricarla, accarezzandone la intrinseca godibilità.

Sul podio Daniel Oren propone a sua volta una lettura collocata nel solco della tradizione. Lo testimoniano anzitutto i numerosi tagli disseminati nella partitura: una prassi che oggi appare piuttosto anacronistica e difficilmente conciliabile con l’attuale sensibilità esecutiva rossiniana. Ma è soprattutto la concezione complessiva della direzione a richiamare una visione di teatro musicale che guarda, anche per le scelte agogiche e il trattamento strumentale, a una solida tradizione. Pur adottando tempi generalmente sostenuti, Oren non si immerge in quella pulsazione nervosa e quella tensione ritmica quasi elettrica che, a partire dalla rivoluzione di Claudio Abbado, ha ridefinito il linguaggio del Rossini buffo. La sua concertazione privilegia invece la cantabilità, l’elasticità agogica, il culto dell’accompagnamento del canto e il respiro teatrale. Le arie e i concertati sono costantemente modellati, nel solco della migliore arte e tecnica direttoriale dell’espertissimo direttore, secondo le necessità del palcoscenico; accelerazioni, rallentamenti e flessioni del tempo vengono impiegati per sostenere il canto e valorizzare i pezzi d’insieme.

È una scelta che, come sempre quando Daniel Oren è sul podio, funziona efficacemente, assicurando solidità ed equilibrio al dialogo fra buca e palcoscenico, che - malgrado sempre più frequenti esecuzioni tentino di farcelo dimenticare! - costituisce il presupposto di ogni rappresentazione lirica. Il direttore garantisce alla macchina teatrale di procedere con fluidità dall’inizio alla fine; dimostra di accompagnare i cantanti con attenzione costante, anche, e soprattutto, nei momenti di loro difficoltà.

L’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno risponde con precisione, con duttilità alle indicazioni del direttore. Gli attacchi sono puntuali, gli insiemi ben coordinati. Non manca la brillantezza strumentale necessaria nei momenti più marcatamente arroventati (come nel finale dell’atto I), così come emerge buona compattezza nei concertati.

Bene anche il Coro del Teatro dell’Opera di Salerno preparato da Francesco Aliberti, preciso e sonoro negli interventi e ben integrato nell’economia dello spettacolo.

Sul versante vocale il cast presenta risultati più disomogenei, luci e ombre.

Yaroslav Abaimov affronta il Conte d’Almaviva con buon e generoso materiale vocale. L’emissione tuttavia non è sempre a fuoco, si avverte un abuso di falsetti, e la linea di canto non sempre precisa. Ne emerge un Almaviva musicalmente abbozzato, nel complesso da rifinire.

Scorrendo la locandina si incontra il nome del Don Bartolo di Misha Kiria, al quale di certo non difettano volume e consistenza vocale, così come imponenza scenica; tuttavia l’emissione è impostata su un forte/fortissimo costante, che mette indubbiamente in rilievo l’opulenza dei mezzi ma che, allo stesso tempo, tratteggia alquanto debolmente il profilo del personaggio.

La protagonista vocale della serata è Francesca Di Sauro. La sua Rosina si impone per qualità naturali, ottima tecnica e musicalità. Il timbro possiede bel colore ambrato, la proiezione è profonda e sicura, l’emissione ben sostenuta; la linea di canto è costantemente compatta e molto ben controllata. A ciò si aggiungono intelligenza interpretativa e una presenza scenica disinvolta, caratteristiche che le consentono di costruire un personaggio vivace, credibile e ben incastonato nella produzione. Convince pienamente sia come cantante sia come attrice, risultando obiettivamente il punto di forza dell’intera compagnia vocale.

Maxim Lisiin offre un Figaro vocalmente imponente e scenicamente energico. La voce è ampia e sonora, la presenza scenica efficace, ma il canto non sempre possiede quella pulizia di linea e quell’eleganza nell’articolazione che Rossini pretende. Talvolta la generosità dell’emissione prevale sulla rifinitura, puntando più alla robustezza che alla raffinatezza.

Meno convincente il Don Basilio di Francesco Milanese, basso forse troppo esangue per una parte che necessita di peso vocale, autorevolezza sonora e colore timbrico. La proiezione è infatti limitata e il timbro non possiede quella tinta scura e insinuante che la psicologia stessa del personaggio pretende.

Miriam Artiaco disegna una Berta sapida e ben caratterizzata. Ben inseriti nello spettacolo risultano anche i ruoli secondari, quali il Fiorello di Costantino Finucci e l’uffiziale di Antonio De Rosa.

Al termine, il folto pubblico salernitano (lo spettacolo registra per entrambe le rappresentazioni il tutto esaurito) accoglie con calore lo spettacolo e i suoi artefici, con punte di vivo e caloroso apprezzamento per la Rosina di Francesca Di Sauro, la direzione di Daniel Oren e per Riccardo Canessa e Alfredo Troisi.

Ed ora Gioachino Rossini sarà libero di lasciare Salerno: dopo la pausa estiva, la stagione lirica 2026 riprenderà il 18 ottobre (con un’unica replica il 20) con Macbeth di Giuseppe Verdi, con la direzione affidata a Daniel Oren e la regia a Plamen Kartaloff.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/87-opera/opera-2026/17443-salerno-il-barbiere-di-siviglia-29-05-2026

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