martedì 23 giugno 2026

Teatro a due voci

 NAPOLI, 21 giugno 2026 - Svanita l’eco degli ultimi sussulti di Adriana Lecouvreur, andata in scena dal 14 al 20 giugno (la recensione), al San Carlo la stagione dei concerti riprende con una serata dedicata al grande, e popolarissimo, repertorio operistico italiano. E, quasi in un’ideale continuità con le recenti recite dell’opera di Cilea, è stata proprio Aleksandra Kurzak, acclamata e convincente interprete di Adriana, a sostituire la prevista Sondra Radvanovsky stasera accanto al tenore Freddie De Tommaso, entrambi diretti da Giacomo Sagripanti. Un avvicendamento determinato dal forfait del soprano statunitense, che ha comportato a pochi giorni dal concerto un significativo cambio di programma: infatti, dai brani adatti alla vocalità magnetica e belluina della Radvanovsky si è virato verso quella della Kurkak, più mobile e cangiante. Tirando le somme, il bilancio e il giudizio non possono che essere positivi: una serata di notevole intensità, sospesa tra slancio lirico, ardore drammatico e teatrale.

Dal podio, Giacomo Sagripanti guida Orchestra del Teatro San Carlo e i due solisti con gesto saldo e passo decisamente serrato e teatrale. La sua lettura privilegia tempi spediti, il dinamismo del discorso musicale, puntando a mantenere un’alta carica di tensione drammatica piuttosto che a indugiare sui particolari.

Non mancano, va detto, alcune imperfezioni nella tenuta complessiva della prova orchestrale, in particolare nella Sinfonia dal Barbiere di Siviglia, nella quale fa capolino qualche smagliatura, imputabile probabilmente ai ristretti tempi dedicati alle prove: attacchi non sempre impeccabili, qualche scollamento episodico all’interno della compagine e alcuni equilibri strumentali non del tutto rifiniti.

L’Orchestra del San Carlo offre tendenzialmente una prova valida, confermando l’elevato livello tecnico delle sue prime parti, a cominciare dal primo violoncello di Pierluigi Sanarica, molto espressivo, insieme al concertino di Fabio Centurione, nell’apertura del duetto “Già nella notte densa” da Otello, così come - con apprezzamento da dividere e condividere con la spalla di Gabriele Pieranunzi, la prima viola dell’ottimo Luca Improta - nelle battute iniziali dell’Intermezzo da Manon Lescaut. A distinguersi, poi, sono il primo flauto di Bernard Labiausse, ai suoi ultimi impegni orchestrali prima della quiescenza, l’arpa dal suono e colori policromi di Elèna Vallebona.

E poi i due cantanti che poco a poco coinvolgono e travolgono il pubblico del San Carlo ancora una volta, forse per la scelta infelice di programmare il concerto in una domenica di quasi fine giugno, tanto esiguo nel numero, quanto generoso negli applausi.

Aleksandra Kurzak, dopo la lusinghiera prova in Adriana, si conferma artista di intelligenza musicale e scenica. Ma prima ancora delle qualità vocali e doti tecniche - che stasera le consentono di passare con disinvoltura dal Barbiere rossiniano alla Tosca di Puccini - colpisce il suo modo di “abitare la scena”. Esuberante e comunicativa, il soprano polacco “teatralizza” il concerto, rifiutando ogni staticità da esecuzione per trasformare ogni i duetti e le romanze in un piccolo frammento di teatro. Si inginocchia durante “Vissi d’arte”; ripete lo stesso gesto nel duetto di Cavalleria rusticana, nell’implorazione a Turiddu.

Dalla sua prova non si percepisce la fatica delle quattro recite ravvicinate di Adriana Lecouvreur; anzi, Kurzak affronta un programma estremamente vario con disinvoltura, passando con naturalezza dalla temperie arroventata e lirica del duetto “Mario! Mario! - Son qui!” con accanto un solido Freddie De Tommaso (ne riparleremo presto), al virtuosismo brillante e scintillante della cavatina di Rosina “Una voce poco fa” dal Barbiere di Siviglia, apprezzabile per la limpidezza, la definizione e il controllo delle colorature nonché per la sonorità del registro grave. Un’escursione stilistica, quella tra Rossini e Puccini, che richiede e denota solidità tecnica, elasticità vocale e versatilità interpretativa.

Stasera così come in Adriana, la linea di canto di Kurzak si distingue per la cura del dettaglio, per la buona capacità di scolpire la parola con precisione e di fraseggiare con gusto e chiare intenzioni espressive, per una vocalità solida per l’intera estensione e di notevole peso specifico, molto ben proiettata.

Accanto a lei Freddie De Tommaso, che dopo la prova, alquanto interlocutoria, come Pollione in Norma (marzo 2024) e dei concerti del 2023 e 2024, ritorna al San Carlo: voce imponente, emissione solida, dizione e fraseggio scolpiti, piglio tendenzialmente eroico. Tuttavia stasera, rispetto a due anni fa, alleggerisce l’emissione, farcisce la linea di canto con mezzevoci (ben appoggiate sul fiato e, soprattutto, non in falsetto!), sfuma e fraseggia: si assiste a una maturazione dell’artista, che impreziosisce mezzi vocali per natura ragguardevoli. Quella di stasera è una prova interessante, che soprattutto, fa intravedere il percorso di futuri sviluppi artistici e interpretativi. Alle qualità naturali di uno strumento che sfoggia timbro brunito, registro centrale corposo, proiezione naturale si sovrappone una tecnica vocale e un’emissione che sembra procedere à rebours, controcorrente rispetto alle tendenze del canto odierno, come a riportarci a una tradizione tenorile di altra epoca - quella gloriosa degli anni Cinquanta e Sessanta - fondata su mezzi vocali poderosi, fonazione ed emissione generosi, virili: a ciò ora si accompagna un’apprezzabile attitudine alla sfumatura, che smussa e ingentilisce gli angoli più ruvidi della linea di canto. Un esempio che la controllata aria “O figli… Ah, la paterna mano” da Macbeth e, soprattutto, il duetto da Otello “Già nella notte densa”, dove unisce un sicuro declamato nel registro centrale ad assottigliamenti nel registro acuto. Se in passato De Tommaso prediligeva l’ostentazione di una certa esuberanza sonora, oggi si percepisce una maggiore attenzione al controllo del suono e alla qualità del legato, alla frase musicale in generale: gli slanci eroici conservano vigore, ma il canto acquista una tavolozza più ampia, una gamma espressiva più articolata, lasciando intravedere promettenti e interessanti margini di crescita artistica e di ampliamento del repertorio.

Nei duetti, la sintonia e l’alchimia fra i due artisti sono due degli elementi per la buona riuscita della serata. Kurzak e De Tommaso, pur nella diversità di intendere il canto - la prima, per l’attenzione alla parola scolpita; l’altro, alla generosità timbrica e al calore vocale - imprimono al concerto una tensione teatrale autentica, viva, pulsante e trascinante. Il duetto “Tu, tu, amore? Tu?” da Manon Lescaut è vorticoso e appassionato, vibrante, malgrado talune imprecisioni, sostenuto dal passo orchestrale molto spedito impresso da Sagripanti.

L’Intermezzo dalla Manon Lescaut consente ai due artisti di riprendere fiato e far riposare momentaneamente le corde vocali: la lettura di Sagripanti del brano orchestrale predilige la fluidità del ductus musicale all’estenuazione elegiaca.

Guadagna di nuovo il palcoscenico De Tommaso per “Come un bel dì di maggio” da Andrea Chénier: più eroismo che malinconia nel sua interpretazione.

Con “Vissi d’arte” da Tosca Aleksandra Kurzak si conquista un’ovazione: la sua interpretazione intensa, sottolineata da gestualità spiccatamente teatrale e plateale; la romanza è ben cantata, il trasporto emotivo evidente.

Il finale del programma prevede l’Intermezzo da Cavalleria rusticana, ben eseguito, dal passo lineare e dal fraseggio bruciante; infine, il duetto “Tu qui, Santuzza?”. Entrambi gli artisti si immergono nella vocalità arroventata e stentorea della scrittura di Mascagni; la Kurzak è molto efficace nel virare verso accenti quasi sussurrati della frase “No, no, Turiddu, rimani ancora”; De Tommaso le risponde con inflessioni che ben riflettono la convinzione e lo sdegno del personaggio.

Al termine, il pubblico del San Carlo, che nel corso della serata accoglie con entusiasmo crescente i duetti e arie in programma, premia con calore tutti i protagonisti. C’è dunque tempo per due bis: si parte, dopo un simpatico siparietto tra artisti e il pubblico delle prime file della platea, con un appassionato “O soave fanciulla” da La bohème, per poi proseguire con l’ever green e pop Brindisi dalla Traviata, scandito, su suggerimento del direttore Giacomo Sagripanti, dal battito delle mani.

Serata di leggerezza e gioia, condivise tra palcoscenico e sala, tra artisti e pubblico.

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