NAPOLI, 17 luglio 2026 - Occorre una buona dose di sprezzo della scaramanzia per inaugurare, a Napoli e di venerdì 17, un concerto con pagine tratte proprio dall’opera innominabile di Giuseppe Verdi (La forza…, per intenderci).
E, a ben vedere, la sorte ha davvero giocato più di uno scherzo a questo concerto, programmato quasi due anni fa come recital di Jonas Kaufmann e Ludovic Tézier; nell’ottobre 2024 è stato annullato per indisposizione del tenore tedesco. Riprogrammato a distanza di quasi due anni, il destino si è dato di nuovo da fare: Jonas Kaufmann è stato costretto a dare forfait per motivi di salute a pochi giorni dal concerto. A sostituirlo, all’ultimo momento, è stato Brian Jagde, reduce da Adriana Lecouvreur (la recensione: la recensione) e Turandot (la recensione: la recensione) nella recente stagione del Massimo partenopeo.
L’avvicendamento non ha, tuttavia, alterato la sostanziale concezione del programma, immaginato - specularmente all’incisione di Insieme.Opera Duets di Jonas Kaufmann e Ludovic Tézier, diretti da Antonio Pappano - come un viaggio attraverso il rapporto fra tenore e baritono nel repertorio italiano, luogo privilegiato del conflitto drammatico, dell’amicizia, della rivalità e della tragedia.
Ad aprire il concerto è la Sinfonia della Forza del destino: alla guida dell’Orchestra del San Carlo, Jochen Rieder ne offre una lettura energica, ben costruita nell’architettura complessiva e attenta a sottolinearne il carattere tragico del brano; fin dall’inizio emerge però la tendenza, destinata a caratterizzare e ad accrescere nel corso della serata, della ricerca di un suono spesso (troppo) voluminoso e compatto, nel quale la tensione teatrale viene perseguita più attraverso il peso della massa orchestrale che mediante l’incisività dell’articolazione del discorso.
Nella Sinfonia dalla Forza spicca il magnifico intervento del primo flauto di Bernard Labiausse - all’ultima apparizione, causa quiescenza, con l’orchestra sancarliana -, il cui assolo emerge con eleganza, morbidezza e limpidezza.
Con i successivi brani vocali dalla Forza del destino (il duetto “Solenne in quest’ora”, la Scena e l’aria “Morir! Tremenda cosa!...Urna fatale..”, la romanza “La vita è inferno all’infelice” e il duetto “Invano Alvaro ti celasti al mondo”) il livello si innalza grazie soprattutto alla carismatica presenza di Ludovic Tézier, che si conferma uno dei più autorevoli interpreti del repertorio verdiano. Il timbro possiede quella straordinaria qualità di velluto che rappresenta uno dei suoi tratti distintivi; la voce mantiene omogeneità esemplare lungo tutta la gamma, sostenuta da una proiezione salda e da un controllo del fiato che consente al fraseggio di svilupparsi con naturalezza e incisività di articolazione. Ma ciò che maggiormente colpisce è la continua ricerca dell’accento, della sfumatura, del colore più adatto a dipingere il significato di ciascuna frase: ogni parola trova un peso preciso, ogni inflessione nasce dalla situazione drammatica, ogni brano in programma denota un’attenta introspezione psicologica del personaggio. Tézier non canta semplicemente Verdi: lo interpreta, costruendo figure vive attraverso il perfetto equilibrio fra tecnica vocale e intelligenza musicale.
Brian Jagde affronta invece il difficile compito della repentina sostituzione sfoggiando con sicurezza mezzi vocali indubbiamente ragguardevoli. La voce è ampia, sonora, naturalmente proiettata - soprattutto nel registro acuto; meno in quello centrale e grave - capace di dominare senza difficoltà l’orchestra anche nei momenti di maggiore concitazione. Tutte caratteristiche già apprezzate al San Carlo in occasione delle recenti Adriana e Turandot e che trovano ulteriore conferma, soprattutto nella solidità e nello squillo degli acuti. Tuttavia, proprio nel confronto con un artista attento e incisivo come Tézier, emergono ancor più alcuni limiti interpretativi che finiscono col pesare sull’economia complessiva del concerto. L’accento appare troppo uniforme, poco differenziato nei colori e negli accenti; l’emissione impostata su un costante mezzo forte/forte, ragion per cui la linea vocale tende a privilegiare costantemente la dimensione puramente sonora, della ricerca del volume, sacrificando eccessivamente la varietà espressiva che pur costituisce il cuore e lo scrigno della scrittura vocale verdiana. A ciò si aggiunge una dizione italiana non sempre nitida, che finisce inevitabilmente per impoverire il rilievo teatrale dell’interpretazione.
Chiusa la parentesi delle pagine tratte dall’opera di Pietroburgo/Milano, la Sinfonia dai Vespri siciliani conferma le luci e ombre della concertazione di Rieder, che anche qui opta per sonorità robuste, talvolta eccessivamente pesanti. La successiva parentesi orchestrale della Danza delle ore dalla Gioconda viene restituita con efficace slancio ritmico.
L’Orchestra del San Carlo, al netto di alcune, ma non sparute, imprecisioni negli attacchi e asincronie nell’accompagnamento dei solisti, che lasciano intuire un lavoro di preparazione forse non del tutto sufficiente per un concerto modificato in extremis, sfoggia bel suono, compatto e luminoso. Fra i momenti più riusciti della serata è l’introduzione al recitativo e aria “La vita è inferno all’infelice” del primo clarinetto di Simone Simonelli: da lodare per morbidezza del fraseggio e varietà delle dinamiche.
Anche in questa pagina, tuttavia, Brian Jagde privilegia la costante robustezza della linea vocale, impressionando per generosità e sfoggio di mezzi ma lasciando in ombra l’abbandono lirico e nostalgico e il rovello interiore che costituiscono l’essenza della romanza di Don Alvaro.
Prima di approdare alla sezione conclusiva del recital dedicato all’Otello di Verdi, Ludovic Tézier incastona nel programma della serata “Pietà, rispetto, onore” dal Macbeth.
Il baritono marsigliese, beniamino del pubblico del San Carlo sin dal primo incontro in Piazza del Plebiscito in Tosca nel lontano luglio del 2020 (la recensione), ne coglie la dimensione più intima e disillusa, scolpendo il lungo monologo con una linea di canto sorvegliatissima, sostenuta da un legato di rara nobiltà e da un controllo dinamico esemplare. È soprattutto la capacità di piegare ogni parola al significato drammatico a trasformare l’aria in teatro interiore, accolta da uno dei più calorosi consensi della serata.
Dopo la Danza delle ore dalla Gioconda di Ponchielli, di cui si è parlato, tocca a Brian Jagde far squillare ancora le note di “Nessun dorma” da Turandot, a suggello delle recentissime recite di Turandot: anche stasera gran peso vocale, squillo e potenza, e linea vocale stentorea.
Si giunge infine ad Otello, giocoforza il banco di prova più severo dell’intero programma.
Con il “Credo” di Jago Tézier dà voce, attraverso una costruzione minuziosa della parola scenica, ad una delle più plastiche incarnazione del male che la storia dell’opera ricordi. Farcisce ogni frase con magistrale controllo del colore, lasciando emergere il nichilismo del personaggio attraverso una ampia e articolata varietà di accenti (magistrali e da brividi, tra i tanti, quelli di “E poi? E poi? La morte è il Nulla. È vecchia fola il Ciel!”).
Il successivo duetto (“Tu?! Indietro! Fuggi!... Sì, pel ciel marmoreo giuro!”) fra Otello e Jago mette in luce la diversa concezione interpretativa dei due artisti. Là dove Tézier continua a costruire il personaggio dall’interno, attraverso lo scavo psicologico unito al vigore vocale, Jagde sembra far affidamento quasi esclusivamente all’innegabile generosità del proprio strumento vocale. Il risultato è un Otello vocalmente saldo ma ancora acerbo, troppo uniforme sul versante interpretativo: la complessità emotiva e psicologica del protagonista fatica a emergere con adeguata evidenza. Le qualità vocali del tenore americano non sono in discussione, ma un personaggio come Otello richiede un ventaglio di accenti, inflessioni e sfumature espressive che vanno ben oltre il puro impatto sonoro, e un’indefettibile ben più definita idiomaticità del bellissimo italiano dei versi di Boito. Occorre ammettere, però, che non gli giova la concertazione di Rieder, talvolta imprecisa e costantemente orientata verso sonorità eccessivamente assordanti.
Il pubblico del Teatro di San Carlo, purtroppo sparuto per la caratura della serata, tributa calorosi e prolungati applausi a tutti gli interpreti. Un successo convinto, nel quale il nome di Ludovic Tézier è quello destinato a lasciare l’impressione più profonda e vivida.
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