venerdì 23 ottobre 2026

Il soffio del Fato

 Salerno, 18 ottobre 2026.

Il vento del fato soffia impetuoso sul Teatro Verdi di Salerno. Dopo la pausa estiva, la stagione lirica 2026 riprende con Macbeth di Verdi. Il destino irrompe all’apparire delle streghe, quasi trascinate da un invisibile soffio di Elio, nelle vite dei protagonisti che ne accende passioni, la smodata fame di potere dei due protagonisti.

Sul versante musicale, questo respiro si traduce nella direzione sostenuta e incalzante di Daniel Oren, il quale affronta la partitura con tensione drammatica costante, linearità e coerenza del ductus musicale, calibrata gestione degli affondi dinamici, sapiente gestione dei pesi sonori, assicurando equilibrio tra buca e palcoscenico. Sono queste le ben note caratteristiche della sua arte direttoriale: come sempre, sostiene il canto e respira con esso.

Il suo Macbeth è agitato dal soffio del destino ma gli resiste solido: la tensione della sua concertazione non lascia spazio ad accensioni di puro effetto, né a intemperanze stilistiche. Il concertatore infatti, tiene uniti divorante brama di potere, afflizione, dolore e caduta verso l’abisso. L’azione musicale procede sostenuta; ma pur incalzando, respira e riserva momenti di intensa sospensione.

L’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno risponde con tendenziale precisione - qualche sbavatura si ascolta - e disciplina, mostrandosi estremamente reattiva al gesto del direttore e pronta a seguirne le sollecitazioni di dinamiche e colori.

Questi i pregi. Non mancano, tuttavia, alcune riserve: anche in questa occasione Oren si mostra affezionato ai tagli di tradizione. Pur proponendo la versione parigina (1865), tradotta in italiano, vengono espunti i ballabili dell’atto III. Un peccato, anche perché nel Coro e Ballabile “Ondine e Silfidi” dell’atto III, le coreute sono apprezzabili.

In un’opera, qual è indubbiamente Macbeth, dalla marcata componente corale, un plauso convinto lo conquista anche il Coro del Teatro dell’Opera di Salerno, guidato da Francesco Aliberti. La cura delle dinamiche, dei colori e soprattutto sull’idiomaticità della scrittura verdiana raggiungono, sin dall’esordio affidato alle streghe, effetti di notevole efficacia: si pensi al possente “Galempio” (sia concesso il gustoso neologismo, nato in ambito loggionistico dalla crasi di “Colga l’empio”) staccato da Oren con tempo tanto sostenuto quanto travolgente e annichilente, alle impalpabili sfumature dei passaggi più diafani, la compagine corale denota una lodevole duttilità, che fa di “Patria oppressa!”, complice la struggente direzione di Oren, uno dei momenti più suggestivi della serata.

Quanto al cast, Roman Burdenko merita un encomio già solo per le circostanze in cui ha affrontato la rappresentazione: il baritono è subentra infatti nella parte di Macbeth a poche ore dalla prima, sostituendo il previsto Juan Jesús Rodríguez.

La sua prova è nel complesso solida e da lodare. Emissione ben timbrata, omogenea, tempra notevole e presenza scenica restituiscono un protagonista torvo, dominato e divorato dalla brama di potere, ma che conserva signorilità vocale e scenica.

Al suo fianco, Ewa Plonka dispone indubbiamente di mezzi rigogliosi e di notevole tecnica: la linea di canto è sicura, le colorature precise, i registri omogenei; la fonazione produce spesso suoni fissi, di loro ben proiettati. Si avverte però una certa monocromaticità di fondo del fraseggio che rende il demoniaco personaggio di Lady Macbeth poco sfaccettato sul versante interpretativo: latita il guizzo felino, insinuante e perfido, che rende il personaggio una delle creature più inquietanti del teatro verdiano (e non solo).

Riccardo Zanellato, nei panni di Banco, compensa mezzi vocali che denotano segnali di inaridimento timbrico e di peso specifico con autorevolezza dell’accento e del fraseggio morbido, esperienza e presenza scenica.

Di notevole interesse è poi la prova di Galeano Salas, un Macduff dall’emissione spontanea, dal timbro assai gradevole e dallo squillo luminoso. Il tenore - impegnato la sera precedente a Berlino in “Elisir d’amore” - affronta la parte con una forma vocale che non sembra risentire degli impegni ravvicinati, delineando un personaggio dal notevole impatto vocale e incisivo sul versante interpretativo.

Convincenti, nel complesso, anche i ruoli secondari, che contribuiscono all’eccellente riuscita dello spettacolo: Enzo Peroni (Malcolm), Miriam Artiaco (Dama di Lady Macbeth), Carlo Striuli (Medico/prima apparizione), Filomena Rega (seconda apparizione), Giada Campione (terza apparizione), con le presenze mute ma fondamentali di Mario De Caro (Duncano) e Mattia Filippo Greco (Fleanzio).

Il soffio del fato aleggia anche nella spettacolo firmato da Riccardo Canessa, che si avvale delle scene, delle proiezioni e dei costumi, pertinenti e curati come sempre, di Alfredo Troisi. Si racconta Macbeth per quello che è: una storia di potere e distruzione, nella quale la violenza costituisce mezzo e principio che muove l’azione.

La lettura di Canessa, nel rifarsi alla plumbea ambientazione scozzese medievale del dramma, procede con chiarezza, senza sovraccaricare la narrazione di simbolismi estranei alla vicenda, e trova una delle sue intuizioni più felici nella gestione delle streghe. La loro presenza sulla scena è movimentata ma mai esagitata, sempre ben governata e diventa una rappresentazione dell’insinuarsi del fato nelle vicende umane.

Altrettanto curata è la prossemica tra i personaggi sull’angusto palcoscenico salernitano, con una disposizione che restituisce i rapporti di forza e le tensioni psicologiche e teatrali della vicenda: particolarmente centrata l’esecuzione di Banco ad opera dei sicari di Macbeth, così come molto suggestiva è la scena del banchetto, durante la quale il fantasma dello stesso Banco si manifesta con un fascio di luce rossa che illumina la sedia a lui destinata.

Il sangue attraversa la vicenda e messinscena, ma la sua è una presenza discreta: è richiamato soprattutto dalle proiezioni che fanno da sfondo all’azione e che conferiscono alla scena un carattere visivo talvolta quasi cinematografico, ad esempio nella rappresentazione della battaglia finale, dove immagini e movimento restituiscono il precipitare degli eventi e la violenza della resa dei conti.

Al termine, lo spettacolo è premiato da un vivo successo e da applausi prolungati per tutti gli interpreti, particolarmente intensi, come accade ogni volta che guadagna il palcoscenico qui a Salerno, quelli riservati a un entusiasta Daniel Oren.

Dall’opera all’operetta: la stagione lirica proseguirà, dal sei all’otto novembre, con La vedova allegra, per poi concludersi nel mese di dicembre con Turandot, nell’anno del suo primo centenario.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/87-opera/opera-2026/17752-salerno-macbeth-18-10-2026

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