sabato 27 ottobre 2018

I violini di Mozart

NAPOLI, 25 ottobre 2018 - Maxim Vengerov sceglie Mozart per ripresentarsi, dopo due anni d’assenza e nella sempre più consueta veste di violinista e direttore d’orchestra, al pubblico del San Carlo. Quella del musicista (è violinista, direttore e violista) israeliano è una presenza costante al San Carlo, fin dal lontano 1996, quando sbalordì il pubblico - me compreso - eseguendo il concerto n. 1 per violino e orchestra di Prokof’ev diretto da un ispirato e vulcanico Mstislav Rostropovič alla testa della blasonata London Symphony Orchestra. Da allora si sono susseguiti applauditissimi recital e concerti al San Carlo.
Ad aprire il programma di questo concerto è il Mozart, giovanile e poco frequentato, del Concertone in do maggiore per due violini e orchestra, K 190: è una composizione del diciassettenne genio salisburghese non proprio memorabile, ma dallo stile piacevolmente conversevole, e nella quale si percepiscono reminescenze stilistiche del “concerto grosso” italiano. Si tratta di una composizione dalla spiccata natura “concertante”, nella quale si inseriscono gli interventi dell’oboe e del violoncello: insieme ai due violini solisti sembra crearsi a tratti l’atmosfera dialogante tipica del quartetto.
Bastano poche note per comprendere che ci si trova davanti a Vengerov: il suo Stradivari  “ex-Kreutzer” del 1727 ha voce cristallina, stupiscono la pulizia e la precisione delle frasi, la cavata possente, la rotondità dei gravi sulla quarta corda, la melodiosità delle melodie che volteggiano sul cantino. Ogni passaggio, anche quello più complesso, è risolto con la massima semplicità grazie al prodigioso bagaglio tecnico del violinista. A coadiuvare Vengerov c’è Cecilia Laca, una tra i violini “di spalla” del San Carlo e l’intesa tra i due è subito buona; la Laca, sempre molto concentrata e attenta, esegue la propria parte con precisione, pulizia, bel suono e grande professionalità. La personalità musicale probabilmente non riesce ad emergere compiutamente anche per la scrittura del Concertone, ma esibirsi fianco a fianco con un violinista come Vengerov è impegno da far tremare le vene e i polsi. E Cecilia Laca comunque risolve egregiamente il compito affidatole.
L’orchestra del San Carlo, al netto di qualche attacco non proprio messo a fuoco e di qualche ruvidezza sonora dei violini primi, è complessivamente precisa e affidabile. Vengerov si premura di dare gli attacchi principali e di suggerire le dinamiche.
Più complesso e articolato il secondo brano in programma, il quinto e ultimo dei concerti per violino e orchestra di Mozart, in la maggiore, “Türkish", K 219. Scritto a diciannove anni a Salisburgo, è un concerto che sembra superare le eredità italiane e francesi presenti nei precedenti quattro per abbracciare completamente lo spirito e stile mozartiano, quell’unicum di semplicità che rivela i messaggi più profondi, attraverso una forma che racchiude equilibrio, innovazione, linfa vitale.
Se l’arte di Vengerov nel precedente Concertone per due violini veniva limitata dall’accademismo della scrittura, in questo quinto concerto ha la possibilità di esprimersi compiutamente, grazie all’inventiva dei cantabili, alle leggere acciaccature, ai vari colpi d’arco, al lirismo dell’adagio centrale, alla ritmica della motivo “alla turca” conclusivo. Nel fluido dipanarsi dei tre movimenti del concerto il solista stupisce per la naturalezza con le quali affronta le difficoltà tecniche, per la capacità di far cantare il suo violino con voce cristallina, da soprano lirico puro.
Il sublime Adagio centrale è affrontato magnificamente, avendovi impresso un immediato senso cantabile, suoni nitidi come diamanti; tuttavia si avverte la rinuncia ad addentrarsi nelle pieghe profonde della sua anima sospirante ed elegiaca. A volte, infatti, Vengerov dà l’impressione di compiacersi e di bearsi delle funamboliche capacità tecniche a scapito di una più approfondita interpretazione, di uno scavo più analitico del testo musicale.
Il terzo movimento, con i suoi ammiccamenti e la concitazione del tema “alla turca” ( è una czarda ungherese, in realtà) permette a Vengerov di riepilogare ogni prodigio tecnico, per poi sfociare nel finale “aperto” ed enigmatico dell’ultima nota in piano.
Gli applausi sono subito intensi; Vengerov non si fa pregare molto e regala un bis, la Sarabanda dalla Partita N. 2 in re minore di J.S. Bach per violino solo: è una rilettura dai colori cupi, dagli accenti sincopati, estremamente introspettiva, di grande fascino e incisività, ben lontana dal terso universo mozartiano appena ascoltato.
E nel segno di Mozart è anche la seconda parte del concerto. Vengerov lascia l’archetto e impugna la bacchetta.
Si ritorna alla iniziale e “luminosa” tonalità di do maggiore con la monumentale Sinfonia n. 41, K 551, Jupiter, nella quale la sapienza contrappuntistica mozartiana raggiunge una tra le più alte vette. A differenza delle due precedenti, questa Sinfonia è pervasa dalla luce che si dipana dal primo tempo fino alle trame trasparenti della complessa fuga finale.
La lettura di Vengerov coglie lo spirito della sinfonia: è estremamente incisiva, opta tempi sostenuti e briosi, non indugianti neppure nell’andante cantabile.  Non mancano, però, alcuni suoni dall’eccessivo peso sonoro, qualche asprezza nelle sezioni dei violini; la fuga finale, nella sua ritmica e nella successione marcata di accenti, è sicuramente coinvolgente, ma dal sapore eccessivamente “beethoveniano”, lontana dalla grazia raffaellesca di Mozart.
L’intensità degli ultimi accordi fanno prorompere da applausi scroscianti il pubblico che dimostra di aver apprezzato molto Vengerov anche nella veste di direttore d’orchestra.

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domenica 21 ottobre 2018

Libera me

NAPOLI, 20 ottobre 2018 - La religiosità di Verdi potrebbe sintetizzarsi in quella esclamazione, "Libera me", ripetuta due volte dal soprano, in chiusura, in pianissimo e in ritardando, della Messa da Requiem. Appare come un auspicio, una preghiera, ma soprattutto come un punto interrogativo, venato da una robusta dose di scetticismo pessimista, idealmente posto a conclusione della plastica, carnale e teatrale meditazione sul tema della morte.
Il Requiem di Verdi appare, infatti, la storia di un’anima di fronte al più angoscioso tra i misteri, la morte.
La genesi della Messa è nota: dopo la scomparsa di Rossini a Passy (13 novembre 1868), Verdi pensò di dedicare alla memoria del Pesarese un’opera collettiva, nella quale le maggiori personalità musicali dell’epoca (“…Mercadante a capo, e fosse anche per poche battute”, scrisse Verdi a Giulio Ricordi) avrebbero dovuto scrivere un brano della Messa. Verdi riservò a sé il Libera me. Il progetto, però, naufragò e rimase lettera morta. Verdi si fece restituire da Ricordi il manoscritto del Libera me.
Il 22 maggio 1873 a Milano muore Alessandro Manzoni: Verdi decide, quindi, di omaggiare in completa autonomia lo scrittore, l’illustre italiano. E il 22 maggio 1874, a un anno esatto dalla scomparsa dello scrittore milanese, Verdi dirige nella Chiesa di San Marco a Milano la Messa da Requiem.
A pochi giorni dalla celebrazione dell’anniversario rossiniano, questa Messa, che apre la stagione sinfonica del San Carlo, ben potrebbe essere idealmente dedicata proprio all’originario ispiratore.
Un’apertura di stagione che può dirsi senza dubbio riuscitissima, dato il pregio dell’esecuzione: la simbiosi tra Juraj Valčuha e il “suo” teatro ormai è un dato di fatto, certificato anche - notizia di questi giorni - dalla conferma, fino al 2021, nella carica di direttore musicale.
Il direttore slovacco ha abituato da tempo il pubblico sancarliano a interpretazioni connotate da profondo rigore, precisione e approfondita e analitica conoscenza della partitura affrontata, sia essa un’opera di repertorio, sia un titolo più ostico della letteratura del ‘900. Quando sul podio c’è Valčuha si ha sempre la sensazione che neppure un dettaglio sia lasciato al caso, ma che l’esecuzione provenga da una lunga e meditata gestazione.
La rilettura del capolavoro “religioso” (con tutti i distinguo del caso) di Verdi è asciutta, aliena da magniloquenza, retorica e sentimentalismo fine a se stesso; l’animula vagula che sembra aleggiare nella complessa partitura, nelle sue fughe contrappuntistiche, non viene mai schiacciata, ma è sempre percepibile, pur nel suo smarrimento, anche in quella terrificante e scultorea traduzione in musica del Giudizio Universale michelangiolesco che è il Dies irae. L’animula è sempre presente nel canto dei solisti e del coro e ci racconta il suo timore e stupore. Un senso di disfacimento, di finis temporis, pervade l’introduzione del Requiem che poi si ricompone nella invocazione speranzosa del Kyrie, stroncata dalla deflagrazione sonora delle apocalittiche percussioni e trombe del Dies irae.
L’interpretazione procede con passo fermo, nitido, spogliando di orpelli ed eccessi il dramma, con perfetto controllo e equilibrio di tutte le sezioni orchestrali e del coro, cedendo soltanto nel Lacrymosa alla tentazione di una più marcata geometricità agogica.
Il suono orchestrale rispecchia questa visione: asciutto, conciso e diretto, ma mai prosciugato.
Ottima la prova del coro, guidato da Gea Garatti Ansini, il quale, dopo il già eccellente risultato del recente Nabucco [leggi la recensione]conferma la propria forma eccellente. Il suono è compatto e corposo in tutte le corde, ben plasmato e idiomatico sin dalle quasi espressionistiche battute iniziali; l’intesa con il direttore e l’orchestra è sempre perfetta, così come la cornice al canto dei solisti: coro e soli sono fusi in uno amalgama sonoro che però non annulla le individualità.
All’eccellente risultato hanno contribuito le quattro voci solistiche, tutte italiane e tutte perfettamente aderenti alle rispettive parti, omogenee sia per il settore maschile sia per quello femminile.
Riccardo Zanellato ha voce autorevole, morbida, canto legato e levigato, dà sostegno a tutta l’architettura musicale e trova accenti di grande intensità drammatica nel Confutatis maledictis e, in particolare, in quell’accorata invocazione che è Voca me cum benetictis.
Il giovane tenore Antonio Poli ha una di quegli strumenti “baciati dalla Natura”, dal bel colore, sempre timbrato, generoso: Poli è incisivo e combattivo ma, grazie alla buona emissione, riesce ad alleggerire e sfumare all’occorrenza, delineando una interpretazione variegata. Convince molto il suo Ingemisco, dolente, sempre ben appoggiato sul fiato, anche nelle screziature di chiaroscuro di cui sapientemente cesella il brano e che gli fanno perdonare l’acuto finale un po’ troppo “schiacciato” ed eccessivamente “di testa”. Poli appare senza dubbio uno dei più convincenti tenori immaginabili al momento per il Requiem verdiano.
Perfettamente in parte è Veronica Simeoni che sfoggia voce dal notevole volume e dal bel colore leggermente brunito, con significativo registro medio, acuti sicuri e timbrati; l’interprete è sempre partecipe: scultoreo e con giusti accenti lo scandire del suo Liber scriptus; mesto e lancinante, invece, l’incipit del Recordare.
Eleonora Buratto, infine, debuttante nella parte, immediatamente mostra la bellezza del suo timbro, la ricchezza di armonici, il perfetto appoggio sul fiato e la rotondità e la precisione degli acuti. La voce è omogenea nell’intera gamma, anche nell’impegnativo registro basso, troppo spesso croce senza alcuna delizia di molti soprani lirici che affrontano il Requiem. La bellezza timbrica, insieme all’intelligenza musicale, la capacità a risolvere i passaggi tra i vari registri, il salto d’ottava finale al si bemolle, la collocano a buon diritto accanto a quei soprani, penso a Mirella Freni e a Barbara Frittoli, che in questa parte hanno saputo coniugare qualità del suono, quadratura musicale e intensità interpretativa.
Il temibile Libera me Domine è risolto egregiamente da Eleonora Buratto, sin dalle note ribattute iniziali, grazie alla padronanza tecnica, a una vocalità che sembra irrobustirsi sempre di più e a un colore vocale che è chiaroscuro nell’incipit, vespertino e trasfigurato nel piano di Requiem aeternam dona eis (…) et lux perpetua a cappella con il coro, lancinante e disperato nel Libera me tra i flutti arroventati di orchestra e coro. La declamazione finale è dal colore cinèreo: e in essa è racchiuso l’enigma dell’intera Messa.
Le ultime note svaniscono nella sala. Valčuha resta immobile. Il pubblico rispetta la pausa finale prima di tributare, stavolta a tempo debito, lunghi applausi e convinti apprezzamenti per tutti.
L’esecuzione, però, per quello che riguarda il pubblico non era iniziata altrettanto bene: uno squillo insistente di un telefonino si è sovrapposto, come nel peggiore degli incubi, proprio sulle prime battute introduttive in pianissimo.
Dopo vari “vergogna!" e "bestie!” da parte del pubblico, Valčuha ha riattaccato il brano dall’inizio.
L’inciviltà galoppante e imperante dei pubblici dei teatri riesce purtroppo a spezzare anche uno tra i più bei incantesimi sonori mai scritti, qual è sicuramente l’Introiutus della Messa da Requiem di Verdi.

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mercoledì 10 ottobre 2018

Sempre Viva Verdi!

NAPOLI, 9 ottobre 2018 - È in una fredda sera dell’inverno del 1841 che Bartolomeo Merelli, impresario del Teatro alla Scala, nella Galleria De Cristoforis (non esiste più: si trovava tra l’odierno Corso Vittorio Emanuele II e via Montenapoleone, ovviamente a Milano) consegna a Verdi, tristissimo e riluttante a continuare la carriera di compositore, il libretto di Nabucco.
La storia è nota e la racconta lo stesso Verdi in una lettera autobiografica del 1879 indirizzata a Giulio Ricordi: “…Rincasai e con un gesto quasi violento, gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomici ritto in piedi davanti. Il fascicolo cadendo sul tavolo stesso si era aperto: senza saper come, i miei occhi fissano la pagina che stava a me innanzi, e mi si affaccia questo verso: Va', pensiero, sull’ali dorateScorro i versi seguenti e ne ricevo una grande impressione, tanto più che erano quasi una parafrasi della Bibbia, nella cui lettura mi dilettavo sempre…”.
A leggere il racconto di Verdi c’è da attribuire al caso (il libretto che cadendo si apre proprio su Va’ pensiero..) la nascita di uno dei più celebri cori d’opera e del primo grande successo teatrale verdiano. “Con quest’opera si può dire veramente che ebbe principio la mia carriera artistica”, continua a raccontare Verdi.
Il capolavoro giovanile (quando l’opera andò in scena alla Scala, la sera del 9 marzo del 1842, Verdi non aveva compiuto ancora ventinove anni) torna al San Carlo dopo ben ventuno anni d’assenza, nell’allestimento del Teatro dell’Opera di Roma, proposto nella Capitale nel 2011 con la direzione di Riccardo Muti ed evento delle celebrazioni per i 150 anni dalla dichiarazione dell’Unità d’Italia.
La messa in scena - regia e scene di  Jean Paul Scarpitta, costumi di Maurizio Millenotti e luci di Urs Schönebaum - mi aveva convito molto poco sette anni fa per il sostanziale immobilismo registico e per l’impianto scenografico, scarno ed eccessivamente indugiante su fondali scuri dominati da una luna nebulosa, che richiamano le illustrazioni della Bibbia di Gustave Doré. E dopo sette anni l’impressione sullo spettacolo non è cambiata in positivo. Gli elementi sul palcoscenico sono pochi: una piccola piramide, più simile a un cumulo di terra, pochi alberi neri su uno sfondo laminato d’oro. Manca perfino il fulmine che cade sulla corona di Nabucco.
Scarpitta, come ha dichiarato nelle note di regia, ha inteso mettere in scena “non il dramma stesso, ma il riflesso che ha nella coscienza”, eliminando ogni traccia del divino e del trascendente, adottando un punto di vista umano. Con queste premesse c’era da attendersi un maggiore scavo nei complicati rapporti interpersonali, ma la visione registica sembra relegare il dipanarsi dell’azione all’interno di un estratto delle didascalie del libretto del Solera; perfino il coro, dolente e incastonato nella perenne penombra della scena, sembra assolvere a una funzione soltanto oratoriale.
Eleganti e immediatamente identificativi della contrapposizione tra Ebrei e Babilonesi sono i costumi di Maurizio Millenotti che richiamano fedelmente i motivi del tallit ebraico e i costumi babilonesi come riportati dalla iconografia tradizionale.
Se da punto di vista registico lo spettacolo convince poco, uno dei motivi di interesse di questa produzione è da individuare nella direzione del giovane direttore d’orchestra, Francesco Ivan Ciampa, avellinese, il quale debutta al San Carlo, sostituendo il previsto Nello Santi. Si avverte sin dalla sinfonia che lo spettacolo è costruito con cura artigianale, dalle mani di chi - dopo anni di gavetta- ha appreso approfonditamente la complessa arte di costruire uno spettacolo lirico, l’“assemblaggio” certosino di cantanti, orchestra e coro.
Ciampa rinuncia, fin dalla sinfonia, all’inutile esaltazione dei clangori orchestrali nei quali tanta tradizione, soprattutto per il primo Verdi, tende a inciampare. Opta invece per una lettura incisiva, priva di convulse strette agogiche e ingombranti volumi sonori, anche nei momenti più infuocati dell’opera (“Mio furore, non più costretto, fa dei vinti atroce scempio”), ma preferendo esaltare gli aspetti più cantabili della partitura e il preciso e bilanciato accompagnamento orchestrale dei cantanti. L’orchestra risponde con precisione al gesto chiaro, a tratti eloquentemente plateale, del giovane direttore.
Il coro, che ben potrebbe definirsi uno dei protagonisti di Nabucco, appare sostanzialmente disciplinato, dal volume giusto e compatto, salvo lo sbandamento durante la cabaletta di Abigaille; il Va’ pensiero è dolente ed emozionante, con la giusta dose di sospirata nostalgia che si addice alla monodìa, “una grande aria per soprani, contralti, tenori e bassi”, secondo la calzante e geniale definizione di Rossini. Al termine del coro, le insistenti richieste di bis vengono accolte dal direttore.
Punta di diamante della serata è la napoletana Anna Pirozzi, la quale, in una delle parti più impervie dell’intero repertorio lirico, delinea una Abigaille dalla voce potente, omogenea nell’intera tessitura, e con acuti squillanti, bassi ben timbrati, timbro che ben si addice alla personalità assetata di potere della ex schiava babilonese. La sua è un’interpretazione dalla sottile perfidia, anticipatrice dei disegni criminosi della satanica Lady Macbeth, ruolo che sta interpretando al Festival Verdi 2018 di Parma (leggi la recensione). La risolutezza di Abigaille sfuma, nel finale, nel suo sincero e accorato pentimento: la voce della Pirozzi, grazie al dominio della tecnica di emissione, si assottiglia, diventa quasi eterea.
Il Nabucco di Giovanni Meoni ha voce di buon volume, dal timbro gradevole ma troppo chiaro per la parte del re babilonese. Pur dotato di elegante legato e di buona emissione, il suo “Dio di Giuda” appare a tratti eccessivamente trattenuto e con quale nota incerta. Il suo è un Nabucco tormentato, elegante nella linea di canto e che trova accenti dolenti, anticipatori di quelli di Francesco Foscari, nelle meravigliose frasi di “Chi mi toglie il regio scettro? …O mia figlia! E tu pur anco non soccorri al debil fianco?”.
Lo Zaccaria di Rafal Siwek ha voce timbrata e solida, dizione chiara: il basso polacco disegna un Gran Pontefice dalla grande autorevolezza.
L’Ismaele di Antonello Palombi ha voce dal notevole volume, ma la sua emissione è perennemente impostata sul forte e su accenti tribunizi, non alleggerita neppure nei momenti di maggiore intimità.
Convince per la calda intensità del timbro e l’interpretazione dolente la Fenena di Carmen Topciu.
Completano il cast vocale il Gran sacerdote di Gianluca Breda, l’Abdallo di Antonello Ceron e l’Anna di Fulvia Mastrobuono.
Il ritorno di Nabucco al San Carlo è accolto da un grande successo di pubblico che rinuncia alla consueta corsa ai taxi post teatro. Prolungati e convinti applausi per tutti gli interpreti, successo personale per Anna Pirozzi e Francesco Ivan Ciampa.Tiepidi, invece, gli applausi che accolgono l’uscita del regista Jean Paul Scarpitta.
Nel giorno (10 ottobre) del compleanno di Giuseppe Verdi ora e sempre Viva Verdi!
Brevissima nota mondana finale: dal palco reale ha assistito alla rappresentazione Gérard Depardieu.
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lunedì 1 ottobre 2018

Incontri fra mondi

Napoli 30 settembre 2018 - Il fascino della musica è anche in quella incontrollabile esplosione derivante dalla contrapposizione di personalità, mondi e colori apparentemente inconciliabili: il risultato, quasi sempre, stupisce.
E in questo melting pot musicale, nell’anno del centenario della nascita di Leonard Bernstein (1918 – 1990), appare appropriata la scelta di aprire il concerto con la travolgente ouverture da Candide (1956), operetta comica nella quale il compositore e direttore d’orchestra statunitense ha maggiormente mescolato e miscelato stilemi e forme operistiche, facendo coesistere con garbo e raffinatezza cori, duetti, quintetti, una parodia di un’aria settecentesca, allusioni ad arie dal sapore pucciniano, un tango, una sarcastica critica al maccartismo degli anni ‘50.
L’ouverture, rapsodica e “rossiniana” per l’immediata presentazione e riconoscibilità dei principali temi dell’opera, è staccata da Zubin Mehta con tempi che evitano di cadere nell’eccesso parossistico, esaltando, ad ogni modo, la cantabilità delle melodie e la ritmica sempre spumeggiante, traboccante di quella joie de vivre tanto connaturata alle composizioni di quel genio pop che è il Leonard Bernstein compositore.
Il gesto di Mehta è parco, misurato ed eloquente. Quella del San Carlo da qualche anno è una delle “sue” orchestre, ricoprendone l’incarico di Direttore onorario: il maestro indiano si diverte e diverte sin dall’inizio. La complicità è immediatamente evidente.
Il programma della serata prevede un salto a ritroso: dal Bernstein degli anni ’50 si raggiungono quei Roaring Twenties, così ben descritti da Scott Fitzgerald. Ed ecco Rhapsody in Blue (1924) di George Gershwin (1898 – 1937), sintesi dell’effervescenza e commistione musicale che si doveva respirare nella New York del tempo, con la dirompente fascinazione della musica afroamericana verso mondi sociali e musicali ben distanti per spirito, cultura e censo.
La parte solistica del pianoforte, cellula musicale attorno alla quale sono nate le successive orchestrazioni, è affidata a Stefano Bollani. La sua lettura della Rhapsody denota una debordante personalità musicale, direttamente proporzionale alla propria simpatia e affabilità, un estro e un’inventiva che arricchiscono, attraverso l’arte dell’improvvisazione jazzistica, con fioriture e brevi cadenze la partitura di Gershwin, esaltando l’architettura ritmica, ora languida, ora travolgente e perentorial tocco pianistico cesellato e un suono tondo e corposo costituiscono la cornice che racchiude un bozzetto sonoro intenso, comunicativo come raramente capita di ascoltare. Sin dal bellissimo assolo iniziale del primo clarinetto, l’orchestra del San Carlo asseconda e completa alla perfezione Bollani; una solida organizzazione dà sincronismo e bel suono a tutto l’organismo orchestrale. Un plauso alle illuminanti entrate della magnifica tromba di Fabrizio Fabrizi.
Al termine della Rhapsody, gli applausi sono tanti che il pianista non può esimersi dal concedere ben tre encores.
Libero dal testo musicale, l’inventiva del pianista milanese può correre ed esprimersi senza ostacoli: una toccante, rarefatta e languida rivisitazione della celebre “Maria” di Leonard Bernstein apre il “concerto nel concerto” dei bis.
Segue un omaggio a un grande contaminatore musicale del ‘900, quel Renato Carosone (1920 – 2001), pianista classico e jazz, tra i primi a iniettare nella grande tradizione della canzone napoletana elementi musicali dal sapore americano, africano e jazzistico, blues, swing.
Bollani sceglie di ricreare quella Caravan petrol dal sapore melodico, armonico e ritmico tanto esotico. La sua reinvenzione capta e amplifica lo spirito della canzone, quel ripetersi quasi ossessivo di cellule melodiche e ritmiche che conducono all’effetto di gioviale parossismo finale.
L’amore per la musica brasiliana di Bollani, infine, è lo sfondo per l’ultimo bis, Tico Tico: un susseguirsi di variazioni al termine delle quali il pianista ha richiesto anche l’intervento ritmico ( e non sempre preciso!) del battito della mani da parte del pubblico.
Bollani ha conquistato la sala: visibile soddisfazione e divertimento sui volti di tutti, con la consapevolezza di aver assistito a un concerto emotivamente coinvolgente come pochi.
La New York di Gershwin, con la sua Rhapsody in Blue, è geograficamente e culturalmente lontana dalla Russia pagana de Le sacre du printemps (1913) di Igor Stravinsky, eppure, anche nel balletto russo, stilemi e melodie della tradizione popolare ribollono in una tra le più rivoluzionarie composizioni musicali del ‘900.
Zubin Mehta, che quest’anno festeggia i cinquanta anni dalla sua incisione discografica del Sacre (alla testa della Chicago Symphony Orchestra), individua ed enuclea nella partitura quel concentrato profetico di violenza barbarica e irrazionalità ancestrale che, dopo solo un anno dalla sua prima “scandalosa” esecuzione parigina del 1913, esploderà in una delle pagine più buie della storia europea.
Le sonorità sono incandescenti, taglienti, luminose e contrastanti come i colori della Danse di Henri Matisse (1910); la complessa e variegata ritmica è volutamente portata al parossismo sonoro. Ottimo il lavoro di tutte le percussioni, così come quello, non meno arduo, dei legni, ottoni e archi.
Al termine, la sala, gremita all’inverosimile, tributa calorosissimi applausi.

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martedì 24 luglio 2018

In punta di bacchetta

NAPOLI, 20 luglio 2018 - Dopo Rigoletto (leggi la recensione) prosegue all’insegna della tradizione e del calligrafismo scenografico la stagione d’opera del San Carlo con una romanissima Tosca.
Lo spettacolo, come per Rigoletto, si avvale della regia di Mario Pontiggia, sfuocata e confusa, priva di un’originale e riconoscibile idea guida; all’assenza di regia suppliscono le scene, di ottima fattura, di Francesco Zito, e i costumi, appropriati ed eleganti come sempre, di Giusi Giustino.
Lo scenografo immerge lo spettatore negli interni della Basilica di Sant’Andrea della Valle, irradiati dalla calda luce del pomeriggio romano, con l’enorme cupola posizionata obliquamente sul palcoscenico in modo da far godere al pubblico della fedele riproduzione dei bellissimi affreschi di Giovanni Lanfranco. Nel secondo atto ricrea gli ambienti sfarzosi di Palazzo Farnese affrescati dal Carracci; meno calligrafici gli spalti di Castel Sant’Angelo, dominati dall’oppressiva presenza delle insegne pontificie.
La punta di diamante di questa produzione di Tosca è tuttavia la direzione di Juraj Valčuha: una concertazione piena di fantasia, analitica, con agogica variabile e con appropriati rubati, connotata dalla giustapposizione di drammaticità teatrale e musicale, con colori orchestrali ora evanescenti e languidi, ora tellurici. Un Puccini, quello di Valčuha, a pieno titolo inserito nella temperie culturale del ‘900: negli squarci sinfonici dell’opera (penso, ad esempio, all’alba dell’Atto III) il direttore slovacco evidenzia i nessi armonici e strumentali del compositore lucchese con i contemporanei europei.
Il lavoro di Valčuha al San Carlo, a mio parere, stupisce di produzione in produzione per la sua capacità di esprimere qualcosa di innovativo anche con le partiture più conosciute e frequentate, tenendosi a distanza di sicurezza dalla noiosa e trita routineinterpretativa.
L’orchestra e il coro del San Carlo rispondono perfettamente alle intenzioni del direttore: precisione, ottima qualità del suono e magnifici assoli strumentali. Un plauso al primo clarinetto per la bellissima introduzione orchestra a “E lucevan le stelle..”, al primo flauto per il suo intervento nell’aereo ingresso di Tosca e al primo violoncello.
Il coro, dal suono compatto e potente nel "Te Deum", ha fornito una delle migliori prove della stagione; da dietro le scene si percepisce assordante e opprimente durante l’interrogatorio di Mario Cavaradossi. Marco Faelli si congeda da direttore del coro del San Carlo con questa eccellente prova; buona anche la prestazione delle Voci Bianche guidate da Stefania Rinaldi.
All’inizio dello spettacolo viene annunciata l’improvvisa indisposizione del tenore titolare Brian Jadge, sostituito da Francesco Pio Galasso: il suo è un Cavaradossi che, dopo una eccessivamente tesa e misurata "Recondita armonia", si scioglie e riscalda con il procedere dello spettacolo, fino a riscuotere calorosi applausi nell’ultima aria. Dotato di buon volume, dal bel timbro, mezzi complessivamente corretti, tranne qualche nota leggermente indietro in qualche passaggio legato, è un Mario Cavaradossi innamorato, a tratti eroico.
La Tosca di Ainoha Arteta convince scenicamente grazie al physique du rôle e alle doti d’attrice: è civettuola, assalita da una improvvisa tempesta ormonale, innamorata e divorata da “sciocca gelosia” nel primo atto, una donna tormentata nel secondo e tragicamente illusa nel terzo. La voce è corposa, il vibrato è nel suo ingresso (“Mario! Mario! Mario!”) eccessivamente pronunciato, le note ci sono tutte, la “lama” è uno squarcio sonoro ben preparato e altrettanto risolto. "Vissi d’arte" è intenso, con partecipazione emotiva, ben cantato malgrado quale nota in basso non proprio messa a fuoco.
Un successo personale meritatissimo, dunque, per il soprano spagnolo che torna al San Carlo a poco più di un anno da una buona Manon Lescaut (leggi la recensione).
Roberto Frontali è uno Scarpia d’ordinaria amministrazione: dalla sua interpretazione non traspaiono il sottile sadismo del feroce capo della polizia, la laidezza dell’uomo; non si avverte la lascivia di “A doppia mira tendo il voler...” durante l’ossessione sessuale commista all’odor di incensi e inni del "Te Deum". Il volume non appare sempre adeguato nei momenti più concitati, il timbro ormai eccessivamente prosciugato e anonimo.
Nei ruoli secondari si distinguono l’Angelotti di Carlo Cigni, il Sagrestano, simpatico e con notevoli doti di attore, di Roberto Abbondanza; Nicola Pamio, nei panni di Spoletta, dopo una sortita non proprio felice per precisione e intonazione alquanto periclitante, prosegue con maggiore sicurezza e con giusta cattiveria.
Dal timbro limpido il Pastore di Pina Acierno si giova anche del bellissimo tappeto orchestrale che stende Valčuha.
Applausi molto calorosi e convinti, al termine, premiano tutti.

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La potenza di Rigoletto

NAPOLI, 17 luglio 2018 - D’estate, l’opera lirica al chiuso di un teatro può apparire un matrimonio infelice. Eppure, senza zanzare, umidità, rumori, acustica (quasi) sempre pessima («All’aperto si gioca a bocce!», diceva “qualcuno” che di musica se ne intendeva...) godere di un titolo operistico “popolare” in un teatro ben climatizzato («troppo, troppo freddo!”» secondo qualche perennemente insofferente signora della platea, ma semmai comunque pronta a condire la partitura con il ticchettìo del proprio rumorosissimo ventaglio) può rappresentare una valida alternativa alla calura estiva cittadina.
Da qualche anno al San Carlo, durante il mese di luglio, propone un paio di titoli d’opera conosciuti e apprezzati dal grande pubblico e un balletto, a prezzi più economici rispetto a quelli della ordinaria stagione d’opera, con l’ intento di avvicinare turisti e, magari, nuovo pubblico.
La scelta quest’anno è caduta, per quanto concerne l’opera, su Tosca e Rigoletto e, per il balletto, su un omaggio a Rudolf Nureyev.
«Rigoletto è come il maiale: non si butta via niente!»; la plastica, genuina e ruspante definizione l’ho sentita dal colto e simpatico giornalaio (purtroppo ne ignoro il nome) titolare dell’edicola posta proprio di fronte alla casa natale di Giuseppe Verdi, a Roncole di Busseto. Riascoltando per l’ennesima volta il capolavoro verdiano ho ripensato spesso a quel giudizio: «Non si butta via niente!».
Nel caso di Verdi non è raro imbattersi in opere così perfette dal punto di vista drammaturgico, nelle quali l’azione si dipana in modo incalzante dalla prima all’ultima scena e nelle quali i personaggi sono sbozzati con forza espressiva paragonabile a quella dei Prigioni di Michelangelo. E anche questa esecuzione di Rigoletto complessivamente corretta, discretamente cantata, ma certamente non di quelle che si imprimono nella memoria, è in grado fornire spunti interessanti anche per un’opera ascoltata centinaia di volte. «Potenza della lirica».
Il nuovo allestimento del San Carlo è di quelli estremamente “tradizionali”, “rassicurante” anche per il pubblico più conservatore. L’azione è collocata nella Mantova del ‘500; Francesco Zito firma le belle scene dipinte e che rimandano direttamente alle architetture rinascimentali di Palazzo Ducale e al verone della cosiddetta casa di Rigoletto, all’armonico profilo della città dei Gonzaga sul Mincio, alla locanda, questa solo abbozzata, di Maddalena e Sparafucile nella corrusca notte sul Mincio illuminata dal plenilunio. Le luci di Bruno Ciulli, anonime ed eccessivamente minimal durante il climax drammatico della tempesta dell’atto III, non aggiungono granché, né valorizzano la scenografia. I costumi di Giusi Giustino, ovviamente complementari alla scenografia, sono di quella eleganza e raffinatezza alla quale la costumista napoletana ha abituato il “suo” pubblico sancarliano.
Purtroppo la regia di Mario Pontiggia appare fin da subito rinunciataria: si ha la sensazione che i singoli interpreti siano lasciati a loro stessi nella scelta dei movimenti - che, nel caso di Rigoletto, sono eccessivamente plateali se non addirittura goffi -, mentre il coro è relegato al ruolo di inerte spettatore sulla scena; a mancare è proprio una visione riconoscibile dello spettacolo.
Sul piano musicale la direzione di Pier Giorgio Morandi è fluida, equilibrata nel gestire i pesi sonori tra buca orchestrale e palcoscenico (al netto del duetto Rigoletto – Sparafucile dell’atto I, laddove i violoncelli sono apparsi eccessivamente predominanti rispetto alle voci), accompagna egregiamente i cantanti, tiene sotto controllo orchestra, coro e cantanti, procede con agogica sempre appropriata; ciò che a volte latita è la fantasia, l’illuminazione della preziosità e dell’atmosfera strumentale (notturno e tempesta dell’atto III, ad esempio).
Corretto e disciplinato il coro maschile diretto da Marco Faelli durante la festa iniziale, mentre appare poco incisivo nell’intervento a bocca chiusa dietro le quinte durante la tempesta.
George Petean è un Rigoletto convincente vocalmente, meno scenicamente. Voce di volume ragguardevole, dal bel timbro, non molto scuro, ben proiettata e con attitudine a sfumare, ad alleggerire l’emissione; esegue - e abbastanza bene - anche i trilli (troppo sbrigativamente omessi anche da interpreti blasonati) posti su delirio e ore nella frase «Qual vi piglia or delirio…a tutte l’ore di vostra figlia a reclamar l’onore?» nell’atto I. Il suo è un buffone lacerato, paternamente innamorato della figlia, probabilmente troppo buono per ordire la vendetta; dal punto di vista scenico qualche movimento è eccessivamente manierato, goffamente agitato.
Convince poco lo Sparafucile George Anduguladze dalla voce eccessivamente ingolata, dal timbro troppo poco scuro per il ruolo del sicario borgognone.
Per chi la ricorda agli esordi dispiace constatare l’usura dello smalto timbrico di Patrizia Ciofi: la tecnica c’è, e le consente di superare o, almeno, affrontare le oggettive difficoltà della forma vocale. La sua è una Gilda dolente, fino a diventare flebile ed eterea nelle battute finali che, nella interpretazione del soprano senese, ricordano gli ultimi istanti di Violetta, ruolo tante volte interpretato.
Nino Surguladze è una Maddalena accattivante, dal bel timbro brunito, spigliata in scena, appropriata e convincente nella sua parte.
Il Monterone di Gianfranco Montresor possiede voce di discreto volume, discretamente proiettata.
Saimir Pirgu è da tempo una garanzia nel panorama lirico internazionale; ritorna al San Carlo dopo il successo personale riscosso come Gabriele Adorno (leggi la recensione ) dell’ottobre scorso. Voce ben proiettata, dall’emissione fluida e sfumata, timbro fresco e luminoso e con incipienti screziature brunite, perfetta dizione gli consentono di delineare un Duca giovanile, baldanzoso e convincente anche scenicamente. La sua è una prestazione in crescendo: se la ballata iniziale appare eccessivamente trattenuta, l’aria del secondo atto e la successiva cabaletta hanno passionalità e impeto. L’intero terzo atto è scanzonato come il Duca, con acuti timbrati e luminosi nella canzone «La donna è mobile» che si fanno sempre più squillanti durante il carnale gioco di seduzione del celebre quartetto.
I ruoli secondari sono tutti ben assortiti, qualitativamente in linea con la produzione.
Al termine il pubblico apprezza e applaude, ma, a dispetto della stagione estiva, senza mostrare eccessivo calore.

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giovedì 14 giugno 2018

I Berliner restano

MADRID, 7 giugno 2018 - Tanz auf dem Vulkan di Jörg Widmann, il Lutosławski della Sinfonia n. 3 e, infine, il classico della Sinfonia n. 1 in do minore op. 68 di Johannes Brahms costituiscono uno dei due programmi (l’altro: Three Pieces for Orchestra di Hans Abrahamsen e la sinfonia n. 9 di Anton Bruckner) per il tour europeo d’addio di Sir Simon Rattle dopo sedici anni alla guida dei mitici Berliner Philharmoniker, un tour che ha toccato in pochi giorni Vienna, Amsterdam, Colonia, Madrid e Barcellona.
L’Auditorio Nacional de Música di Madrid ha accolto con un vero trionfo il concerto il cui programma appare una sintesi delle scelte, spesso giudicate ardite, di repertorio degli anni berlinesi del direttore britannico.
Il concerto si apre con Tanz auf dem Vulkan, opera commissionata dalla Fondazione dei Berliner al compositore e clarinettista tedesco Jörg Widmann (classe 1973) e scritta proprio per l’addio di Rattle alla Filarmonica di Berlino. Composizione breve, esplosiva, Tanz auf dem Vulkan, dalla ritmica ossessiva, rappresenta nelle intenzioni dell’autore il lavoro del direttore d’orchestra della Filarmonica di Berlino: una danza sul vulcano. L’andamento del brano è infatti scoppiettante; suoni a tratti nebulosi, informi, evocano il ribollìo del vulcano e che evocano, nelle battute finali, un’eruzione dalla accattivante ritmica dal sapore jazzistico.
Lodare la precisione, il nitore del suono orchestrale quando si ascoltano i Berliner è come voler “portare vasi a Samo”, eppure ogni volta che si ascolta questa compagine si resta stupiti per il sincrono perfetto delle sezioni strumentali, per la duttilità del volume, una gamma che va dal flebile sibilo sino al più fragoroso fortissimo, per la bellezza del suono, plasmato dal direttore/demiurgo con lavoro certosino.
Il suono dei Berliner di Rattle, tanto diverso da quello di Karajan, da quello, già alleggerito e reso più trasparente di Abbado, è tagliente, immediato, pur non rinunciando al culto dell’edonismo sonoro; una timbrica sempre palpitante, mutevole, come questo breve brano orchestrale dalla grande intensità. I contrabbassi, a cinque corde, sono le fondamenta dell’armonia e dell’intera architettura musicale, che dall’abbozzo degli iniziali borborigmi del ventre del vulcano si struttura nell’orgiastica danza finale.
La Sinfonia n. 3 di Lutosławski è una composizione che in molti passaggi adopera la tecnica dell’ “aleatorismo limitato”: sono previsti diversi passaggi privi di sincronismo, nei quali agli strumentisti è concessa libertà di esecuzione fino a convergere in punti di unione perfettamente determinati. Il compositore detiene il controllo della forma che coesiste con una pronunciata flessibilità ritmica; attraverso il ricorso a figure sonore ripetitive e non sincronizzate viene generata una polifonia varia, ricca e imprevedibile: a questa “libertà” si contrappongono passaggi nei quali la scrittura è perfettamente controllata e annotata, in un modo da fissare la forma della composizione. Un dialogo, in definitiva, tra sincronia e asincronia, tra oggettività e soggettività, all’interno di una architettura formale disegnata dal compositore; una partitura di grande complessità esecutiva proprio in ragione della libertà che viene concessa all’esecutore e che postula il ricorso a sonorità che coprono una variegatissima gamma dinamica, un suono oggettivo, che spiazza l’ascoltatore in molti passaggi.
Rattle è eccezionale nel condurre a unità molteplici soggettività, tenendo in pugno la vasta orchestra e con tensione emotiva sempre elevata.
Più “rassicurante” la seconda parte del concerto integralmente costituita dalla Sinfonia n. 1 in do minore op. 68 di Johannes Brahms, uno di quei classici che i Berliner Philharmoniker potrebbero suonare a occhi chiusi. Rattle ne dà una lettura aliena da turgori romantici, snella, dal suono a tratti trasparente, dall’ordito armonico e strumentale (e di che livello!) sempre individuabile. Una oggettività sonora che esalta, rinnegando appesantimenti strumentali e di agogica, la bellezza formale della partitura, il continuo flusso melodico, il ribollire dionisaco delle ultime battute. Ed è qui che la potenza sonora ed espressiva della formidabile “macchina da guerra” dei Berliner fa intuire ancora una volta i propri pregi: intensità timbrica, sincrono perfetto, rotondità sonora.
Risulta difficile lodare una sezione strumentale più di un’altra: questa compagine orchestrale è un unicum, nel quale ogni famiglia strumentale, ogni singolo strumentista ha il rango di un solista al servizio dell’intera orchestra, perfettamente amalgamato pur senza rinunciare alla propria individualità. Sono gemme di un unico gioiello il flauto di Emmanuel Pahud, il paradisiaco oboe di Albrecht Mayer dell’Andante sostenuto del secondo movimento, il lirismo del primo violino di spalla di Daniel Stabrawa, la rotondità degli ottoni.
Sir Simon Rattle, prossimo direttore musicale della London Symphony Orchestra, è acclamato dal folto pubblico dell’Auditorio Nacional e soprattutto dalla “sua” orchestra, mostrando, con la affabilità che gli è propria, la soddisfazione per l’esito eccelso della serata.
La guida stabile dell’orchestra passerà nella mani di Kirill Petrenko, direttore per il quale l'aggettivo geniale, a mio avviso, non appare affatto sovrabbondante.
Non resta che attendere di “vedere” come il direttore russo-austriaco plasmerà l’orchestra, con la consapevolezza che i direttori passano, ma i Berliner restano, per fortuna.

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