mercoledì 9 dicembre 2020

Quando arriverà il pubblico, noi saremo pronti

 Anche il Teatro Verdi di Salerno raggiunge il proprio pubblico on line. Il Maestro di cappella di Cimarosa interpretato da Paolo Bordogna a sala vuota, però, è giustamente una prova d'orchestra in attesa di tornare ad accogliere gli spettatori.

“Il pubblico non c’è... ma quando arriverà il pubblico, noi saremo pronti; perché presto tornerà il pubblico a teatro!”. Amen. A pronunciare questo augurio speranzoso è il simpatico Maestro di cappella/Paolo Bordogna, protagonista dell’omonimo intermezzo di Domenico Cimarosa.

Anche il Teatro Verdi di Salerno si iscrive alla lunga lista delle istituzioni musicali costrette a far musica senza pubblico, puntando esclusivamente sullo streaming: si parte con il delizioso monologo comico cimarosiano, probabilmente composto tra il 1786 e il 1793 per un’ignota produzione.

Prima di iniziare, l’orchestra è intenta a intonare senza maestro l’Allegro spiritoso dalla Sinfonia di Lo frate ‘nnamurato di Pergolesi; entra in scena il Maestro di cappella, si volta verso la sala, ovviamente vuota, augurandosi di ritrovarla al più presto affollata; la prova può avere inizio. La “messa in scena” - lo spettacolo è privo di scene e costumi - è costituita da orchestrali e direttori che indossano il frac d’ordinanza.

Paolo Borgogna è coadiuvato dalla Filarmonica del Teatro Verdi di Salerno estremamente frizzante, in qualche punto dalle sonorità caricaturalmente eccessive, impreziosita dai magnifici brevi assoli del primo violino di spalla di Fabrizio Falasca. E, a differenza della Prova d’orchestra di Fellini, pur dopo qualche incertezza iniziale, il Maestro Bordogna riuscirà a serrare le fila dell’orchestrina.

Grazie alla propria vis comica, all’attenzione al colore delle parole, alle inflessioni, alla varietà di accenti, il protagonista riesce a far promanare garbo, leggerezza e ironia anche da un testo che, in definitiva, è poco più che appello di strumenti condito di divertenti esortazioni.

“Vi ringrazio, miei signori/ proveremo ad altro tempo/ un Andante, Allegro e Presto/ che faravvi stupefar (..)” canta nel finale il Maestro: non ci resta che attendere pazientemente l’altro tempo.

Si chiude con gli ormai consueti saluti di rito alla sala vuota e al pubblico collegato da casa.

Un saluto al teatro e uno agli schermi dei PC, delle TV, dei Tablet, attuali filtri tra noi e la musica dal vivo.

Per chi volesse rivedere l’intermezzo: https://youtu.be/y0Sp5_aVF_4

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sabato 5 dicembre 2020

Per aspera ad astra

 NAPOLI, 4 dicembre 2020 - È un esperimento, una sfida e una testimonianza di resistenza l’inaugurazione della stagione lirica 2020 - 2021 del Teatro San Carlo.

Sfumati, a causa della pandemia, sia il piano A che quello B - rispettivamente La bohème e The Seven Deaths of Maria Callas di Marina Abramovic - è Cavalleria rusticana a risuonare nella sala vuota del San Carlo in questo tribolato finale d’anno 2020. Si sperimenta per la prima volta - e speriamo tutti l’ultima! - un’apertura di stagione “virtuale”, senza pubblico; un’inaugurazione, quindi, del tutto priva di quel pizzico di mondanità, contorno tanto biasimato quanto necessario per qualsiasi prima di Gala che si rispetti. Si fa di necessità gran virtù: con la partnership di Facebook, il San Carlo si apre a un pubblico potenzialmente sterminato. A fronte del pagamento di un biglietto puramente simbolico è possibile vedere Cavalleria rusticana fino al 7 dicembre sul social network più popolare al mondo.

L’opera, eseguita in forma di concerto, è stata registrata lo scorso primo dicembre e viene trasmessa stasera in prima visione sulla pagina Facebook del Teatro San Carlo. L’esperimento, superato qualche intoppo iniziale di natura tecnica, può dirsi felicemente riuscito, avendo registrato punte di quasi diecimila interazioni nel corso della “diretta” Facebook.

È anche una sfida vinta questa Cavalleria rusticana: l’andamento della pandemia, con il suo corollario di restrizioni e incertezze, verosimilmente avrebbe potuto condurre alla cancellazione di qualsiasi attività musicale. Ciò non è avvenuto. Pur affrontando notevoli difficoltà, i teatri stanno resistendo: la linea del fronte, il labile confine tra silenzio e musica, sta tenendo. Anzi, proprio il pregio artistico di questa Cavalleria rusticana inaugurale è la meritata medaglia di questa prima battaglia vinta e il viatico di future vittorie.

Juraj Valčuha, l’Orchestra e il Coro del San Carlo sono in una delle loro sempre più ricorrenti serate di grazia. Il direttore impone urgenza e unitarietà drammatica all’opera: opta per tempi spediti, sempre giusti, perfetti nell’esaltare la tensione emotiva che scorre nei rivoli della partitura. Rispetto alla lettura sancarliana dello scorso anno (leggi la recensione ), Juraj Valčuha sembra concentrasi proprio sull’immediatezza drammaturgica, offrendo una narrazione arroventata della storia di corna, sangue, onore e vendetta. Ha dalla sua un’orchestra duttilissima, perfettamente amalgamata, pronta a rispondere a ogni cenno, e che nell’intenso Intermezzo, per qualità del suono e senso del fraseggio, scrive una delle più riuscite pagine della propria storia recente. Sarà imputabile al debordante anelito alla redenzione che alberga in questo momento storico in tutti noi, ma il Regina coeli (“Inneggiamo, Il Signor non è morto..”) così come intonato stasera dal Coro, con suono via via crescente e infine poderoso, è di quelli che emozionano, e non poco. Ma sarebbe riduttivo circoscrivere a questo intenso momento dell’opera gli elogi alla compagine guidata da Gea Garatti Ansini: tutti gli interventi corali appaiono da subito ben calibrati ed efficaci.

Uno dei punti di forza di questa produzione è il cast, in relazione al quale si rende doveroso ricorrere all’abusato aggettivo stellare.

La Santuzza di Elīna Garanča, per la prima volta al San Carlo, ha splendore vocale pari a quello della figura: il timbro corposo, caldo e scuro, spontaneamente poderoso nel registro basso e luminoso in quello acuto, consente al mezzosoprano lettone di dominare con naturalezza tutta la tessitura della parte. L’intelligenza interprativa della Garanča, poi, è tale da consentirle di delineare una contadina siciliana signorile, forse un po’ troppo altera, dominatrice delle proprie passioni, eppur sempre credibile: intensa e dannata nel "Voi lo sapete, o mamma...", implorante nel meraviglioso "No, no, Turiddu, rimani ancora..."straziata nella "Mala Pasqua!". Insomma, un’interpretazione che resta nella memoria e che fa rimpiangere non averla potuta gustare in teatro.

Jonas Kaufmann torna al San Carlo a pochi mesi dall’Aida estiva in Piazza del Plebiscito (leggi la recensione) per vestire i panni di Turiddu, nei quali dimostra di trovarsi assai bene sin dalla Siciliana iniziale  ("O Lola ch'ai di latti la cammisa"). Il suo è un protagonista carnale, viscerale e virile nella vocalità, spavaldo nell’affrontare e risolvere eccellentemente gli acuti (qualcuno un po’ troppo spinto, in verità) della parte. Nel corso della serata dalla voce di Kaufmann prende forma un Turiddu dal tratto eroico nell’accettazione del proprio destino e vocalmente sempre più generoso, proprio come quel vino che gli fa intonare un Brindisi trascinante e sulfureo. Nell’Addio alla madre, ricco di sfumature, timore e rimpianto, ritroviamo il Kaufmann fine cesellatore di frasi e dinamiche musicali che aveva farcito di mezzevoci il Radames dello scorso luglio.

Claudio Sgura ha vocalità tanto signorile e sicura che neppur la parte di Alfio - troppo spesso tripudio di suoni grevi e sguaiati - è in grado di incrinare il proprio credo vocale. Eppure, grazie a un timbro dal colore scuro, compatto e vellutato, il baritono salentino riesce ad esprimere perfettamente la gelosia e l’onore ferito e la conseguente sete di vendetta. Il tutto con classe; e, si sa, la classe non è acqua.

È una Lola di lusso quella di Maria Agresta, la quale, pur nella brevità della parte, ha occasione di mostrarsi accattivante e di esibire timbro suggestivo e dolce, nonché buona organizzazione vocale.

Ritorna al San Carlo il cameo di Elena Zilio come Mamma Lucia: pur mancando l’aspetto registico, l’identificazione tra artista e personaggio è perfetta. Chi l’ha ammirata al San Carlo in questi ultimi anni non può non convenire che Elena Zilio è Mamma Lucia.

Al termine di questa inaugurazione virtuale, l’ottimo livello dell’intero cast e il pregio dell’esecuzione ci fanno immaginare di ascoltare meritatissimi applausi scroscianti da parte della vastissima platea virtuale.

Questa Cavalleria rusticana, da ascoltare e da riascoltare, sarà disponibile fino alle ore 20 del 7 dicembre sulla pagina Facebook del Teatro San Carlo all’indirizzo https://www.facebook.com/teatrodisancarlo


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venerdì 20 novembre 2020

Notturno e pathos dalla penombra

Streaming da Napoli, 19 novembre 2020 - Ha il vago sapore di una sequenza cinematografica l’aleggiare melanconico delle note del Notturno, op. 70 (1901) di Giuseppe Martucci all’interno della maestosa sala del San Carlo, vuota, in penombra e con il trionfante stemma borbonico posto al di sotto dell’arcoscenico sapientemente illuminato. È la sensualità crepuscolare e ammaliante di questa celebre composizione ad aprire il secondo concerto in streaming del Teatro di San Carlo: non una diretta, ma una “prima visione” che ha il vantaggio, rispetto al precedente concerto (leggi la recensione), di consentire di affinare la regia video e di migliorare la qualità dell’audio della ripresa.

È un Notturno che scivola con levità tra le mani nude di Juraj Valčuha, procedendo con garbo deciso, innervato da una palpabile inquietudine venata di nostalgia: direttore e orchestra - in forma non buona, bensì ottima, per precisione, colore e calore del suono e dominio delle dinamiche - lavorano di cesello: gli incisi del primo violoncello e dell’ottimo primo clarinetto ottengono il giusto risalto; ma è il complessivo impasto timbrico ad avere i colori di un paesaggio notturno dipinto ad acquerello, screziato da languidi riflessi lunari, una notte incerta tra mistero e saudade, profumata dall’odore delle zagare. Sì: l’orchestrazione di Martucci del proprio originario Notturno per pianoforte sembra profumare, così come “profumano” certe composizioni di Debussy e Ravel.

Cambia radicalmente la temperie emotiva e sonora con la successiva Sinfonia n. 6 in si minore, op. 74 “Patetica” (1893) di Pëtr Il'ič Čajkovskij, canto estremo e disperato dell’animo tormentato del grande compositore russo. La lettura di Valčuha è perfetta nell’esaltare quella contrapposizione fra stati d’animo che tiene insieme la costruzione per episodi musicali dell’intera sinfonia: in questo capolavoro Čajkovskij analizza e mette a nudo il proprio Io, dilaniato dalla macerazione. E così il viaggio del compositore russo nella sublimazione del soggettivismo musicale parte dalla cupa introduzione del fagotto, appena rischiarata dalla dolcezza del successivo e celebre tema introdotto dagli archi.

In Čajkovskij la lotta tra fato e uomo vede quest’ultimo soccombere: e così la poderosa deflagrazione orchestrale - quasi una metafora sonora del naufragio esistenziale del compositore - del primo movimento è perfettamente preparata da Juraj Valčuha serrando sapientemente i tempi, rendendo più incisive le sonorità, imprimendo alla conduzione un tratto via via febbrile, quasi allucinato.

Segue il secondo tempo, Allegro con grazia, un valzer in 5/4, tanto malinconico quanto irreale, diretto da Valčuha con aristocratico distacco, con suono levigato, morbido come il velluto quello dei violoncelli. Tuttavia è solo un’oasi di apparente serenità: l’Allegro molto vivace del terzo movimento, nella sua scintillante contrapposizione tra archi e fiati, nasconde un alone mefistofelico. Valčuha e la sua orchestra esaltano lo scintillio timbrico dei vividi contrasti orchestrali e il frenetico crepitio ritmico dell’intero movimento, in una prova che mette in luce lo smalto e l’ottima tenuta della compagine strumentale.

L’Adagio lamentoso che apre l’ultimo movimento è lancinante nell’iniziale affondo orchestrale, incisivo come una ferita: l’exitus dell’intera Sinfonia è già scolpito nei primi accordi.

Di crescente intensità è il successivo Andante del secondo tema: gli archi sono dominati da una mestizia disperata e coinvolgente: l’esperienza soggettiva di Čajkovskij quasi viene a coincidere con quella del suo pubblico. Si viene giocoforza coinvolti emotivamente.

Anche in questo caso, come nel precedente primo movimento, la Spannung dell’episodio musicale è preparato con cura e lentamente da Valčuha: la tensione è rapidamente crescente, ma non improvvisa. Arrivati all’acme, l’orchestra respira, si distende; Valčuha allarga i tempi, per poi far terminare il capolavoro estremo di Čajkovskij tra i cupi rantoli finali dei contrabbassi e dei violoncelli in pianissimo che accendono il silenzio.

Se ci fosse stato il pubblico in sala, avremmo ascoltato un uragano di applausi - ne siamo sicuri -, per l’innegabile pregio dell’esecuzione, la sintonia sempre palpabile tra direttore musicale e orchestra, e, soprattutto, per l’affetto che lega il pubblico al suo teatro, ora più che mai.

Stasera ci accontentiamo di ascoltare, in sottofondo e nel finale della ripresa, lo scambio di complimenti e il parlottio tra i professori d’orchestra.

Ci rivedremo presto. Tutti insieme, a teatro.

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lunedì 9 novembre 2020

Colmare le distanze

 NAPOLI (streaming), 8 novembre 2020 - Se non si può andare al San Carlo, il San Carlo va dal suo pubblico. Il Dpcm - acronimo entrato ormai nel linguaggio comune anche tra chi non ha mai masticato pandette - del 24 ottobre scorso ha sospeso tutti gli spettacoli dal vivo, ma non la prosecuzione delle attività musicali per i soli addetti ai lavori. E così, la Fondazione del Teatro San Carlo raggiunge il proprio pubblico utilizzando la sua piattaforma web (http://www.cetv-online.it/index.php ) e i canali social Facebook, YouTube: al via, dunque, una programmazione in streaming di concerti e balletti, da trasmettere, a differenza di quanto accadde durante il primo lockdown, in diretta.

Il primo concerto, a causa di inconvenienti tecnici dovuti al notevole traffico di utenti, inizia in ritardo; la Sinfonia n. 1 in do maggiore, op. 21 di Beethoven viene trasmessa due volte consecutivamente: evidentemente non si trasmette in diretta, così come annunciato; resta, poi, da perfezionare l’audio, eccessivamente mortificante per lo smalto orchestrale.

Apprezziamo lo sforzo del Teatro e di tutte le sue maestranze teso a voler continuare a essere vicini al proprio pubblico; comprendiamo le insidie che possono nascondersi dietro la prima messa in onda di un concerto. E siamo ben consapevoli che nessuna tecnologica di ripresa audio/video, neppure la più sofisticata - si pensi a quella, davvero eccelsa, della Digital Concert Hall dei Berliner Philharmoniker - potrà mai supplire alla magia e all’alchimia che emana un concerto dal vivo e “in presenza”; ma in questo periodo si è costretti a fare di necessità virtù: o così o il silenzio.

E tra il silenzio nei nostri teatri e un surrogato di concerto dal vivo, scegliamo senza dubbio il secondo.

Il 2020, musicalmente, sarebbe stato l’anno dedicato a Beethoven, ricorrendo i duecentocinquant'anni dalla nascita del compositore di Bonn; i fatti o il Destino - parlando di Beethoven il secondo termine appare appropriato - hanno stravolto le nostre agende e imposto di occuparci di ben altre priorità. Eppure, proprio in questo annus horribilis, di Beethoven abbiamo tutti un gran bisogno: è il compositore che insegna all’Uomo la lotta titanica contro il fato avverso, a superare uniti le difficoltà, a guardare con fierezza oltre l’ostacolo, a tendere a un mondo dominato dalla libertà. Un messaggio, oggi, quanto mai attuale.

Stupisce e intristisce vedere entrare il direttore d’orchestra con la mascherina, salutare la magnifica sala vuota e dare l’attacco del concerto; c’è un silenzio irreale, innaturale per un concerto dal vivo. Risulta davvero difficile abituarsi a questa nuova modalità di fruizione degli spettacoli dal vivo; si è catapultati, attraverso lo schermo del PC, Tablet o TV, in un’atmosfera asettica.

Noi spettatori, superato il primo smarrimento, vediamo Juraj Valčuha imprimere alla Sinfonia n.1 in do maggiore op.21 - composta tra il 1799 e il 1800, e figlia della lezione di Haydn e Mozart - un’aura di compostezza, leggerezza e precisione: tutta la composizione è ammantata da un velo apollineo, nelle sonorità e nell’andamento calibrato. Dall’ascolto, pur non essendo l’audio della ripresa tra i migliori ipotizzabili e realizzabili, si intravedono trasparenze orchestrali e un senso di diffusa levità sonora, al quale, quando richiesto, si contrappongono dinamiche sbalzate e irruenti. Il secondo movimento, Andante cantabile con moto, è immerso in una grazia settecentesca, estremamente levigato nel tratto e dall’ordito strumentale. Nell’ultimo movimento, Adagio - Allegro molto e vivace, affiora il Beethoven dei giorni futuri: la conduzione di Valčuha si increspa, stempera la pennellata apollinea verso turgori dionisiaci: agogica e ritmica si fanno più travolgenti e scintillanti, il suono orchestrale si fa più vivido e denso.

A separare la Prima sinfonia dalla più matura e compiuta Quarta in si bemolle maggiore, op. 60 è un breve intervallo, riempito da qualche rumore proveniente dall’orchestra che ci fa sentire quasi nella sala.

Con la Quarta sinfonia Beethoven ci trasporta immediatamente in medias res: gli basta il rapido passaggio dall’Adagio all’Allegro vivace dei quali è strutturato il primo movimento per imprimere a tutta la composizione il sigillo del proprio inconfondibile linguaggio musicale.

Valčuha e l’orchestra del San Carlo, compatta e dal suono corposo e luminoso, danno vita a un primo tempo vivido, dai tratti sbalzati, dall’andamento incalzante e al quale, in un raffinato gioco di contrasti, segue l’atmosfera intima e dal sapore pastorale dell’Adagio del secondo movimento: qui aleggia su tutto l’eterea e rasserenante melodia dell’ottimo primo clarinetto. Come a voler esaltare la pulsazione ritmica che cova sotto la coltre di spensieratezza, Valčuha irradia di luminosa oggettività il ticchettio ritmico giambico di accompagnamento. La concitazione e la tensione iniziano a prendere corpo nell’Allegro vivace del terzo movimento, per poi esacerbarsi nel contrastato ultimo movimento, Allegro ma non troppo, dall’incedere deciso, costruito attraverso un suggestivo e intenso scambio e scontro tra dinamiche.

Non ci sono, ovviamente, i tradizionali applausi finali. Valčuha e i professori d’orchestra si rivolgono verso la sala salutando quel pubblico che anche “non in presenza” (locuzione ricorrente in questi tempi) ora li segue con affetto attraverso il filtro dei cristalli liquidi di un monitor.

Stasera, però, ci sentiamo tutti all’interno dei palchi e della platea del nostro meraviglioso teatro desideroso di riaccoglierci.

Per il momento, chi volesse ascoltare e vedere il concerto è disponibile sul canale ufficiale YouTube del Teatro San Carlo:


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domenica 25 ottobre 2020

Violetta c’è, nella buona e nella cattiva sorte

 NAPOLI, 23 ottobre 2020 - La Traviata, da anni saldamente in testa nella classifica delle opere più rappresentate al mondo, sembra conservare il proprio primato anche al tempo del Covid-19. Non c’è pandemia e coprifuoco - in Campania è in vigore da ieri - che possa offuscare l’amore di Violetta e Alfredo. Violetta resiste, come tutti noi in questo lungo  tempo sospeso e angoscioso. E dopo le recenti rappresentazioni a Milano, Modena e Savona, La traviata torna in scena, seppur in forma di concerto, anche al San Carlo di Napoli; Roma si prepara ad accoglierla nei prossimi giorni.

Questa ripresa sancarliana della Traviata - programmata ante Covid-19 in forma scenica e con numerose repliche - è un’edizione nel complesso pregevole ed entusiasmante.

La direzione è affidata a Stefano Ranzani, il quale, coadiuvato dall’ottima orchestra del San Carlo, dà del capolavoro verdiano una lettura estremamente pulita, sempre ben calibrata e attenta alle esigenze del canto. Ranzani ha il merito di saper scegliere agogiche appropriate, idonee ad assicurare una narrazione musicale tesa e coerente. La perfetta conoscenza della partitura (dirige a memoria, dalla prima all’ultima nota) gli consente di apprestare un costante e adeguato supporto alle esigenze dei cantanti: tutto è ben incastonato in una concertazione solida e sicura; raramente si lascia prendere la mano dall’enfatizzazione l’accompagnamento verdiano. L’Orchestra del San Carlo sfoggia suono tornito e compatto in tutte le sezioni ed è perfetta come sempre nel tradurre in suoni le indicazioni dinamiche, esaltando anche i più sensibili assottigliamenti fonici.

Ben partecipe di questa concertazione musicale orientata all’immediatezza e alla polpa della narrazione musicale è il Coro della Fondazione, diretto da Gea Garatti Ansini: la loro è una prova di grande professionalità, precisione e di buon amalgama sonoro tra sezioni maschile e femminile.

Nel cast a brillare è la Violetta di Nino Machaidze, che ritorna sul palcoscenico del San Carlo in dolce attesa. Al soprano georgiano basta il Brindisi iniziale per calare gli assi della propria vocalità: timbro brunito, voce corposa e ricca di armonici, robusta nel volume; possiede una tecnica agguerrita che le consente di dominare con estrema naturalezza le difficoltà di cui è disseminata la parte di Violetta. Gli acuti risultano sempre centrati, rotondi e ben emessi. Ma ciò che stupisce maggiormente, soprattutto se paragonata all’ampiezza della colonna di voce, è la capacità di assottigliare l’emissione, di emettere pianissimi sempre sostenuti dal fiato, l’intensità e l’analiticità del fraseggio, la precisione alle colorature dell’Atto I. Tutte doti che, unite a uno spiccato acume interpretativo, contribuiscono a fare della Machaidze un’artista nel pieno della maturità e consapevolezza vocale: la sua è una Violetta innamorata, ferita, dolente, carnale e passionale, che riesce con naturalezza a trasmettere emozioni. "È strano! È strano..." è un misto di stupore, meditazione e passionalità amorosa che sfocia nella vorticosa ebbrezza canora della successiva cabaletta "Sempre libera": le colorature sono affrontate con sicurezza, si ascoltano tutte le singole note, gli acuti sono rotondi e ben girati. Chiude l’Atto I guadagnandosi la prima meritatissima razione di applausi scrosciati della serata. Nel lungo duetto dell’Atto II con Germont padre, Machaidze dà voce e anima a una Violetta che appare una tigre ferita; prova a reagire alle imposizioni del perbenismo borghese incarnato da Giorgio Germont: il suo "Dite alla giovine", tutto in pianissimo e perfettamente accompagnato da Ranzani, è un flebile sussurro che nasconde una sanguinosa resa. Il suo "Amami, Alfredo" è un’esplosione catartica e dolorosa. L’evoluzione psicologica e vocale della Violetta di Nino Machaidze trova compimento nell’ultimo atto: la perla della serata è "Addio del passato". Qui, per esprimere il disfacimento del mondo di Violetta, Nino Machaidze fa leva su tutte le proprie potenzialità espressive e sul dominio del fiato: il risultato è una nenia sfumata, oscillante tra disperazione e ricordo.

Dotato di voce dal buon volume, dal bel timbro luminoso, di acuti sicuri e squillanti, Francesco Demuro è un Alfredo forse fin troppo passionale e generoso: canta molto bene il Brindisi e "Lunge da lei per me non v’ha diletto!", ma qualche forzatura nel registro acuto (in particolare nella cabaletta "Oh mio rimorso! Oh infamia!") rischia di incrinare una linea di canto di per sé elegante, raffinata e attenta al peso della parola.

Giovanni Meoni è un Giorgio Germont dalla solida professionalità, benché vocalmente alquanto ruvido, ma funzionale al ruolo: è efficace e imperioso nel duetto con Violetta. La sua "Di Provenza il mar, il suol" è cantata correttamente, ma il fraseggio risulta non molto scavato.

Di buon livello le parti secondarie, a cominciare dalla Flora Bervoix di Cinzia Chiarini e l’Annina di Marta Calcaterra.

Completano degnamente il cast Lorenzo Izzo (Gastone), Nicola Ebau (Il barone Douphol), Nicolò Ceriani (Il marchese d’Obigny) e il veterano Francesco Musinu nei panni del dottor Grenvil.

Al termine, il pubblico non numeroso - l’inizio del coprifuoco alle ore 23 deve aver scoraggiato dal recarsi a teatro il pubblico non residente a Napoli - tributa applausi calorosi e prolungati per tutti.

È questo un momento cupo per la vita dei teatri in Italia: su di loro aleggia, proprio in queste ore, lo spettro di una nuova temporanea chiusura.

Non resta che sperare di poter rivivere al più presto serate come queste, nella quali, malgrado tutte le limitazioni, appare ancor più sincero e tangibile l’affetto del pubblico nei confronti del proprio teatro.


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sabato 17 ottobre 2020

Spiccare il volo fra le avversità

 NAPOLI, 16 ottobre 2020 - Le avversità a spiccare il volo risiedono probabilmente nel corredo genetico di La rondine: dopo la genesi tormentata, questa commedia lirica ha dovuto attendere - a causa dell’infuriare della Grande Guerra - il 1917 per andare in scena al Grand Théâtre de Monte Carlo, a un anno dal termine della composizione. Inspiegabilmente fortuna e popolarità non hanno immediatamente arriso a un lavoro che pur rappresenta un unicum di originalità e squisitezza nella fattura della produzione del compositore lucchese.

Anche questa ripresa, inizialmente programmata per lo scorso mese di luglio e in forma scenica, viene posticipata a oggi e proposta in forma di concerto, a causa della pandemia. A mancare, però, non è solo l’elemento scenico, bensì anche quello corale, i cui interventi sono stati tutti sacrificati per scongiurare assembramenti in scena. Dal punto di vista musicale, una scelta esecrabile; giustificabile soltanto in nome della sacrosanta tutela della salute delle maestranze del teatro. Ovviamente a farne le spese non è tanto la già elementare drammaturgia dell’opera, ma il colore, la spensierata atmosfera di festa dell’Atto II. Si parva licet componere magnis, è come prosciugare da cori e marcetta l’affollatissimo Quadro II de La bohème: semplicemente inimmaginabile. Andando avanti, nell’Atto III, ci si sorprende per un altro taglio (per il quale non sono invocabili le norme antiassembramento!): a esserne colpita è la turbinosa quanto necessaria prima parte del duetto tra Lisette e Prunier ("Avanti, vile! Vieni! Fa’ presto!"), in mancanza del quale non si comprende la ragione del ritorno di Lisette da Magda.

Al netto di queste “sottrazioni” musicali, risulta un’esecuzione pregevolissima della raffinata partitura pucciniana: merito, in primo luogo, della direzione, come sempre attenta e ispirata, di Juraj Valčuha. Coadiuvato dall’Orchestra del San Carlo in una delle sue abituali serate di grazia, Valčuha concerta La rondine con sicurezza e fantasia: dall’orchestra, equilibrata in tutte le sezioni, cava suoni amalgamati, dai colori cangianti, evanescenti; sempre attento alle esigenze del canto, il suo gesto misurato comunica la sensazione di accarezzare orchestra e cantanti. Una lettura, quella di La rondine, che appare come cosparsa da una sottile patina sonora di rassicurante nostalgia: il rimpianto che Magda ha della propria gioventù risulta continuamente suggerito e addolcito dalla raffinata ed eterea orchestra di Valčuha. Il ricorso al rubato contribuisce ad acuire quell’evocazione melanconica del valzer che aleggia nella partitura: l’osmosi tra l’arte di Puccini e quella della civiltà musicale europea a lui contemporanea ne esce ancor più evidente.

Di pregio anche la compagnia di canto, che ha nella Magda di Ailyn Pérez la propria punta di diamante. Timbro vocale e figura seducenti e perfetta tecnica di canto consentono alla Pérez di smorzare e rinforzare perfettamente acuti sempre in avanti e ben proiettati. Ha quindi gioco facile nel delineare una Magda cantata benissimo e interpretata con nobile partecipazione, immersa nel ricordo del tempo passato, ma ferita, carnale e votata al sacrificio, come tutte le donne di Puccini, nel finale.

Ci si aspettava di più dal Ruggero di Michael Fabiano: pur dotato di bel timbro alquanto brunito, la linea di canto denota acuti sforzati, qualche nota eccessivamente aperta. Appare un po’ incolore nell’interpretazione, troppo attento a non distogliere lo sguardo dallo spartito, probabilmente non ancora metabolizzato a sufficienza. Nel finale Fabiano trova accenti veementi e uno slancio interpretativo più aderente allo sviluppo del dramma. Pur avendo subito un taglio alla sua parte, Ruth Iniesta è una Lisette ben cantata, simpatica e peperina come il personaggio impone. Marco Ciaponi è un Prunier dalla voce fresca, ben emessa e timbrata, elegante nella linea di canto, molto appropriato nel disegnare un poeta dagli insopportabili atteggiamenti snobistici. Baritono dall’emissione ben calibrata e morbida e in possesso di mezzi vocali corposi, Gezim Myshketa è un Rambaldo signorile, dall’atteggiamento altero e distaccato. Ben cantate e adeguatamente inserite nella funzionalità generale dell’opera le parti secondarie, a cominciare dal Périchaud di Paolo Orecchia, per poi proseguire con il Gobin di Orlando Polidoro e il Crebillon di Laurence Meikle; perfette nelle parti delle “comari” di Madga è il terzetto delle amiche Yvette, Bianca e Suzy, interpretate, rispettivamente, da Miriam Artiaco, Sara Rossini e Tonia Langella.

Al termine, prolungati applausi per tutti, con punte di maggior entusiasmo e calore per Ailyn Pérez, al suo debutto sancarliano, e per il sempre apprezzato Juraj Valčuha. Da Madga a Violetta il passo a ritroso è breve: la riorganizzata stagione del San Carlo prevede, il 24 e il 25 ottobre, La traviata, anch’essa proposta in forma di concerto.


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sabato 3 ottobre 2020

Voci nella mestizia

 NAPOLI, 2 ottobre 2020 - Quando nello scorso mese di marzo, a causa dell’avanzata inesorabile e spietata della pandemia in Italia, furono decretate le prime chiusure di teatri, cinema e di tutte le manifestazioni pubbliche al chiuso, al San Carlo erano in corso le prove di Die Zauberflöte: di colpo, quindi, artisti a casa, produzione annullata e rinviata “a data da destinarsi”.

Viene recuperata ora, in questo coraggioso scorcio della stravolta stagione lirica 2019 -2020, seppur soltanto per due date, proposta in forma di concerto e priva dei recitati.

Una mutilazione, quella dei dialoghi, al Singspiel di Mozart che, aggiunta alla privazione della componente scenica e registica, contribuisce a prosciugare la teatralità del capolavoro. Il risultato è una serata mesta, vuoi per le rigide e sacrosante regole anti Covid-19 che distanziano e riducono il pubblico, vuoi per la scelta di presentare Die Zauberflöte come una successione asettica di arie, concertati e cori, il tutto svuotato dal nesso drammaturgico che i recitati avrebbero assicurato.

Ma tant’è. Di questi tempi occorre fare di necessità virtù e saper accontentarsi.

In compenso, dopo la musica sinfonica (leggi la recensione), anche la lirica, seppur ancora priva della essenziale componente teatrale, ritorna nella sala del San Carlo.

Non è, però, un ritorno trionfale: la serata appare dominata da un alone di tangibile mestizia. Gli ingressi dei cantanti sul palcoscenico evocano un recital piuttosto che un’opera teatrale: guadagnano la scena con la mascherina opportunamente indossata, se liberano per cantare, la reindossano per dirigersi dietro le quinte. Un automatismo, questo, che nel corso della serata assume le fattezze di un rito ripetuto con inquietante automatismo.

Lo dicevamo e le abbiamo compreso, più o meno, tutti: sono regole imposte dal momento ed è bene che sia così, per la sicurezza degli artisti e del pubblico; ma tutto ciò ha oggettivamente poco a vedere con l’idea di opera che per secoli abbiamo costruito e coltivato. L’intervallo, momento di scambio di opinioni tra appassionati, è estremamente compresso nel tempo: solo pochi minuti e tutti al proprio posto. Poco più della durata di un siparietto, insomma.

Non contribuisce a diradare il velo di mestizia la direzione di Gabriele Ferro, la quale, sin dai primi accordi della sinfonia introduttiva, ammanta la meravigliosa, enigmatica e ambivalente fiaba musicale mozartiana di un velo grigio che copre il monco articolarsi della vicenda. Compare un tardivo guizzo di vitalità nel finale dell’opera, con la scatenata aria di Papageno, "Ein Mädchen oder Weibchen wünscht Papageno sich!", e il successivo duetto con Papagena, come a voler testimoniare che in Die Zauberflöte comunque scorre musica tra la più sorprendente mai scritta per genuinità, leggerezza e innocenza riconquistata.

Quella di Ferro è una conduzione bolsa, che spegne il brio della genuina anima popolaresca e fiabesca del Singspiel; né risultano adeguatamente esaltate le forme musicali corali che innervano l’illuministica e massonica religiosità dell’opera.

Insomma, si procede con lentezza, con poca attenzione all’unitarietà drammaturgica dell’opera - già inficiata dalla mutilazioni dei recitativi - e senza dare il giusto risalto a quella commistione di forme musicali che costituisce l’aspetto più affascinante del capolavoro di Mozart.

Peccato... perché la produzione schiera nel complesso un cast vocale di eccellente livello; l’orchestra e il coro del San Carlo confermano di essere in ottima forma.

L’orchestra, particolare, si dimostra duttile, pronta ad alleggerire le sonorità, dal suono tornito e curato (merita un plauso il primo flauto di Silvia Bellio); altrettanto bene fa il Coro diretto da Gea Garatti Ansini, il quale, seppur relegato nello fondo del palcoscenico e distanziato, supera egregiamente e con suono compatto la prova.

Le sorprese più interessanti della serata provengono da un cast vocale ben assortito, composto da artisti che con grande professionalità si spendono per conferire alla rappresentazione un minimo di teatralità.

È il caso del simpaticissimo e ben cantato Papageno di Roberto De Candia, perfettamente calato nelle vesti del buffo uccellatore. Artista dalla immediata comunicativa, la sua interpretazione denota grande esperienza vocale e teatrale che gli vale la simpatia del pubblico. Gli fa da contraltare la Papagena giovane e frizzante di Lara Lagni.

Antonio Poli ha vocalità generosa e probabilmente fin troppo debordante per il Principe Tamino: il timbro è suggestivo, la voce di robusto spessore, ma, soprattutto, il tenore viterbese è sempre incline ad alleggerire appropriatamente l’emissione, a sfumare. Il suo è un Tamino estremamente carnale, quasi eroico, ma di bell’effetto.

A dar voce (e che voce!) a Pamina è Mariangela Sicilia: stupisce immediatamente per la bellezza del timbro, per la linea di canto raffinata, gli acuti sempre morbidi, centrati e ben “girati”, perfettamente sostenuti dal fiato. È una Pamina aliena da moine, ma connotata da giovanile e autentica femminilità. Tutta la parte è ben cantata, con stile adeguato: Mariangela Sicilia immerge l’aria dell’Atto II, "Ach, ich fühl's, es ist verschwunden", in quell’aura di rimpianto del tempo passato di cui Mozart è maestro assoluto.

Il Sarastro di Konstantin Gorny, in possesso di voce dal discreto volume e dal timbro brunito, è autorevole e convincente; molto attento a ciò che resta dell’aspetto teatrale è il Monostatos di Cristiano Olivieri.

Riscuote un notevole successo personale la Regina della Notte di Daniela Cappiello: voce leggera e dal timbro di bel colore, grazie a un’ottima emissione, sfoggia con naturalezza acuti e sovracuti sicuri, sempre timbrati e a fuoco, che fanno quasi dimenticare le asperità siderali di cui è disseminata la parte di Astrifiammante.

A completare degnamente il cast, il Terzetto delle dame, composto da Emanuela Torresi, Prima dama dalla notevole freschezza vocale; Laura Cherici è brava nel conferire la propria esperienza vocale e teatrale alla Seconda dama; infine, Adriana Di Paola, brunita Terza dama.

Altrettanto bene i Tre Genietti di Fiorenza Barsanti, Antonella Petillo, Roberta Mancuso.

Di grande professionalità il Primo Armigero e Secondo Sacerdote, entrambi interpretati da Marco Miglietta, così come l’Oratore e Una Voce di Mariano Orozco, il Secondo Armigero di Gianfranco Montresor.

Al termine, la sala - quasi gremita in rapporto alla sua ridotta capienza - tributa un sincero e caloroso successo per tutti, salutando con punte di evidente entusiasmo il Papageno di Roberto De Candia, la Regina della Notte di Daniela Cappiello e la Pamina di Mariangela Sicilia, il Tamino di Antonio Poli.

Il prossimo appuntamento per l’opera, ancora in forma di concerto, è per il 16 e 18 ottobre, quando andrà in scena La rondine di Giacomo Puccini, originariamente prevista per il mese di luglio scorso.

Avanti tutta!

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/56-opera/opera-2020/10418-napoli-die-zauberfloete-02-10-2020