mercoledì 17 maggio 2017

La passione di Carmen

 di Luigi Raso
Direttore artistico e concertatore, Daniel Oren pone la sua firma appassionata per un'inaugurazione di stagione nel segno dell'ardente atmosfera andalusa, in cui spiccano le voci di Veronica Simeoni e Alida Berti.
SALERNO, 28 aprile 2017 - “Ci muove la Passione” recita lo slogan del Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno, ora “teatro di tradizione” che per inaugurare la stagione lirica e concertistica sceglie Carmen di Georges Bizet..
La passione che anima tutte le maestranze che lavorano nel per il teatro salernitano si concretizza in uno spettacolo interessante, assemblato con cura e dedizione e che riscuote un meritato successo e applausi prolungati.
La responsabilità musicale poggia sulle spalle di Daniel Oren, direttore artistico del teatro, ma soprattutto sua anima, il quale, in questi primi dieci anni di direzione artistica, ha portato a Salerno grandi nomi (solo per citarne alcuni: Juan Diego Florez, Leo Nucci, Diana Damrau, Markus Werba, Desirée Rancatore, Maria Guleghina, Celso Albelo, Jessica Pratt, nonché registi come Franco Zeffirelli o Gigi Proietti) che calcano abitualmente i palcoscenici internazionali più blasonati.
Il maestro israeliano per questa produzione opta per l’originaria versione dell’opera con i dialoghi parlati e infiamma l’orchestra sin dal prélude dell’atto primo, stemperandola poi nell’abbandono lirico dell’Entr’acte all’atto III, salvo poi far ritorno alle sonorità abbacinate dal sole andaluso dell’atto IV. Sempre perfetto l’equilibrio tra la buca e quanto accade sul palcoscenico: Oren sorregge le voci, stende un manto strumentale sul quale adagiarle; la sua orchestra respira con i cantanti senza mai sovrastarli e soccorrendoli, attraverso il sapiente dosaggio dei volumi sonori e dei rallentando, qualora fossero in difficoltà. Un’agògica improntata a una narrazione serrata, ma senza mai rinunciare a evidenziare le bellezze strumentali e gli squarci lirici di cui è intrisa la partitura, tiene sempre desta l’attenzione dello spettatore. 
I compositori francesi dipingono la musica e  Carmen è senza dubbio uno dei migliori dipinti musicali della musica d'Oltralpe: il direttore rende efficacemente i colori orchestrali, ben assecondato e coadiuvato dalla Filarmonica Salernitana “Giuseppe Verdi”, compagine duttile, solida e affidabile, in costante crescita in questi anni di “cura Oren”.
Il rôle-titre è affidato a Veronica Simeoni, dalla voce ben timbrata, omogenea nei registri. L’emissione e l’appoggio del fiato ben controllati consentono al mezzosoprano romano di delineare una Carmen mellifluamente e luciferinamente seducente, aliena dai declamati eccessi veristici che spesso fanno da contorno, alterandolo, a questo ruolo; una Habanera sottilmente insinuante, a tratti quasi sussurrata, anticipa una Seguidille carnale ma calamitosa per l’irretito Josè; di grande intensità la scena della predizione della morte dalle carte dell’atto III, così come il tragico duetto finale.
Alida Berti veste i panni di Micaëla: voce dal timbro tendente al brunito, intensa la sua dolente interpretazione dell’aria del atto III (“Je dis que rien ne m’épouvante”) così come il duetto iniziale con Don Josè.
Il reparto delle voci maschili non sembra attestarsi allo stesso livello di quello femminile. Il Don Josè di Francesco Pio Galasso sfoggia voce timbricamente interessante, con acuti squillanti, ma giunge alquanto affaticato al termine del terzo atto e all'epilogo estremo, probabilmente a causa della tendenza a forzare eccessivamente in alto. Anche la caratterizzazione del personaggio meriterebbe qualcosa in più, e il fraseggio appare ancora troppo poco variegato; bene, comunque, l’aria del fiore, cantata con intensità e ben smorzata nel finale.  
Discorso analogo per l’Escamillo di Giulio Boschetti: voce robusta, linea di canto troppo poco sfumata e raffinata, con emissione a tratti forzata e tendente abitualmente al forte, ma ugualmente d’effetto nell’unica aria che il ruolo gli concede. 
Buone le parti secondarie, tutte ben amalgamate nell’affresco complessivo dell’opera e nella visione d’insieme del direttore. Si distinguono lo Zuniga dell’esperto Carlo Striuli, il Dancaire di Fabio Previati, la Mercédés e la Frasquita di Antonella Carpenito e Francesca Micarelli.
Preciso e in sintonia con l’orchestra il coro diretto da Tiziana Carlini, così come quello di voci bianche affidato alle cure di Silvana Noschese.
La parte visiva dello spettacolo è firmata da Renzo Giacchieri, regista e curatore delle luci, mentre Giusi Giustino disegna i meravigliosi costumi in perfetto stile andaluso; le coreografie, particolarmente articolate e appropriate, sono di Edmondo Tucci; Jean- Baptiste Warluzel è l’artista video dello spettacolo.
All’alzarsi del sipario è subito Siviglia, humus naturale dell’opera: le palme sul Guadalquivir, una taberna sivigliana, il cielo stellato e un ventaglio sono gli sfondi dei quattro atti dell’opera davanti a quali si dipana la tragica vicenda e poi la mantilla, il sombrero, il ventaglio, Siviglia, Andalusia, inequivocabilmente Spagna mediterranea.
Il regista dilata il palcoscenico salernitano, facendo procedere il conturbante coro delle sigaraie del primo quadro (“Dans l’air, nous suivons des yeux la fumée”) su passerelle posizionate sulla buca orchestrale. Parimenti all’inizio del quarto atto, Escamillo, Carmen, i banderilleros e i picadores sfilano dall’accesso principale della platea, salutati dallo sventolìo di fazzoletti bianchi (distribuiti durante il secondo intervallo) da parte del pubblico della platea e dei palchi. 
Al termine dell’opera applausi prolungati e convinti per tutti gli artefici dello spettacolo e una vera ovazione per Daniel Oren a coronare l'ottimo debutto di una stagione che promette tante sorprese.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/34-opera/opera2017/4568-salerno-carmen-28-04-2017

Assenza e presenza

 di Luigi Raso
Di ottimo auspicio per il futuro la prima produzione affidata a Juraj Valčuha dopo la nomina a direttore musicale del Teatro di San Carlo: Elektra, nell'allestimento del 2003 firmato da Klaus Michael Grüber, convince senza riserve.
NAPOLI, 15 aprile 2017 - “L’assenza è presenza” afferma Lenny Belardo, l’immaginario Papa Pio XIII, protagonista della serie The Young Pope.
A Richard Strauss bastano i pochi accordi iniziali di Elektra per evocare Agamemnon, coprotagonista assente/presente del dramma; lo stesso re acheo, dopo pochi minuti di conversazione musicale tra le ancelle, sarà invocato/evocato dalla disperata figlia Elektra (“Agamemnon! Agamemnon! Wo bist du, Vater? hast du nicht die Kraft, dein Angesicht herauf zu mir zu schleppen?, “Agamennone! Agamennone! Dove sei, padre? Non hai tu la forza di trascinare fino a me il tuo volto?”).
La “presenza” del re si avvertirà, attraverso il rimando speculare degli accordi iniziali, nel tragico finale del dramma, questa volta a vendetta compiuta e dopo la dionisiaca e catartica danza di Elektra.
Come il dramma hofmannstahliano ci porta immediatamente in medias res, l’orchestra scolpisce con accordi incisivi la figura del re degli Achei ucciso dalla moglie e allo stesso modo le scene e i costumi del grande artista Anselm Kiefer evocano immediatamente un mondo in brandelli, post bellico, atemporale, specchio delle tragedie personali dei protagonisti e della loro psiche destrutturata.
Scene monocromatiche evocative di mondi apparentemente inconciliabili: architettura industriale, container, elaborazione contemporanea delle rovine micenee della reggia degli Atridi.
Lo spettacolo con la regia di Klaus Michael Grüber, ripresa da Ellen Hammer, ritorna al San Carlo dopo il successo dell’inaugurazione della stagione lirica del 2003-2004, suggellato dal prestigioso Premio Abbiati nel 2004.
La regìa e le luci di Guido Levi, riprese da Fiammetta Baldiserri, delineano uno spettacolo di grande intensità emotiva, nel quale emergono chiaramente, seppur senza concessione alla platealità, le relazioni morbose ed esasperate intercorrenti tra i personaggi: l’odio e la feroce smania di vendetta di Elektra nei confronti della madre Klytämnestra, l’affetto tra la stessa eroina eponima e il fratello Orest.
Di grande intensità la scena dell’agnizione tra Elektra e Orest: dapprima lontani, quasi pietrificati l’uno di fronte all’altra, poi vicini e sciolti in un tenero abbraccio che prelude alla organizzazione della vendetta.
Intenso effetto teatrale è quello in cui Klytämnestra, entrando lentamente, si spoglia delle sue vesti regali le quali restano rigide e immobili sulla scena fino al termine del dramma, come adagiate su un invisibile manichino: scompare dalla scena la regina e fa ingresso la donna macerata dagli incubi e dal rimorso.
Le luci, le torce elettriche contribuiscono a ricreare efficacemente le visioni notturne che attanagliano i personaggi, nonché il senso di attesa e di angoscia nel quale viene concepito e si consuma il dramma e il duplice omicidio di Klytämnestra ed Aegisth.
La direzione di questa ripresa è affidata alle attente cure di Juraj Valčuha (nel 2003 sul podio c'era Gabriele Ferro), al debutto operistico al San Carlo nelle vesti di direttore musicale.  
Valčuha scava nei meandri strumentali e armonici la complessa partitura, evidenziandone i nessi con il nascente Espressionismo musicale (la stesura di Erwartung di Schönberg risale allo stesso anno della prima rappresentazione di Elektra), ricomposta in una visione unitaria drammaturgica e musicale.
Una lettura, quella di Valčuha, serrata e scevra da roboanti e sensazionalistici effetti strumentali che tanto possono nuocere a Strauss, nella quale però non mancano gli abbandoni lirici e il ricorso a misurati rubati.
Il direttore slovacco “suona” l’orchestra più che dirigerla, con un controllo totale delle sezioni, impartendo gli attacchi a tutti gli strumenti e comunicando costantemente le intenzioni dinamiche, così da ricavare un unicum musicale serrato, compatto e dal bel suono, il tutto in perfetto equilibrio con le voci.
Ottima la prova dell’orchestra dunque, la quale senza sbavature ha affrontato l’impervia partitura di Strauss, confermando ancora una volta la duttilità e l’estrema professionalità dell’intera compagine.
Il ruolo della protagonista era affidato a Elena Pankratova, soprano russo dalla voce corposa, a proprio agio anche nel registro più acuto; la Pankratova ha delineato un personaggio dolente, consumato dalla smania di vendetta, che però riesce ad adattare la propria vocalità a momenti di lirismo, come durante il duetto con Orest. Un unico appunto alla prestazione: la Pankratova è apparsa alquanto impacciata scenicamente nell’orgiastica danza finale.
Orest era interpretato da Robert Bork, voce robusta, timbrata e possente: di grande intensità, scenica e vocale, il citato duetto con la sorella Elettra.
La Chrysothemis di Manuela Uhl ha voce squillante, di buon volume, leggermente sfuocata nel registro grave, ma in perfetta simbiosi, anche scenica, con la sorella Elektra.
La coppia assassina di Aegisth e Klytämnestra era interpretata da Michael Laurenz e Renée Morloc: il primo sfoggia una timbrata voce tenorile, probabilmente troppo spavalda per un personaggio succubo di sua moglie; la seconda, invece, un canto abbastanza logoro, di limitato volume, ma aderente al ruolo delle regina consumata dagli incubi e dal terrore nei confronti della figlia.
Le parti secondarie, essenziali nell’economia della partitura, assecondavano tutte la visione complessiva del concertatore, contribuendo alla riuscita dell’affresco musicale.
Il pubblico del Teatro San Carlo, numeroso malgrado la rappresentazione prepasquale, ha decretato un notevole successo per tutti, ottimo auspicio per il futuro lavoro del neo direttore musicale  Valčuha.
Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/34-opera/opera2017/4522-napoli-elektra-15-04-2017

Paesaggi interiori

 di Luigi Raso
Una prima assoluta della portoghese Clotilde Rosa e poi Mozart e  Čajkovskij a delineare paesaggi interiori come filo conduttore del concerto al Centro Cultural de Belém di Lisbona.
Lisbona 14 maggio 2017 - Reconhecimento è il titolo dell’ultimo concerto della stagione sinfonica 2016-2017 del Teatro Nacional de São Carlos di Lisbona presso il Centro Cultural de Belém della capitale lusitana: un percorso nell’intimità di tre compositori che si snoda attraverso una prima esecuzione mondiale, Paisagem Interior di Clotilde Rosa, il Concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore K 622 di Wolfgang Amadeus Mozart e la  celeberrima sinfonia Patetica di Pëtr Il'ič Čajkovskij.
In apertura, il debutto assoluto di Paisagem Interior della compositrice e arpista portoghese Clotilde Rosa (nata l’11 maggio 1930) rappresenta lo specchio della vita della stessa artista: un cammino segnato dai contrasti marcati, evidenziati dall’uso preponderante delle percussioni (in particolare la marimba), dall’esaltazione dell’elemento ritmico che si stempera in piccoli squarci melodici, i quali, attraverso un fitto dialogo all’interno delle frasi tra percussioni, legni e archi, si tramutano nel finale in sonorità intimistiche che ricompongono le cesure musicali del brano.
Alle due arpe, strumento d’elezione della compositrice, è affidato il ruolo di evocare l’atmosfera sonora all’interno della quale si incornicia il “paesaggio interiore” della compositrice.
Buona la prova dell’Orchestra sinfonica portoghese, la quale, sotto la direzione di Alan Buribayev, giovane kazako, dà prova di grande precisione in una partitura che richiede perfetta sincronia tra le sezioni orchestrali e mutevolezza della tavolozza timbrica.   
Dai giorni nostri il “percorso interiore” del concerto retrocede all’anno 1791, agli ultimi, intensi e prolifici mesi della vita di Wolfgang Amadeus Mozart, il quale scrive il sublime Concerto in la maggiore per clarinetto e orchestra K 622 (prima esecuzione: Praga, 7 ottobre 1791), capolavoro dell’ “ultimo stile” mozartiano insiemeal  Concerto per pianoforte e orchestra n. 27 in si bem. maggiore K 595 (del gennaio dello stesso 1791).
La dolcezza e la giocosità del primo movimento si stempera nel ripiegamento interiore dell’Adagio del secondo: un’oasi melodica dalla semplicità disarmante e sublime, che attraverso mezzi parchi ed essenziali si pone tra le vette di tutta la produzione strumentale (e non solo) mozartiana.
Il giovanissimo e promettente clarinettista Horácio Ferreira è particolarmente abile a evidenziare, attraverso l’uso di una cesellata dinamica priva di bruschi e improvvisi contrasti, il procedere fluido delle melodie, a sottolineare il gioco di contrasti tra strumento solista e orchestra, raggiungendo momenti di notevole bellezza timbrica e intensità espressiva nel crepuscolare, pacato e ripiegato in se stesso Adagio centrale, per poi approdare con sicurezza alla luminosità del Rondò finale.
Buoni l’intesa musicale e l’amalgama sonoro con l’orchestra e la direzione di Buribayev, il quale stacca tempi mai eccessivi, sia negli Allegri dei movimenti estremi, che nell’Adagio centrale, facendo così progredire l’iter melodico con apollineo senso della misura e mediante sonorità mai pesanti, ma dal colore orchestrale rifinito e a tratti rarefatto (nel secondo movimento).
Alla placida accettazione della finis vitae da parte del compositore salisburghese segue, nel “contrasto d’affetti” del programma del concerto, la Sinfonia n. 6 in si minore, op. 74 ”Patetica” (prima rappresentazione: San Pietroburgo, 16 Ottobre 1893) di Pëtr Il'ič Čajkovskij.
La Patetica è l’ultima istantanea di un’esistenza lacerata, tormentata da un Destino avverso; opera estrema dal pessimismo distruttivo del russo, si contrappone radicalmente alla perfetta sintesi delle forme e alla meditazione del concerto di Mozart, compositore tanto adorato e venerato da Čajkovskij, quanto da quest’ultimo lontano per affinità emotive.
Dell’ultima partitura di Čajkovskij (il compositore morirà dopo nove giorni la sua prima esecuzione) la direzione di Buribayev dà una lettura improntata all’esaltazione dei contrasti sonori e del non ricomposto conflitto tra i temi melodici: particolarmente efficace è la contrapposizione tra la melodia in re maggiore introdotta dagli archi con sordina e il successivo e inaspettato fortissimo dell’allegro vivo, che tronca brutalmente l’apparente oasi di serenità evocata dagli archi.
Un plauso alla precisione (merce rara anche nelle più blasonate orchestre!) ritmica e sonora degli ottoni (in particolare ai tromboni e al basso tuba), i quali centrano perfettamente tutte le note.
La direzione si snoda attraverso un ben calibrato Allegro con grazia, nel quale spicca il suono vellutato dei violoncelli, per poi giungere all’Allegro vivace del terzo movimento, vivace e ritmato dialogo tra fiati e legni e percussioni, eseguito con precisione dalle sezioni dell’orchestra.
Gli archi introducono con suono incisivo ed espressivo il tormentato Adagio lamentoso del movimento finale: buona la resa del crescendo della melodia introdotta dagli archi, un’illusione di calma, forse un piacevole ricordo, dopo il grido di disperazione del tema iniziale.
Di grande effetto il pianissimo con il quale si chiude la partitura (e la vita), al quale si contrappone, con grande effetto, l’accentuazione dinamica del palpitìo delle ultime note ripetutamente ribattute dai violoncelli.
Lungo silenzio (per fortuna non interrotto da precipitosi applausi…) allo spegnersi delle ultime note al termine della sinfonia e convinti applausi da parte del non folto pubblico presente al Centro Cultural de Belém.
Pubblicato su: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/35-concerti2017/4651-lisbona-reconhecimento-14-05-2017

mercoledì 5 febbraio 2014

EVOCAZIONI E SUGGESTIONI SONORE AL SAN CARLO

Scritto da  
Evocazioni e suggestioni sonore al San Carlo
Da tempo declinare  al femminile la figura del "direttore d’orchestra" è sempre meno un’eccezione. Al San Carlo di Napoli, alla guida dell’orchestra del Massimo napoletano, ritorna dopo due anni la giovane direttrice d’orchestra sudcoreana Han-Na Chang, già acclamata violoncellista, allieva del leggendario Mstislav Rostropovich e di Mischa Maisky. Al suo fianco, nel Concerto n. 1 in la minore per violoncello e orchestra op. 33 di Camille Saint-Saëns, il violoncellista statunitense Lynn Harrell, ospite delle principali istituzioni musicali mondiali e partner musicale di artisti del calibro di Anne Sophie Mutter, Itzhak Perlman, Vladimir Aškenazi, André Previn.
Nella magnifica sala del San Carlo iniziano a dipanarsi le sinuose melodie di Claude Debussy.
Ad aprire il concerto è il celebre Prélude à l'après-midi d'un faune. Snodo cruciale della musica occidentale: con questa breve composizione sinfonica nasce a Parigi nel 1894 l’Impressionismo musicale. La musica evoca le sensazioni derivanti dalla lettura del poema di Stéphane Mallarmé L'après-midi d'un faune. Nel poema la melodia del flauto è suonata da un Fauno immerso in pensieri erotici; dopo che le Ninfe hanno soddisfatto le sue brame intona una melodia serena che lo conduce lentamente a un profondo torpore.
L’atmosfera della composizione è onirica, evanescente; la musica non descrive una storia, ma delle sensazioni. L’orchestra le evoca e desta, attraverso l’uso di una variopinta tavolozza orchestrale, proprio come un dipinto impressionista dell’epoca.
Il sole del pomeriggio si avverte. Il sonno del Fauno riconcilia e dissolve le impressioni. Brano dalla complessa orchestrazione ed esecuzione: nuances, dissolvenze sonore, abbandoni lirici.
Han-Na Chang guida con gesto sicuro e precisione la compagine sancarliana in grande forma: coesione tra le sezioni, perfetto amalgama sonoro, suono smagliante. Il primo flauto, Bernand Labiausse, intona il fluido a solo e schiude le porte al mondo sonoro evocato da Debussy. Gli archi inseguono la melodia ondivaga del flauto, fino ad esserne vinti: oblio totale.
Il programma prosegue con un brano di non frequente ascolto, il Concerto n. 1 in la minore per violoncello e orchestra op. 33 di Camille Saint-Saëns. Compositore eclettico, aperto alle novità, viaggiatore instancabile, è autore di pregevoli composizioni sinfoniche, alcune evocative delle amate atmosfere orientali. Il concerto per violoncello e orchestra, eseguito la prima volta nel 1873, è una brano suddiviso in tre parti che però si succedono senza soluzione di continuità: vi è un’osmosi dei temi tra il primo e il terzo movimento.
Nel primo tempo la contrapposizione tra il tema iniziale brutalmente introdotto dal solo violoncello e il secondo tema, lirico e meditativo, è netta. L’influsso della lezione del compositore ungherese Franz Liszt, frequentato proprio in quegli anni da Saint-Saëns, è riconoscibile nello sviluppo dei temi. Il secondo movimento si apre con un’orchestra vagamente danzante, la quale cede il passo alla melodia rassicurante e sognante del violoncello. Una cesura, benché non marcata, tra il primo e il terzo tempo; un’elegiaca oasi di quiete musicale.
Il tema iniziale del concerto, intonato dall’orchestra, ritorna nel terzo tempo; al violoncello sono affidati i passaggi più virtuosistici: accordi, scale, arpeggi veloci. Opera poco eseguita del compositore francese, il Concerto n. 1 per violoncello e orchestra è stata magistralmente riletto dal violoncellista Lynn Harrell, il quale ha saputo coniugare gli aspetti rudi e quelli estatici presenti nella partitura, regalando al pubblico un’interpretazione aliena da qualsiasi tentazione di virtuosismo fine a se stesso. Cavata potente, suono nitido, perfetta sintonia con l’orchestra, capacità di farcantare il proprio violoncello con un perfetto legato sono le caratteristiche di questa esecuzione.
Il pubblico chiede un bis e il violoncellista, dopo aver simpaticamente ringraziato il pubblico, non si nega: una trascrizione per violoncello solo del celeberrimo Notturno op. 9, n. 2 di Chopin, cesellato con cura dalle esperte mani di Harrell.
Prolungati applausi salutano la performance di Harell.
La seconda parte del concerto è tra quelle che, per la complessità della scrittura orchestrale e l’ampiezza dell’organico, fanno tremare le vene ai polsi anche alle orchestra più blasonate. Ein Heldenleben (Vita d'eroe) op. 40 di Richard Strauss è un poema sinfonico eseguito la prima volta nel 1899. Il mondo di Richard Strauss è quello borghese della Germania di fine ‘800: sereno, trionfalistico, ottimisticamente affermativo. Durerà poco. La Grande Guerra e il crollo degli Imperi centrali spazzeranno via questo Eden rassicurante. A Richard Strauss non resterà che la sua rievocazione. Se con il Prélude à l'après-midi d'un faune la musica è il mezzo per evocare impressioni, sensazioni, con il poema sinfonico Ein Heldenleben, lo scopo precipuo invece è quello di descrivere una storia. Non è chiara l’identità dell’eroe del poema sinfonico Ein Heldenleben.
L’eroe del poema sinfonico, dopo aver affrontato terribili battaglie, approda con la sua compagna alla solitudine dell’idillio. Probabilmente l’eroe adombra la figura di Richard Strauss stesso, i nemici affrontati in battaglia alludono ai suoi critici e detrattori, primo fra tutti il temibile e autorevole Eduard Hanslick, già ostinato censore di Richard Wagner.
Articolato in sei sezioni, la musica di Ein Heldenleben descrive le battaglie dell’eroe con sonorità barbariche e motivi grotteschi, cui seguono abbandoni lirici, estatiche volute musicali proprie dello Strauss migliore. L’elegia finale concilia l’eroe con il proprio mondo tenacemente perseguito. Al violino solista è affidata l’ampia e lirica pagina deDes Helden Gefährtin (la compagna dell’eroe): un colloquio amoroso tra il violino e l’orchestra.
Un plauso per la pregevolissima esecuzione della impegnativa parte solistica al primo violino di spalla dell’orchestra, Cecilia Laca.
Il poema musicale descrive l'immagine di un artista antiaccademico, combattivo e appassionato, riconducibile all’uomo Strauss, autocelebratosi attraverso un sapiente gioco di autocitazioni musicali (Don JuanZarathustraDon QuixoteTod und Verklärung). 
Nella sesta ed ultima sezione della composizione, Des Helden Weltflucht und Vollendung (la ritirata dal mondo dell’eroe e compimento) si realizza il sogno di serenità e solitudine dell’eroe e di Strauss stesso. Solo un’orchestra in perfetta forma, composta da grandi musicisti può eseguire degnamente un brano sinfonico arduo come Ein Heldenleben: la compagine sancarliana lo è da molto e lo ha dimostrato anche in questa occasione. Han-Na Chang ha saputo esprimere al meglio le tante potenzialità dell’orchestra, conciliando in un unicum musicale le pagine concitate delle battaglie e quelle elegiache e terse, tra le più seducenti scritte da Strauss. Una pace interiore, duramente conquistata, regna nell’animo degli ascoltatori al termine dell’esecuzione, così come sull’idillio solitario dell’eroe e della sua compagna.
Va ricordato, per inciso, la presenza nella sala del San Carlo di Richard Strauss, nel febbraio del 1908, nelle vesti di direttore della sua Salomè e nel 1933 del Der Rosenkavalier.
Grande successo di pubblico per l’orchestra, le sue prime parti e la giovane e talentuosa direttrice.
Non resta che augurare che anche la Fondazione Teatro di San Carlo, come l’eroe straussiano, riconquisti la sua serenità; l’alto valore dei suoi musicisti lo impone.



Concerto Han-Na Chang/Lynn Harrell
direttore
: Han Na Chang
violoncello Lynn Harrell
programma Claude Debussy, Prelude à l’après-midi d’un faune; Camille Saint-Saëns, Concerto n. 1 in la minore per violoncello e orchestra op. 33; Richard Strauss, Vita d’Eroe (Ein Heldenleben) poema sinfonico, op. 40durata: 2h
Napoli, Teatro di San Carlo, 1° febbraio 2014
in scena 1° e 2 febbraio 2014

in: http://ilpickwick.it/index.php/musica/item/1035-evocazioni-e-suggestioni-sonore-al-san-carlo

martedì 28 gennaio 2014

Martedì, 28 Gennaio 2014 00:00

CLAUDIO ABBADO, UN RICORDO

Scritto da  
Claudio Abbado, un ricordo
Ricordare un grande direttore d’orchestra a pochi giorni dalla scomparsa senza rischiare di impantanarsi in rievocazioni agiografiche o, peggio, retoriche è impresa difficile. Ma se si tratta di Claudio Abbado – che dell’antiretorica ha fatto il tratto distintivo della propria arte interpretativa e della propria vita – ripudiare qualsiasi tentazione vanamente celebrativa costituisce un imperativo categorico.
Tra i più grandi direttori d'orchestra del secolo scorso, Claudio Abbado.
Più che aver diretto grandi orchestre, ha fatto musica con grandi musicisti: non una precisazione terminologica, ma l'essenza della filosofia dell'Abbado concertatore. Il direttore d'orchestra quale primus inter pares, che si diverte a far musica con altri musicisti, siano essi gli straordinari strumentisti delle blasonate Filarmoniche di Berlino o di Vienna o i promettenti giovani della Mozart, della Mahler Chamber Orchestra.
Il gesto elegante e misurato di Abbado non è mai perentorio; chiede, evoca quasi gli attacchi; invita con un sorriso a porgere un colore orchestrale; Abbado fa musica da camera anche quando è impegnato a dirigere una mastodontica sinfonia di Bruckner. Lo sguardo, vivo e concentrato, guida uno per uno i propri musicisti; la mano sinistra accarezza la melodia librandola nell'aria e imprimendole lo pneuma; quella destra scandisce nitidamente il tempo.
L’approccio alla partitura del direttore milanese si pone nel solco della lezione di Toscanini: rispetto assoluto della volontà dell’autore, cesura netta con le vecchie “tradizioni” interpretative. Profonda analisi della partitura: ascoltare la più celebre tra le sinfonie, un concerto, un’opera diretta da Abbado è comevedere una radiografica musicale della partitura. Non c’è strumento, benché amalgamato con l'orchestra, che non sia riconoscibile, che perda la propria individualità.
Nell’adorato Mahler non viene trascurata la rilevanza melodica e ritmica di nessun inciso musicale: non vi è marcetta o straniante melodia popolare, delle quali è farcito l'universo musicale mahleriano, ad essere fagocitata dal gigantismo orchestrale.
Al tempo stesso gli ampi squarci corali della Seconda Sinfonia, Resurrezione e dell’Ottava, Dei mille, risuonano con un’unica voce, poderosa, a tratti terrificante, una sintesi perfetta tra orchestra, coro e solisti.
Scomposizione della partitura e reductio ad unum: potrebbe così sintetizzarsi l'ermeneutica musicale di Abbado.
Il suo Rossini (Il barbiere di SivigliaLa cenerentolaL’italiana in Algeri, Il viaggio a Reims) è rivoluzionario: ritmo forsennato, scintillio strumentale, precisione, leggerezza e luminosità, allegria venata da un sospiro di melanconia. Il finale del I atto de Il barbiere di Siviglia, inciso con la London Symphony Orchestra negli anni Settanta, è la sintesi della nuova cifra interpretativa rossinianaUno spartiacque epocale: la storia dell’interpretazione del Rossini “comico” si divide in un avanti Abbado e un dopo Abbado.
Quando nel 2000, ripresosi dalla terribile malattia che improvvisamente lo aveva colpito, portò in tournée con i “suoi” Berliner Philharmoniker le Sinfonie di Beethoven, si ebbe l'impressione di ascoltare per la prima volta queste pagine sinfoniche pur così celebri. Una “nuova versione” delle sinfonie: una concezione quasi “cameristica” dell’esecuzione. Gli archi sensibilmente sfoltiti rispetto alla tradizione di Furtwängler e di Karajan; una ritmica dionisiaca mai avvertita prima di allora, la naturale percepibilità di ogni “a solo” di ottoni o legni, la rivelazione di ogni cellula ritmica nascosta tra le pieghe della partitura. Un’agogica che rompeva con la tradizione per assecondare le originarie indicazioni metronomiche dell’autore. Un suonotrasparente, prosciugato, ma pur sempre luminoso, come i dipinti di Piero della Francesca.
Dopo la rivoluzione delle esecuzioni filologiche – troppo spesso trasformatesi in archeologiche! – Abbado ha dimostrato che una Terza viatra il gigantismo sinfonico “alla Karajan” e le stridule sonorità dei tanti complessi musicali dediti ad esecuzioni “con strumenti originali” è possibile. E ciò senza rinunciare all'edonismo sonoro, alla precisione dell'intonazione, alla varietà dell'agogica, al sospiro sensuale del rubato.
Abbado è stato un uomo del '900; Gustav Mahler è stato un profeta delSecolo breve. Inevitabile quindi che tra l'interprete e il compositore boemo si stabilisse una relazione musicale. Solo Leonard Bernstein può competere, quanto a profondità dell'interpretazione, con Abbado nell'evidenziare i lati tragici, oscuri del mondo di Mahler. Ogni sinfonia, sotto la direzione di Abbado, si trasforma in una seduta psicanalitica, in un viaggio attraverso l'esplorazione dell’Io. Lavoro di scavo della partitura, attenzione ad ogni particolare, sottolineatura degli aspetti grotteschi e allucinati della musica mahleriana, queste le coordinate interpretative di Abbado.
Mozart viene riportato da Abbado (Nozze di FigaroDon GiovanniCosì fan tutteIl flauto magico) dall'inaccessibile empireo sulla terra: Mozart, cantore della religione dell'umanità, diventa umano, con le sue passioni e le sue contraddizioni. Difficile ascoltare un'esecuzione più serrata, sulfurea, del Così fan tutte diretto a Ferrara nel febbraio del 2000 a capo della sua creatura, la Mahler Chamber Orchestra.
Lo svecchiamento del repertorio, iniziato negli anni scaligeri (1968-1986) e proseguito negli anni berlinesi (1989-2002), è stato una costante della sua carriera: l'attenzione al repertorio della Seconda scuola di Vienna(Berg, Webern, Schoenberg) si è unita a quella per i compositori contemporanei.
Un musicista culturalmente curioso come Abbado non ha potuto resistere al fascino del grande repertorio russo. I confini in musica sono di quanto più assurdo possa ipotizzarsi: i risultati lusinghieri ottenuti nel repertorio russo, sia sinfonico (sinfonie di Tcaikovsky) che operistico (Boris GoudunovKovanchina, Amore delle tre melarance) lo hanno dimostrato. Abbado forgia uno dei migliori Boris della discografia per attenzione ai particolari incastonati nelle poderose scene corali (Scena dell'incoronazione, a titolo di esempio).
Verdi. Il terreno di elezione di Abbado, il compositore meditato e affrontato lungamente durante la carriera. Non il Verdi della trilogia popolare, ma quello più cupo e tormentato dei grandi uomini di potere (Don CarlosMacbeth, Simon Boccanegra). Anche e soprattutto in questo repertorio, fino agli anni Sessanta non molto frequentato, l'attenzione al lato più sinfonico della partitura, all’analisi psicologica dei personaggi, l'eliminazione delle incrostazioni della tradizione, costituiscono la cifra interpretativa. Spettacoli memorabili, nati dalla collaborazione con Giorgio Strehler, Luca Ronconi e Damiano Damiani e sotto l'ala protettiva e lungimirante del Sovrintendente Paolo Grassi, il più grande operatore culturale dell'Italia post-bellica.
Nel 2001, per celebrare il centenario della morte di Verdi, affronta Falstaff, commedia leggera quanto amara. La lettura di Abbado è divertita, ma distaccata; lascia che i personaggi corrano, si burlino indisturbati. Lui li segue, ma da lontano e con il sorriso ironico di chi “ha capito il giuoco”.
Dai primi anni 2000, dopo la malattia, le apparizioni di Abbado si sono via via diradate; lasciata la direzione musicale dei Berliner Philharmoniker si è dedicato, dal 2004, alla Orchestra Mozart, compagine giovanile che portò anche al San Carlo, nel marzo del 2009, in quello che è stato l'ultimo suo concerto a Napoli. Nei giorni precedenti la scomparsa di Claudio Abbado l'Orchestra Mozart ha annunciato la temporanea sospensione di tutte le sue attività per le crescenti difficoltà finanziarie.
Oggi il miglior modo per ricordare Abbado è cercare di tenere in vita l'ultima delle sue creature orchestrali. Claudio Abbado lo avrebbe desiderato più di ogni altra cosa.

sabato 25 gennaio 2014

"Pollini incanta con Chopin, nel ricordo di Abbado", articolo pubblicato in "Ilpickwick.it"

POLLINI INCANTA CON CHOPIN, NEL RICORDO DI ABBADO

Scritto da  
Pollini incanta con Chopin, nel ricordo di Abbado
Un diario intimo, acquerelli di variegate espressioni dell'animo umano; nostalgia, struggimento, rimpianto, disperazione, melanconia, illusioni. La produzione pianistica di Fryderyk Chopin (1810-1849) quale una sussurrata confessione, un monologo sommesso di un’anima pacatamente tormentata, tragicamente sensibile.
Il pianoforte è la voce dell’anima del compositore polacco; l'uditorio, quello circoscritto e raffinato dei salotti parigini; il ricordo e il cuore radicato nella natia Polonia, terra martoriata, contesa, oppressa, la cui nenia trova corpo nelle celebriPolacche e Ballate.
La solitudine dell'isola di Maiorca è tra i luoghi della rievocazione dell'amatissima Polonia; la relazione lunga e tormentata con la scrittrice George Sand la linfa vitale e musicale di un'esistenza votata prematuramente alla morte.
Il pianista italiano Maurizio Pollini (ogni presentazione è superflua) ha scelto di onorare Chopin, compositore d'elezione e nume tutelare della propria lunga e gloriosa carriera, in un recital presso la Sala Santa Cecilia dell'Auditorium di Roma.
La serata è stata aperta dal Preludio in do diesis minore per pianoforte, op. 45: non incluso nei celeberrimi ventiquattro preludi dell’opus 28, fu scritto nel 1841. Composizione di breve durata, ma tra i vertici della produzione chopiniana: un sospiro, un piacevole ricordo in musica nella pensosa tonalità di do diesis minore. Ricercatezze timbriche evanescenti, profondità e compiutezza d'ispirazione melodica, perfezione formale della composizione. Una gemma musicale.
Il recital è proseguito con una scintillante esecuzione della seconda Ballata op. 38 in fa maggiore. Composta sull'isola di Maiorca tra il 1836 e il 1839, come la terza e la quarta ballata, è scritta nel tempo di 6/8: misura melanconica, fluttuante, particolarmente congeniale al dipanarsi di melodie lunghe e ondeggianti.
Alla rievocazione silenziosa, all'intimo vagheggiare di un tempo felice perduto, si contrappone, nella seconda sezione della composizione, un dionisiaco “presto con fuoco” che sgombra il campo dalla illusoria tranquillità e mestizia sonora delle prime battute della composizione.
Maurizio Pollini ne regala un’esecuzione mirabile: una lettura scevra dai sentimentalismi e dagli eccessi romantici che la tradizione interpretativa ed esecutiva ha per troppo tempo affibbiato alla musica del compositore polacco. Una visione lucida e analitica dello spartito, sviscerato nelle sue pieghe più nascoste, tale da rendere visibile ogni cellula tematica. L’ordito ritmico e melodico immediatamente riconoscibile, i particolari armonici perennemente illuminati.
La terza Ballata op. 47 in la bemolle maggiore, composta nel 1840-1841, è innervata da un complesso unitario tematico; una mirabile contrapposizione e modulazione di temi; lirismo fluttuante e crescente tensione emotiva.
L'innovativa lettura di Chopin del pianista milanese è figlia delle esperienze e delle insidie interpretative della grande letteratura pianistica novecentesca, altro grande amore di Pollini; grazie all'assidua frequentazione di questo repertorio vengono evidenziate le anticipazioni timbriche, le strutture armoniche, i nessi silenti anticipatori degli anni futuri.
Chopin come profeta della nuova musica, unromantico con lo sguardo verso nuovi lidi musicali: questa la rivoluzionaria visione di Pollini.
Il programma dedicato a Chopin si chiude con laSonata n. 2 op. 35 in si bemolle minore, la più celebre tra le tre composte dal compositore polacco. Anch'essa composta nell'esilio volontario di Maiorca, contiene tra le pagine più famose dell'intera letteratura pianistica, la celeberrima Marcia funebre. La scrittura di tutta la sonata è estremamente ardita; l’ultimo movimento è di un pessimismo cupo, una concezione dell'aldilà senza speranza, definito pittorescamente da Anton Rubistein (compositore e pianista russo, 1829-1894) “vento ululante fra le tombe”!
Il virtuosismo di Pollini raggiunge, senza ostentazione e con naturalezza, esiti da manuale. La concitazione e i sincopati si conciliano con la nitidezza del tocco, con l’uso sempre appropriato del pedale, con l'illuminazione delle linee melodiche: difficile immaginare una resa più apollinea nel tocco, più compostamente nostalgica, della sublime melodia che divide le sezioni più gravi e funeree del movimento. Uno iato lirico, sospensione estatica, tra le cupezze degli accordi iniziali e finali del movimento.
La seconda parte del recital romano è dedicato a un altro “poeta” del pianoforte, Claude Debussy (1862-1918), legato alla Capitale in quanto vincitore del prestigiosoPrix de Rome e, pertanto, a Villa Medici dal 1885 al 1887.
Pollini sceglie il primo libro dei Préludes.
I due libri dei preludi furono composti in un arco temporale compreso tra il 1909 e il 1913.
Libertà formale e musicale delle composizioni, timbriche evanescenti che dipingonoelementi naturali, sensazioni, paesaggi, odori, cupe leggende. Privilegio concesso al pianoforte, probabilmente l'unico strumento in grado di potersi trasformare, sotto la sapiente “direzione” di mani esperte, in una colorata orchestra; il pianismo cesellato di Pollini ha trasformato i “bozzetti sonori”di Debussy in tele attribuibili agli evanescenti pennelli di un Renoir o un Monet.
Il pubblico ceciliano, ascoltatore attento e partecipe, ha risposto calorosamente al ritorno del pianista milanese a Roma, il quale ha regalato due bis: lo Studio op. 10 n. 12 La caduta di Varsavia e la splendida e celebre (ricordate il film Il pianista di Roman Polansky?) prima Ballata op. 23 in sol minore di Chopin.
Il pubblico, ipnotizzato dal florilegio musicale, ha tributato a Pollini una lunga ovazione.
Il concerto romano è stato dedicato alla memoria di Claudio Abbado, amico fraterno di Pollini, compagno di battaglie civili e culturali, nonché di eccezionali esecuzioni e incisioni discografiche.
Il Presidente della Repubblica Napolitano, prima che il recital iniziasse, con la voce rotta dall’emozione ha ricordato, insieme a Maurizio Pollini e al Presidente dell’Accademia di Santa Cecilia Bruno Cagli, la figura di Claudio Abbado, il lungo sodalizio artistico e umano con Pollini.
Commozione palpabile in sala per il tributo ad uno dei più grandi direttori d’orchestra della storia a pochi giorni dalla scomparsa.
Maurizio Pollini entra in palcoscenico. Buio in sala. E la magia ha inizio.



Maurizio Pollini in recital
produzione Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Roma, Auditorium Parco della musica – Sala Santa Cecilia, 22 gennaio 2014
durata 2h
in scena 22 gennaio 2014 (data unica)

 in: http://ilpickwick.it/index.php/musica/item/1004-pollini-incanta-con-chopin-nel-ricordo-di-abbado