domenica 25 ottobre 2020

Violetta c’è, nella buona e nella cattiva sorte

 NAPOLI, 23 ottobre 2020 - La Traviata, da anni saldamente in testa nella classifica delle opere più rappresentate al mondo, sembra conservare il proprio primato anche al tempo del Covid-19. Non c’è pandemia e coprifuoco - in Campania è in vigore da ieri - che possa offuscare l’amore di Violetta e Alfredo. Violetta resiste, come tutti noi in questo lungo  tempo sospeso e angoscioso. E dopo le recenti rappresentazioni a Milano, Modena e Savona, La traviata torna in scena, seppur in forma di concerto, anche al San Carlo di Napoli; Roma si prepara ad accoglierla nei prossimi giorni.

Questa ripresa sancarliana della Traviata - programmata ante Covid-19 in forma scenica e con numerose repliche - è un’edizione nel complesso pregevole ed entusiasmante.

La direzione è affidata a Stefano Ranzani, il quale, coadiuvato dall’ottima orchestra del San Carlo, dà del capolavoro verdiano una lettura estremamente pulita, sempre ben calibrata e attenta alle esigenze del canto. Ranzani ha il merito di saper scegliere agogiche appropriate, idonee ad assicurare una narrazione musicale tesa e coerente. La perfetta conoscenza della partitura (dirige a memoria, dalla prima all’ultima nota) gli consente di apprestare un costante e adeguato supporto alle esigenze dei cantanti: tutto è ben incastonato in una concertazione solida e sicura; raramente si lascia prendere la mano dall’enfatizzazione l’accompagnamento verdiano. L’Orchestra del San Carlo sfoggia suono tornito e compatto in tutte le sezioni ed è perfetta come sempre nel tradurre in suoni le indicazioni dinamiche, esaltando anche i più sensibili assottigliamenti fonici.

Ben partecipe di questa concertazione musicale orientata all’immediatezza e alla polpa della narrazione musicale è il Coro della Fondazione, diretto da Gea Garatti Ansini: la loro è una prova di grande professionalità, precisione e di buon amalgama sonoro tra sezioni maschile e femminile.

Nel cast a brillare è la Violetta di Nino Machaidze, che ritorna sul palcoscenico del San Carlo in dolce attesa. Al soprano georgiano basta il Brindisi iniziale per calare gli assi della propria vocalità: timbro brunito, voce corposa e ricca di armonici, robusta nel volume; possiede una tecnica agguerrita che le consente di dominare con estrema naturalezza le difficoltà di cui è disseminata la parte di Violetta. Gli acuti risultano sempre centrati, rotondi e ben emessi. Ma ciò che stupisce maggiormente, soprattutto se paragonata all’ampiezza della colonna di voce, è la capacità di assottigliare l’emissione, di emettere pianissimi sempre sostenuti dal fiato, l’intensità e l’analiticità del fraseggio, la precisione alle colorature dell’Atto I. Tutte doti che, unite a uno spiccato acume interpretativo, contribuiscono a fare della Machaidze un’artista nel pieno della maturità e consapevolezza vocale: la sua è una Violetta innamorata, ferita, dolente, carnale e passionale, che riesce con naturalezza a trasmettere emozioni. "È strano! È strano..." è un misto di stupore, meditazione e passionalità amorosa che sfocia nella vorticosa ebbrezza canora della successiva cabaletta "Sempre libera": le colorature sono affrontate con sicurezza, si ascoltano tutte le singole note, gli acuti sono rotondi e ben girati. Chiude l’Atto I guadagnandosi la prima meritatissima razione di applausi scrosciati della serata. Nel lungo duetto dell’Atto II con Germont padre, Machaidze dà voce e anima a una Violetta che appare una tigre ferita; prova a reagire alle imposizioni del perbenismo borghese incarnato da Giorgio Germont: il suo "Dite alla giovine", tutto in pianissimo e perfettamente accompagnato da Ranzani, è un flebile sussurro che nasconde una sanguinosa resa. Il suo "Amami, Alfredo" è un’esplosione catartica e dolorosa. L’evoluzione psicologica e vocale della Violetta di Nino Machaidze trova compimento nell’ultimo atto: la perla della serata è "Addio del passato". Qui, per esprimere il disfacimento del mondo di Violetta, Nino Machaidze fa leva su tutte le proprie potenzialità espressive e sul dominio del fiato: il risultato è una nenia sfumata, oscillante tra disperazione e ricordo.

Dotato di voce dal buon volume, dal bel timbro luminoso, di acuti sicuri e squillanti, Francesco Demuro è un Alfredo forse fin troppo passionale e generoso: canta molto bene il Brindisi e "Lunge da lei per me non v’ha diletto!", ma qualche forzatura nel registro acuto (in particolare nella cabaletta "Oh mio rimorso! Oh infamia!") rischia di incrinare una linea di canto di per sé elegante, raffinata e attenta al peso della parola.

Giovanni Meoni è un Giorgio Germont dalla solida professionalità, benché vocalmente alquanto ruvido, ma funzionale al ruolo: è efficace e imperioso nel duetto con Violetta. La sua "Di Provenza il mar, il suol" è cantata correttamente, ma il fraseggio risulta non molto scavato.

Di buon livello le parti secondarie, a cominciare dalla Flora Bervoix di Cinzia Chiarini e l’Annina di Marta Calcaterra.

Completano degnamente il cast Lorenzo Izzo (Gastone), Nicola Ebau (Il barone Douphol), Nicolò Ceriani (Il marchese d’Obigny) e il veterano Francesco Musinu nei panni del dottor Grenvil.

Al termine, il pubblico non numeroso - l’inizio del coprifuoco alle ore 23 deve aver scoraggiato dal recarsi a teatro il pubblico non residente a Napoli - tributa applausi calorosi e prolungati per tutti.

È questo un momento cupo per la vita dei teatri in Italia: su di loro aleggia, proprio in queste ore, lo spettro di una nuova temporanea chiusura.

Non resta che sperare di poter rivivere al più presto serate come queste, nella quali, malgrado tutte le limitazioni, appare ancor più sincero e tangibile l’affetto del pubblico nei confronti del proprio teatro.


Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/56-opera/opera-2020/10548-napoli-la-traviata-24-10-2020


sabato 17 ottobre 2020

Spiccare il volo fra le avversità

 NAPOLI, 16 ottobre 2020 - Le avversità a spiccare il volo risiedono probabilmente nel corredo genetico di La rondine: dopo la genesi tormentata, questa commedia lirica ha dovuto attendere - a causa dell’infuriare della Grande Guerra - il 1917 per andare in scena al Grand Théâtre de Monte Carlo, a un anno dal termine della composizione. Inspiegabilmente fortuna e popolarità non hanno immediatamente arriso a un lavoro che pur rappresenta un unicum di originalità e squisitezza nella fattura della produzione del compositore lucchese.

Anche questa ripresa, inizialmente programmata per lo scorso mese di luglio e in forma scenica, viene posticipata a oggi e proposta in forma di concerto, a causa della pandemia. A mancare, però, non è solo l’elemento scenico, bensì anche quello corale, i cui interventi sono stati tutti sacrificati per scongiurare assembramenti in scena. Dal punto di vista musicale, una scelta esecrabile; giustificabile soltanto in nome della sacrosanta tutela della salute delle maestranze del teatro. Ovviamente a farne le spese non è tanto la già elementare drammaturgia dell’opera, ma il colore, la spensierata atmosfera di festa dell’Atto II. Si parva licet componere magnis, è come prosciugare da cori e marcetta l’affollatissimo Quadro II de La bohème: semplicemente inimmaginabile. Andando avanti, nell’Atto III, ci si sorprende per un altro taglio (per il quale non sono invocabili le norme antiassembramento!): a esserne colpita è la turbinosa quanto necessaria prima parte del duetto tra Lisette e Prunier ("Avanti, vile! Vieni! Fa’ presto!"), in mancanza del quale non si comprende la ragione del ritorno di Lisette da Magda.

Al netto di queste “sottrazioni” musicali, risulta un’esecuzione pregevolissima della raffinata partitura pucciniana: merito, in primo luogo, della direzione, come sempre attenta e ispirata, di Juraj Valčuha. Coadiuvato dall’Orchestra del San Carlo in una delle sue abituali serate di grazia, Valčuha concerta La rondine con sicurezza e fantasia: dall’orchestra, equilibrata in tutte le sezioni, cava suoni amalgamati, dai colori cangianti, evanescenti; sempre attento alle esigenze del canto, il suo gesto misurato comunica la sensazione di accarezzare orchestra e cantanti. Una lettura, quella di La rondine, che appare come cosparsa da una sottile patina sonora di rassicurante nostalgia: il rimpianto che Magda ha della propria gioventù risulta continuamente suggerito e addolcito dalla raffinata ed eterea orchestra di Valčuha. Il ricorso al rubato contribuisce ad acuire quell’evocazione melanconica del valzer che aleggia nella partitura: l’osmosi tra l’arte di Puccini e quella della civiltà musicale europea a lui contemporanea ne esce ancor più evidente.

Di pregio anche la compagnia di canto, che ha nella Magda di Ailyn Pérez la propria punta di diamante. Timbro vocale e figura seducenti e perfetta tecnica di canto consentono alla Pérez di smorzare e rinforzare perfettamente acuti sempre in avanti e ben proiettati. Ha quindi gioco facile nel delineare una Magda cantata benissimo e interpretata con nobile partecipazione, immersa nel ricordo del tempo passato, ma ferita, carnale e votata al sacrificio, come tutte le donne di Puccini, nel finale.

Ci si aspettava di più dal Ruggero di Michael Fabiano: pur dotato di bel timbro alquanto brunito, la linea di canto denota acuti sforzati, qualche nota eccessivamente aperta. Appare un po’ incolore nell’interpretazione, troppo attento a non distogliere lo sguardo dallo spartito, probabilmente non ancora metabolizzato a sufficienza. Nel finale Fabiano trova accenti veementi e uno slancio interpretativo più aderente allo sviluppo del dramma. Pur avendo subito un taglio alla sua parte, Ruth Iniesta è una Lisette ben cantata, simpatica e peperina come il personaggio impone. Marco Ciaponi è un Prunier dalla voce fresca, ben emessa e timbrata, elegante nella linea di canto, molto appropriato nel disegnare un poeta dagli insopportabili atteggiamenti snobistici. Baritono dall’emissione ben calibrata e morbida e in possesso di mezzi vocali corposi, Gezim Myshketa è un Rambaldo signorile, dall’atteggiamento altero e distaccato. Ben cantate e adeguatamente inserite nella funzionalità generale dell’opera le parti secondarie, a cominciare dal Périchaud di Paolo Orecchia, per poi proseguire con il Gobin di Orlando Polidoro e il Crebillon di Laurence Meikle; perfette nelle parti delle “comari” di Madga è il terzetto delle amiche Yvette, Bianca e Suzy, interpretate, rispettivamente, da Miriam Artiaco, Sara Rossini e Tonia Langella.

Al termine, prolungati applausi per tutti, con punte di maggior entusiasmo e calore per Ailyn Pérez, al suo debutto sancarliano, e per il sempre apprezzato Juraj Valčuha. Da Madga a Violetta il passo a ritroso è breve: la riorganizzata stagione del San Carlo prevede, il 24 e il 25 ottobre, La traviata, anch’essa proposta in forma di concerto.


Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/56-opera/opera-2020/10500-napoli-la-rondine-16-10-2020


sabato 3 ottobre 2020

Voci nella mestizia

 NAPOLI, 2 ottobre 2020 - Quando nello scorso mese di marzo, a causa dell’avanzata inesorabile e spietata della pandemia in Italia, furono decretate le prime chiusure di teatri, cinema e di tutte le manifestazioni pubbliche al chiuso, al San Carlo erano in corso le prove di Die Zauberflöte: di colpo, quindi, artisti a casa, produzione annullata e rinviata “a data da destinarsi”.

Viene recuperata ora, in questo coraggioso scorcio della stravolta stagione lirica 2019 -2020, seppur soltanto per due date, proposta in forma di concerto e priva dei recitati.

Una mutilazione, quella dei dialoghi, al Singspiel di Mozart che, aggiunta alla privazione della componente scenica e registica, contribuisce a prosciugare la teatralità del capolavoro. Il risultato è una serata mesta, vuoi per le rigide e sacrosante regole anti Covid-19 che distanziano e riducono il pubblico, vuoi per la scelta di presentare Die Zauberflöte come una successione asettica di arie, concertati e cori, il tutto svuotato dal nesso drammaturgico che i recitati avrebbero assicurato.

Ma tant’è. Di questi tempi occorre fare di necessità virtù e saper accontentarsi.

In compenso, dopo la musica sinfonica (leggi la recensione), anche la lirica, seppur ancora priva della essenziale componente teatrale, ritorna nella sala del San Carlo.

Non è, però, un ritorno trionfale: la serata appare dominata da un alone di tangibile mestizia. Gli ingressi dei cantanti sul palcoscenico evocano un recital piuttosto che un’opera teatrale: guadagnano la scena con la mascherina opportunamente indossata, se liberano per cantare, la reindossano per dirigersi dietro le quinte. Un automatismo, questo, che nel corso della serata assume le fattezze di un rito ripetuto con inquietante automatismo.

Lo dicevamo e le abbiamo compreso, più o meno, tutti: sono regole imposte dal momento ed è bene che sia così, per la sicurezza degli artisti e del pubblico; ma tutto ciò ha oggettivamente poco a vedere con l’idea di opera che per secoli abbiamo costruito e coltivato. L’intervallo, momento di scambio di opinioni tra appassionati, è estremamente compresso nel tempo: solo pochi minuti e tutti al proprio posto. Poco più della durata di un siparietto, insomma.

Non contribuisce a diradare il velo di mestizia la direzione di Gabriele Ferro, la quale, sin dai primi accordi della sinfonia introduttiva, ammanta la meravigliosa, enigmatica e ambivalente fiaba musicale mozartiana di un velo grigio che copre il monco articolarsi della vicenda. Compare un tardivo guizzo di vitalità nel finale dell’opera, con la scatenata aria di Papageno, "Ein Mädchen oder Weibchen wünscht Papageno sich!", e il successivo duetto con Papagena, come a voler testimoniare che in Die Zauberflöte comunque scorre musica tra la più sorprendente mai scritta per genuinità, leggerezza e innocenza riconquistata.

Quella di Ferro è una conduzione bolsa, che spegne il brio della genuina anima popolaresca e fiabesca del Singspiel; né risultano adeguatamente esaltate le forme musicali corali che innervano l’illuministica e massonica religiosità dell’opera.

Insomma, si procede con lentezza, con poca attenzione all’unitarietà drammaturgica dell’opera - già inficiata dalla mutilazioni dei recitativi - e senza dare il giusto risalto a quella commistione di forme musicali che costituisce l’aspetto più affascinante del capolavoro di Mozart.

Peccato... perché la produzione schiera nel complesso un cast vocale di eccellente livello; l’orchestra e il coro del San Carlo confermano di essere in ottima forma.

L’orchestra, particolare, si dimostra duttile, pronta ad alleggerire le sonorità, dal suono tornito e curato (merita un plauso il primo flauto di Silvia Bellio); altrettanto bene fa il Coro diretto da Gea Garatti Ansini, il quale, seppur relegato nello fondo del palcoscenico e distanziato, supera egregiamente e con suono compatto la prova.

Le sorprese più interessanti della serata provengono da un cast vocale ben assortito, composto da artisti che con grande professionalità si spendono per conferire alla rappresentazione un minimo di teatralità.

È il caso del simpaticissimo e ben cantato Papageno di Roberto De Candia, perfettamente calato nelle vesti del buffo uccellatore. Artista dalla immediata comunicativa, la sua interpretazione denota grande esperienza vocale e teatrale che gli vale la simpatia del pubblico. Gli fa da contraltare la Papagena giovane e frizzante di Lara Lagni.

Antonio Poli ha vocalità generosa e probabilmente fin troppo debordante per il Principe Tamino: il timbro è suggestivo, la voce di robusto spessore, ma, soprattutto, il tenore viterbese è sempre incline ad alleggerire appropriatamente l’emissione, a sfumare. Il suo è un Tamino estremamente carnale, quasi eroico, ma di bell’effetto.

A dar voce (e che voce!) a Pamina è Mariangela Sicilia: stupisce immediatamente per la bellezza del timbro, per la linea di canto raffinata, gli acuti sempre morbidi, centrati e ben “girati”, perfettamente sostenuti dal fiato. È una Pamina aliena da moine, ma connotata da giovanile e autentica femminilità. Tutta la parte è ben cantata, con stile adeguato: Mariangela Sicilia immerge l’aria dell’Atto II, "Ach, ich fühl's, es ist verschwunden", in quell’aura di rimpianto del tempo passato di cui Mozart è maestro assoluto.

Il Sarastro di Konstantin Gorny, in possesso di voce dal discreto volume e dal timbro brunito, è autorevole e convincente; molto attento a ciò che resta dell’aspetto teatrale è il Monostatos di Cristiano Olivieri.

Riscuote un notevole successo personale la Regina della Notte di Daniela Cappiello: voce leggera e dal timbro di bel colore, grazie a un’ottima emissione, sfoggia con naturalezza acuti e sovracuti sicuri, sempre timbrati e a fuoco, che fanno quasi dimenticare le asperità siderali di cui è disseminata la parte di Astrifiammante.

A completare degnamente il cast, il Terzetto delle dame, composto da Emanuela Torresi, Prima dama dalla notevole freschezza vocale; Laura Cherici è brava nel conferire la propria esperienza vocale e teatrale alla Seconda dama; infine, Adriana Di Paola, brunita Terza dama.

Altrettanto bene i Tre Genietti di Fiorenza Barsanti, Antonella Petillo, Roberta Mancuso.

Di grande professionalità il Primo Armigero e Secondo Sacerdote, entrambi interpretati da Marco Miglietta, così come l’Oratore e Una Voce di Mariano Orozco, il Secondo Armigero di Gianfranco Montresor.

Al termine, la sala - quasi gremita in rapporto alla sua ridotta capienza - tributa un sincero e caloroso successo per tutti, salutando con punte di evidente entusiasmo il Papageno di Roberto De Candia, la Regina della Notte di Daniela Cappiello e la Pamina di Mariangela Sicilia, il Tamino di Antonio Poli.

Il prossimo appuntamento per l’opera, ancora in forma di concerto, è per il 16 e 18 ottobre, quando andrà in scena La rondine di Giacomo Puccini, originariamente prevista per il mese di luglio scorso.

Avanti tutta!

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/56-opera/opera-2020/10418-napoli-die-zauberfloete-02-10-2020

lunedì 28 settembre 2020

Memoria e profezia

 NAPOLI, 27 settembre 2020 - Superata l’emozione di aver rivisto la magnifica sala del San Carlo finalmente ripopolata dal proprio pubblico, e con l’orchestra schierata - seppur prudenzialmente distanziata - sul palcoscenico, è il risveglio della natura del primo movimento, Langsam, Schleppend, Wie ein Naturlaut; im Aanfag sehr gemächlich; belebtes Zeitmass (Lentamente, trascinato, come un suono della natura; all'inizio molto tranquillo), dalla Prima sinfonia “Titano” di Gustav Mahler a riportare l’orchestra, e al gran completo, presso la propria casa.

Nella sala del Niccolini pubblico e orchestra si erano salutati, lo scorso 22 febbraio, al termine dell’interessantissimo concerto diretto da Dennis Russell Davies (leggi la recensione), inconsapevoli che si sarebbero ritrovati soltanto dopo sette lunghi mesi. Ad interrompere il lungo digiuno musicale, l’intermezzo estivo in Piazza del Plebiscito; ma il ritrovare i velluti rossi, gli stucchi e gli ori del San Carlo ci inducono a confidare in un progressivo ritorno alla normalità.

E così, dopo la sospensione sonora dell’incipit del primo movimento della Sinfonia - un lungo e misterioso pedale degli archi, sospeso nell’attesa dell’ignoto - è il leggiadro risveglio della natura, il quale, imitando il canto degli uccelli, infonde all’intero movimento ilarità e genuina cantabilità. Ed è proprio il fluire popolaresco della melodia (citazione e la rielaborazione del secondo dei Lieder eines fahrenden Gesellen) introdotta dai violoncelli a evocare la rinascita e il risveglio in tutti noi.

Si tiene ben lontano dalla tentazione di scorciatoie trionfalistiche la concezione della Prima sinfonia e la concertazione di Juraj Valčuha, il quale plasma, dirigendo senza bacchetta, un’orchestra sempre precisa e duttile. Vediamo Valčuha “accarezzare” la compagine orchestrale, sempre alla ricerca delle giuste dinamiche e del colore più appropriato, del rubato più appropriato e dell’attacco più preciso. Ne risulta una lettura di estrema eleganza, variegata, incline a mostrarci in filigrana la struttura armonica e contrappuntistica della partitura.

L’incisività e la perentorietà dell’attacco del secondo movimento, Kräftig bewegt, dock nicht zu schnell (Vigorosamente mosso, ma non troppo veloce), che Valčuha chiede e ottiene dalla propria orchestra, si stempera, nel procedere del movimento, nell’incedere lieve e danzante delle danze contadine morave: è il mondo di Gustav Mahler che perentorio riaffiora alla memoria dell’Autore. È invece interamente lavorata di fine cesello la reminescenza, storpiata dall’approssimazione della memoria, del valzer viennese: qui Valčuha e l’orchestra si ritagliano un’oasi di consolante nostalgia, con sonorità prossime a quelle cameristiche; un’agogica estremamente mobile e la perfetta fusione delle sonorità orchestrali rendono l’evocazione del valzer la gemma dell’interno movimento.

La perfetta forma dell’Orchestra del San Carlo - encomiabile in tutte le sezioni per precisione, qualità e duttilità del suono e per la spiccata attitudine ad assecondare anche le più piccole dinamiche - rende il terzo movimento, Feierlich und gemessen, ohne zu schleppen (Solenne e misurato senza trascinare), probabilmente il più prettamente mahleriano dell’intera sinfonia, il luogo musicale nel quale si scompone e ricompone il mondo del compositore boemo. Qui percepiamo il passato e il presente del mondo di Gustav Mahler; ma soprattutto, grazie alla straordinaria vis prophetica di Mahlerche la storia del “Secolo breve” ha tragicamente confermato, ne intravediamo il futuro. 

Juraj Valčuha è particolarmente attento a mostrarci con nitida precisione sonora la scomposizione di quel mondo del quale è egli stesso geograficamente e culturalmente figlio: si avverte l’intima assonanza e la profonda capacità di indagare quella temperie culturale. Risuona quanto mai lugubre la melodia che storpia il celebre canone Bruder Martin, il nostro Fra’ Martino; ma è l’intero movimento a configurarsi come un crescendo di tensione, un continuo scricchiolio di cocci di un universo che si compone e scompone. Si percepisce, quindi, attenzione e cura per ogni minimo particolare, per ogni sonorità e strumento, pur senza mai perdere la bussola dell’unitarietà formale del tutto: l’irrompere improvviso, dall’effetto sarcastico e straniante, degli echi di musica Klezmer è preparata con cura, perfettamente incastonata nel corpus del movimento.

A mettere a tacere la ridda di reminescenze è il tumultuoso e tellurico attacco del quarto e ultimo movimento, Stürmisch bewegt. Energisch (Tempestosamente agitato), con il quale Valčuha e l’orchestra scaricano fonicamente le tensione accumulata nei precedenti movimenti: è un attacco barbarico, quasi anticipatore delle celebri martellate della Sesta sinfonia “Tragica”, che si stempera nel successivo meraviglioso tema affidato agli archi, dal lirismo emotivamente incandescente e dagli echi tipicamente cajkovskijani. Per introdurre il tema, Valčuha crea una sospensione che gronda mistero. Gli archi cantano con emozionante intensità; il gesto del direttore slovacco si fa infuocato, il respiro dell’orchestra incalzante. Il fraseggio variopinto e incisivo indirizza il procedere musicale verso atmosfere sonore che deflagrano nel lirismo incandescente.

Il crescendo di tensione, con agogica sempre più stringente, ci conduce al finale trionfalistico: i clangori degli ottoni e delle percussioni sembrano l’annuncio della nuova epoca nella quale però si innesta, a mo’ di ricordo, il Naturlaut, il suono della natura iniziale. Ma è soltanto una temporanea sospensione, meravigliosamente evidenziata dalla diminuzione delle dinamiche e dall’assottigliamento delle sonorità orchestrali da Valčuha: la connotazione trionfalistica si riaffaccerà presto, ancor più sbalzata, amplificata dal sapiente contrasto delle dinamiche. A conclusione dell’inarrestabile e trascinante crescendo di eccitazione impresso da Valčuha all’intera compagine orchestrale, la sezione dei corni, come prescritto, si alza in piedi come a suggellare il trionfo finale.

Estremamente calorosi e, soprattutto, prolungati sono gli applausi che salutano questa pregevolissima interpretazione della Prima sinfonia di Gustav Mahler.

Le norme anti Covid-19 ci stanno abituando a un rigido ridimensionamento del numero degli spettatori e il loro distanziamento; tuttavia, la qualità dell’esecuzione e la lunga astinenza dalla frequentazione del teatro rendono gli applausi ancor più affettuosi e beneauguranti, tesi a dimostrare la sincera vicinanza del pubblico al proprio teatro, all’orchestra e al direttore musicale, più volte richiamato sul palcoscenico.

Il primo concerto al San Carlo dopo il lungo lockdown è un vero trionfo.

La musica sinfonica nel San Carlo ha ritrovato la sua casa; tra pochi giorni (il 2 il 4 ottobre) toccherà alla lirica, con Die Zauberflöte eseguito in forma di concert0.


Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/55-concerti-2020/10384-napoli-concerto-valcuha-27-09-2020


lunedì 24 agosto 2020

Il re tenore nella reggia del re Borbone

 CASERTA - Carlo di Borbone, Madrid, la Zarzuela e, naturalmente, la tradizione lirica italiana sono le coordinate del Gala Plácido Domingo, appuntamento clou della rassegna Un’estate da Re.

Siamo ospiti dell’ellittica piazza disegnata da Luigi Vanvitelli e intitolata a Carlo di Borbone, primo sovrano della dinastia a sedere sul trono di Napoli (dal 1734 al 1759) e successivamente (dal 1759 al 1788) Re di Spagna. Oltre al Teatro di San Carlo - per cui non smetteremo mai di glorificarlo – all’illuminato sovrano si deve, tra le tante, la commissione a Luigi Vantivelli dell’edificazione della Reggia di Caserta che fa da mirabolante quinta scenica al Gala.

Carlo III di Borbone, da Re di Spagna, meritò l’appellativo di el Mejor Alcalde de Madrid (il miglior Sindaco di Madrid) per la sua opera di ammodernamento urbanistico della capitale spagnola. Domingo è figlio della città castigliana (la sua casa natale, opportunamente fregiata di lapide celebrativa, è in Calle Ibiza 34, non lontana dal Parque del Retiro); madrileno è anche il soprano Saioa Hernández che divide per questo Gala il palcoscenico con l’illustre concittadino.

Ed ecco che per presentarsi al pubblico campano, Domingo e Hernández, accompagnati dalla sempre affidabile Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno diretta da Jordi Bernàcer, estroverso e poliedrico direttore asturiano, scelgono un programma bifronte che è omaggio al repertorio lirico italiano e alla Zarzuela spagnola.

Si parte con una corretta esecuzione della sempreverde Sinfonia da La forza del destino: non proprio un titolo beneaugurante, dunque, ma l’esecuzione che ne dà Bernàcer è pulita e la lettura è declinata più sul versante lirico che su quello drammatico.

L’attesa, naturalmente, è tutta per Domingo. Le presenze del tenore spagnolo in Campania sono state sporadiche: solo due volte al Teatro di San Carlo (in Manon Lescaut nel 1971 e in Tosca nel 1981; gli annali, poi, narrano di un Parsifal a Ravello diretto da Valerij Gergiev, nel 1997). A Caserta è riservato il privilegio e l’onore della prima esibizione pubblica di Domingo post lockdown e la prima successiva alla convalescenza da Coronavirus che nello scorso marzo ha colpito l’artista. È un ritorno che emoziona, sin da quando guadagna il palcoscenico salutato da un caloroso applauso.

Stavolta in Campania torna da baritono. Perché un artista dalla intelligenza - anzi, più correttamente, genialità - musicale come quella di Plácido Domingo abbia deciso, ormai da più di dieci anni, di frequentare una corda vocale a lui non del tutto congeniale per colore, spessore e compattezza, resta, ascolto dopo ascolto, un mistero.

L’evoluzione della carriera di una leggenda musicale è insindacabile, tuttavia questa constatazione non riesce a cancellare, almeno in chi scrive, talune perplessità sul Domingo baritono.

Al netto di queste personali e opinabili considerazioni, il "Perfidi… Pietà, rispetto, amore" dal Macbeth di Giuseppe Verdi stupisce e ci fa rallegrare per l’ottima forma vocale di Domingo. Il timbro conserva quelle seducenti screziature che hanno contribuito a creare la leggenda vocale di Domingo. Gli basta declamare il recitativo iniziale per avere la conferma di trovarsi davanti a un artista appartenente a una ristretta schiera di eletti da Madre Natura, o chi per essa.

Alla soglia degli 80 anni (se vogliamo prestare fede a quanto indicato sulla lapide madrilena che lo dichiara nato nel 1941, benché l’età di Domingo sia dibattuta quanto il sesso degli angeli!) l’organizzazione vocale di Domingo stupisce per la forma vocale, per la capacità di dominare senza accusare segni di stanchezza i fiati, di tenere gli acuti. Ha forma vocale e tecnica che legittimamente potrebbero costituire i sogni proibiti di celebrati colleghi pur più giovani di trenta anni.

Ad ogni modo, ad essere immutato è il carisma artistico, quella impalpabile vis attractiva che taluni artisti esercitano sul pubblico e che Madre Natura parsimoniosamente dispensa.

Attento al senso e al suono della singola parola, ad ogni accento, inflessione, colore e sussurro, Domingo tratteggia un Macbeth estremamente timoroso e dubbioso, di fronte al quale la Lady Macbeth di Saoia Hernandez, nel duetto "Sappia la sposa mia…Fatal mia donna! un murmure"a causa di un’eccessiva freddezza interpretativa, sembra non saper rafforzare e incendiare i propositi criminali dello sposo.

A Domingo, invece, basta saper calibrare accenti e un fraseggio analitico costruito su smorzature e rinforzi dei suoni, per delineare un Macbeth immediatamente credibile: laddove non riesce, per limiti obiettivi e per la non innata congenialità della vocalità baritonale, che sembra quasi di compiacersi nel mostrare il “ribelle” DNA tenorile, arriva la smisurata musicalità dell’artista.

Analogo discorso per "Nemico della Patria" da AndreaChénier di Umberto Giordano: quanto a interpretazione Domingo domina il monologo di Carlo Gérard con sicurezza, attenzione alle inflessioni linguistiche (magnifica quella riservata al "Studiò a Saint Cyr?") e musicali: assottiglia l’emissione, canta a fior di labbra e poi si getta senza timore nel gorgo della accensione melodica di "La coscienza nei cuori ridestar delle genti".

A Domingo fanno da contrappunto il "Vissi d’arte"  molto ben cantato da Saoia Hernández, la quale, però, sembra non saper conciliare il notevole bagaglio tecnico e vocale con altrettanta accuratezza di analisi: indubbiamente la Hernández canta correttamente i brani della prima parte del concerto riservati al repertorio italiano ("Vissi d’arte", "La mamma morta", e i duetti da Macbeth e da Il trovatore), ma l’interprete emerge a tratti; appare eccessivamente trattenuta e concentrata nell’apprestare una linea di canto pulita, nel mettere ben a fuoco gli acuti. Hernández, nella prima parte del gala, appare troppo intimorita dal dividere la scena con un autentico, monumentale e leggendario animale da palcoscenico qual è Plácido Domingo.

La parte migliore del proprio poderoso armamentario vocale il soprano spagnolo lo sfoggia nel duetto da Il trovatore"Mira, d’acerbe lagrime", laddove Domingo accusa qualche difficoltà, tendendo ad aprire eccessivamente i suoi del registro medio. La voce della Hernández è, invece, sicura nell’intera tessitura, ben emessa, timbrata e svettante negli acuti; inoltre, alleggerisce abbastanza l’emissione in "Vivrà! Contende il giubilo i detti a me, signore..."

La seconda parte del Gala è interamente riservata alla Zarzuela: Jordi Bernàcer è bravo a introdurci nel suo mondo con una trascinante esecuzione dell’Intermedio da La boda de Luis Alonso (1897) di Gerónimo Giménez, dal colore orchestrale e dai ritmici prettamente spagnoli.

Così come in occasione della Sinfonia da La forza del destino in apertura di concerto e del meraviglioso Notturno, op. 70 di Giuseppe Martucci, condotto da Bernàcer con sicurezza e fluidità melodica, l’esecuzione dell’Intermedio conferma l’eccellente lavoro di concertazione del direttore spagnolo alla guida della Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno.

Addentrandosi nel mondo della zarzuela, l’idioma di Cervantes scalda il cuore di Saoia Hernández e accentua il carisma e l’affabilità scenica e l’acume musicale di Plácido Domingo: si parte, dunque, con "En mi tierra extremeña" da Luisa Fernanda di Federico Moreno-Torroba.

Domingo mette in risalto quei colori sensuali e bruniti tenorili che lo hanno reso leggendario: il canto è armonioso, seducente e suadente, non si risparmia sul versante interpretativo. Quella delle zarzuelas è musica che, come ha dichiarato Domingo nella breve conferenza stampa post Gala, ha sentito sin da quando era nell’utero materno. È inscritta all’interno del suo corredo genetico, e lo si percepisce: il Domingo nella zarzuela appare senza età, felice di cantare di divertire, consapevole di saper ammaliare il suo pubblico.

La Hernández è complice perfetta in questo gioco di seduzione: sempre spigliata, appassionata, si mostra a suo agio nelle romanze. Da ricordare il suo "¿Qué te importa que no venga?" da Los claveles (1929) di José Serrano, laddove, in questo brano dal sapore disperatamente iberico, evidenzia lo spessore del proprio registro centrale e grave, nonché la luminosità e l’ampiezza di quello acuto.

Quando Plácido Domingo attacca "No puede ser" da La tabernera del puerto (1936)di Pablo Sorozábal il ricordo (e annessa commozione) ritorna alla notte di Caracalla del luglio del 1990, quando il tenore spagnolo presentò al pubblico romano questa romanza: oggi sarebbe piaggeria affermare che il tempo per Domingo non sia passato, ma il carisma artistico e la spontanea melodiosità del fraseggiare di Domingo, quello che si manifesta con un semplice pianissimo su un rallentando, costituiscono scudi impenetrabili per i dardi del tempo scagliati verso i suoi mezzi vocali. Una romanza, "No puede ser", che da sola vale il pellegrinaggio casertano e che dimostra, per il “caso Domingo”, quanto la forma vocale, se sorretta da tecnica e intelligenza musicale, possa prescindere da età anagrafica e durata della carriera.

Il primo bis è il famoso duetto da El Gato Montés (1916)di Manuel Penella: Domingo, Hernández e Bernàcer trascinano tutti sulle sinuose melodie spagnole; la Hernández è spigliata e frizzante. Il risultato è un duetto di estrema godibilità, che emana calore e simpatia.

Tocca a Saioa Hernández chiudere la sezione dei bis dedicati alla Spagna con una romanza dal ritmo incalzante che mette in risalto la precisione della linea di canto e la qualità dello smalto timbrico.

La Spagna, Napoli, Madrid e l’intero Regno di Napoli hanno avuto rapporti politici e culturali secolari: il committente delle Reggia di Caserta - la cui facciata, illuminata con colori cangianti, ci osserva maestosa - fu commissionata da Carlo di Borbone, madrileno di nascita, il quale, chiamato sul trono di Spagna, secondo la leggenda, pianse nel lasciare Napoli, non prima di aver ordinato di portare a Madrid una porzione del Sangue di San Gennaro.

E, dunque, la sezione dei bis non poteva non concludersi con tre canzoni napoletane: si incomincia con Dicitencello vuje (1930)di Rodoldo Falvo e Enzo Fusco, una sofferta dichiarazione di amore di un uomo alla donna amata, ma resa “per interposta persona”. Domingo padroneggia molto bene la pronuncia della lingua napoletana, il suo canto è ammaliante, partecipe di quel tormento dell’anima evocato nella celebre canzone, accenta e dà il giusto risalto al “tu” della frase “si’ TU chesta catena ca nun se spezza maje”, cuore della canzone.

Si prosegue con Core 'ngrato (1911) di Salvatore Cardillo e Riccardo Cordiferro, canzone feticcio per tutti i grandi tenori, da Enrico Caruso a seguire: Plácido Domingo è implorante, appassionato, lavora di cesello quando “duetta” con la bravissima violinista di spalla dell’orchestra salernitana.

Il bis finale vede partecipi Domingo e la Hernández: è la più celebre tra le canzoni napoletane, ‘O sole mio (1898) di Giovanni Capurro e Eduardo di Capua, a infiammare pubblico e artisti.

Domingo invita il pubblico a cantare, ma - per fortuna! - l’invito non viene raccolto.

Al termine della bella e intensa serata ovazioni per tutti e applausi fragorosi e affettuosi per Plácido Domingo. Con questo concerto si colma il vuoto “campano” del grande tenore spagnolo: nel corso della conferenza stampa post concerto, Plácido Domingo ha dichiarato che, a molti anni dalla sua ultima esibizione, gli farebbe piacere tornare al San Carlo. Ai miti nulla è impossibile.


Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/55-concerti-2020/10185-caserta-gala-placido-domingo-22-08-2020


martedì 4 agosto 2020

Tempo d'estate

CASERTA, 3 agosto 2020 - Summertime è il titolo del secondo concerto della rassegna Un’estate da Re che da cinque anni si svolge a Caserta, all’interno della stupefacente Reggia vanvitelliana. Per l’occasione siamo all’Aperia (ai tempi di Gioacchino Murat era una cisterna e, successivamente, restaurata la monarchia borbonica, luogo deputato all’allevamento delle api, da cui il nome), struttura a emiciclo incastonata all’interno dell’incantevole giardino inglese della Reggia, poco distante dalla scenografica Fontana di Diana e Atteone che sormonta le cascate che attraversano il Parco Reale borbonico.
La musica all’aperto d’estate, si sa, nella maggior parte dei casi è poco più di una piacevole occasione di svago, la cui intensità è direttamente proporzionale alla popolarità del programma, alla frescura del luogo nel quale si fa musica, al carisma degli artisti. E proprio con l’intento di regalarci qualche ora di meritata spensieratezza, i protagonisti del concerto - il soprano Sonya Yoncheva, il tenore Vittorio Grigolo e il direttore Daniel Oren - apprestano un recital che si snoda tra arie e duetti tra i più popolari.
L’apertura è dunque riservata a una incalzante esecuzione del Preludio della Carmen di Bizet: troviamo l’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno in buona forma, precisa e dal bel suono. Per l’occasione annovera un primo violino di spalla di lusso, il giovane Fabrizio Falasca, originario di Sarno in provincia di Salerno, e attualmente Assistant Concertmaster della Philharmonia Orchestra di Londra. Oren mostra immediatamente la propria cifra stilistica: è tanto trascinante quanto plateale ed eloquente il suo gesto.
Con "La donna è mobile" irrompe in scena un esuberante Vittorio Grigolo, tenore indubbiamente dotato di ragguardevoli mezzi vocali: ha voce robusta e ampia, dal bel timbro, ma non adeguatamente sostenuta da un’emissione che dà l’impressione di oscillare tra canto lirico e pop. L'impatto è accattivante, sicuramente carismatico; nel tentativo - riuscitissimo! - di conquistarsi la simpatia del pubblico, tende però a gigioneggiare ricorrendo a una gestualità teatralissima e a indugiare in effetti vocali (smorzati, rallentando, ecc) che compromettono lo stile. La canzonetta del Duca di Mantova è squillante, interpretata con la giusta dose di spavalderia che ben le si addice.
È con l’Habanera dalla Carmen che si presenta al pubblico campano (una delle stelle liriche che finalmente hanno debuttato questa estate tra Napoli e Caserta) Sonya Yoncheva: bellissima, molto sensuale nel lungo abito bianco con vistoso spacco, cattura l’attenzione per la sua voce pastosa, corposa, ben emessa e appoggiata sul fiato, dal timbro che suggestivamente tende a screziarsi nel registro grave. La sua è una Habanera melliflua e misurata, interpretata con sottili accenti seduttivi.
Eccessivamente incline ad affettato sentimentalismo appare, invece, Una furtiva lagrima, resa con veemenza e sfumature da Grigolo. Nel suo caso, l’impressione, ricorrente nel corso del concerto, è quella di trovarsi davanti a una vocalità pregevole, ma che, complice l’esuberante temperamento dell’artista, appare spesso sul punto di debordare: la linea di canto è farcita da piani e pianissimi - suggestivi, ma non sempre appropriati stilisticamente - ai quali si contrappongono improvvisi crescendorallentando e smorzature che sacrificano sull’altare del “bell’effetto” la quadratura musicale dell’insieme. Oren è estremamente generoso nel concedergli spazio: asseconda i suoi tempi, dosa il volume orchestrale sulle esigenze vocali.
Con "Tacea la notte placida" ascoltiamo, poi, l’autentico colore vocale di Sonya Yoncheva. Spontaneo e naturale nell’emissione, il soprano bulgaro sostiene molto bene il legato, fraseggia con gusto e dà il giusto risalto e intensità alla melodia della cavatina verdiana. La sua è una Leonora appassionata, notturna. Si avverte, però, nel corso della serata, un vibrato abbastanza pronunciato e largo sugli acuti, che rischia talvolta di comprometterne la loro perfetta messa a fuoco. Nella successiva cabaletta "Di tale amor, che dirsi" Sonya Yoncheva è precisa nelle colorature, sempre ben timbrate e rotonde, ma l’interpretazione avrebbe meritato maggiore accensione di impeto.
All’orchestra salernitana è affidato un altro brano celebre e di sicuro effetto, l’ouverture da La forza del destino di Giuseppe Verdi: Oren mostra la consueta sicurezza e capacità di infondere - anche con fin troppo udibili incitamenti - energia al tema del destino e lirismo a quello di Leonora.
L’estesa sezione del concerto dedicata a Puccini è aperta da una "Recondita armonia" accattivante per timbro e per il generoso dispiego di mezzi vocali che Grigolo mostra: pur non rinunciando a sfoggiare un registro acuto connotato da un’emissione “aperta” ma incisiva, la linea di canto diventa più sobria, il ricorso ai pianissimi viene limitato.
"Un bel dì vedremo" fornisce a Sonya Yoncheva l’occasione più appropriata per mostrare tutto il potenziale della propria notevole organizzazione vocale: la voce è compatta, ammaliante per timbro e per capacità di trovare l’intensità e il colore più indicato per ciascuna frase. La linea di canto sfumata, sempre ben sostenuta dall’orchestra di Oren, è perfetta nel dipingere una geisha speranzosa, fragile e tormentata.
Si torna a Tosca con il duetto dall’atto I: Yoncheva è una Floria innamorata, ma manca di quella gelosia arroventata e accecante che la partitura pretende; è una Floria Tosca ben cantata, dall’indole civettuola, che seduce per l’alternasi di colori splendenti e crepuscolari all’interno di una vocalità che spicca per naturale bellezza e pienezza timbrica. Grigolo sfoggia una linea di canto naturalmente generosa per sonorità e impeto; troppi rallentando e smorzature eccessive, ancora una volta assecondati da Oren con eccessiva indulgenza, però incrinano l’unitarietà musicale del duetto.
Dopo l’estratto da Tosca, è con l’esecuzione rutilante e solenne dell’ouverture dal Nabucco di Verdi che Oren e l’Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno si riprendono di nuovo la scena.
La bohème è dedicata la parte conclusiva ufficiale del concerto. In "Che gelida manina" Vittorio Grigolo appare alquanto incerto nella quadratura musicale complessiva: l’emissione non è precisa, così come la messa a fuoco dell’acuto della “speranza”, lo stile troppo enfatico. Misurato, forse eccessivamente, è, invece, il "Sì. Mi chiamano Mimì" della Yoncheva, la quale, tuttavia, ancora una volta eccelle nello sfoderare una vocalità lussuosa: la bellezza del colore, quindi, supplisce a una interpretazione poco incline a osare, anche laddove - ad esempio, su “ma quando vien lo sgelo” - Puccini e la sua orchestra pretendono l’insorgere del brivido freddo dietro la schiena.
"O soave fanciulla" conclude il programma del concerto: Grigolo e Yoncheva sono affiatati, il tenore smorza e rallenta appena può, Oren li segue, Yoncheva sparge nel cielo della notte estiva dell’Aperia porzioni del suo magnifico timbro.
Gli applausi sono così intensi che gli artisti non possono esimersi dal concedere qualche bis.
Si incomincia con "O mio babbino caro" che Sonya Yoncheva cesella con partecipato e intimo lirismo.
Il secondo bis è ‘O sole mio cantato da Grigolo e Yoncheva: l’atmosfera ora è sempre più rilassata e festosa. La prima strofa tocca al soprano: si ascoltano acuti caldi e incisivi e un’accettabile pronuncia della lingua partenopea. Con la più celebre tra le canzoni napoletane, Grigolo ha la giusta occasione per mostrarsi simpaticamente piacione, per tenere a lungo acuti squillanti, tendendo a imitare l’indimenticabile performance di Pavarotti a Caracalla di trenta anni fa.
Gli applausi, le richieste di bis e la festa di pubblico continuano, e così Yoncheva, Grigolo e Oren eseguono per ben due volte il Brindisi da La traviata, sostenutodai battimani del pubblico (il concerto registra il tutto esaurito) diretti da Oren.
Al termine dei calorosi applausi, a dominare sono gioia e spensieratezza: è stata una festa della musica, e di momenti di leggerezza abbiamo bisogno. In questo periodo ancor di più.


venerdì 31 luglio 2020

Per aspera ad astra

NAPOLI 30 luglio 2020 - È trascorso poco più di un anno dalla entusiasmante “Maratona Beethoven” che nel giugno del 2019 vide Juraj Valčuha dirigere, in un’unica giornata e alternandosi alla testa dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI e di quella del San Carlo, l’integrale delle Sinfonie di Ludwig van Beethoven. Fu una festa della musica e per il folto pubblico, estremamente attento e partecipe, visibilmente felice di aver preso parte a una lunga giornata musicale che resterà negli annali del Teatro (leggi la recensione). Tra quella gioiosa giornata e stasera, in mezzo, c’è stato “quello che si usa chiamare la Storia” (Carlo Levi): sappiamo cosa è successo e quanto, per il momento, sia cambiato il modo di ascoltare musica insieme dal vivo. Diventa, dunque, quasi un obbligo concludere la stagione estiva del San Carlo, quella della “ripartenza”, con l’alto, nobile e ottimistico messaggio di fratellanza universale sublimato dalla Sinfonia IX di Beethoven. La Nona, come molta musica del compositore di Bonn, può essere intesa come un lungo percorso sinfonico che dall’angoscia conduce alla gioia, un passaggio catartico dal buio alla luce.
L’esecuzione della Sinfonia è preceduta da un’emozionante e solenne esecuzione dell’Inno nazionale, con i colori della nostra bandiera ben proiettati sulla facciata di Palazzo Reale.
Sin dal attacco iniziale della Sinfonia - uno dei più carichi di mistero e tensione dell’intero repertorio sinfonico - Valčuha infonde al capolavoro beethoveniano un’impronta di luminosa oggettività e un alito di diffusa energia ben controllata che costituirà la cifra interpretativa dell’intera esecuzione. Si ascolta, sfrondato, un Beethoven titanico, immediato, antiretorico: si procede con passo spedito, vivido e scintillante, forgiato dai chiaroscuri di una dinamica cesellata e accesa tesa ad rafforzare il procedere serrato del discorso musicale. L’esecuzione dell’intera sinfonia è pervasa da un inestinguibile crepitio di energia ritmica, la quale, germogliando nell’Allegro ma non troppo, un poco maestoso del primo movimento, celebrerà la propria apoteosi nello Scherzo, Molto vivace del secondo.
Valčuha è particolarmente attento nel far “vedere” in filigrana, malgrado un’amplificazione che accentua eccessivamente i contrabbassi, il gioco dell’ordito orchestrale: all’interno di un’architettura dalle linee definite e opportunamente illuminate dal rispetto delle dinamiche, ogni sezione orchestrale conserva la propria individualità. Colpisce, nel finale del primo movimento, il crescendo vorticoso e tenebroso impresso alla tragica marcia eroica che chiude il movimento deflagrando negli ultimi accordi.
Il pulsare ritmico risulta più frenetico sin dall’incipit Molto vivace del secondo movimento: la concertazione Valčuha accende lo scintillio orchestrale, accentua il piglio volitivo e la cura degli accenti; ma è nel Trio centrale che, a parere di chi scrive, è incastonata la gemma più preziosa: le sonorità risultano alleggerite e rese ancor più definite, il passo si fa più lieve ed elegante, come a dover imbrigliare e ammansire momentaneamente l’esuberanza del flusso orgiastico del movimento. La cesura risulta netta, di estrema suggestione, eppur coerente con la visione dionisiaca della Sinfonia.
Segue il meraviglioso Adagio molto e cantabile del terzo movimento: un’oasi di pace e di contemplazione, il cui tema introdotto dagli archi sembra evocare, nella visione ottimistica del testamento spirituale di Beethoven, un raggio di luce che si fa strada tra le nubi dissipandole. Valčuha opta per un tempo adagio che non si compiace di sterili sdilinquimenti emotivi; abbandona momentaneamente la bacchetta e il suo gesto si fa leggero, carezzevole, come a guidare con mano la sua orchestra (per inciso, in occasione delle recentissime rappresentazioni di Tosca i professori d’orchestra hanno consegnato a Valčuha una lettera con la quale lo invitano a prorogare la propria presenza al San Carlo come direttore musicale oltre la naturale scadenza del contratto, fissata al 2021). In questo movimento il colore orchestrale diventa più intenso e pastoso, l’orchestra procede con estrema sicurezza, ricamando le variazioni del primo tema; rallenta il passo, respira, si ferma e contempla. Ne risulta uno squarcio lirico incorniciato dall’esplosione ritmica dei primi due movimenti e il poderoso Finale. Se, tra i tanti aspetti, la grandezza e la suggestione della Nona è anche nei contrasti che vivono all’interno del suo organismo e in quella sorprendente capacità di reductio ad unum che Beethoven compie, Valčuha, nel cesellare questo movimento, così come il Trio del secondo, è perfetto nel renderli plastici e palpitanti.
Nell’ultimo movimento, la Sinfonia sembra rivedere sé stessa. Si riascoltano temi e incisi dei precedenti movimenti: reminescenze che costituiranno gli antefatti per l’annuncio della Gioia. Dopo la concisa fanfara di apertura, a imporsi è l’intensità del tema introdotto dai violoncelli e dai contrabbassi, estremamente poderosi nel rafforzare alla melodia della Gioia. Il dialogo tra le sezioni orchestrali si infittisce, così come il gioco di citazioni e rimandi: Valčuha fa avvertire l’urgenza di approdare a un nuovo messaggio. Il tema della melodia della Gioia è un fiume che si ingrossa grazie al ben calibrato crescendo e all’agogica che si fa più stringente per preparare il recitativo del basso "O Freunde, nicht diese Töne!", affrontato da Roberto Tagliavini con sicurezza, autorevolezza e voce rotonda.
L’esecuzione si giova di un quartetto vocale di pregio: il soprano Maria Agresta è sicura nell’affrontare la breve ma insidiosa scrittura vocale; il mezzosoprano Daniela Barcellona ha classe che emerge pur nella brevità della parte. Quanto al settore maschile, tenore Antonio Poli mostra una vocalità generosa, squillante nel registro acuto; Roberto Tagliavini conferma la buona prova evidenziata nella recente Aida nei panni di Ramfis (leggi la recensione).
Malgrado la micidiale scrittura vocale di Beethoven, il distanziamento fisico tra i coristi e un’amplificazione che è apparsa non sempre in perfetto equilibrio, al netto di qualche sonorità eccessivamente tagliente, è complessivamente buona la prova del Coro guidato da Gea Garatti Ansini.
In gran spolvero, per precisione e smalto sonoro, la prova della compagine strumentale, particolarmente incline ad assecondare le indicazioni di Valčuha. È un’orchestra smagliante in tutte le sezioni e che conferma di possedere grande versatilità, avendo affrontato, in meno di una settimana e con ottimi risultati, ToscaAida e, appunto, la Nona.
L’esecuzione è salutata da calorosi e prolungati applausi per tutti; l’applausometro certificherebbe la vittoria della Nona sia su Tosca che su Aida.
Il concerto conclude felicemente la stagione estiva del San Carlo a Piazza del Plebiscito. Vogliamo tutti cedere all’ottimistico messaggio di Beethoven per ritrovarci a pochi metri dall’emiciclo neoclassico che ci ha abbracciati: all’interno del Teatro San Carlo, quanto prima. Di nuovo uniti.