domenica 24 maggio 2026

Fra le piaghe dell'anima

 NAPOLI, 20 maggio 2026 - A diciannove anni dall’ultima rappresentazione al Teatro di San Carlo Werther non entra in scena, ma vi riaffiora, con le vesti dello stesso allestimento visto a Napoli nel 2007, quello firmato da Willy Decker per l’Oper Frankfurt.

Dal romanzo di Goethe – libro-simbolo di un’intera civiltà sentimentale, capace alla fine del Settecento di generare entusiasmi, imitazioni e persino allarmi morali – Massenet ricava un teatro musicale dell’interiorità di raffinata ambiguità psicologica. Di azione invero ce n’è poca: tutto si consuma invece nello nell’impalpabilità delle attese, dei silenzi, delle parole trattenute, dei sentimenti che covano e maturano lentamente sino a diventare ossessione. Werther è un’opera che vive di chiaroscuri, di mezze tinte, di malinconie sospese, sospiri, elegia: e proprio per queste caratteristiche richiede interpreti capaci non soltanto di cantare, ma di trasformare il suono in vibrazione emotiva, ferita interiore.

La storica produzione firmata da Willy Decker - con scene e costumi di Wolfgang Gussmann - si fonda sull’essenzialità dell’impianto scenico e registico. Nessun naturalismo illustrativo, nessuna cartolina settecentesca: Decker svuota lo spazio scenico trasformandolo in plaghe mentali, in luogo astratto dell’ossessione amorosa e dell’isolamento interiore. Le distanze fisiche fra i personaggi, i vuoti scenici percorsi da movimenti misurati restituiscono efficacemente la sensazione di un mondo emotivamente desertificato, nel quale Werther appare sin dall’inizio come un alieno, uno che si pone ai margini del proprio mondo.

Non c’è spazio neppure per il sentimentalismo: il regista rilegge l’opera come una lenta implosione psicologica e organizza l’intera drammaturgia attorno a un progressivo svuotamento emotivo. La scena finale, con Werther adagiato in posizione fetale, evoca una desolazione quasi metafisica, la dissoluzione di un labile universo affettivo.

Sul podio Lorenzo Passerini offre però una lettura che convince a tratti. Se nella seconda parte della serata – atti III e IV, eseguiti senza soluzione di continuità, così come i primi due – la concertazione acquista maggiore fluidità e una più evidente attenzione alla dimensione drammatica della partitura, i primi due atti procedono invece alquanto privi di tensione narrativa, evidente soprattutto nell’accompagnamento del “canto di conversazione”, sottile e perfida insidia del teatro musicale di Massenet, Puccini e Richard Strauss, giusto per citare alcuni tra gli esempi più fulgidi. Stasera si avvertono le latitanze di fremiti, di quella varietà di colori orchestrali indispensabile in Massenet, compositore che costruisce le opere proprio attraverso il continuo mutare delle sfumature timbriche e delle mezze tinte armoniche. A predominare, nella lettura di Passerini, è invece un suono tendenzialmente turgido, cupo, monolitico e poco sfumato. A dispetto di un gesto direttoriale ampio e plateale l’esecuzione – in modo particolare nei primi due atti – non si traduce in reale tensione teatrale, così come in un fraseggio orchestrale articolato, cesellato e avvincente.

La stessa Orchestra del Teatro di San Carlo non sembra attraversare una delle sue serate migliori della stagione. Lievi ma ben percepibili imprecisioni emergono soprattutto nel reparto dei corni, mentre l’insieme appare non sempre perfettamente compatto sul piano della rifinitura esecutiva. Vi sono tuttavia momenti di notevole qualità strumentale, in particolare nei raffinati interventi solistici delle prime parti dell’orchestra, a cominciare da quelli della spalla Gabriele Pieranunzi e del primo violoncello Alberto Senatore nel clair de lune in chiusura del primo atto, che restituiscono con raffinata sensibilità cameristica una delle pagine più intime della partitura di Massenet.

Come sempre puntuale, disciplinato e musicalmente accurato e incisivo il Coro di voci bianche del Teatro di San Carlo preparato e guidato da Stefania Rinaldi.

Che il ritorno del titolo al San Carlo coincidesse con la presenza di Jonas Kaufmann (per sole due rappresentazioni, 20 e 22 maggio, prima di cedere il testimone a Francesco Demuro per quelle del 24 e 26) ha inevitabilmente contribuito a caricare la serata di attesa. Da anni per il tenore bavarese il protagonista goethiano è uno delle punte di diamante del proprio repertorio: un personaggio nel quale la sua vocalità scura, introversa e crepuscolare, l’indubbia espressività e musicalità hanno trovato terreno congeniale. E tuttavia la prova di stasera, sul piano puramente vocale, conferma come il cantante non sia affatto nella pienezza della forma. L’emissione appare affaticata, la proiezione a tratti limitata, il timbro inaridito rispetto alla passata opulenza bronzea e brunita, la tenuta delle lunghe arcate melodiche meno salda; qua e là emergono inoltre suoni opachi, talora quasi biascicati, che evidenziano le difficoltà di una tecnica da sempre molto personale ed eterodossa. Probabilmente essendosi incrinata la compattezza fisiologica dell'organizzazione vocale che in passato riusciva a compensare una fonazione e un’emissione in cui alcuni difetti inevitabilmente risultano oggi più esposti ed evidenti.

Eppure Jonas Kaufmann continua a possedere ciò che distingue i grandi interpreti dai semplici vocalisti: intelligenza musicale, consapevolezza stilistica, capacità di scolpire il personaggio attraverso la parola e il colore: in una parola, il carisma. Il suo Werther è un ritratto psicologicamente curato e attentissimo, costruito più sull’introspezione che sull’espansione sonora, più sulla malinconia trattenuta che sullo sfoggio vocale, sulla sfumatura delle mezzevoci (molte però in falsetto) più che sullo squillo. Il fraseggio possiede notevole raffinatezza; l’artista modella le dinamiche con sensibilità finissima, trovando soprattutto nei momenti più raccolti (esemplare, a tal proposito, il finale) accenti di autentica e profonda desolazione interiore. Insomma, queste rare e preziose doti musicali e teatrali compensano e suppliscono ben più che adeguatamente l’obiettivo e fisiologico declino della vocalità. La voce passa, l’artista resta: per Jonas Kaufmann è affermazione pertinente.

Molto convincente la Charlotte di Caterina Piva, che si impone, dopo la recente Messa da Requiem di Verdi (la recensione) come una degli interpreti più interessanti della serata: sfoggia un’organizzazione vocale salda, sostenuta da tecnica affidabile, omogeneità d’emissione e buon controllo del fraseggio e buona proiezione. Ma soprattutto riesce a delineare, in particolare nell’ultimo atto, pur non rinnegando la connaturata compostezza, una Charlotte lacerata dal conflitto emotivo. Nei momenti più drammatici il personaggio acquista un buon grado di intensità, sostenuta da accenti partecipi e da un fraseggio sempre coerente e analitico.

Splendida conferma delle sua eccellenti doti vocali e interpretative, la Sophie di Désirée Giove, ex allieva dell’Accademia del Teatro San Carlo, torna a Napoli dopo i recenti successi riscossi come Glauce in Medea e Nannetta in Falstaff (le recensioni di Medea e Falstaff): voce corposa, dal pregiato smalto, timbricamente luminosa e tecnicamente assai ben impostata; l’interprete unisce freschezza, arguzia scenica e una linea di canto rifinita, confermandosi fra i giovani soprani più promettenti del panorama lirico attuale. La sua Sophie evita leziosità e restituisce invece al personaggio vivacità teatrale e spiccata musicalità.

Più diseguale il reparto maschile. L’Albert di Lodovico Filippo Ravizza supera alcune iniziali incertezze per finire col delineare un personaggio solido e abbastanza preciso, mentre Sergio Vitale, nei panni del Bailli padre di Charlotte, si distingue per autorevolezza scenica e vocale.

Ci si sarebbe aspettati invece maggiore precisione musicale, migliore cura della linea di canto e più nitida rifinitura dagli altri ruoli comprimari di Roberto Covatta (Schmidt), Maurizio Bove (Johann), ex allievo dell’Accademia del San Carlo;Vasco Maria Vagnoli (Brühlmann) e Sabrina Vitolo (Kätchen), questi ultimi due artisti del Coro del teatro.

Al termine Werther viene accolto da circa dieci minuti di applausi convinti che salutano calorosamente tutti i protagonisti della serata.

Pubblicato in: https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/87-opera/opera-2026/17416-napoli-werther-20-05-2026

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